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I gemelli Hollowridge furono ritrovati nel 1968: ciò che dissero non corrispondeva alle prove.

Nell’inverno del 1968, due bambini emersero dalle terre selvagge degli Appalachi dopo essere scomparsi per undici lunghi anni. Camminavano a piedi nudi sulla terra gelata, sfidando un freddo che avrebbe ucciso chiunque altro nella loro condizione. Indossavano abiti fatti di un tessuto grezzo che non esisteva più da decenni, cuciti a mano con una precisione antica e inquietante.

Quando la polizia locale, sbalordita, chiese loro dove fossero stati per tutto quel tempo, descrissero una casa che era bruciata fino alle fondamenta nel 1959. L’intera cittadina di Hollow Ridge voleva disperatamente delle risposte a questo mistero insondabile che sfidava la logica umana. I genitori, che avevano pianto la loro presunta morte con il cuore spezzato per oltre un decennio, volevano solo riavere indietro i propri figli.

Ma le parole sussurrate da quei gemelli nelle settimane successive avrebbero fratturato e distrutto quella famiglia in modo irreparabile e definitivo per sempre. Le prove reali e tangibili rinvenute nei boschi suggerivano la presenza di qualcosa di molto peggiore e di infinitamente più oscuro rispetto a un semplice o banale caso di rapimento. Questa è l’agghiacciante storia che l’intera, superstiziosa comunità di Hollow Ridge ha cercato inutilmente e disperatamente di seppellire sotto una coltre di inquietanti silenzi omertosi e omertà condivisa.

Questo è l’esempio lampante e raccapricciante di ciò che accade concretamente quando due giovani bambini ritornano inaspettatamente dal nulla assoluto dell’ignoto primordiale. Ma la dura e amara verità universale afferma senza mezzi termini che le persone che ritornano da certi oscuri luoghi non sono mai psicologicamente e fisicamente le stesse innocenti e fragili anime che se ne sono andate incautamente. I biondi e dolci gemelli di Hollow Ridge, che all’epoca rispondevano ai rispettivi nomi di battesimo di Samuel e Catherine Merrick, svanirono silenziosamente e misteriosamente nel nulla in una limpida e fresca giornata d’autunno.

Era l’esatto e preciso giorno solare del quattordici ottobre del millenovecentocinquantasette, una domenica apparentemente come le altre in cui ogni cosa sembrava seguire placidamente il suo normale e consueto fluire naturale senza intoppi di sorta. Avevano appena sei giovani e innocenti anni di età in quella limpida mattinata domenicale, quando il ristretto e protetto mondo rurale in cui abitavano sembrava ancora e indubbiamente un posto molto sicuro, caloroso, pacifico e totalmente e rassicurantemente prevedibile in ogni suo aspetto quotidiano. La loro stanca e premurosa madre, un’affettuosa donna di nome Anne Merrick, li aveva appena mandati a prendere dell’acqua fresca e pulita dal vecchio e profondo pozzo artesiano situato a breve distanza dietro la loro vasta e rigogliosa proprietà terriera.

Era una faccenda domestica assolutamente noiosa, comune e totalmente di routine infantile, un semplice e modesto compito rurale che i due solerti e obbedienti bambini avevano già svolto un centinaio di volte in precedenza senza la minima e trascurabile incertezza o fastidio. Il vecchio e umido pozzo di fredda pietra grigia si trovava ad appena e soli circa duecento brevi e facili metri di cammino di distanza dalla sicura e riscaldata facciata in legno scuro e usurato della grande e confortevole casa principale di famiglia. Si ergeva isolato in una silenziosa radura, proprio oltre una fitta, massiccia e impenetrabile linea di enormi querce secolari dai rami intrecciati che separava la proprietà agricola curata dei Merrick dai selvaggi, letali, inesplorati e boschi profondi del sud inospitale della vasta regione statale della Virginia Occidentale.

Quando i due docili bambini non fecero sorprendentemente e insolitamente ritorno verso l’edificio domestico dopo venti interminabili e lenti minuti d’attesa, un vago ma pungente e insopportabile senso di allarme materno e di oscura e irrazionale inquietudine spinse subitaneamente Anne a uscire frettolosamente all’aperto. Il massiccio secchio di ruvido legno logoro era effettivamente e tangibilmente lì a terra, sbadatamente rovesciato in modo sgraziato e irregolare sulla dura e ispida erba autunnale ormai secca. La spessa e ispida corda di solida canapa intrecciata era ancora saldamente e strettamente legata e avvolta con cura e dedizione intorno al manico metallico e consunto e totalmente arrugginito dall’acqua e dall’utilizzo costante.

