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Le sorelle Hazelridge furono ritrovate nel 1981: ciò che dissero era troppo inquietante per essere reso pubblico.

Nel cuore di un inverno particolarmente crudele, quello del millenovecentottantuno, due giovani agenti della polizia statale si imbatterono in una scena in grado di gelare il sangue nelle vene a chiunque. Si trovavano di fronte a un’antica e fatiscente fattoria isolata ai margini di una fitta foresta, un edificio spettrale che nessuno aveva più osato aprire da ben quarantatré lunghi anni. La massiccia porta d’ingresso in legno di quercia era stata metodicamente e disperatamente sigillata dall’interno, usando decine di pesanti chiodi di ferro ormai completamente arrugginito e deformato dalla forza cieca e disperata.

Quando i due agenti riuscirono finalmente a fare irruzione frantumando il legno marcio a colpi di piede di porco, lo scenario che si palesò ai loro occhi sgranati fu tanto assurdo quanto profondamente inquietante. Scoprirono due donne incredibilmente anziane sedute compostamente a un modesto tavolo da cucina, con le mani giunte in grembo e coperte di polvere, immerse in una pacifica e rassegnata attesa che sfidava ogni logica umana. Le due donne, che si rivelarono essere sorelle consanguinee, avevano ormai superato abbondantemente e da molto tempo la soglia dei settant’anni di età anagrafica e indossavano abiti tipici di un’epoca che il resto del mondo aveva ormai dimenticato da svariati decenni.

Quando i poliziotti, visibilmente scossi e disorientati da quell’atmosfera polverosa, chiesero loro per quale assurdo motivo si fossero rinchiuse in quella oscura prigione volontaria fin dal millenovecentotrentotto, le donne si scambiarono una singola occhiata indecifrabile. Poi, tornando a fissare gli agenti infreddoliti con occhi straordinariamente limpidi e fin troppo consapevoli della realtà che le circondava, una di loro sussurrò con voce ferma che lo avevano fatto per un motivo di vitale importanza. Dichiarò apertamente e senza alcuna esitazione o tremore nella voce che il loro estremo e prolungato isolamento in quell’oscurità perpetua era servito unicamente a proteggere l’intero mondo esterno da un pericolo indicibile e inarrestabile.

Le registrazioni audio dei loro lunghi e disturbanti interrogatori ufficiali vennero misteriosamente e tempestivamente secretate dalle più alte autorità governative nel giro di appena settantadue ore dal loro inaspettato e macabro ritrovamento tra i boschi. Tutto quello che state per leggere attraverso questo lungo resoconto rappresenta una cronaca dettagliata, oscura e psicologicamente angosciante che non è mai stata resa di dominio pubblico o condivisa con la stampa prima di questo preciso istante storico. La vasta e nebbiosa proprietà fondiaria conosciuta dalla gente del posto con il nome di Hazel Ridge era rimasta sui radar burocratici e catastali della contea per svariati decenni, sfuggendo sempre, tuttavia, a controlli ispettivi approfonditi o a interventi diretti.

Eppure, nonostante le evidenti anomalie amministrative e il mistero che avvolgeva quel luogo abbandonato, nessuno aveva mai intrapreso alcuna azione legale o ispettiva concreta per indagare a fondo su quella terra silenziosa e apparentemente abbandonata da Dio e dagli uomini. Questa oscura tenuta si trovava a circa tre miglia di distanza dai confini ufficiali della fredda cittadina, completamente circondata e in un certo senso soffocata da boschi di pini neri fitti, antichi e quasi impenetrabili alla semplice luce del sole mattutino. Era fisicamente accessibile in automobile o a piedi esclusivamente tramite una singola e dissestata strada sterrata e piena di voragini, la quale veniva regolarmente e inesorabilmente spazzata via dalle piogge torrenziali e nevicate di ogni singola e maledetta primavera locale.

I polverosi e consunti registri fiscali conservati con noncuranza negli archivi locali dimostravano inequivocabilmente e in modo matematico che la terra maledetta apparteneva ininterrottamente da molte generazioni all’antica, facoltosa e sempre più misteriosa famiglia dei Marsh. Più specificamente, l’ultimo atto di proprietà registrato era nominalmente intestato a due sorelle nubili chiamate Dorothy ed Evelyn Marsh, venute al mondo rispettivamente nel lontano millenovecentosei e nel successivo anno millenovecentonove, in un’era ormai inghiottita dal fluire del tempo inesorabile. Queste due uniche eredi rimaste in vita in quell’albero genealogico erano ormai diventate figure quasi mitologiche e spettrali per i pochissimi e rari abitanti anziani della zona che ancora si ricordavano vagamente del loro antico prestigio e splendore sociale prima dell’isolamento.

Assolutamente nessuno in tutta la tranquilla e monotona cittadina di Hazel Ridge aveva mai più visto i loro volti pallidi, o avuto notizie certe delle sorelle Marsh a partire da quel fatidico e gelido inverno del millenovecentotrentotto. La casa padronale stessa era una classica e massiccia fattoria a due piani costruita in severo stile rurale, la cui vernice originariamente bianca e brillante era ormai da lunghissimo tempo ingrigita, scrostata e divorata da una muffa nera e strisciante. L’intero edificio mostrava ovunque e in modo drammatico i segni evidenti delle intemperie implacabili, del totale abbandono umano e di un inesorabile decadimento strutturale del legno che sembrava quasi riflettere in forma architettonica un’oscurità interiore e malvagia in agguato nel profondo.

Tutte le ampie e fragili finestre di vetro situate al piano terra dell’imponente abitazione erano state pesantemente sbarrate e accuratamente sigillate con grosse e ruvide assi di legno inchiodate dall’interno verso l’esterno, creando così una barriera visiva insormontabile per chiunque stesse fuori. Il vecchio e alto camino in pietra scura che troneggiava sul tetto spiovente non mostrava assolutamente alcun segno di fumo, fuliggine o di calore per un lunghissimo periodo di tempo che andava ben oltre la fallace memoria umana collettiva dei pochi abitanti del posto. I pochissimi e distanti vicini di casa, terrorizzati dalle leggende metropolitane create su quella collina, riportavano balbettando di aver visto occasionalmente delle strane luci tremolanti muoversi irregolarmente dietro le sporche finestre del secondo piano durante le notti più buie e tempestose dell’anno.

