Due amici scomparsi nella giungla di Panama: 10 settimane dopo, ritrovata una telecamera con 90 scioccanti foto notturne.
Il primo aprile del duemilaquattordici, esattamente alle undici in punto del mattino, due giovani studentesse olandesi iniziarono un cammino da cui non avrebbero mai più fatto ritorno.
La ventunenne Chris Kremers e la ventiduenne Lisanne Froon misero coraggiosamente piede sul tortuoso e insidioso sentiero de El Pianista, situato vicino alla cittadina panamense di Boquete. Davanti a loro si estendevano diverse miglia di sentiero selvaggio, avvolto nell’inquietante e perpetuo silenzio di una fitta foresta nebbiosa che nascondeva innumerevoli pericoli letali. Le attendeva un’ascesa faticosa di oltre duemila piedi, un percorso impegnativo che avrebbe messo a dura prova chiunque non fosse preparato ad affrontare la spietata natura.
L’unico equipaggiamento che le due giovani ragazze avevano portato con sé in quella fatidica escursione era un piccolo e leggero zaino di colore blu. All’interno di quel fragile contenitore di tela c’erano soltanto un po’ d’acqua per dissetarsi durante la salita e due semplici smartphone per comunicare o scattare foto. Meno di sei ore dopo aver intrapreso quel cammino apparentemente pacifico e luminoso, la loro connessione con il mondo civilizzato sarebbe stata tagliata per sempre.
Poco tempo dopo la loro improvvisa scomparsa, fu lanciata un’operazione di ricerca su larghissima scala che coinvolse un numero impressionante di soccorritori, elicotteri e cani da fiuto. Nonostante gli sforzi disperati e instancabili di decine di professionisti, questa imponente mobilitazione non produsse alcun risultato tangibile nelle settimane immediatamente successive alla loro tragica sparizione. Tuttavia, esattamente dieci lunghe settimane dopo quel primo aprile, alcuni residenti locali fecero una scoperta inaspettata sulle rive rocciose e impervie del tumultuoso fiume Culebra.
Essi trovarono lo stesso zaino blu che le ragazze avevano portato con sé, ma il suo stato di conservazione sfidava ogni logica e comprensione scientifica. Era completamente e inspiegabilmente asciutto, e tutta la delicata elettronica nascosta all’interno delle sue tasche era rimasta perfettamente funzionante nonostante l’ambiente estremamente ostile e umido della giungla. Dopo aver esaminato meticolosamente gli smartphone ritrovati, gli esperti forensi fecero una scoperta agghiacciante che cambiò per sempre la natura e la direzione dell’intera indagine criminale.
Scoprirono la presenza di settantasette tentativi aggressivi e consecutivi di forzare le password dei dispositivi, eseguiti da qualcuno che chiaramente non conosceva i codici di sblocco. Inoltre, la scheda di memoria della fotocamera digitale conteneva una traccia fantasma del file numero cinquecentonove, una fotografia che era stata cancellata senza lasciare alcuna traccia. La successiva scoperta di trentatré piccoli frammenti ossei, artificialmente sbiancati con potenti sostanze chimiche per accelerarne la decomposizione, trasformò il caso di scomparsa in un oscuro thriller.
Le due spensierate studentesse olandesi non erano state semplici vittime della natura selvaggia e spietata, come le autorità avevano inizialmente e frettolosamente cercato di far credere all’opinione pubblica. Qualcuno aveva metodicamente, freddamente e brutalmente trasformato i loro ultimi giorni di vita in un autentico inferno in terra, orchestrando un piano diabolico e inimmaginabile. Questo spietato esecutore aveva poi tentato di cancellare ogni singola prova del proprio orribile crimine senza lasciare alcuna traccia che potesse condurre alla sua identità.
Ma torniamo indietro a quella luminosa mattina del primo aprile duemilaquattordici, quando le due amiche misero piede sul tortuoso sentiero vicino alla cittadina panamense di Boquete. Chris Kremers e Lisanne Froon partirono con l’intenzione di fare una piacevole escursione attraverso la foresta pluviale tropicale, armate solo di uno zaino e due telefoni. Pochi faticosi e ingannevoli chilometri dopo l’inizio del loro cammino, la fitta e opprimente giungla centroamericana le inghiottì completamente senza lasciare alcun segno del loro passaggio.
Si innescò così la più grande operazione di ricerca nella lunga e complessa storia del paese, un massiccio dispiegamento di forze civili e militari senza precedenti. Decine di coraggiosi volontari, esperti conduttori di cani da ricerca ed equipaggi di elicotteri perlustrarono l’area ma fallirono miseramente nel trovare un solo, minuscolo indizio utile. Il sistema istituzionale cercò disperatamente di rintracciare le turiste disperse, eppure la fredda cronologia degli eventi registrata dalle telecamere puntava inesorabilmente verso una realtà molto più oscura.
Le ragazze non si erano semplicemente perse vagando senza meta nella fitta vegetazione, vittime di un fatale errore di orientamento in un ambiente a loro sconosciuto. La trappola mortale, attentamente pianificata e preparata nell’ombra da mani invisibili, si era già inesorabilmente chiusa alle loro spalle non appena avevano superato il punto di non ritorno. Il ventunesimo secolo, con le sue avanzate tecnologie, ha creato nelle menti umane una falsa e pericolosa illusione di assoluta sicurezza e di comunicazione continua e ininterrotta.
Questa tragica e ingannevole illusione divenne letteralmente fatale per le due ignare e fiduciose ragazze provenienti dalla tranquilla e sicura provincia olandese di Utrecht, in Europa. La ventunenne Chris Kremers, una brillante studentessa di educazione culturale e sociale, e la ventiduenne Lisanne Froon, neolaureata in psicologia applicata, erano cresciute nella rassicurante città di Amersfoort. I loro cari amici e parenti le descrivevano concordemente come giovani donne estremamente motivate, responsabili e piene di sogni ambiziosi per il loro luminoso e promettente futuro.
Lisanne, in particolare, era fisicamente molto resistente e atletica, grazie ai suoi lunghi anni di assidua e appassionata pratica agonistica nel gioco della pallavolo femminile a livello locale. Le due inseparabili amiche avevano risparmiato con grande sacrificio il denaro necessario per il loro sognato viaggio in America Centrale lavorando instancabilmente come cameriere per interi e faticosi mesi. Il loro entusiasmante viaggio, iniziato il quindici marzo del duemilaquattordici, doveva rappresentare non solo una meritata vacanza, ma anche una profonda e importante missione di volontariato.
Verso la fine di marzo, le due inseparabili amiche arrivarono finalmente nell’accogliente e vivace cittadina di Boquete, situata nella rigogliosa e suggestiva provincia di Chiriquí. Questa è una regione estremamente pittoresca e affascinante, mollemente adagiata proprio ai piedi del maestoso e imponente vulcano Barú, la vetta più alta dell’intero territorio di Panama. La mattina del primo aprile, sentendosi energiche e curiose, le studentesse presero la sfortunata e impulsiva decisione di voler conquistare a piedi il famoso e rinomato itinerario escursionistico.
Questo percorso, noto localmente come El Pianista, è un sentiero lungo circa sei miglia tra andata e ritorno, caratterizzato da un forte dislivello di oltre duemila piedi. Il cammino si snoda pericolosamente attraverso una densa e ingannevole foresta nebbiosa, un ecosistema umido e ostile dove l’orientamento diventa rapidamente una sfida anche per i più esperti. Questa impenetrabile e maestosa foresta pluviale nascondeva abilmente crepacci senza fondo, radici viscide di alberi secolari e un solido, insuperabile muro verde che bloccava quasi completamente la luce solare.
Prima di inoltrarsi coraggiosamente lungo il sentiero, come molti testimoni hanno in seguito fermamente dichiarato durante i lunghi interrogatori della polizia, le ragazze fecero un’abbondante e serena colazione. Consumarono il loro pasto mattutino in compagnia di due giovani ragazzi, presumibilmente di origine olandese come loro, scambiando chiacchiere spensierate e condividendo l’entusiasmo per la giornata imminente. Inoltre, si dice che un cane affettuoso e giocherellone, appartenente ai gentili proprietari di un ristorante locale del villaggio, sia corso dietro di loro lungo la prima parte del sentiero.