Ma degli ingenui corpi e delle allegre voci di Samuel e Catherine non vi era assolutamente e incredibilmente più alcuna minima traccia visiva o uditiva in tutta quanta l’ampia e perlustrata area verde immediatamente circostante il margine buio del fitto bosco. Non c’erano evidenti e nette impronte umane visibili e tracciate con fango che si allontanassero freneticamente o regolarmente dal pozzo circolare verso l’oscurità impenetrabile della foresta primordiale o verso la larga carreggiata sterrata. Non c’era inoltre alcun evidente e palese segno di colluttazione violenta, di trascinamento e rapimento forzato, o la minima presenza di qualche arbusto rotto o ramo fresco spezzato che potesse avvalorare tesi aggressive, e soprattutto non si era udito provenire dal silenzio alcun grido d’aiuto.

Era esattamente e tragicamente come se la solida e dura terra battuta del podere si fosse improvvisamente, magicamente e totalmente spalancata come una gigantesca e ingorda bocca famelica sotto i loro deboli e incerti piedini per inghiottirli brutalmente e letteralmente interi. Le massicce, vaste, organizzate e capillari ricerche umane ebbero inizio quella stessa identica e funesta sera non appena il sole arancione calò inesorabilmente dietro le grandi montagne tingendo il vasto cielo di un colore rossastro, infuocato e malaugurante. Nel giro stretto e disperato di appena poche e confuse ore notturne, quasi ottanta eroici e instancabili volontari armati e ben equipaggiati, provenienti tutti dalle limitrofe zone di Hollow Ridge e dalle piccole, solidali e strette cittadine vicine, iniziarono a setacciare.

Pattugliarono per tre intere, infinite, ininterrotte, piovose e dolorosissime settimane consecutive, affrontando e sfidando stoicamente e valorosamente il letale e freddo clima montano, armati e muniti di pesanti e caldi cappotti, armi da fuoco, cani addestrati all’olfatto, potenti torce elettriche incandescenti e fiaccole di fiamme ardenti. Nonostante l’enorme, gigantesco, epocale e straordinario sforzo logistico e umano messo in atto da parte di tutta la povera comunità montana atterrita, non rinvennero e scoprirono assolutamente niente, neppure il più piccolo e insignificante indizio concreto. Nessun indumento logoro o sporco lembo di vestito strappato, nessuna orma di piccola scarpa nel fango argilloso, e zero testimoni umani o cacciatori isolati che avessero fortunatamente e accidentalmente assistito a qualcosa di anche solo lontanamente insolito, dubbio o penalmente perseguibile in quelle lande di solitudine verde.

Entro il mese gelido e triste di novembre, l’affaticato sceriffo legale decise, in modo vile, silenzioso e totalmente passivo, di dichiarare burocraticamente e ufficialmente chiuso in tutti i suoi archivi il deprimente e fallimentare caso investigativo intrapreso. Anche se quest’ultimo, in realtà, per un mal riposto e meschino senso di pudore, decise consciamente di non avere minimamente e pubblicamente l’enorme e dovuto coraggio verbale per ammettere una tale sconfitta cocente di fronte ai volti e agli sguardi tristi della famiglia. La sventurata, disperata, straziata, sfinita e totalmente annientata famiglia Merrick, in totale assenza di due freddi cadaveri in via di decomposizione su cui poter finalmente ed effettivamente versare copiose e liberatorie lacrime umane, organizzò comunque la celebrazione di un toccante e memorabile servizio commemorativo pubblico.

Da quel preciso, oscuro e catastrofico istante formale in avanti, la depressa Anne Merrick smise progressivamente e lentamente, ma in modo del tutto inarrestabile e irrimediabile, di rivolgere anche solo un breve e cortese cenno verbale di saluto nei confronti dei suoi storici vicini, chiudendosi isolata. Suo marito e compagno di un’intera e lunga vita, il disperato Thomas, cominciò ben presto e pesantemente a bere ingenti dosi di liquidi fortemente alcolici allo scopo deliberato di intorpidire i sensi e annegare a forza gli incubi molesti. E la popolosa città nel frattempo, esattamente come tutte le fredde civiltà moderne e spietate tendono abitudinariamente e logicamente a fare di fronte a orribili e intollerabili tragedie e ingiustizie private e intime, si scrollò semplicemente la polvere dai cappotti per andare cinicamente e silenziosamente avanti inesorabilmente.