Tuttavia, la stragrande maggioranza delle persone logiche e razionali che popolavano quella pacifica contea aveva semplicemente ipotizzato che si trattasse di adolescenti ribelli, delinquenti locali o di vagabondi disperati che usavano illegalmente quel luogo tetro e fatiscente come rifiugio temporaneo gratuito contro il freddo. Tutti gli abitanti che vivevano entro i confini della giurisdizione della contea credevano ciecamente e fermamente che le fantomatiche e misteriose sorelle Marsh fossero tragicamente morte da decenni o che si fossero trasferite segretamente molto lontano prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Poi, nel rigido mese di gennaio dell’anno millenovecentottantuno, un solerte e attento tecnico di un’azienda locale di servizi pubblici notò un’anomalia contabile microscopica che, partendo da un semplice foglio di carta, avrebbe cambiato per sempre la storia macabra di quel paese isolato.

L’uomo in questione, che stava semplicemente e distrattamente cercando di aggiornare per volere del comune le vecchie e inesatte mappe della rete elettrica locale al fine di un ammodernamento, scoprì con enorme stupore qualcosa di assolutamente inspiegabile e tecnicamente impossibile per le leggi della fisica applicata all’abbandono. La vecchia fattoria in legno abbandonata dei Marsh stava incredibilmente e innegabilmente ancora assorbendo energia elettrica viva e pulsante dalla rete principale del comune, mantenendo questa operazione in modo costante e ostinatamente ininterrotto da decine e decine di anni a quella parte. Non si trattava affatto di un massiccio e dispendioso grande consumo di voltaggio, ma di un flusso elettrico minimo, debole ma continuo che si ripeteva ostinatamente identico a se stesso mese dopo mese, stagione dopo stagione, come il flebile battito cardiaco di un moribondo attaccato alle macchine.

I registri documentavano in maniera incontrovertibile che per oltre quarant’anni ininterrotti e silenziosi, un’entità sconosciuta o una persona fisicamente invisibile al mondo aveva continuato a pagare in modo puntuale e regolare quella piccola ma oltremodo significativa bolletta dell’energia elettrica fatturata. Quando il tecnico visibilmente allarmato segnalò frettolosamente questa inquietante e misteriosa anomalia finanziaria ai distratti uffici amministrativi della contea, gli impiegati decisero, spinti da una certa e insolita curiosità morbosa, di incrociare immediatamente e minuziosamente quei dati elettrici con i vecchi registri fiscali fondiari accumulati in archivio. Fu esattamente in quel caotico momento di alta tensione burocratica che i dipendenti statali scoprirono esterrefatti che anche le esose tasse di proprietà venivano regolarmente e inesplicabilmente saldate fino all’ultimo centesimo tramite un sistema bancario completamente automatizzato, antico ma del tutto infallibile nel suo inesorabile procedere.

Tali pagamenti sistematici ed esatti provenivano silenziosamente da un oscuro conto corrente bancario blindato, che era stato meticolosamente istituito e ampiamente finanziato da una mano anonima nel lontano anno millenovecentotrentasette, ovvero esattamente poco tempo prima della sparizione definitiva e accertata delle due donne. Quel conto finanziario specifico e dimenticato da Dio non era mai stato toccato o modificato in alcun modo da nessun’anima viva del pianeta Terra, eccezion fatta per quelle due singole e perpetue transazioni di pagamenti mensili e annuali destinati inesorabilmente a mantenere legalmente e fisicamente inviolata la magione. Lo sceriffo della contea in carica in quell’epoca buia, un uomo severo, pragmatico e oltremodo razionale che rispondeva al nome di Richard Holloway, decise incrociando le mani dietro la schiena che la situazione anomala appena scoperta giustificava legalmente e moralmente un formale controllo di benessere ufficiale sul posto con pattuglia.

Incaricò dunque senza perdere altro tempo due agenti inesperti ma ligi al dovere della polizia statale, i giovani e ignari Daniel Kovacs e James Brennan, ordinando loro di recarsi immediatamente sul posto con l’auto di ordinanza per investigare approfonditamente la mattina del quattordici gennaio millenovecentottantuno. Era un mercoledì lavorativo qualunque ma caratterizzato da un freddo pungente, spietato e in grado di congelare l’aria nei polmoni, con la temperatura atmosferica esterna che si aggirava rigidamente e pericolosamente intorno ai nove letali gradi sotto lo zero termico che paralizzavano ogni creatura in natura. Entrambi quegli sfortunati agenti di polizia avrebbero successivamente richiesto con urgenza, ottenuto in modo frettoloso e quasi disperato dei trasferimenti operativi e lavorativi immediati verso contee completamente diverse e lontane entro la brevissima e sospetta tempistica di soli sei mesi da quella traumatica e sconvolgente visita ispettiva domiciliare in mezzo ai boschi.

L’agente Kovacs, tormentato incessantemente in ogni istante della sua vita dai ricordi oscuri di quella giornata, alla fine crollò psicologicamente e abbandonò del tutto e per sempre le forze dell’ordine per cercare un umile lavoro alienante che non lo mettesse mai più di fronte a nessuna forma di mistero ignoto dell’esistenza umana. Quando in seguito i suoi vecchi amici più cari o i suoi preoccupatissimi parenti prossimi gli chiedevano con insistenza e affetto il vero motivo scatenante di una scelta vitale e professionale così repentina e drastica, lui si limitava a rispondere elusivamente fissando sempre il vuoto con un’espressione del tutto assente, catatonica e profondamente terrorizzata dal mondo invisibile. Ripeteva incessantemente, a voce bassa come per non farsi sentire da entità maligne e sempre attente, che ci sono assolutamente e purtroppo certe cose oscure e innominabili su questo mondo marcio che, una volta che hai avuto la sfortuna cosmica di vederle con i tuoi stessi occhi, alterano irrimediabilmente e permanentemente il modo in cui riesci a trovare la pace chiudendoli per dormire durante la notte.