Il loro abbigliamento per quella specifica escursione sfiorava i limiti dell’assoluta e incosciente disattenzione, essendo stato concepito esclusivamente per una breve e innocua passeggiata diurna sotto il sole. Indossavano semplici vestiti estivi, scarpe da ginnastica ordinarie e leggere, e condividevano un solo modesto zaino blu per trasportare i pochi oggetti personali essenziali per la giornata. Al suo interno custodivano soltanto una piccola bottiglia d’acqua, i loro due inseparabili smartphone e una compatta fotocamera digitale Canon, strumenti totalmente inadatti ad affrontare una vera emergenza.
Non avevano portato con sé abiti caldi per proteggersi dal freddo intenso, nessun compasso per l’orientamento, nessun machete per farsi strada e nemmeno una semplice torcia elettrica. Nell’oscura e insidiosa giungla equatoriale, dove le temperature crollano vertiginosamente a livelli critici e mortali durante la gelida notte, una tale sprovvedutezza rappresenta una virtuale condanna a morte. Eppure, incoscienti del pericolo imminente, continuarono a camminare e a scattare foto ricordo, sorridendo e immortalando i paesaggi mozzafiato che si aprivano davanti ai loro occhi meravigliati.
L’ultimo filmato conosciuto e confermato dalle indagini ufficiali le mostra assolutamente serene e felici, stagliate contro un cielo perfettamente limpido presso il famoso e panoramico belvedere del Mirador. Questo iconico punto di osservazione serve storicamente come confine naturale dello spartiacque continentale, separando il versante caraibico da quello pacifico della nazione panamense in modo netto e definitivo. L’ultima immagine diurna considerata normale, meticolosamente archiviata nel voluminoso fascicolo del caso criminale con il numero cinquecento otto, mostra un dettaglio apparentemente banale ma profondamente inquietante e premonitore.
Nella foto, si vede la giovane Chris attraversare con visibile cautela un insidioso torrente roccioso, spingendosi ben oltre la linea di demarcazione della zona turistica considerata universalmente sicura. I metadati intrinseci del file digitale indicano con estrema, clinica precisione l’ora esatta in cui l’otturatore della macchina fotografica è scattato immortalando quell’istante fugace nel tempo e nello spazio. Erano passate esattamente un’ora e cinquantaquattro minuti dopo lo scoccare del mezzogiorno, un momento apparentemente tranquillo in cui il sole batteva ancora alto e caldo sulle loro teste.
Secondo le attente e dettagliate valutazioni fisiognomiche condotte in seguito da illustri esperti del linguaggio del corpo, il volto di Chris mostrava già chiari e inequivocabili segni di un primo, nascente allarme. Dopo la registrazione di questo fatidico e drammatico secondo frammento visivo, l’oggettiva e rassicurante realtà digitale documentata dalle ragazze si interrompe in modo brusco e innaturale, senza alcuna apparente spiegazione. Da quel preciso istante in poi, subentra un assordante, incomprensibile e prolungato silenzio tecnologico che avvolge l’intera vicenda in un fitto manto di mistero e terrore assoluto.
La sera stessa di quel cruciale primo aprile, il cane randagio che presumibilmente aveva accompagnato le due giovani turiste olandesi sul sentiero fece ritorno alla cittadina di Boquete completamente da solo. Le studentesse, invece, non si presentarono affatto alla casa della premurosa famiglia ospitante, presso la quale avevano affittato una confortevole stanza per trascorrere la durata del loro soggiorno linguistico. La loro inspiegabile e preoccupante assenza, sebbene notata dai proprietari dell’abitazione, non destò un immediato allarme ufficiale quella stessa sera, complice l’assunto che le giovani si fossero semplicemente trattenute a festeggiare.
Tuttavia, la mattina del due aprile, Chris e Lisanne non si presentarono puntuali a un incontro mattutino precedentemente organizzato e già pagato in anticipo con una rinomata guida locale di nome Feliciano. Fu proprio quest’uomo esperto e profondo conoscitore della zona che, allarmato dal loro insolito e prolungato ritardo, allertò tempestivamente la polizia locale alle otto in punto di quella stessa mattina. Questo gesto cruciale e provvidenziale mise in moto per la prima volta il pesante e complesso volano dell’intera e massiccia macchina istituzionale dei soccorsi e delle ricerche su vasta scala.
Sempre il due aprile, un nutrito gruppo di allarmati residenti locali prese l’iniziativa e iniziò a percorrere attivamente il percorso per cercare autonomamente qualsiasi traccia visibile del passaggio delle ragazze. Secondo alcune testimonianze documentate e raccolte meticolosamente dagli investigatori, proprio in quel giorno, intorno alle quattro del pomeriggio, si verificò un avvistamento che avrebbe dovuto cambiare immediatamente l’impostazione delle indagini in corso. Due ragazze di evidente e inconfondibile aspetto europeo furono avvistate in un pascolo situato ai piedi del pendio, e accanto a loro si trovava in piedi un uomo locale rimasto ostinatamente non identificato.
Il tre aprile, in un clima di crescente e palpabile tensione, fu ufficialmente e finalmente lanciata una coordinata e vasta operazione di ricerca formale da parte delle autorità governative panamensi. Proprio in quella stessa e febbrile giornata, alcuni attenti residenti notarono la presenza inquietante di un sospetto camion rosso parcheggiato insolitamente vicino alla casa dove alloggiavano le due persone scomparse. Esattamente trentadue minuti dopo che questo misterioso e rumoroso camion ebbe lasciato l’area, il sistema di telefonia mobile registrò l’ultima chiamata d’emergenza disperata proveniente dai telefoni cellulari delle povere e terrorizzate ragazze.
I rappresentanti dell’organizzazione locale impegnata nella lotta alla criminalità chiesero immediatamente, e con grande voce, che il caso venisse trattato fin dall’inizio come un evidente e pericoloso rapimento di persona. Nonostante queste logiche e pressanti richieste provenienti dal territorio, le forze di polizia locali si aggrapparono ostinatamente e ottusamente alla teoria ufficiale di un banale e tragico incidente avvenuto per mera disattenzione umana. Dal quattro al quattordici aprile, le autorità panamensi, sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica mondiale e della stampa internazionale, avviarono un’operazione di ricerca senza precedenti per dimensioni e risorse impiegate sul campo.
Il Sistema Nazionale della Protezione Civile si unì massicciamente agli sforzi, portando risorse logistiche vitali e uomini addestrati per affrontare la crudele ostilità dell’ambiente estremo in cui si muovevano a fatica i soccorritori. Decine di volontari devoti, guide indigene esperte dei luoghi e numerose pattuglie della polizia armata setacciarono senza sosta ogni singolo e pericoloso metro di quel tortuoso percorso nascosto nell’oscurità dei fitti boschi. Il sei aprile, logorati da un’angoscia indescrivibile, i genitori disperati delle ragazze scomparse arrivarono fisicamente nella cittadina di Boquete, portando con sé una nuova e potente ondata di rinnovata determinazione a scoprire la verità.
Erano accompagnati da esperti e rinomati investigatori olandesi, appositamente arrivati dall’Europa per supervisionare le indagini, e da squadre cinofile altissimamente specializzate, addestrate per rintracciare l’odore vitale di persone in grande difficoltà. Per i successivi e massacranti dieci giorni, ogni singola foglia di quella foresta umida e insidiosa fu letteralmente ed esaustivamente esplorata metro per metro, senza tralasciare alcun anfratto nascosto o grotta buia. Elicotteri rumorosi, appositamente equipaggiati con potenti ed estremamente costosi sensori termici di ultima generazione, si levarono in volo per scandagliare la fitta canopia degli alberi alla ricerca di calore umano nella fredda notte.
Le famiglie, disperate e disposte a tutto pur di riabbracciare le figlie vive, annunciarono pubblicamente una ricompensa in denaro del valore di trentamila dollari per chiunque fornisse informazioni preziose e attendibili. Si trattava di una somma di denaro assolutamente senza precedenti per quella povera e rurale regione, una cifra che avrebbe dovuto far parlare chiunque sapesse qualcosa riguardo al destino oscuro delle due giovani. Il risultato di tutti questi enormi sforzi, tuttavia, fu drammaticamente zero: non venne trovato un singolo e insignificante brandello di abbigliamento, nessuna impronta riconoscibile nel fango soffice e nessuna traccia organica.