Tuttavia, il nove del mese nevoso di gennaio nell’anno domini millenovecentosessantotto, quei due gemelli identici camminarono quietamente e placidamente fuori dal folto di quegli alberi e in un istante l’intero credo scientifico e universale dei genitori in lutto si disfece clamorosamente. I due redivivi fratelli furono scorti inizialmente, del tutto incidentalmente e per pura e mera fortuna fortuita, da un affaticato camionista in transito di nome Dale Hutchkins che in quel lasso e preciso frammento di tempo mattutino si trovava lì mentre trasportava carichi ingenti di grossi fusti di legname in un tir massiccio e rumoroso. Egli transitava assonnato sulla statale 19 proprio pochissimi istanti dopo che il pallido, scialbo e freddo sole primordiale dell’alba montuosa aveva debolmente e timidamente inondato di luce incerta quelle isolate e nebbiose curve autostradali.

Vide incredulo con i propri stanchi occhi quelle due minuscole e pallide figure ergersi diritte e stranamente immote sul duro ciglio ghiaioso, a bordo e a margine esatto del nastro d’asfalto freddo che correva verso sud immerso in banchi fitti e umidi di nebbia. Inizialmente e ingenuamente pensò e ipotizzò, ingannato dalla propria mente esausta per i turni di guida, che si trattasse solo e puramente dell’opera macabra e stupida di due spaventosi manichini biondi messi appositamente per qualche scherzo. Fu infatti proprio questa precisa, surreale e ingenua supposizione mentale la vera e solida testimonianza e versione ufficiale dei confusi e inspiegabili fatti che l’autista presentò candidamente ed onestamente a voce davanti agli attoniti ufficiali di polizia nelle ore del tardo pomeriggio investigativo.

Quei corpicini esili ed esposti al gelido abbraccio invernale mattutino erano davvero troppo pallidi per apparire credibili; i loro visi sembravano innaturalmente sbiaditi dal tempo e totalmente assenti di un sano e tipico colorito cutaneo rosato giovanile. Quando quel robusto guidatore azionò i rumorosi e meccanici freni ad aria, bloccò il mezzo ed uscì dal veicolo tremando dal clima, si accorse, venendo assalito all’improvviso da una gelida e rapida ondata impetuosa e viscerale di indicibile orrore interiore, di trovarsi e di essere di fronte a infanti veri e vivi. Questi soggetti stavano costantemente, ininterrottamente e ossessivamente mantenendo uno sguardo estremamente vuoto puntato nella direzione precisa della sua persona in preda a un completo sconcerto e profondo stato di confusione sensoriale totale e per lui indescrivibile.

Sui loro candidi e piccoli visi marmorei non c’era dipinta l’assoluta, classica ed elementare e comprensibile espressione emotiva istintuale umana che denota terrore puro e non c’era neanche il tanto agognato, sperato e rasserenante sollievo tipico di un vero salvataggio d’emergenza sperato. C’era celato e intrappolato negli abissi profondi dei loro immensi bulbi oculari dilatati qualcos’altro che era molto più ancestrale e indefinito, e cioè qualcosa di mostruosamente profondo e incommensurabilmente sordo, distaccato e inumanamente e perennemente gelido e del tutto impenetrabile. A quel punto l’uomo in un disperato e disorientato tentativo impacciato per mascherare e frenare l’enorme e angoscioso fremito e brivido interiore del suo subconscio turbato e spaventato provò ad emettere dei tiepidi suoni chiedendo formalmente e lentamente se per sfortuna entrambi si fossero accidentalmente e tristemente persi.