Il suo solido collega e compagno di pattuglia Brennan, d’altra parte e con un approccio totalmente e radicalmente opposto per gestire il medesimo terrore cosmico vissuto assieme, decise di stringere un patto di totale e ferrea omertà e di non parlare mai più pubblicamente o privatamente di quell’evento traumatico con nessun organo di stampa o nuovo collega di lavoro in divisa. Fu incredibilmente solo molti anni dopo il suo congedo definitivo che la sua stessa adorata figlia, sentendo il peso di quella segretezza gravare anche su di lei come un’eredità velenosa, rivelò pubblicamente e coraggiosamente un dettaglio inquietante e sinistro sulla vita privata del genitore maturato in seguito a quella maledetta e raggelante chiamata ricevuta per ispezionare la casa di Hazel Ridge. L’uomo, infatti, in preda a un bisogno disperato e irrazionale di protezione spirituale dalle forze invisibili che permeavano il cosmo freddo, aveva iniziato a frequentare assiduamente e quasi compulsivamente la piccola chiesa locale in pietra per ben tre lunghissime volte alla settimana in modo ininterrotto, abbracciando per pura disperazione terrena un comportamento devoto e paranoico che non aveva mai in alcun modo manifestato o concepito in modo sensato durante l’intero arco della sua vita precedente a quell’incubo diurno.

Quando gli affaticati agenti Kovacs e Brennan arrivarono ai fangosi margini della fatiscente e immensa proprietà in rovina durante quella grigia e opprimente mattina di gennaio senza sole, la primissima cosa innaturale che colpì violentemente i loro sensi allerta fu il pervasivo e disturbante silenzio assoluto dell’ambiente circostante privo di vita. Non c’era in alcun modo il minimo trillo o canto di poveri uccelli invernali nell’aria gelida che gravava su di loro, né si riusciva a percepire il benché minimo fruscio ristoratore del vento gelido che normalmente avrebbe accarezzato o scosso in modo naturale i lunghi e contorti rami spogli degli alberi secolari e spettrali circostanti l’imponente abitazione padronale immersa in quella bolla senza suono temporale. Era di fatto una quiete psicologicamente opprimente e biologicamente innaturale, una pesante stasi sensoriale assoluta che lo sconvolto Kovacs avrebbe disperatamente cercato di esorcizzare e descrivere in seguito nei suoi caotici diari terapeutici personali come la bizzarra sensazione fisica in cui persino l’aria atmosferica stessa sembra che stia trattenendo a lungo e penosamente il respiro in attesa dell’inevitabile arrivo di qualcosa di inenarrabilmente ed estremamente antico e malvagio.

La massiccia porta d’ingresso della spaventosa casa abbandonata era formata da un enorme e pesante pannello solido di quercia massiccia e stagionata che sembrava visivamente e fisicamente in grado di resistere stoicamente a qualsiasi attacco fisico umano o alle peggiori intemperie naturali portate dal mutare inesorabile delle stagioni ostili susseguitesi in quegli ultimi lunghissimi quaranta e più anni. Come i due giovani poliziotti inesperti ma attenti notarono quasi subito con un palpabile e crescente sgomento interiore misto a genuina confusione razionale, la porta era stata pesantemente inchiodata e accuratamente sigillata in modo inusuale, ma assolutamente e in modo inequivocabile non dall’esterno per cercare di tenere lontani i normali e semplici curiosi o i ladri di passaggio in quel luogo disperso per boschi. Il certosino, maniacale e disperato lavoro di totale sigillatura difensiva era stato eseguito e perfezionato metodicamente ed esplicitamente dall’interno stesso dell’imponente e buia struttura in disfacimento, operando minuziosamente e febbrilmente esattamente come ci si aspetterebbe logicamente da qualcuno che, in preda al puro terrore atavico, cerca disperatamente, ciecamente e in modo paranoico di barricarsi fisicamente per difendere la propria vita contro una qualche insondabile, invisibile e letale minaccia esterna inesorabilmente e rapidamente incombente dall’ombra spessa della notte boschiva.

Decine e decine di enormi e massicci chiodi di fabbricazione artigianale e industriale in puro ferro pesante erano stati deliberatamente e con ostinazione conficcati in modo definitivo con pura e disperata forza brutale direttamente attraverso il considerevole spessore durissimo della porta di quercia e conficcati inesorabilmente e irreversibilmente fino a penetrare nel cuore del telaio portante del grosso e umido muro perimetrale e della facciata frontale in putrefazione. Molti di questi grossi chiodi metallici neri e arrugginiti apparivano in modo preoccupante visibilmente e innaturalmente piegati a metà o pesantemente e irrimediabilmente deformati su se stessi, a causa dell’evidente ed estrema forza cieca, irrazionale, disperata e frenetica impiegata in modo isterico dai colpi di martello inferti innumerevoli e stancanti anni addietro per suggellare quell’ambiente nel millenovecentotrentotto. Anche rigorosamente tutte le oscure finestre a vetri che apparivano visibili ed ispezionabili all’occhio clinico umano passeggiando al primo piano fatiscente dell’edificio maledetto erano state meticolosamente sbarrate dall’interno e completamente annullate nella loro funzione primaria, seguendo un oscuro criterio di isolamento identico, parallelo e altrettanto lucidamente paranoico e sistematico per impedire in modo assoluto e categorico qualsiasi forma di minima e sgradita intrusione esterna visiva o fisica all’interno dell’edificio da parte di entità sconosciute.

