Il Fatale Scandalo Olivetti: La Decisione Che Mandò in Rovina l’Orgoglio Italiano
Nel 1963 la Olivetti di Ivrea dava lavoro a oltre 54.000 persone in tutto il mondo. Aveva costruito il primo calcolatore commerciale a transistor della storia e vendeva il 23% di tutte le macchine per scrivere del pianeta. Le sue fabbriche erano patrimonio dell’architettura mondiale.
I suoi computer sarebbero arrivati sulla Luna. Poi sono arrivati i Salvatori, una cessione alla General Electric per 8 miliardi e mezzo di lire. un presidente della Fiat che dal podio del lingotto definì l’elettronica un neo da estirpare. 30 anni di smontaggio, nome dopo nome, stabilimento dopo stabilimento. Oggi a Scarmagno un milione di metri quadrati di capannoni marciscono fra le erbacce del Canavese.
Questa è la storia dell’azienda che inventò il personal computer, che ospitava poeti e architetti, che pagava di più e lavorava meno ore e degli uomini che decisero di venderla. Non per un fallimento, per una serie di decisioni. Ciascuna firmata in stanze chiuse, ciascuna un passo più lontano dalle mani che sapevano costruire il futuro. Capitolo 1. Il mattone rosso.
Questa storia comincia con un edificio di 2000 m² alla periferia di Ivrea, nella Piana del Canavese, ai piedi delle Alpi. È il 29 ottobre 1908. Un ingegnere di 40 anni, figlio di una famiglia ebraica della borghesia eporediese, moglie valdese, figlia del pastore della Chiesa riformata, ha fatto incidere sull’insegna una formula semplice, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere.
Si chiama Camillo Olivetti, sta scommettendo la sua reputazione, il suo patrimonio e una buona parte della pazienza della moglie Luisa Revel contro la Remington e contro la Underwood che in quel momento negli Stati Uniti produce 70.000 macchine all’anno. Camillo nel suo primo anno ne produrrà 20. Non è uno sprovveduto.
Si è laureato nel 1901 al Reggio Museo Industriale di Torino, il futuro politecnico sotto Galileo Ferraris, l’uomo che ha scoperto il campo magnetico rotante. A 25 anni accompagna Ferraris al Congresso Internazionale di elettrotecnica di Chicago nell’estate del 1893. Fa l’interprete del maestro. Visita il laboratorio di Thomas Edison a Lewelling Park, nel New Jersey, un tempio della corrente continua che Tesla e lo stesso Ferraris hanno già reso obsoleto, ma un tempio che emana potere, capitale, ambizione americana. Camillo si ferma un anno intero. Lavora come assistant professor di elettrotecnica alla Stanford University in California, quando Stanford è ancora una piccola università privata in mezzo ai frutteti della Santa Clara Valley, la stessa valle che 60 anni dopo si chiamerà Silicon Valley. Da quel viaggio nascerà tutto. La curiosità per l’America, la fede nel progresso tecnico e paradossalmente anche il socialismo.
Nelle lettere alla famiglia Camillo writes frasi che rivelano un occhio già adulto. Qui è il paese dei contrasti, per strada migliaia di automobili e gente che chiede 20 centesimi per mangiare. Torna in Italia e aderisce al Partito Socialista fondato a Genova nel 1892. Diventa amico di Filippo Turati. Viene eletto consigliere comunale di Ivrea nel 1894, di Torino nel 1899.
Fonda una prima impresa, Strumenti elettrici di misura, e poi, nel 1908 la fabbrica di mattoni rossi. La M1, la prima macchina per scrivere italiana, viene presentata all’esposizione universale di Torino nel 1911 per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. È pesante, robusta, inelegante, ma porta un’innovazione che rivela l’ingegnere dietro il patriota.
Camillo ha studiato i difetti dei modelli americani che battevano dal basso impedendo allo scrivente di leggere ciò che aveva appena scritto. Disegna un cinematismo nuovo dove le leve compensano la diversa forza delle dita umane. Le dita forti sono frenate, quelle deboli avvantaggiate. La pressione risulta uniforme. È il primo gesto di un’azienda che farà del disegno, prima ancora che la parola design esista in Italia, la sua firma nel mondo.
La Olivetti non nasce come fabbrica e basta, nasce come idea di come una cosa debba essere fatta. Allo scoppio della Grande Guerra, l’azienda supera i 100 dipendenti, produce 23 macchine alla settimana e converte parte della produzione alla meccanica bellica, magneti per motori d’aereo. Camillo, Severo, Schivo, integerrimo, educa i sei figli in un convento ex francescano alle pendici del Monte Navale.
Fra loro c’è il primogenito maschio, si chiama Adriano. È nato l’11 aprile 1901. A sua madre Luisa, Camillo ripete un comandamento che il figlio erediterà come un dogma. Tu puoi fare qualunque cosa, tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia.
Quel comandamento resterà il codice genetico dell’azienda per mezzo secolo, finché qualcuno in una stanza di Milano deciderà che era un lusso da estirpare. Capitolo 2. Il figlio che odiava l’officina, Adriano Olivetti entra in fabbrica a 13 anni, lo mandano nel reparto Trapani, ne esce con un trauma e con una vocazione.