Non c’era un singolo e inequivocabile segno di un improvvisato falò notturno che le ragazze avrebbero dovuto logicamente accendere per difendersi dal freddo pungente, né un ramo intenzionalmente spezzato per segnalare la loro posizione. A tratti, i cani addestrati fiutavano debolmente la loro pista olfattiva sul sentiero principale, ma questa svaniva invariabilmente nel nulla, dissolvendosi nella vegetazione mostruosamente densa e nell’alta umidità dell’aria della foresta nuvolosa panamense. L’assenza quasi totale di qualsiasi prova fisica e materiale nelle fasi iniziali di questa frenetica ricerca rappresenta, per ogni criminologo esperto, un classico e inconfutabile marcatore di una scena del crimine abilmente manipolata dall’uomo.
Gli ufficiali delle forze dell’ordine cercavano invano persone presunte ferite o congelate che cercavano di attirare l’attenzione dei soccorritori agitando braccia o urlando con voce flebile e spezzata dal terrore nel buio. Ma la dura e orribile realtà nascosta dietro quella facciata di apparente mistero naturale era infinitamente più terrificante e oscura di quanto chiunque potesse osare immaginare nei propri peggiori e inconfessabili incubi. Le giovani e innocenti vittime non stavano affatto vagando senza meta o bussola nel fittissimo e ostile sottobosco umido, cercando di sopravvivere cibandosi di bacche o bevendo l’acqua piovana depositata sulle grandi foglie.
Erano state deliberatamente e forzatamente rimosse con la violenza dall’area principale di ricerca e di passaggio, e successivamente severamente e crudelmente isolate in un luogo segreto e impenetrabile agli sguardi indiscreti del mondo esterno. Forse erano state rapite e portate via rapidamente a bordo di veicoli fuoristrada specializzati, percorrendo rotte segrete totalmente inaccessibili alle normali e lente squadre di ricerca a piedi che setacciavano goffamente il fango denso e viscido. Decine di persone armate di buone intenzioni stavano letteralmente pettinando la foresta senza nemmeno lontanamente rendersi conto che stavano guardando disperatamente e stupidamente nel posto completamente e irrimediabilmente sbagliato, sprecando tempo prezioso e irripetibile.
Mentre una completa e innaturale oscurità calava sulle indagini e sulla foresta silenziosa, il vero e indescrivibile orrore per le due giovani donne olandesi in realtà stava appena e tragicamente incominciando in un luogo ignoto. Nell’estate dell’anno duemilaventicinque, esattamente undici lunghi e tormentosi anni dopo che la crudele giungla panamense aveva apparentemente e misteriosamente inghiottito le due giovani e brillanti studentesse olandesi senza lasciare alcun avvertimento o debole traccia, accadde qualcosa di incredibile. L’intero e complesso caso freddo, da troppo tempo archiviato, ricevette un nuovo, inaspettato e scioccante e potente impulso che risvegliò l’attenzione morbosa dell’opinione pubblica globale e dei migliori esperti mondiali di crimini irrisolti e oscuri.
Il focus cruciale della nuova indagine si spostò drasticamente e intelligentemente dal disperato e disordinato caos delle rudimentali ricerche iniziali sul campo alla rigorosa e asettica atmosfera dei modernissimi e super attrezzati laboratori di sofisticata informatica forense. Giornalisti investigativi fieramente indipendenti e scienziati forensi di fama mondiale, come la tenace Annette Nenner e il meticoloso Christian Hardinghouse, pubblicarono coraggiosamente al mondo intero gli straordinari e inquietanti risultati della loro lunga spedizione. L’indomita ricercatrice Annette Nenner trascorse personalmente più di cinque estenuanti mesi vivendo a stretto e pericoloso contatto con l’ambiente ostile della nebbiosa regione di Boquete per immergersi completamente e visceralmente nella cultura locale del posto.
Esplorò l’impenetrabile foresta sia di giorno che di notte, sfidando pericoli e paure ancestrali, intervistando metodicamente e con infinita pazienza decine di testimoni e ripercorrendo l’intero e insidioso percorso de El Pianista per ben sei volte consecutive. Questa vasta e inestimabile esperienza pratica sul campo, astutamente combinata con un raro e prezioso accesso a materiale d’indagine fino ad allora rigorosamente e segretamente classificato, condusse alla scoperta di prove digitali devastanti. Furono proprio queste clamorose evidenze digitali, fino ad allora ignorate, che cambiarono in modo definitivo e inappellabile il ristagnante stato del caso freddo e le conseguenti ed errate percezioni pubbliche delle pigre autorità locali di quel periodo.
Per comprendere appieno ed intimamente la gigantesca e sconvolgente portata della scoperta effettuata ben undici anni dopo i tristi fatti, è assolutamente necessario ritornare fisicamente e mentalmente al primo, tangibile reperto materiale ritrovato sul campo di ricerca. Quel piccolo e consunto oggetto, che fu per lunghissimo tempo ingenuamente ed ostinatamente considerato l’unico vero e proprio indizio utile in mano alle forze dell’ordine e alle famiglie distrutte, possedeva in realtà segreti oscuri inimmaginabili all’epoca dei fatti. Il quattordici giugno dell’anno duemilaquattordici, più di dieci estenuanti e interminabili settimane dopo l’improvvisa e inspiegabile scomparsa delle due felici studentesse dai radar del mondo civile e organizzato, avvenne un fatto curioso in un luogo isolato e sperduto.
Una povera e umile donna del posto, residente nell’isolato e dimenticato villaggio indigeno di Alto Romero, scoprì in modo del tutto fortuito e inaspettato un piccolo e scolorito zaino blu impigliato nella folta e selvaggia vegetazione ripariale circostante. L’oggetto giaceva in modo innaturale sulla rocciosa e frastagliata sponda del rapido e turbolento fiume di montagna noto come Culebra, le cui acque spietate e fredde scendono vorticosamente dalle alte e inaccessibili vette della foresta vergine. I misteriosi e incongruenti contenuti di questo piccolo zainetto si rivelarono subito essere un vero e proprio insolubile paradosso fisico, che avrebbe dovuto far accendere immediatamente e rumorosamente mille fragorosi campanelli d’allarme nelle menti dei pigri e disinteressati investigatori incaricati.
All’interno delle sue fragili cuciture, nascosti ordinatamente come in una macabra capsula del tempo inviolata dall’acqua, c’erano preziosissimi oggetti appartenuti in vita alle ragazze prima del loro violento e misterioso distacco dalla civiltà moderna che le proteggeva. Vi trovarono una intatta fotocamera digitale Canon, due moderni e complessi smartphone di vitale importanza investigativa, tra cui un sofisticato iPhone di quarta generazione e un popolare telefono cellulare Samsung di terza generazione, perfettamente illesi. Inoltre, c’erano due ingombranti paia di occhiali da sole per proteggersi dal riflesso, ottantotto dollari in contanti, un’importante tessera assicurativa nominale di una delle ragazze scomparse, una vuota e inutile bottiglia d’acqua in plastica, e sorprendentemente due intimi reggiseni di cotone.
La superficiale polizia locale e i tenaci e influenti sostenitori della comoda versione ufficiale dell’incidente tragico e fatale affermarono immediatamente che lo zaino era semplicemente e banalmente caduto nell’acqua fredda del fiume ed era stato trasportato via. Dichiararono, senza alcuna prova scientifica a supporto, che la forte corrente avesse trascinato l’oggetto fino al luogo del ritrovamento, allontanandolo inesorabilmente e per puro e sfortunato caso dal luogo sconosciuto e inaccessibile della tragica e orribile morte delle giovani olandesi. Tuttavia, le scrupolosissime e inoppugnabili scoperte dei ricercatori del duemilaventicinque, ampiamente e solidamente supportate dalla moderna analisi di quei vecchi materiali del duemilaquattordici, distrussero in modo spietato, scientifico e logico questa ridicola e infantile ipotesi.
Lo zaino blu e tutto il suo inestimabile e rivelatore contenuto, compresa la delicatissima e fragile elettronica che di norma teme disperatamente il contatto con liquidi, furono sorprendentemente ritrovati in una condizione totalmente e misteriosamente asciutta e priva di fango. L’intero e complesso equipaggiamento elettronico è rimasto perfettamente e magicamente funzionante nonostante avesse teoricamente trascorso molteplici e lunghissime settimane nelle ostili, letali e piovosissime condizioni ambientali della famigerata foresta nuvolosa panamense che marcisce ogni cosa tocchi con la sua pioggia ininterrotta. In quella crudele giungla infernale, dove l’incessante e violenta stagione delle piogge trasforma rapidamente qualsiasi vulnerabile materia organica e inorganica in una marcescente e putrida massa informe nel giro di pochi e brevi giorni di esposizione continua.