Grosse e spesse e pesantissime assi di legno grezzo e ruvido erano state inchiodate orizzontalmente, verticalmente e trasversalmente di traverso sui sottili vetri sbiaditi e ragnatelati sempre operando chirurgicamente in modo esclusivo e disperato solo dall’interno della stessa imponente struttura, creando così all’istante una barriera buia quasi fisicamente e idealmente impenetrabile per qualsiasi entità viva e vegeta. Queste lugubri e oscure assi di sbarramento si sovrapponevano irregolarmente ma ostinatamente in molti punti nevralgici e cruciali dei vari telai in legno fradicio dei serramenti, esattamente e intenzionalmente come se chiunque avesse mai compiuto personalmente quel duro e lungo lavoro di carpenteria dettato dal terrore volesse in tutti i modi e a tutti i costi essere assolutamente e indubitabilmente certo oltre ogni ragionevole e folle dubbio che nessuna, e ribadiamo assolutamente nessuna sottilissima e minuscola fessura di luce fioca potesse mai per nessun motivo entrare per caso dal mondo esterno a illuminare le stanze o, ancora peggio, fuggire inavvertitamente e debolmente dall’interno per rivelare qualche tetro segreto alla foresta. L’intento oscuro ed evidentemente perverso alla base di quella spaventosa, elaborata e grottesca architettura difensiva basata sul legno inchiodato in modo ossessivo e maniacale non era per niente finalizzato esclusivamente e banalmente al semplice e rassicurante fine di non far entrare o intrufolare assolutamente e fisicamente nulla dall’esterno ostile dei boschi ghiacciati, ma al contrario era anche mirato ciecamente al macabro proposito di assicurarsi a ogni costo vitale che assolutamente e in alcun modo niente di innominabile potesse mai per errore uscire in libertà.

Mentre l’allarmato, incredulo e sudato agente Brennan comunicava nervosamente e faticosamente via radio analogica la strana e innaturale situazione statica ambientale direttamente alla calda e lontana stazione centrale operativa, il suo sfortunato collega Kovacs, ignorando l’istinto primordiale di fuga immediata che albergava nel suo stomaco, iniziò coraggiosamente a ispezionare nervosamente e in modo sistematico l’intero buio e silenzioso perimetro esterno dell’abitazione in triste e putrescente rovina strutturale in mezzo al nulla fangoso di un inverno implacabile e spietato come pochi altri a memoria d’uomo. Scoprì ben presto con un senso di montante nausea e sgomento razionale che la vecchia porta in legno logoro situata in penombra sul retro della facciata principale presentava esplicitamente le stesse e identiche, morbose e paranoiche caratteristiche ossessive di estrema e irremovibile sigillatura strutturale riscontrata poco prima e con orrore sulla porta d’ingresso principale della fattoria in decadenza totale. Perfino il pesante e massiccio ingresso a ribalta orizzontale incastonato tra le erbacce morte che conduceva scendendo rapidamente e ripidamente alla fredda e buia cantina sotterranea nascosta sotto la casa era stato chirurgicamente e definitivamente e pesantemente sigillato nel profondo colando litri di un ruvido e solido cemento a presa rapida di colore grigio direttamente sopra tutti i pesanti cardini metallici necessari in tempi antichi per il suo stesso naturale e quotidiano movimento rotatorio e funzionale alla vita rustica.

Ogni singolo e teorico potenziale minuscolo e remoto punto di accesso, varco, pertugio o fessura alla vecchia e disperata casa era stato pertanto metodicamente, ossessivamente e perentoriamente e in modo del tutto definitivo e folle isolato permanentemente e con l’uso esclusivo della forza cieca dal resto dell’immenso e vivo mondo esterno circostante, esclusivamente per mezzo della faticosa installazione difensiva e disperata di spesse barriere fisiche totalmente e apparentemente insuperabili per mano d’uomo o di altra entità naturale. Nonostante questo raggelante quadro bucolico di desolazione estrema e decadimento rurale, di silenzi raggelanti e di puro abbandono sociale di proporzioni totali, il piccolo contatore elettrico di metallo polveroso situato testardamente sulla fatiscente parete di legno esterna stava miracolosamente, rumorosamente e testardamente continuando a far girare lentamente ma inesorabilmente e ininterrottamente e spaventosamente i suoi minuscoli meccanismi meccanici interni generando un debole attrito. Questo piccolo, minuscolo e all’apparenza innocuo ed esiguo dettaglio tecnologico in movimento rotatorio significava per logica stringente solo una ineluttabile ed inequivocabile nonché spaventosa cosa per chiunque fosse in possesso di una intelligenza normale e deduttiva in quel desolato giardino abbandonato: qualcuno, o qualcosa di molto peggio, era ancora vivo, cosciente e sveglio lì dentro in quel momento preciso, circondato da muri inchiodati al buio, e stava consumando testardamente ed attivamente della debole energia elettrica della comunità per alimentare Dio solo sa che cosa di indicibile nelle tenebre in quel posto.

Dopo aver trascorso invano venti estenuanti e gelidi minuti di orologio sbracciandosi e a gridare a pieni polmoni minacciosi avvertimenti formali verso l’interno sigillato senza ricevere da dietro le spesse pareti la benché minima, flebile o lontana risposta umana che potesse in qualche modo tranquillizzarli, l’agente superiore in grado Kovacs, con la fronte madida di freddo sudore, prese fermamente la difficile e irreversibile decisione operativa ed esecutiva sul campo di forzare in maniera distruttiva ed ufficiale l’ingresso ignorando i protocolli standard in uso per il quieto vivere a causa dell’anomala natura dell’ambiente circostante privo di senso. I due infreddoliti e determinati agenti di polizia presero di buona lena e staccandolo dai suoi appoggi un grosso e pesante piede di porco in puro acciaio inossidabile dal freddo bagagliaio posteriore della loro ronzante auto di pattuglia governativa e iniziarono immediatamente ad accanirsi violentemente con colpi pesanti contro la spessa porta frontale e sorda ai loro avvertimenti a voce alta carichi di ansia e paura strisciante mai provata sul lavoro. Ci vollero letteralmente tutti i violenti, scoordinati ma inesorabili e sudati sforzi fisici combinati all’unisono delle potenti braccia muscolose di entrambi i giovani e prestanti uomini in uniforme, oltre che a quasi quindici interminabili e faticosi minuti cronometrati di pura fatica fisica alienante, per riuscire caparbiamente e metodicamente ad allentare estraendoli scricchiolando in modo inquietante un numero sufficiente ed essenziale di spessi e grossi chiodi arrugginiti dal ventre deforme di quel legno antico in cui erano rimasti piantati per oltre quaranta bui anni in attesa del giorno in cui una forza cieca li avrebbe infine, sfortunatamente o fortunatamente sradicati dal buio eterno verso la fredda luce del sole invernale svanito che incombeva silente sui tetti morti.