Il giovanissimo bambino biondo che in quel preciso giorno del decennio degli anni Sessanta era e si sarebbe fatto identificare sotto l’antico e biblico nome anagrafico di Samuel esclamò una secca risposta proferita usando una voce bassa atona, incolore e dal timbro stranamente maturo. Informò tranquillamente il tremante camionista fermatosi in suo soccorso che l’unico e fondamentale intento pacifico che nutrivano in quel gelido momento della giornata prevedeva solamente l’azione mirata e lenta di incamminarsi senza esitazioni provando a far ritorno a casa. L’uomo maturo, confuso dagli eventi ma lievemente rinfrancato dall’aver capito che quei fragili e strani bimbi potevano esprimersi, gli formulò timidamente la domanda successiva chiedendo quindi una precisazione immediata riguardante e volta a stabilire in via esatta in che punto si trovasse esattamente tale focolare domestico.

In via del tutto celere e senza la minima ed umana e infantile esitazione temporale o verbale Samuel informò in via diretta lo sconosciuto affermando pacatamente ma saldamente di appartenere fermamente al podere rurale della storica famiglia Merrick alla fine di Old Ridge Road. Quest’ultima affermazione lo lasciò sbalordito ma al tempo stesso confortato e sollevato dalla sensazione di familiarità che provò nell’aver udito il nominativo, visto che si trattava in verità di un’area topografica estremamente nota e familiare poiché aveva abitato due sole piccole contee accanto in età giovanile e rurale. Fu così che decise di accoglierli e collocare i due deboli ed ipoteticamente e tragicamente infreddoliti fanciulli all’interno dello spazioso veicolo per dirigersi assieme senza scambiare parole verso quel punto del viaggio portando a conclusione la fortuita ed inspiegabile scoperta.

Quando i pesanti e mastodontici ed usurati pneumatici del tir trovarono e premettero l’arresto bloccandosi nel fango scuro della tenuta la signora Merrick apparve sulla porta per poi sgretolarsi emotivamente e letteralmente per terra sul portico in stato comatoso e dissociativo al medesimo istante. La madre in evidente fase di fortissimo tracollo non lanciò in cielo e nell’aria stantia urla primordiali ed isteriche ed acutissime di estrema gioia liberatoria e parimenti e in egual misura non riuscì minimamente e paradossalmente a produrre ed a bagnare di copiose lacrime salate il viso teso ed usurato dall’angoscia degli anni. Cadde semplicemente e rovinosamente a piombo sbattendo le fragili ginocchia sull’aspro legno della pavimentazione di fronte all’ingresso, restando con le palpebre e le ciglia spalancate e fissandoli per un incalcolabile numero di secondi eterni come se avesse effettivamente e sfortunatamente e incredibilmente scontrato e incrociato due traslucidi ectoplasmi evocati dall’aldilà.

Poiché ad onor del vero se si tentasse di effettuare e analizzare una disamina precisa dell’evento da un certo punto di prospettiva ed angolazione visiva questo era ciò a cui i suoi poveri occhi increduli stavano effettivamente e paradossalmente e incredibilmente e macabramente assistendo e andando incontro in quel surreale scontro. La sagoma fanciullesca appariva spaventosamente e quasi miracolosamente immutata nell’incarnato e nelle singole precise ed innumerevoli ed identiche ed assolute e meticolose misurazioni corporee che avevano lasciato incise con l’altezza nella memoria e sulle assi domestiche l’ultimo e definitivo nefasto istante che era trascorso ben undici cicli stagionali ed inverni fa nel bosco. Valutando il trascorrere degli inarrestabili e precisi anni e contando sulle proprie falangi l’inevitabile ed inossidabile calcolo aritmetico del tempo e delle orbite terrestri attorno all’astro dorato essi avrebbero dovuto manifestarsi sotto una veste fisiologica tipica di diciassettenni umani adulti e pienamente formati sia fisiologicamente sia nel proprio e inconfondibile tono di linguaggio ed animo.

Ma stando immobili in quel rigido e gelido vano porta e fermandosi in maniera rigida nell’infisso domestico l’intera statura dei gemelli suggeriva una spaventosa età cronologica che si arrestava ferma ed irremovibile senza dubbi alle fattezze esili e snelle di un individuo acerbo ed ingenuo che avesse vissuto sulla terra al limite nove piccoli giri di stagione ed età e non un solo giorno biologico vissuto o invecchiato di più. Come crudele beffa che si andava ad aggiungere unendovi le incomprensibili leggi naturali sfidate apertamente ed inesorabilmente i loro soffici crini possedevano la stessa lunghezza setosa e bionda tagliata nel giorno sventurato e nel loro inaspettato e totale ed improvviso ed oscuro epilogo silvestre originario che tutti e l’intero bosco inanimato rammentava bene. Nemmeno l’epidermide angelica o l’alone rosato delle rotondità guanciali che in genere muta in fisiognomica marcata mostrava un millimetro solo o segno debole d’irrigidimento e sviluppo biologico restando impassibile ed impassibilmente ferma al cospetto delle incomprensibili dottrine e nozioni del mondo sensibile sfidando spudoratamente le regole e sfidando sfrontatamente il dogma universale noto.