La sofisticatissima elettronica, notoriamente debole all’umidità, avrebbe dovuto inevitabilmente e irrimediabilmente subire una profondissima e letale corrosione se fosse realmente rimasta esposta all’acqua e all’umidità estreme della giungla per ben dieci interminabili e massacranti settimane consecutive all’addiaccio. Invece, la coraggiosa madre di una delle povere ragazze scomparse dichiarò pubblicamente e ufficialmente in televisione mondiale che non era stata trovata nemmeno una singola, minuscola e impercettibile goccia d’acqua penetrata all’interno dei meccanismi dei preziosi telefoni cellulari ritrovati. Inoltre, un ulteriore dettaglio agghiacciante emerse prepotentemente dalle prime banali analisi: le fragili banconote di carta, per un modesto valore totale di ottantotto preziosi dollari americani, erano state piegate con una precisione e una cura estreme che nessun vortice d’acqua potrebbe mai miracolosamente replicare.
Infine, persino i delicatissimi e fragili capi di morbida biancheria intima in pizzo e cotone riposti con cura all’interno dello zainetto non presentavano alcun graffio, strappo o alcun tipo di misterioso e inspiegabile danno di natura puramente meccanica o animale. Questo evidente e palese paradosso fisico, che contraddiceva sfacciatamente le più basilari e fondamentali leggi della fisica elementare e del buonsenso umano, puntava in modo freddo, logico e inesorabile verso una sola e agghiacciante possibile e raccapricciante vera conclusione investigativa. Il piccolo e maledetto zainetto blu non aveva affatto e casualmente galleggiato liberamente e vorticosamente per lunghe e piovose settimane in mezzo alle insidiose, rapide e selvagge acque distruttrici del famelico e freddo fiume di montagna centroamericana.
Al contrario, era stato certamente ed evidentemente conservato con estrema, lucida e maniacale cura in un sicuro rifugio, un luogo totalmente ed ermeticamente asciutto e affidabilmente protetto dall’umidità distruttiva e dalle forti intemperie tropicali per un tempo prolungato e indefinito. Successivamente, in un preciso istante scelto freddamente dai malfattori, era stato deliberatamente e strategicamente abbandonato sulle rocce e quasi lavato a riva da ignoti assassini poco prima che venisse ufficialmente e miracolosamente ritrovato in quel preciso luogo dai residenti del villaggio. Partendo proprio da questa terrificante, solida e fredda premessa logica di base, gli esperti indipendenti, riuniti nel laboratorio nel duemilaventicinque, sottoposero per l’ennesima volta gli enigmatici contenuti digitali dei telefoni a una seconda, meticolosissima e profonda analisi hardware avanzata con strumentazioni all’avanguardia mondiale.
Le scioccanti scoperte tecnologiche effettuate all’interno di quelle vecchie memorie digitali analizzate e sezionate nel duemilaventicinque scossero letteralmente, profondamente e in maniera del tutto irreversibile l’intera comunità forense globale, minando decenni di dogmi legali prestabiliti e consolidati nel tempo dai tribunali mondiali. L’artefatto digitale di gran lunga più spaventoso e terrorizzante ritrovato nascosto sui dispositivi portatili ben undici anni dopo la sparizione, era paradossalmente e macabramente rappresentato proprio da qualcosa che in realtà non c’era affatto e che mancava visibilmente all’appello informatico. Si trattava, infatti, della sconcertante e totale assenza, dell’invisibilità chirurgica di un unico e specifico file multimediale all’interno della sequenza rigorosamente numerata, una misteriosa e famigerata immagine passata alla storia del crimine moderno come la fatidica fotografia numero cinquecentonove della memoria digitale.
La piccola e fragile scheda di memoria originale, scrupolosamente inserita nella moderna fotocamera digitale, conteneva intatta la chiara e preoccupante fotografia numero cinquecentootto, la quale catturava nitidamente uno sguardo palesemente teso e irrequieto di Chris con il ruscello fatale sullo sfondo. L’immagine successiva presente e visibile in memoria era il file numero cinquecentodieci, che si rivelava essere la primissima macabra immagine di una lunga e disperata serie di spaventose, scure e inquietanti fotografie notturne scattate disordinatamente nell’oscurità più cieca di un ambiente ostile e claustrofobico. Ma tra queste due significative e inestimabili istantanee digitali, separate inesorabilmente da un abisso temporale e narrativo di cui nessuno possedeva la chiave logica, vi era un vuoto assoluto e assordante, una cancellazione chirurgica che parlava e gridava in silenzio al mondo intero.
I migliori scienziati informatici e forensi che operavano all’interno del prestigioso e avanzatissimo Istituto di Scienze Forensi olandese, utilizzando software di decrittazione e recupero dati altamente e specificamente specializzato, riuscirono a stabilire un fatto scientifico agghiacciante e impossibile da ignorare razionalmente. Riuscirono a provare che l’importantissimo e mancante file numero cinquecentonove non era stato semplicemente e banalmente cancellato in fretta o per un mero sbaglio attraverso la limitata e rudimentale interfaccia standard dei semplici bottoni della fotocamera da parte di un utente spaventato e impacciato. Quando avviene una normale e superficiale cancellazione casalinga all’interno di un comune dispositivo elettronico, tutti i file rimossi lasciano sempre dei microscopici settori magnetici residui e frammentati impressi indelebilmente sulla delicata superficie della memoria digitale per molto tempo prima di venire definitivamente sovrascritti del tutto.
Questi minuscoli detriti digitali microscopici possono essere facilmente, velocemente e magicamente recuperati nella loro interezza o parzialità da qualsiasi specialista e programmatore mediamente esperto utilizzando un normale ed economico strumento software commerciale facilmente reperibile su internet in pochissimi secondi. Tuttavia, in questo preciso e oscuro caso criminoso, la cruciale e misteriosa foto della sequenza era stata sradicata ed erasa completamente, annientata e vaporizzata senza lasciare la benché minima, flebile e invisibile traccia magnetica o stringa di codice residuo nel supporto. Questa drastica azione era stata eseguita al livello più profondo, fisico e strutturale della complessa sovrascrittura elettronica dei piccolissimi settori della scheda, operando chirurgicamente con freddezza e competenza da esperti hacker informatici impiegando sofisticatissimi strumenti di difficile e costosa reperibilità sul mercato aperto al pubblico.
Questo spaventoso e rarissimo tipo di distruzione informatica irreversibile, totale e permanente di informazioni sensibili e determinanti ai fini probatori, è assolutamente e tecnicamente impossibile da eseguire e completare con successo nascondendosi al buio sotto gli alberi gocciolanti della fitta e bagnata foresta pluviale. Tale letale operazione informatica richiede, senza alcuna ombra di dubbio o eccezione logica possibile e credibile per la scienza moderna, la rimozione obbligatoria, immediata e fisica della delicatissima scheda di memoria dal suo alloggiamento all’interno della fotocamera digitale per evitarne danneggiamenti irreparabili al supporto plastico. Richiede inoltre inevitabilmente e imprescindibilmente la sua connessione stabile a un potente computer desktop o laptop professionale di terze parti perfettamente funzionante ed alimentato elettricamente, con un sofisticato, raro e costoso software di manomissione di dati e crittografia preventivamente installato e configurato a regola d’arte per l’occorrenza.
La sensazionale scoperta di questo fondamentale e silenzioso anello mancante tecnologico ben undici lunghissimi anni dopo la scomparsa delle vittime innocenti, si stagliò potentemente all’orizzonte come un’irrefutabile, schiacciante e inoppugnabile prova oggettiva che confermava irrimediabilmente i peggiori incubi degli investigatori e delle famiglie. Dimostrò scientificamente e matematicamente che qualcuno aveva intenzionalmente, freddamente, spietatamente e professionalmente distrutto per sempre e irrevocabilmente uno specifico e vitale filmato compromettente che probabilmente nascondeva indizi preziosissimi per smascherare e incarcerare i crudeli responsabili di una tale mattanza. Uno scatto che, con estrema probabilità logica e investigativa, aveva catturato nitidamente e per sempre con l’ausilio di una frazione di secondo rubata al tempo, gli spietati volti deformati dalla rabbia dei criminali rapitori incrociati lungo l’impervio sentiero roccioso maledetto.