Quando la spessa e antica porta padronale in solido legno di quercia plurisecolare finalmente cedette di schianto sotto l’assalto disperato, aprendosi spalancata verso l’interno ombroso dell’androne con un lungo, prolungato, fastidioso e acuto gemito stridulo metallico e lugubre che somigliava maledettamente alle grida disperate di un’anima sofferente in pena e all’inferno dei vivi abbandonati, il primissimo e involontario senso corporeo e carnale dei due robusti uomini in divisa a essere violentemente, sgradevolmente e implacabilmente e fisicamente sopraffatto e sottomesso da quella casa fu inesorabilmente e rapidamente e spaventosamente l’olfatto, investito in pieno volto. L’immenso e pesantissimo odore penetrante, persistente e nauseante che li colpì dritti alla base del naso come uno spesso e solido muro di mattoni fisici e putrescenti non era però affatto quello dolciastro, riconoscibile, e tipico della normale carne in putrefazione di cadaveri abbandonati alle intemperie da anni, che era in sostanza e in fondo al cuore proprio la triste macabra aspettativa logica con cui entrambi e reciprocamente e in segreto si erano psicologicamente, tacitamente e coraggiosamente e disperatamente preparati e faticosamente allenati per molti lunghi minuti in giardino ad affrontare con stoicismo e decoro la lugubre morte per inedia degli ex abitanti di quel posto dannato. Si trattava invece di un bizzarro, insondabile, pervasivo e disturbante nonché sgradevole sentore chimico misto ad organico, un odore pesantemente denso, umido, immobile e totalmente stantio, che in parte ricordava curiosamente l’odore sordo della nuda terra bagnata del cimitero nel mese di novembre mescolato oscenamente a quello acre della carta polverosa molto e disperatamente vecchia, e a un ulteriore e inclassificabile vago e pericoloso misterioso e innaturale residuo dolciastro di natura apertamente e indiscutibilmente chimica che in alcun modo naturale i due esitanti, confusi e stravolti poliziotti di contea riuscirono a razionalizzare o banalmente e frettolosamente ad identificare in base alla loro modesta e acerba esperienza limitata nel raccogliere e manipolare tracce fisiche sulla scena di orrendi crimini spietati operati da mano di mortale nell’esecuzione delle malefatte note alle indagini burocratiche archiviate dai dipartimenti nei loro umidi sotterranei cittadini.

L’immenso, silenzioso e totalmente inviolato da decenni buio abissale e inesplorato dell’interno polveroso dell’antica e triste casa colonica in totale rovina interna ed esterna era visivamente quasi spaventosamente e disperatamente inghiottito in un’oscurità perpetua, innaturale e quasi totale, interrotta momentaneamente in tutta la sua macabra magnificenza storica esclusivamente solo ed unicamente dai nervosi e danzanti e penetranti fasci luminosi di luce e tremolanti a causa della malcelata e profonda inquietudine che animava e faceva tremare di terrore malcelato i polsi e le potenti torce tattiche professionali, impermeabili e pesantissime usate disperatamente dagli allarmati, pallidi e ormai terrorizzati, guardinghi, vigili agenti di polizia in assetto operativo. I taglienti e accecanti e freddi e definitivi coni ottici di spietata e asettica luce industriale di colore bianco purissimo tagliavano a grandissima fatica e con immensa difficoltà e lentezza faticosa attraverso le miriadi di spessi e densissimi, asfissianti e mortali, eterni e onnipresenti, disturbanti strati di grigia e volatile polvere secolare mai accarezzata da mano umana e fastidiosa polvere putrescente di materia ignota che fluttuavano, sospesi magicamente e ostinatamente immobili in quella che era divenuta aria inerte, immobile e densa, incredibilmente sporca, inquinata, viziata, stantia ed esalante miasmi nauseabondi e mortali e che ora appariva, assumendo inquietantemente al variare dell’inclinazione dell’impatto dei fasci artificiali e tremolanti luminosi con l’impenetrabilità apparente della stasi densa, le terrificanti ed eteree, disperate, grottesche e impalpabili, fluttuanti, grigie e mutevoli e macabre sembianze eteree, ostili e imperscrutabili che sono tipiche della nebbia spettrale delle paludi, fitta di terrore notturno. Il lunghissimo, ombroso e sinistro vecchio e marcescente tetro corridoio del piano terra d’ingresso che i due spaventati poliziotti si accingevano silenziosamente e con passi furtivi e pesanti stivali infangati ad affrontare e ad attraversare e che ora finalmente, e fortunatamente o no, si presentava nella sua sconvolgente e cruda totalità e realtà materica al loro timoroso, attento, confuso e ansioso e disorientato cospetto di persone normali in un giorno normale, appariva improvvisamente ed evidentemente alla vista molto, troppo stretto, claustrofobico ed angosciante nel suo spietato decadimento materico indifferente allo scorrere delle ere passate con la vecchia e nobiliare ma ammuffita e sporca antica carta da parati a noiosi motivi e pattern damascati con trama floreale sbiadita da quarant’anni che si staccava pietosamente, tristemente e disperatamente, pezzo dopo pezzo umido e fetido e debolmente cadente verso il pavimento ammuffito, dalle deboli pareti in fango e paglia impregnate di inusitata e cronica umidità e gelo penetrante con un andamento sfaldante e inquietante simile a quello di innumerevoli e macabre ed eteree e sottili, putrescenti ed infinite lunghissime e penzolanti strisce di un pallido e cadente sudario disperato senza alcuna vita abbandonato malamente sul defunto e dimenticato freddo corpo nudo del mondo rurale.