La veste ed il ruvido abbigliamento che in quel frangente ricopriva pudicamente la loro modesta intimità corporea appariva strana, irregolare e decisamente lavorata tramite faticoso intreccio umano adoperando dei ruvidi, fastidiosi, irritanti e desueti filamenti di pessima tela grossolana di sacco povero. Sotto di loro, privi della basilare, necessaria e auspicabile calzatura protettiva in grado di difendere le estremità corporali dal terreno aspro, c’erano due piccoli piedi segnati e coperti innumerevoli e grossi strati ispessiti e inspessiti e feriti da cicatrici, escrescenze, graffi, bolle scoppiate e piaghe dure, il che confermava e creava una bizzarra traccia e indizio silente ed indiretto che potevano aver marciato nudi e dolenti nell’insidiosa foresta spinosa su sentieri infidi per svariati anni. Ancora pervasa e sopraffatta da un turbamento di natura indescrivibile la matriarca in trincea emotiva e psicologica li spinse lentamente, maternamente, ma meccanicamente e convulsamente e affannosamente dentro le sacre ed umide pareti di casa ed istintivamente azionò per precauzione ed ansia la rigida sicura serrando la robusta porta bloccando tutti nell’area chiusa per isolarsi.

Senza far uso neppure di miseri e sommessi vocaboli prosegui silenziosamente in modo metodico alla loro temporanea e doverosa e fondamentale ristorazione domestica riscaldandoli col pasto tiepido che ingerirono rapidamente, seguita a stretto giro dall’intento igienico immergendo con cura per purificare i loro smilzi ma stranamente non denutriti ed enigmatici involucri corporei nell’acqua bollente. Esaurita ed ultimata tale pressante ed emotiva mansione fisica iniziale per provvedere ad assicurarne il sostentamento di base ella poté con esitazione, tremolio ed enormi indugi e ritardi cognitivi avviare infine l’inevitabile sequenza ed estenuante e tragico interrogatorio con lo scopo esplicito e urgente e disperato ed unico di lenire e cancellare la costante e lacerante ed asfissiante sensazione e il dubbio atroce insediatosi a fondo nella mente negli anni scorsi di oscurità e lutto perenne ed infinito e muto della vita sua. Da quali occulti reconditi confini ed impenetrabili anfratti ombrosi e distanti luoghi proibiti erano riapparsi ed emersi di colpo, chi di grazia li aveva celati crudelmente dalle pupille dei genitori, e tramite e grazie a quali oscure ed esoteriche arti umane o diaboliche, astuzie ferali di fortuna, erano giunti indenni miracolosamente e per l’appunto indomiti ed immutati biologicamente fino a noi oggi per varcare la nostra fatiscente entrata dopo cotanta pena e solitudine ed anni immensi e amari di pianti per aver creduto persi al bosco ed inermi e distrutti ed umiliati da eventi orribili i loro inestimabili resti perenni.

Da par suo e con una disinvoltura macabra e insensibile e inimmaginabile fu l’unico giovane maschietto del singolare ed indecifrabile duo biondo ovvero Samuel a fornire incessantemente e con fermezza raggelante tutte quante le spaventose delucidazioni ai turbati adulti con eloquio sordo, spettrale, vuoto di colorazioni infantili ed un rigore totalmente distaccato. Restò muta, rinchiusa caparbiamente e inesorabilmente nel buio totale ed enigmatico isolamento ermetico e monastico la sorellina Catherine precludendosi al verbale contatto umano che avrebbe necessitato una risposta di affetto ed emozionale ai genitoriali abbracci offerti ed elargiti senza un limite. Ella invece di scambiare un accenno minimo o proferir sospiro d’aria si accovacciò quietamente ponendosi composta e totalmente rassegnata in una area poco illuminata della polverosa sala ponendo le candide minuscole pupille verso un invisibile ma ossessivo ed unico punto opaco delineato dall’ombra di un insignificante calcinaccio del ruvido muro scrostato e spoglio ed immoto con un controllo inquietante sulle mani minute rigorosamente posate quiete senza alcun visibile fremito in grembo adagiate placidamente.