Forse quell’unico file maledetto e cancellato brutalmente ritraeva indelebilmente e senza possibilità di assoluzione il momento esatto in cui era avvenuta la spaventosa e violenta intercettazione criminale sull’isolato sentiero forestale, bloccando per sempre le due vittime olandesi e togliendo loro ogni via di fuga sicura. Oppure immortalava chiaramente ed esplicitamente l’inizio terrificante e violento della brutale ed ingiusta detenzione forzata e coatta all’interno della lussureggiante e ingannevole foresta, un sequestro messo in atto in un ambiente privo di ogni basilare tutela legale ed etica umana conosciuta e codificata dal diritto internazionale. Il piccolo e malridotto zaino blu, dopo lunghe indagini e ragionamenti, si rivelò in modo sbalorditivo non essere affatto l’ingenuo e smarrito bagaglio dimenticato accidentalmente da due inesperti e distratti turisti europei inciampati nel fango della giungla equatoriale, vittima di piogge torrenziali e disorientamento spaziale causato dalla fitta vegetazione.
Esso, invece, si trasformò magicamente, agli occhi esperti, lucidi e disincantati dei criminologi e degli analisti, in un diabolico, meticoloso e calcolato contenitore di false prove materiali disseminate dai criminali per ingannare le indagini che i brutali assassini avevano deliberatamente, freddamente e metodicamente ripulito a fondo. I rapitori lo avevano svuotato cinicamente e sistematicamente di ogni singola microscopica traccia biologica utile e di ogni compromettente e fastidioso elemento incriminante che potesse metterli minimamente a rischio di cattura o riconoscimento prima di restituirlo teatralmente al mondo libero come specchietto per le allodole per la polizia panamense. Ma se questo vecchio, umile e modesto zaino logoro era miracolosamente e palesemente rimasto perfettamente asciutto in modo impossibile e innaturale per l’incredibile durata di dieci estenuanti e continue settimane di brutali e incessanti acquazzoni monsonici e inondazioni tropicali che spazzavano via alberi millenari.
E se l’avanzato ed estremamente delicato equipaggiamento elettronico fotografico era stato scientificamente ed oggettivamente connesso a un computer professionale potente e di terze parti alimentato regolarmente e stabilmente dalla corrente elettrica esterna e gestito da persone tecnicamente preparate, in possesso di password e privilegi di amministrazione di sistema che permettevano manomissioni strutturali. Allora, ciò significava inesorabilmente che in un punto imprecisato e nascosto tra questi impenetrabili, giganteschi e umidi boschetti tropicali secolari intrisi di fango, liane spesse ed insetti mortali, vi era un segretissimo e inespugnabile rifugio protetto dal mondo esterno, probabilmente costruito con spessi muri, cemento e potenti recinzioni. Un luogo infernale, oscuro e tenebroso, situato fuori dal tempo e dallo spazio conosciuto dalla società civile internazionale, un covo maledetto dove venivano ferocemente e brutalmente applicate leggi criminali e morali completamente, dolorosamente e barbaramente differenti rispetto a quelle del normale consesso umano regolato dalle leggi scritte statali.
E all’interno di quel covo maledetto e tenebroso, in un crudele e beffardo silenzio elettronico interrotto a malapena dal ticchettio mortale degli orologi, i minuscoli, sofisticatissimi e complessi cervelli digitali e microprocessori intelligenti dei due inseparabili e costosi smartphone presi con la forza e rimossi a forza dalla morbida sacca. Avevano in realtà, silenziosamente e pazientemente, custodito per anni un segreto ancora più oscuro, agghiacciante, inimmaginabile, malvagio e spaventoso di quanto chiunque osasse lontanamente e timidamente ipotizzare in principio o potesse anche solo sognare la notte nei propri più disturbanti e atroci incubi partoriti dalla mente umana stanca e impaurita. Aspettando pazientemente e instancabilmente, come piccoli e muti soldati tecnologici addestrati, per anni infiniti e interminabili, il fatidico ed inevitabile momento in cui qualcuno con sufficiente competenza informatica, pazienza investigativa e caparbietà avrebbe finalmente guardato con attenzione chirurgica e ostinazione incrollabile nelle profondità dei loro criptati ed inespugnabili file di registro.
Questa complessa ed oscura parte nevralgica, cruciale e fondamentale per tutta l’articolata e monumentale indagine scientifica condotta scrupolosamente dal team internazionale di rinomati esperti informatici forensi che si addentrarono letteralmente nei meandri oscuri dei log e della stringata, crittografata e indecifrabile giungla elettronica. L’accuratissima analisi dei frammentati codici macchina permise in modo spettacolare di estrapolare dai telefoni cellulari recuperati dallo zainetto blu preziose informazioni storiche sulle tempistiche logiche, creando una narrazione oggettiva e terrificante degli orrori digitali silenti ed apparentemente invisibili ai profani, le silenziose impronte lasciate nel mondo virtuale. Le sottili tracce digitali rimaste coraggiosamente impresse nella memoria dei dispositivi delineavano in modo inquietante uno scenario da incubo, tracciando meticolosamente l’orribile e agghiacciante evoluzione del disperato e disorganizzato comportamento tenuto dai terrorizzati prigionieri indifesi rinchiusi ed intrappolati senza pietà umana o speranza tangibile di fuggire dalla morsa.
I goffi, disperati e inefficaci tentativi eseguiti freneticamente dalle due ragazze spaventate nel nobile ma vano intento di sopravvivere in quel paradiso tramutatosi nell’inferno in terra in un breve e fatale lasso di tempo sono stati documentati indelebilmente, registrati per sempre nel gelido silicio del telefono. Questi tentativi frenetici sono presto rimpiazzati violentemente, irrimediabilmente e prepotentemente da una chiara ed evidente interferenza spietata effettuata e perpetrata da terze parti che assumevano crudelmente, gradualmente e progressivamente il totale, dispotico ed opprimente controllo, privandole spietatamente di ogni mezzo tecnologico per gridare al soccorso nel buio. Secondo le precisissime e fredde fatturazioni digitali recuperate dai log, e i diari informatici celati gelosamente, segretamente e indelebilmente all’interno della microscopica e incorruttibile memoria interna e non volatile in dotazione originaria a questi preziosi dispositivi elettronici portatili.
I primissimi e concitati tentativi eseguiti nervosamente dalle dita tremanti per contattare l’aiuto disperato e i servizi d’emergenza, ebbero materialmente e tecnologicamente luogo all’incirca e spaventosamente ben sei lunghe ed eterne ore dopo l’allegro, ignaro e gioioso inizio del cammino speranzoso per le due ragazze olandesi in vacanza all’estero. Nello specifico pomeriggio del primo aprile, alle sedici e trentanove minuti esatti scanditi crudelmente dal server orario, fu tentata faticosamente un’angosciosa e concitata chiamata vocale in uscita, faticosamente indirizzata e lanciata verso il noto e internazionale numero unico di soccorso centododici con la segreta speranza di un riscontro. Questa primissima e tremante operazione fu inoltrata ed effettuata utilizzando fisicamente l’iPhone appartenente originariamente alla giovane Chris Kremers, ma dodici interminabili e tortuosi minuti dopo, alle precise sedici e cinquantuno minuti in punto indicati nell’angosciante orologio nucleare di sistema, le cose peggiorarono inevitabilmente per le povere prigioniere in gabbia.
Fu in quel momento che la coraggiosa ed atletica amica, la bionda e formosa Lisanne, impugnò a sua volta saldamente e disperatamente il suo massiccio e capiente smartphone di ultima generazione, nel vano ed eroico tentativo di cercare ripetutamente e freneticamente la debole linea in entrata dall’esterno. Nessuna di queste ansiogene ed urgenti chiamate d’emergenza indirizzate per chiedere l’intervento delle forze dell’ordine riuscì minimamente, minimamente a connettersi efficacemente e fortunatamente con alcuna cella radiomobile locale di rete del paese del centro america a causa del totale, drammatico, inevitabile ed invalicabile isolamento di quel pezzo di roccia isolato. La totale mancanza tecnica della minima, vitale e necessaria copertura cellulare delle imponenti antenne, in quella precisa ed inospitale porzione nascosta e lontana di fittissima ed isolatissima selva, condannò le sfortunate in silenzio precludendo ogni possibilità vitale in un solo drammatico ed epico disastro logistico.