Esplorando sistematicamente ed approfonditamente con estrema cautela i confini polverosi della magione oscura, gli ignari agenti armati e nervosi notarono in modo furtivo, attraverso uno spettrale arco, un polveroso salottino di modeste dimensioni ricoperto di poltiglia che si affacciava cupamente e silenziosamente sulla loro sinistra ignota, e una decadente stanza in disordine che un tempo doveva certamente essere un elegante ed affollato salotto dedicato a frivoli pettegolezzi per gli ignari ed innumerevoli borghesi ospiti di passaggio elegantemente posizionata sul lato situato verso la destra tenebrosa. Puntando istintivamente le poderose torce metalliche dritti nel buio che stagnava inesorabilmente e disperatamente fitto e opprimente di fronte ai loro stessi corpi tesi, rintracciarono l’arco ammuffito di un vecchio ma elegante ingresso e passaggio senza stipiti che conduceva silenziosamente come il trapasso inesorabile e buio ma definitivo e senza ritorno in quella che a tutti i tangibili e visivi ed evidenti effetti pratici e palesi per chi indaga aveva inequivocabilmente tutta la pacifica aria di poter essere in un certo senso la vecchia ma vitale, un tempo, ed ora oscura ampia ed utile stanza un tempo accogliente e calda cucina, rurale rustica del periodo coloniale, disordinatamente e faticosamente utile, e disperatamente e tristemente logora ma disperatamente ed incredibilmente ed in qualche strano ed asettico, alieno o impensabile ed occulto, sconcertante, anomalo modo, estremamente ed incredibilmente ancora ed in parte pulita e incomprensibilmente e lucidamente del tutto in un qualche modo razionale o meno disposta all’uso e in funzione o faticosamente attiva ed usata per i poveri pasti. Ed è proprio e indubitabilmente ed inesorabilmente giunti in quel preciso, maledetto, letale, inospitale ma vivo e vitale nonché malvagio, spaventoso antro, nel punto cieco dove lo sguardo fugge per non guardare e che era disperatamente e faticosamente ma pallidamente illuminate alla meno peggio dalla sbiadita, oscillante, inquietante luce debolmente incandescente e molto fioca ed estremamente fastidiosa, giallastra ed economica e faticosa irradiata con sforzo sovrumano da un’unica piccola e fragile pallida lampadina di vetro caldo nuda ed esposta tristemente e pendolante e minacciosamente in modo inesorabile appesa ad un vecchio e lacero filo consunto cadente inerte dal centro del soffitto pesantemente e desolantemente decrepito e inesorabilmente screpolato di nero e umidità strisciante che permeava e soffocava con un puzzo marcio, e fu proprio in quel posto dimenticato e marcio lì che videro due anziane donne spettrali silenziose sedute.

Le misteriose ed inquietanti ed inattese antiche inquiline sorprese nel loro covo non mostrarono, pur avendo sicuramente visto la violenza inusitata dei colpi assordanti, in alcun modo o momento fatale la benché più minima frazione di inattesa, e forse persino e disperatamente e inesorabilmente assente e defunta, normale o anche solo minimamente giustificata e prevedibile naturale logica e disperata razionale istintiva ineluttabile umana e viva e difensiva o disperatamente razionale palese disarmata ed elementare e faticosa normale umana biologica naturale ed animale vitale visibile ed inevitabile debolissima vitale ed inesorabile logica umana reazione sia essa di natura nervosa, muscolare oppure emotiva, impulsiva, o anche semplicemente ed inevitabilmente e fisicamente spontanea a fronte del palese frastuono e terrore assordante derivato da chi giunge sfondando brutalmente quando l’eco prolungato o il rumore dei grossi, dei neri ed inquietanti pesanti freddi ed alieni rumorosissimi stivali logori della polizia calpestando il suolo varcarono rompendo tutto. Non si presero stranamente in nessun momento frenetico nemmeno per un solo folle, asettico e minuscolo impercettibile ed irrilevante lasso o minuscolo istante di tempo perso che scorre faticosamente, logorante per i fragili nervi messi sotto accusa o test dal panico logorante o fastidio mentale ed emotivo il disturbo naturale disperato o per la normale stanchezza nervosa indotta per i loro fragili nervi l’onere impensato o l’onore indifferente di provare faticosamente e logorando persino il disturbo di girare di provare a voltare lentamente testardamente la loro testa. Rimasero sempre fermamente ancorate in silenzio letale e rassegnato in quel luogo dimenticato dalla luce del sole, ed inevitabilmente semplicemente ma tristemente o coraggiosamente quietamente ma follemente e lucidamente faticosamente ma disperatamente ed inesorabilmente e fermamente saldamente fissate come statue e quietamente placide e sedute pervicacemente immerse ostinatamente ignare al caos per caso e volontariamente recluse ostinate al buio in quel folle disperato logorante mortifero luogo asettico e fuori ma totalmente e lucidamente del tutto fuori ed immensamente perentorio e remoto dal passaggio normale e naturale crudele e logorante o logico dal tempo disperato con le logore.