La storia narrata da Samuel illustrò al volto cereo materno che essi rimasero, durante quelle prolungate ed intere primavere lunari oscurate alla memoria collettiva della gente rurale del posto sperduto, perennemente ospiti residenti prigionieri reclusi fra gli infissi ombrosi d’una enigmatica ed impossibile struttura ignota, abitativa dimora collocata e smarrita tra gli ancestrali ed irraggiungibili sentieri del selvaggio folto nel bosco antico della radura a ovest lontana. Egli espresse in modo fermo all’incredula consanguinea adulta e distrutta che una singola entità, descritta tramite la sua limitata grammatica e apparsa inizialmente con i soli ed imprecisi connotati anatomici vaghi che descrivevano forme somiglianti a di fisionomia ed il genere d’una persona di sesso ed etnia femminile e dall’identità peraltro impalpabile e criptica li avesse rapiti e sospinti brutalmente ad abitare quella casa perduta nel labirinto di natura che nessuno riusciva ad identificare senza che alcun occhio potesse captarne l’esistenza al di là. Ed in via colloquiale ed impersonale ed apaticamente il ragazzo assegnava all’entità appena narrata la semplice ma arcana ed irrazionale quanto autoritaria inesistente ed autorevole denominazione misteriosa tramite nome fittizio chiamandola unicamente riferendosi con deferenza all’identità in modo da catalogarla solo come “la Custode”.

Nelle affermazioni asettiche e asettiche pronunziate freddamente indicò l’entità descrivendo l’ospitalità e cortesia primordiale elargite inizialmente, un trattamento di premurose accortezze che permise ad entrambi non subire carestie poiché furono costantemente sostentati di cibarie necessarie all’umana biologia ed accomodati caldamente. Ma l’enigmatico affabulatore biondo narrò e specificò l’evoluzione repentina in un senso orrido delle successive metamorfosi e variazioni architettoniche mutevoli assunte costantemente dai solidi basamenti del presunto ma apparentemente tangibile fabbricato oscuro, che pareva esser esso stesso divenuto in maniera subdola preda di innaturali, letali ed incessanti scompensi morfologici inarrestabili di pietre che non possiedono coerenza o logica geometrica terrena. Egli asserì che con un moto lento, incomprensibile, angosciante ed irruento tutti e tre gli spazi si alteravano comprimendo minacciosamente l’aria circostante, in aggiunta e unitamente i serramenti ed inesistenti vetri dei buchi che incidevano finestrelle rettangolari si occludevano annullandosi materialmente all’interno d’un insano movimento e collasso strutturale, assorbiti orribilmente in seno alla grezza porosità insensata creata dalle possenti mura che le stritolavano nascondendone traccia in un abisso roccioso ed eterno d’incubi ed in un inferno chiuso di pura pietra tombale oscura e asfissiante.

E mentre la magione che credevano esser costruita crollava, anche la loro carceriera tramutò fisionomia asserendo a denti stretti come questa perse la fattezza consueta allontanandosi progressivamente in modo repentino da ogni barlume od aspetto plausibile associabile solitamente a sembianze umane e normali di donna, regredendo e dissolvendo un travestimento fisico grottesco di mera e vile ingannevolezza. Stando a Samuel quest’essere di ombre ed inganni si spogliò dall’assurda corazza camuffata finendo con l’indossare fattezze e forme insensate spaventose inimmaginabili mutando e distorcendosi spingendo e spingendosi sino al punto orrendo da manifestare il vero io demoniaco irriconoscibile come qualcos’altro che andava a celarsi disperatamente nell’apparenza falsa. Colto da smarrimento a quel raccapricciante ed allucinato dialogo Thomas Merrick senza attendere più scattò e con impeto si lanciò correndo al vecchio telefono analogico chiedendo immediato ed urgenziale aiuto gridando in auricolare le insensatezze di fronte all’irreprensibile sceriffo di stato che era nel municipio.