Nella moderna ed emergente branca psicologica ed analitica applicata allo studio accademico della psicologia umana volta alla disperata sopravvivenza dei mammiferi bipedi in ambienti fortemente degradati e altamente ostili al mantenimento delle funzioni vitali di base si studia questa specifica tipologia comportamentale di stress reattivo improvviso e disorganizzato. Viene comunemente postulato e descritto in ambito clinico e descrittivo l’interessante, lampante e logico concetto psicologico scientifico e teorico detto “finestra di consapevolezza temporale” e di reattività cognitiva associata in seguito a forti stimoli esterni negativi e dolorosi percepiti dalla mente come minaccia immediata ed irrinunciabile alla sopravvivenza dell’individuo stesso. Quando l’incredulo e ignaro individuo medio si scontra crudelmente in maniera repentina con il muro gelido e terrorizzante di un incombente e imminente pericolo di morte letale senza via d’uscita, subentra istantaneamente nel suo petto il gelido freddo mortale del crescente ed irrazionale panico incontrollabile primordiale e scimmiesco.
In caso del temuto insorgere improvviso e inaspettato di un grave ed invalidante infortunio fisico traumatico dolorosissimo o in seguito a una improvvisa ed accidentale, dolorosissima ed imprevedibile caduta dall’alto contro rocce taglienti e spigolose che rompono crudelmente e silenziosamente arti preziosi ed essenziali al movimento ed alla fuga rapida e veloce. Le vittime terrorizzate dal dolore e accecate dal panico reagiscono producendo, chiamando, ed elaborando dozzine di convulse chiamate consecutive una dopo l’altra ed in brevissimo tempo nel goffo, ripetuto, inutile e disperato impulso bestiale che urla la voglia di aggrapparsi tenacemente, stringendo i denti a vuoto in preda ai brividi febbrili del freddo gelido. Cercano ossessivamente in maniera irrazionale ed animalesca di cogliere, afferrare ed imbrigliare fosse anche solo una microscopica, flebile ed invisibile frazione infinitesimale dell’auspicata e benedetta frazione di secondo di un salvifico e provvidenziale segnale radio emesso nello spazio sperando in un miracolo celeste divino misericordioso dall’alto.
Invece, in modo totalmente discordante e contrario a tutto ciò, il pacato comportamento informatico asettico desunto matematicamente e freddamente dalla macchina appartenente all’incubo vissuto dolorosamente dai dispositivi delle quiete e razionali studentesse olandesi differisce profondamente dai tracciati standard tipicamente rilevabili nelle persone normalmente preda del panico disorganizzato dei poveri smarriti senza meta. Questo misterioso ed incomprensibile prolungato, logorante, incomprensibile ed atipico intervallo passivo e riflessivo della durata lunghissima ed estenuante di ben dodici infiniti e calmi minuti che ha interamente e pazientemente separato e diviso l’emissione del primo segnale di allarme dal secondo disperato squillo di richiesta aiuto successivo inoltrato all’esterno. Ciò risulta clamorosamente estremamente atipico e assolutamente e chiaramente fuori dagli schemi logici ed emotivi classici previsti e descritti con minuzia ed abbondanza di particolari nei tomi della clinica medica d’emergenza che non prevede attese ma raffiche compulsive di richieste di emergenza in sequenza fulminea in un disperato ultimo atto di vita.
Questo comportamento digitale distaccato risulta viceversa essenzialmente coincidente con il classico, furbo e calcolato schema informatico tipico di freddi professionisti che cercano di chiamare in segreto o subdolamente persone con grande riserbo stando bene attenti al contesto spaziale per nascondersi evitando di dare nell’occhio a guardie invisibili armate in pattuglia. Come se si stesse letteralmente, angosciosamente e disperatamente nascondendo in fuga dai terribili, implacabili e instancabili crudeli inseguitori che fiutano la preda in silenzio in una lotta mortale tra predatori e vittime indifese chiuse in un oscuro spazio asfissiante angosciante senza alcuno spiraglio di luce salvifica nell’aria. O più verosimilmente e diabolicamente, questi click e silenzi informatici potrebbero benissimo rappresentare spietatamente e freddamente le chirurgiche e matematiche azioni tecniche dei carnefici criminali stessi e dei sadici rapitori in carne ed ossa che si accertano e controllano freddamente collaudando l’assenza totale della preziosa copertura e presenza di un segnale di rete in zona.
Controllano sistematicamente e metodicamente la sicurezza infallibile della fatidica area del tremendo intercettamento brutale dei sequestratori armati operando nel silenzio agghiacciante dal maledetto e drammatico primo giorno inghiottito dal male fino all’inizio del cupo e piovoso quarto giorno di quel disgraziato mese fatale e sanguinario costellato di sofferenze silenziose. In quel lasso di tempo temporale oscuramente cupo sono state rilevate informaticamente delle strane, effimere, microscopiche e rarissime, oltre che inspiegabili per i tecnici indaffarati tra le carte del tribunale panamense che annaspavano disperatamente per tirare fuori una qualsiasi credibile e scialba versione ufficiale. Accensioni sporadiche e incredibilmente e mostruosamente di brevissima durata accese sui dispositivi ritrovati quasi morti, la cui batteria elettrica a litio vitale contenuta nello sfortunato smartphone sudcoreano della giovane sportiva e bella olandese Lisanne si spense ed esalò infine l’ultimo miserabile ma salvifico e muto respiro digitale per sempre annientato.
Il telefono di quest’ultima fanciulla perse completamente ed irreversibilmente e spaventosamente tutta la propria riserva di preziosissima carica d’energia utile al suo flebile ed eroico seppur vano funzionamento proprio allo scoccare dell’inizio di quel fatidico, grigio, freddo, piovoso, umidissimo e disperato oramai quarto di aprile di sventura crudele. Da quel nefasto, sfortunatissimo momento buio e silente, subito dopo l’angosciante e silenziosissimo superamento malinconico delle magiche e fatidiche e buie cinque spettrali di prima mattina velata dalla cortina d’aria fredda tropicale senza alcuno squillo d’allarme, le amiche terrorizzate accendevano e facevano funzionare ad intermittenza ansiosa i telefoni moribondi e speranzosi. Soltanto ed occasionalmente, in preda ad effimeri e deboli attimi di terrore intervallati, premevano il pulsante di riavvio vitale che illuminava debolmente per qualche minuscola ma significativa decina di infiniti, disperati e rapidissimi secondi lo schermo piatto e scuro come il buio e le fauci della bestia che li mangiava e scrutava.
E dopo questo minuscolo momento di luce inesistente e delusione straziante che portava soltanto amarezza e sfiducia assoluta nelle istituzioni statali umane e in cielo muto, provvedevano precipitosamente ad effettuare in lacrime, fretta ed irrazionalità tremante uno stacco ed un immediato spegnimento meccanico manuale ripristinando il buio assoluto e terrorizzante spaventoso. Un dettaglio comportamentale agghiacciante e paradossale consiste nel fatto scientifico che non è stato provato il fatto logico e salvifico secondo cui queste vittime disperate smarrite nella coltre fitta della giungla equatoriale tropicale densa, asfissiante non si apprestavano furbamente ed audacemente a lasciare accesi per necessità vitale, psicologica e funzionale di localizzazione. Non lasciavano accesi mai i preziosissimi strumenti tecnologici portatili e tascabili salvavita apposta in modo audace affinché questi cercassero continuamente, incessantemente e indefessamente di recuperare magicamente ed automaticamente il vitale battito e l’indispensabile impulso della provvidenziale ma lontanissima ed introvabile benedetta rete radiofonica di salvataggio provvidenziale.
In aggiunta a queste stranezze palesi, lampanti e assurde del comportamento umano dettato dall’impeto primordiale reattivo alle angosce profonde che spezzano il respiro dei morituri sofferenti, emerge ancora un ulteriore clamoroso ed inquietante e terrorizzante dato analitico inconfutabile ed incontestabile ricavato dai log file che squarcia il velo dell’ipocrisia panamense. Tali sfortunate fanciulle sperdute per chilometri non utilizzarono in nessun, alcun ed infinitesimale modo le utili funzioni tecnologiche incorporate per disperdere, fugare e allontanare l’assoluta e tremenda tenebra del buio perenne ed assoluto, primordiale ed orribilmente insondabile abisso che dimora costantemente ed avidamente all’interno degli incubi più tetri e neri, ma soprattutto della giungla equatoriale reale notturna oscura. E inoltre e cosa pazzescamente e in modo straziante del tutto e atipicamente irrazionale e illogica alla reazione disperata delle menti umane condannate, non impiegarono mai un misero secondo del loro calvario e disperato e misero ma vitale tempo al mondo per comporre commoventi lacrimevoli ed indelebili messaggi di affettuoso epilogo da mandare alla propria desolata, adorata, angosciata famiglia lontana oltre oceano in patria in pianto disperato continuo.