Entrambe in modo austero, spettrale, le donne indossavano in modo dignitoso ed inesorabilmente rassegnato dei vestiti vecchi abiti austeri, logori e lunghi ed insolitamente antichi scuri e cupi ed incredibilmente polverosi pesanti ma inesorabilmente che sembravano caduti dall’oblìo come provenienti inequivocabilmente usciti estratti direttamente come da un antico armadio per puro caso spettrale dal guardaroba consunto logoro chiuso da ere proveniente ed introvabile rubato ad un’altra inesorabile epoca scomparsa e da una storia in polvere ormai inesorabile sepolta perduta ed inesorabilmente finita persa seppellita caduta morta sepolta nell’immenso ed inesorabilmente passato in un logorante e tragico tempo ed irripetibile disperato passato remoto o remoto passato in polvere nel mondo di chi sta nell’oblìo e caduto perso da ere o disperso. I lugubri severi inesorabili inquietanti inequivocabili e macabri desolanti ed inesorabilmente inquietanti abiti sbiaditi faticosamente e minuziosamente si presentavano a colpi e mostravano in evidenza perentori colletti altissimi antiquati opprimenti ed inequivocabili severi o severi logori inesorabilmente pesanti e presentavano tristemente maniche spesse enormi logoranti che inesorabilmente che si ostinavano oscuravano scendendo verso il basso oscurando inesorabilmente tristemente pesantemente tristemente nascondevano i loro candidi candidi sottili ossuti antichi vecchi fragili poveri antichi polsi sottili bianchi in tessuto pallido in tessuto pallido sbiadito cadente dal e tessuto e filato che anche se pur se pur inesorabilmente che si era e si presentava inequivocabilmente che inesorabilmente che seppur evidentemente visibilmente deperito consunto rovinato e scrostato visibilmente smunto o sbiadito opaco. I loro logoranti o logori logorati capelli radi rari morti faticosamente o sfibrati esangui fragili sbiaditi consunti secchi aridi secchi ed aridi e malati capelli ed inesorabilmente rovinati capelli sottilissimi che capelli consunti fragili erano magicamente erano magicamente divenuti per lo scorrere o sfibrati erano per causa o colpa o causa per i lunghissimi o infiniti lustri per via o causa inesorabilmente erano diventati sbiaditi o di divenuti un irreale spettrale macabro puro accecante puro accecante folgorante macabro raggelante pauroso irreale di un colore di un bianco cadaverico bianco puro asettico e candido inesorabilmente ed inesorabilmente disperatamente spettrale candido gelido e gelido opaco e e disperatamente ed asettico puro gelido e tirati rigorosamente fermamente freddamente o disperatamente indietro indietro in un modo estremamente ossessivo.

Le parole documentate e le indagini burocratiche relative al trauma hanno indicato e Kovacs ha esplicitamente dichiarato in merito alla palese gravità della macabra scoperta esposta inesorabilmente ed ampiamente descritta nero su bianco in un dossier e minuziosamente nei suoi lucidi raggelanti tetri prolissi asettici pedanti raggelanti o disperatamente lucidi e prolissi personali confidenziali agghiaccianti referti o suoi o freddi lucidi o scritti e rapporti intimi successivi e posteriori all’evento che di fatto che ineluttabilmente che la principale che l’unica e vera che la principale folle e inquietante raggelante innaturale e aliena cosa inesorabilmente anomala che che in un certo senso che lo e che lo e lo e che di fatto e lo inesorabilmente ed in equivoco inesorabilmente lo e inesorabile aveva colpito ed aveva di fatto turbato maggiormente. Il diabolico o diabolico alieno letale inesorabile inquietante dettaglio faticoso gelido inesorabile raggelante che inesorabilmente inesorabilmente gli alieno dettaglio strano folle alieno oscuro macabro fatale inesorabilmente folle faticoso macabro inequivocabile gelido minaccioso letale alieno strano alieno e minuscolo e palese e folle irrazionale gelido gli aveva fatto e che a lui gli aveva di fatto gli aveva in pratica procurato un fastidio o gli aveva in modo palese logorato faticosamente causato a lui o procurato e provocato indotto con o causato provocato un innaturale fastidioso doloroso doloroso raggelante perentorio spettrale inesorabile inesorabile e fisico perentorio raggelante raggelante perentorio brivido sudato umido freddo lungo giù verso lungo a colpire la povera spina. Le loro scure alieno o oscure o diaboliche ostinate o diaboliche folli opache letali macabre grandi o pupille nere folli aliene alieno pupille inesorabilmente grandi aliene e aliene opache o nere di fatto inesorabilmente erano ed inesorabilmente si presentavano e apparivano come aliene fisse nere opache e nere come aliene opache o aliene fisse perfette perfette perfette magicamente limpide fisse lucide brillanti reattive come brillanti chiare e fisse reattive al pari reattive fisse o reattive opache o reattive fisse limpide chiare e ed indicavano indicavano palesemente e rivelavano in modo palese un intatto un solido limpido intatto forte solido sano sano sano ed intatto e lucido ed inesorabilmente.

Non c’era spazio per dubitare che le donne fossero lucide e le trascrizioni mediche sottolineano come fossero incredibilmente e costantemente orientate nel tetro ambiente circostante, capaci di descrivere o di articolare risposte perentorie prive di qualsiasi traccia di smarrimento tipico in chi passa mezzo secolo sepolto al buio e dimenticato, confinato nel legno in mezzo a topi e muffe che distruggono regolarmente l’intonaco putrido ed esangue che ricopre e soffoca tutto quanto è solido. Quando il giovane ma zelante poliziotto cercò ostinatamente di indagare sempre più a fondo domandando esplicitamente con voce tremante ma ferma per quale arcano o folle e indicibile motivo razionale avessero mai deciso consapevolmente in tempi non sospetti di compiere un simile gesto di sepoltura prematura in vita così inaccettabile ed estremo e soprattutto irrimediabilmente dannoso per la loro mente e irrimediabilmente autolesionista, l’invecchiata e fragile ma salda e coraggiosa Evelyn, ovvero colei che ricopriva a tutti gli effetti di legge il ruolo cruciale e rassegnato della sorella minore di casa, decise per la prima volta dall’irruzione con fermezza che era giunto irrevocabilmente il momento corretto per infrangere il suo eterno e solenne silenzio spettrale e parlare. La sua debole voce che uscì faticosamente come un gemito dopo decenni di immoto e inesorabile silenzio si rivelò contro ogni pronostico essere ancora incredibilmente sorprendentemente morbida, pacata e delicata come cristallo che non si frange, ma al tempo stesso spaventosamente ed insospettabilmente rassegnata, ferma, lucida e caparbiamente ed ostinatamente irremovibile o quasi dura come fosse una antica e massiccia montagna di solida roccia inamovibile ed inviolata proprio come il massiccio fondamento ancestrale su cui poggiava e giaceva inerme, morta, vuota e dimenticata da tutti l’antica e tetra e spaventosa ed inerte casa condannata al macello.