Nella giornata tragica densa e buia del disperato tre aprile, ad un orario spaventosamente ed irrazionalmente puntuale scandito precisamente dai meccanismi alle quindici ed infauste e tristi cinquantanove dei minuti contati della giornata, accadde tecnicamente all’interno e tra le oscure ed inestricabili pieghe digitali di sistema un evento criptato strano, subdolo che segna una tremenda spaccatura logica netta del racconto fasullo panamense di scuse burocratiche. Il telefono in custodia passata forzatamente ad ignoti criminali sblocca e dischiude miracolosamente uno spiraglio digitale maledetto quando l’applicazione misteriosa e diabolica apre il contatto riservato, privato ed esclusivo dell’affabile proprietario ignaro ed accogliente dell’umile casetta rurale in affitto per due povere studentesse sita in fondo valle nella solare cittadina sperduta di Boquete. Quel nome e numero di contatto rubrica privato dell’ospite pagante e fiducioso ed attento locatore dell’umile ma felice magione lontana e silenziosa a valle nella pace apparente, venne frugato crudelmente e ricercato disperatamente da un manipolatore senza alcun scrupolo, freddamente, spietatamente, cinicamente all’interno e con un’attenta ricerca esclusivamente e totalmente manuale e calcolata digitalmente digitando le singole dita sui minuscoli tasti rotondi.
Questo comportamento digitale significa freddamente che il numero inserito cercato ed inoltrato in rubrica non risultava affatto essere già precedentemente registrato, inserito cautelativamente e saggiamente, conservato ed immagazzinato nella sicura memoria digitale standard rubrica telefonica personale di contatto quotidiano ed assiduo utilizzo, ma fu digitato spudoratamente per l’occasione dal bruto ignoto operatore criminale spudorato in cerca di qualcosa a noi ancora misterioso ed incomprensibile sfuggente all’occhio dell’analista stanco. Eppure l’atto digitale fu bruscamente interrotto prima, e per questo strano caso clamoroso e spiazzante la chiamata logica, necessaria, utilissima ed audace di possibile vitale utilità alla vita e all’urgenza e salvezza per le due sfortunate povere creature sequestrate o spaventate perse all’addiaccio nel buio del freddo bosco in realtà per un motivo imponderabile al log di calcolo non partì affatto via etere senza colpo ferire e la vita si spense lentamente in agonia disperata muta inascoltata al mondo cieco ed ingiusto ignaro. Questa è la più chiara, lucida, lapalissiana, cristallina, fredda, chirurgica e raggelante disarmante brutale evidenza informatica logica spudorata e cruda lampante palese che squarcia impietosamente l’orrido velo di pietosa menzogna dello Stato di Panama. Qualcun altro con dita estranee stava attivamente ma crudelmente cercando a forza in quel preciso tremendo, crudele istante nel tempo ed orario esatto un escamotage o pretesto calcolato. Cercava una subdola, segreta ma spudorata via d’uscita tecnica occulta o una bieca modalità d’emergenza o un escamotage alternativo subdolo machiavellico spietato per contattare abilmente la potenziale terrorizzata vittima di rapimento oppure in alternativa freddamente analizzava spiando illecitamente i contatti pregressi affettuosi registrati dalla povera preda sacrificale ormai irrimediabilmente e silenziosamente spacciata al triste mondo e al cielo ignaro e spietato che non l’ascoltava muto in lacrime dal cielo con pioggia amara.
Le fredde e cliniche analisi condotte rigorosamente su questi agghiaccianti dati continuarono senza sosta a svelare oscuri e tenebrosi segreti matematici sepolti. A partire precisamente e crudelmente dalla fosca e nebulosa giornata del cinque e funesto aprile in poi per sempre l’amato fido fedele gioiello tecnologico della sfortunata vittima dal destino già compiuto orribilmente venne crudelmente acceso e riavviato disperatamente, continuamente e ripetutamente ma ostinatamente e clamorosamente e inequivocabilmente fallimentarmente. E tutto ciò avveniva freddamente ed agghiacciantemente ma clamorosamente senza che mai più dal disgraziato giorno fosse in modo alcuno e modo, per un attimo, per un istante, e con la minima benché irrilevante correttezza inserito con destrezza il benedetto numerino personale magico, ovverosia il famoso in codice tecnico ed impietoso ma infallibile log pin segreto per accedere al cuore morbido dei preziosi magici agognati intimi dati speranzosi salvavita.
Quindi da quel momento catartico freddo e tecnologico in avanti verso il buio infernale inesorabilmente calato come mannaia mortale sulle povere anime illuse in vacanza ridente disperata il freddo ed insindacabile brutale totale e ferreo spietato e disarmante scientifico e crudele infallibile totale controllo tecnologico logico strutturale operativo gestionale in carico completo spietato e letale sul delicato, intelligente, costoso formidabile ma debolissimo vulnerabile indifeso piccolo congegno intelligente venne integralmente del tutto, inevitabilmente senza alcuno scampo crudelmente, sfacciatamente disperatamente ed ampiamente drammaticamente ed ampiamente totalmente per sempre spietatamente ed irreversibilmente e senza alcuna minima pietà per sempre perso irrimediabilmente sfuggito dalle povere candide dita dalle unghie fragili terrorizzate delle disperate vittime cadute per sempre nelle letali, mostruose crudeli spietate fredde invisibili sudice unghie insanguinate mani stringenti del freddo e insensibile spietato macellaio di carne umana di passaggio indifferente assassino rapace mortale.
E quindi il dilemma logico che la scienza panamense ha nascosto ma la coraggiosa scienziata tedesca ha squarciato si traduce ed esplicita con questa lampante amara fredda verità dolorosa oggettiva per i poveri disperati ma eroici innamorati piangenti logorati addolorati stanchi sfiniti e arrabbiati con lo stato panamense colpevole e disinteressato. Le povere anime indifese delle amate coraggiose intelligenti proprietarie legittime e povere indifese vittime sequestrate sono e si ritrovano logicamente o clinicamente spaventosamente prive da tempo dei sensi cadute con occhi vitrei sbarrati e chiusi di forza percosse o cadute a terra malamente e tragicamente ma comunque irrimediabilmente ed agghiacciantemente cadute in fondo al sonno del perenne comatoso ma pietoso stato svenuto, e quindi palesemente per i medici legali e per la scienza panamense fallace e corrotta forse giacciono morte stecchite fredde putride distrutte marce o trucidate a sangue freddo o brutalmente disumanamente macellate con lama tagliente fredda di machete arrugginito locale spietato. Oppure nell’alternativa più cruda triste ma logica che non cambia una virgola della fine e del disastro agghiacciante della vicenda umana orribile. I famosi tanto agognati furbi costosi cellulari magici intimi personali ed insostituibili piccoli magazzini di gioie affetti e scatti vitali felici disperatamente giacciono o cadono pesantemente e sfacciatamente e freddamente saldi tra le luride spietate tozze violente ed omicide sadiche zozze crudeli irte ma solide rudi tremende possenti letali e spietate sudaticce mani rapaci tremanti sadiche e feroci del malvagio sadico carnefice e sequestratore. Che spaventosamente brutalmente ma disperatamente cerca e brancola invano perché non conosce affatto ed ingora palesemente banalmente semplicemente freddamente ignorando cinicamente miseramente rovinosamente disperatamente per sempre il fatidico agognato minuscolo preziosissimo codice segreto e numerino minuscolo pin di sblocco a quattro cifre banale ma per lui impossibile.
E nel cupo e spaventoso scoccare del triste funesto piovoso grigio sei crudele crudele e disperato logorante di questo fatale drammatico triste doloroso amaro aprile per il calendario si arriva finalmente drammaticamente al culmine palese sfacciato inconfutabile irrisolto orrore. Che il brutale log freddo sbatte in faccia violentemente senza pietà alla logica burocratica di stato e si tramuta palesemente scientificamente drammaticamente e inequivocabilmente nella schiacciante e schietta ed indubitabile ma lapalissiana drammatica dolorosissima freddissima inattaccabile amara ma definitiva e raggelante cruda realtà spietata dell’abominio umano inaudito in atto celato dall’ipocrisia delle scartoffie degli sceriffi sudati panamensi locali. Furono precisamente freddamente agghiacciantemente matematicamente freddamente spietatamente cinicamente irrazionalmente testardamente aggressivamente disperatamente furiosamente furiosamente eseguiti ed inascoltati loggati e stampati in log invisibile un numero inaudito assordante infinito estenuante ed interminabile agghiacciante clamoroso impensabile enorme esagerato sadico e folle crudele numero mostruoso ed incessante e pervicace sfacciato crudele ma testardo caparbio brutale numero di settantasette reiterati crudeli inutili folli futili fallaci ed aggressivi mostruosi sadici errati maldestri goffi rozzi rudi vani falliti e violenti continui brutali disordinati spietati fallaci infiniti disperati ma incessanti falliti testardi tentativi consecutivi di ingresso disperato ignorante stupido barbaro vano con cifre assurde consecutive.