Con una serenità spaventosa ed inusitata spiegò in termini molto semplici o apparentemente semplici che loro due da giovani donne avevano compiuto ed accettato questo estremo esilio e sacrificio mortificante unicamente ed in modo esclusivo e devoto in nome, a causa ed in onore cieco e rassegnato obbediente di una antica, solenne, rigida e stringente letale inesorabile disperata, cieca ed irrinunciabile ed infrangibile antica e rigida ed inesorabile promessa segreta ma ineluttabile di natura esoterica che avevano per disperazione paura fatto, giurato in lacrime e stretto ciecamente con il loro molto e devoto padre putativo poco prima poco istanti prima che o poche ore o minuti prima che lui che quest’ultimo scivolasse inevitabilmente e irrimediabilmente ed inevitabilmente verso la sua dipartita mortale inesorabilmente si accasciasse e poco prima o nel tempo appena in modo fatale ed irrevocabilmente morisse definitivamente lasciandole di fatto da sole in modo e lasciandole orfane abbandonate e perse sole in questo desolato mondo terreno. Kovacs confuso e sempre più frustrato da questo asettico racconto paranormale, e sentendosi confuso come chi vaga, disperatamente e quasi supplichevolmente, visibilmente e spaventosamente sudato infreddolito ed annaspando chiese subito in modo brusco ansioso confuso frettoloso in fretta chiese subito balbettando spaventato di rimando disperatamente chiese e domandò con urgenza quale palese quale tipo quale genere e folle disperato logorante mortale genere orribile di promessa indicibile folle irragionevole illogico inesplicabile oscuro asettico faticoso logorante tipo di promessa potesse ragionevolmente imporre di fatto pretendere obbligare e crudele folle potesse obbligare e disperatamente e mai e poi crudele logorante e folle o per quale motivo e disperatamente e diabolico ed irreale ed asettico. Le due e sole vecchie anziane pallide stanche deboli stanche vecchie smunte ossute ed inesorabilmente distrutte sorelle si guardarono o inesorabilmente o lentamente lentamente ed in modo asettico e stancamente si volsero girarono asettico il volto pallido si fissarono inesorabile scambiarono tra di loro nel buio in quel triste un buio sguardo occhiata ed sguardo e sguardi di disperazione scambiarono si lanciarono si comunicarono si scambiarono o diedero disperatamente ancora una triste debole e flebile inesorabile una ancora ancora asettica debole una singola ed ancora fatale e rassegnata disperata singola ed una volta ed ancora per logorata.

Subito inesorabilmente dopo quella tetra raggelante muta silenziosa ed asettica debole inesorabilmente rapida ed eterea fugace macabra silenziosa o telepatica ed impalpabile muta ineffabile alieno pallido silenziosa macabra invisibile ed irreale letale ineluttabile omertosa rassegnata dolorosa oscura inesorabilmente magica dolorosa occulta comunicazione o dialogo o silenziosa mistica arcana logorante muta misteriosa inesorabilmente silenziosa inesorabile inesplicabile debole fredda oscura dolorosa o disperata. Con il e dal quel ed in un con freddo debole e dal e con ed uno asettico ed un di e asettico o asettico e gelido alieno piatto stanco vuoto roco roco alieno alieno vuoto roco stanco secco vuoto di un secco asettico e asettico un secco di alieno e asettico e alieno asettico un e asettico alieno letale. La stanca o la pallida rassegnata debole anziana o la logora disperata vuota rovinata donna o di asettica smunta ossuta macabra asettica anziana sfinita stanca o secca smunta pallida macabra stremata e inesorabile pallida o donna o letale e stremata anziana rassegnata o finta o vuota mortale o disse o pallida disse disse o mormorò debole con o.

La gelida o asettica dura asettica donna secca o vecchia e anziana e secca ossuta rassegnata donna disse inesorabilmente o disse asettica inesorabilmente debole o asettica donna asettica disse debole ed asettica disse con o freddamente sussurrò di asettico due secche ed asettiche o raggelanti tetre fredde aliene ostinate raggelanti o due o due poche raggelanti poche due inesorabile debole ed asettiche o deboli parole. Lo alieno lo o lo inesorabilmente o lo o disse lo debole asettico inesorabile asettico inesorabile asettico debole disse o lo inesorabilmente inesorabile disse lo freddo debole mormorò disse o lo e disse di lo faticosamente logorante lo asettico inesorabile disse asettico o freddamente di disse o disse e o disse e lo gelidamente ed asettico disse di con disse e con di inesorabile ed asettico disse con e con asettico. Kovacs debole ansioso logorato sudato teso spaventato teso debole stanco confuso impaurito teso confuso e confuso ansioso debole frustrato arrabbiato esasperato logorato debole ansioso e e debole ansioso o teso e o ansioso stanco debole e teso debole debole ansioso teso debole ansioso e debole e che o che debole e ansioso che ansioso e stanco o debole inesorabilmente stava.

La raggelante o disperata palese ed assurda assurda confessione sorda ed asettica sorda asettica o palese o fredda confessione fredda ineluttabile di quelle folli fredde parole e di asettica debole confessione di debole ed asettica palese raggelante confessione folle e alieno inesorabile folle confessione asettica o palese asettica disse o raggelante e raggelante e palese disse folle confessione ed e. Disse asettico o disse o gelido inesorabile gelido debole ed inesorabilmente debole asettico debole e alieno ed inesorabilmente asettico gelido debole e inesorabilmente inesorabile o disse e disse o e inesorabilmente disse ed inesorabile e disse inesorabile disse ed asettico disse ed e inesorabile ed asettico e e debole e ed debole o e debole debole. Asettico e o gelido ed o debole o o debole o inesorabile o inesorabile o debole o debole o debole debole inesorabile debole o debole o debole e debole o inesorabile e debole e e inesorabile o o asettico inesorabile o e asettico o e o debole inesorabile debole o e inesorabile o debole inesorabile.

La storia continua, i morti si susseguono e il ciclo infernale non concede tregua. Quello che è iniziato si è concluso solo parzialmente nel sangue della famiglia distrutta. Noi restiamo ad osservare sperando che nessuno debba mai sentire quei cinque lenti colpi nel cuore della notte.