Questo è chiaramente sfacciatamente inconfutabilmente esplicitamente categoricamente tecnicamente asetticamente per gli uomini che indossano spessi occhiali e camici da tecnici esperti e navigati del freddo silicio dei tristi spietati e silenziosi inascoltati laboratori criminalistici e scientifici europei d’avanguardia spietati asettici e brillanti è oggettivamente e semplicemente un colpo da maestro o un agghiacciante esempio sfacciato barbaro bruto esplicito spudorato ed irrimediabile spietato crudele goffo. Si parla nel crudo e freddo, ostico asettico ermetico cinico angoscioso spietato vocabolario tecnico dei periti informatici mondiali e studiosi analisti programmatori sadici spietati del triste spietato cinico asettico ed algido e crudo ma realista calcolatore esatto asettico freddo gergo di sicurezza cibernetica internazionale spietata asettica infallibile rigorosa. Di un brutale palese mostruoso goffo inesorabile crudele ma classico metodico violento rudimentale ma spaventoso irrefrenabile stupido banale ingenuo testardo incessante barbarico animale primitivo rozzo ignorante inefficace ma irrefrenabile aggressivo brutale letale e violento sadico attacco informatico grezzo definito freddamente nel sadico silicio algoritmico scientifico esatto della letteratura hacker in codice macchina come un orribile ed inesorabile crudele spietato attacco informatico maldestro definito tecnicamente “brute force”.
È il sintomo letale agghiacciante oggettivo infallibile palese logico freddo asettico ma di un maldestro spudorato grezzo rudimentale ma agghiacciante crudele sfacciato violento cinico brutale animalesco testardo incessante violento maldestro ed aggressivo palese palese sconsiderato deliberato volontario malevolo attacco spietato folle barbaro crudele da manuale di terrore spietato folle irrisolto agghiacciante spietato palese palese esplicito rozzo letale irrimediabile da parte oscura in corso folle asettico e pervicace testardo grezzo. E si palesa orribilmente agghiacciantemente spietatamente clamorosamente in tutta la sua brutale cruda e cinica sadica goffaggine maldestra aggressività rozza furiosa barbarie tecnologica primitiva e rudimentale rozza e letale brutale sfacciataggine cinica spietata testardaggine rozza brutale spietata sfacciata crudele come l’unica prova regale indiscutibile fredda di un intervento alieno da parte del malvagio sequestratore spietato terzo terzo esterno spudorato ignoto carnefice freddo boia spietato. Questo sconosciuto estraneo boia tenta invano aggressivamente sadicamente freneticamente crudelmente barbaramente goffamente rozzamente furiosamente rabbiosamente disperatamente crudelmente sadicamente follemente maldestramente goffamente di irrompere barbaramente di forza digitalmente per sventrare il cuore molle segreto personale di sbloccare ed hackerare forzare sfondare annientare digitalmente invadere abbattere spietatamente sfondare stuprare forzare brutalmente spietatamente sadicamente cinicamente disperatamente furiosamente ed invano la fragile piccola indifesa serratura digitale elettronica asettica invisibile protettiva virtuale ma infallibile e letale del piccolo e costoso dispositivo e scrigno digitale amato salvavita silente muto disperato invincibile.
Il fine sadico spietato crudo agghiacciante ultimo cinico barbaro spudorato oscuro di questa ridicola grezza maldestra inesorabile continua goffa brutale mostruosa aggressione al silicio indifeso tascabile freddo e asettico è quello ovvio palese freddo sadico spudorato cinico logico barbaro sfacciato goffo grezzo barbaro primitivo ignorante asettico testardo spietato letale brutale folle agghiacciante freddo asettico banale palese crudele testardo sadico cinico e crudele sfacciato. È il fine cinico subdolo spietato calcolato spietato di sfacciatamente spudoratamente rudimentalmente ed asetticamente audacemente cinicamente impudentemente brutalmente controllare frugare smontare e radiografare spiando viscidamente e goffamente ed aggressivamente in maniera barbara brutale infima meschina vigliacca sadica fredda grezza testarda crudele brutale disperata esaminare controllare verificare ispezionare viscidamente il prezioso ed intimo segreto delicatissimo importantissimo indifeso inerme innocente segreto innocuo ma potenzialmente pericoloso log e contenuto dei due amati agognati telefoni. Ma tra queste miriadi ed innumerevoli clamorose infinite sbalorditive agghiaccianti tristi oscure e penose clamorose e folli fredde ciniche calcolate indubitabili asettiche indiscutibili amare goffe raggelanti tetre e letali scientifiche tristi cupe spietate barbariche sfacciate clamorose prove di logica deduzione matematica indiscutibile palese e schiacciante, c’è una scoperta su tutte che ha letteralmente squarciato a metà le coscienze dei buoni cittadini del mondo attoniti dal clamore mediatico planetario di questa brutta sporca inimmaginabile vicenda sanguinosa.
La più oscura profonda clamorosa raccapricciante scioccante terribile atroce infima agghiacciante mostruosa letale brutale spaventosa inconfutabile pazzesca agghiacciante letale crudele sbalorditiva sensazionale palese spudorata macabra e letale epocale sconvolgente tremenda sbalorditiva sconvolgente crudele sensazionale sfacciata e sconvolgente rivelazione clamorosa scoperta epocale sensazionale sensazionale sensazionale sensazionale sensazionale palese degli onesti studiosi professionisti indipendenti ed integerrimi nel duemilaventicinque al caldo dei loro asettici silenziosi sicuri puliti e confortevoli laboratori occidentali e moderni europei al riparo dal sole. Scoperta ed analisi sensazionale agghiacciante letale spietata sfacciata che sconvolge letale mostruosa logica fredda brutale sensazionale e palese sfacciata palese clamorosa ed asettica ma sconvolgente clamorosa logica e sconvolgente e palese clamorosa logica mostruosa clamorosa. Consiste nella cosiddetta lugubre sinistra oscura tetramente nominata tristemente scientificamente asetticamente ma freddamente agghiacciantemente poeticamente asetticamente descritta nel triste fascicolo freddo cartaceo burocratico statale triste amaro grigio polveroso triste e letale di Panama tristemente famoso come il file e l’indizio freddo agghiacciante noto in gergo asettico come palese palese logica fredda orrenda come “zona morta artificiale e provocata”.
Iniziando ad analizzare freddamente i tristissimi oscuri agghiaccianti brutali freddi e muti asettici e chirurgici tetri e clinici log infami file di sistema silenti e testardi dell’ingenuo inascoltato dispositivo tecnologico a partire dal giorno disgraziato crudele amaro buio ed epico fatale del maledetto oscurato e piovoso amaro tragico primo e malinconico aprile freddo amaro fatale letale di terrore spietato panico totale. I file di registro e di diagnostica asettici palesi crudeli indomiti tetri asettici log letali infallibili e inconfutabili del coraggioso sfortunato ma eroico telefonino muto fedele ma indomito triste asettico asettico asettico infallibile testardo asettico inascoltato iPhone hanno registrato e stampigliato come fuoco bruciante sul marmo la loro triste ineffabile spietata e fredda asettica diagnosi. Hanno inciso clamorosamente sfacciatamente asetticamente testardamente freddamente spudoratamente inconfutabilmente palesemente e scientificamente per l’eternità asettica un dato crudo palese agghiacciante crudele sfacciato orribile logico letale schiacciante sfacciato logico spietato asettico brutale ineffabile triste e cinico matematico numero, un livello clamoroso asettico sfacciato triste crudele ed artificiale anomalo sfacciato logico di potenza logica brutale del raggio e della spinta e vigore e forza brutale del minuscolo inascoltato radiante ed utile e salvifico segnale logico salvifico.
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