Imparai ben presto a conoscere e odiare il lavoro in serie”, scriverà: “Una tortura per lo spirito che stava imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina. Da quel giorno la missione di Adriano sarà una sola: fare in modo che nessun altro debba vivere quella tortura”.
Si laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino. Frequenta Piero Gobetti e i fratelli Rosselli. Amicizie pericolose. Nell’Italia del 1925. Il delitto Matteotti ha trasformato il fascismo in dittatura aperta. Camillo, pragmatico, lo spedisce in America ufficialmente per studio, in realtà per metterlo al sicuro. Adriano resta negli Stati Uniti da luglio 1925 a gennaio 1926.
In 6 mesi visita 105 fabbriche, legge 50 libri di economia, studia la Highland Park di Henry Ford, la River Rouge, la General Electric. Non si limita ad ammirare. Critica. Nelle lettere al padre pubblicate nel 1968 col titolo Dall’America emerge la differenza generazionale con la nitidezza di un contrasto fotografico.
Camillo vuole una piccola fabbrica artigianale ben fatta. Adriano vuole molto di più. vuole capire come la produzione di massa di Frederick Taylor possa convivere con la dignità del lavoratore. Capisce che il fordismo da solo è una tortura per lo spirito. L’ha provato sulla propria pelle al reparto Trapani, ma capisce anche guardando le baraccopoli dietro i grattacieli di Detroit che il sogno americano non è il modello da imitare.
torna a Ivrea e propone al padre di razionalizzare la produzione, poi gradualmente di rivoltarla come un guanto. Diventa direttore generale nel 1932, presidente nel 1938. Da quel momento e per i 22 anni successivi costruisce qualcosa che in Italia non esiste e in Europa è senza precedenti.
Una fabbrica che è anche una comunità. La prima mossa è architettonica. Nel 1933 alla Quinta Triennale di Milano, Adriano resta folgorato dalla Villa Studio per un artista di Luigi Figini e Gino Pollini, due razionalisti milanesi del gruppo 7, li chiama Aivrea. Tra il 1934 e il 1957 Figini e Pollini progetteranno quattro ampliamenti delle officine ICO.
Nel terzo, quello del 1939-40, costruiscono una facciata interamente in vetro, lunga 130 m. La luce naturale entra ovunque. L’operaio non lavora più nel buio, è un manifesto. La fabbrica fu concepita alla misura dell’uomo, dirà Adriano nel 1955, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza.
Ma la fabbrica di vetro è solo il primo tassello. Adriano costruisce. Costruisce senza sosta. costruisce come se sapesse che il tempo a disposizione è poco. L’asilo nido aziendale del 1941 in pietra di diorite locale su un solo piano per la sicurezza dei bambini accoglie i figli delle dipendenti dai 6 mesi.
La quota di iscrizione nel 1953 è di 30 lire al giorno, meno di mezzo euro attuale. Tra il 1955 e il 1959 Figini e Pollini realizzano la fascia dei servizi sociali. Due edifici esagonali che ospitano la biblioteca, l’infermeria, il servizio sociale. Sono costruiti di fronte alle officine in posizione frontale e simbolica.
La fabbrica e la cura alla pari. Poi la mensa di Ignazio Gardella con le sue volte esagonali, il centro studi di Eduardo Vittoria, il Palazzo Uffici con la scala monumentale, le case di Borgo Olivetti, il quartiere Castellamonte e infine la Talponia, l’unità residenziale ovest di Roberto Gabetti e Aimaro Isola, una mezzaluna di alloggi semiinterrati nel bosco col tetto che diventa passeggiata.
27 edifici diversi progettati da alcuni dei più grandi architetti del 9 europeo lungo l’asse di una sola strada, via Jervis, Ivrea e non solo a Ivrea. A Pozzuoli Luigi Cosenza progetta nel 1955 una fabbrica che verrà definita la più bella del mondo, dove il salario sarà superiore alla media e si offrirà assistenza alle famiglie.
A Milano lo studio BBPR firma gli interni. A Harrisburg in Pennsylvania Louis Kahn disegna lo stabilimento americano. A Tokyo Kenzo Tange. A San Paolo del Brasile Marco Zanuso firma le cupole bianche di Guarulhos. A Venezia in piazza San Marco, Carlo Scarpa allestisce il negozio Olivetti, ancora oggi considerato uno dei capolavori dell’architettura veneziana del 9, gestito dal FAI.
E a New York, sulla quinta strada al numero 584, il 26 maggio 1954 apre lo Olivetti Store. Progetto di BBPR con un fregio monumentale di Costantino Nivola lungo 23 m, costruito con la tecnica del sandblasting, evocazione del Mediterraneo nel cuore di Manhattan. La gente percorreva la Fifth Avenue per entrare in quel negozio. Era la pubblicità made in Italy più efficace mai realizzata.
Adriano Olivetti, il ragazzo che odiava l’officina, aveva costruito un impero dell’architettura industriale senza eguali, ma non gli bastava. Aveva un’idea ancora più ambiziosa. Voleva cambiare non solo il modo di lavorare, ma il modo di vivere insieme. Capitolo 3. La comunità.
L’idea politica di Adriano si chiama comunità. La teorizza in tre libri: l’Ordine politico delle comunità nel 1945, Società Stato Comunità nel 1952, Città dell’uomo pubblicato postumo nel 1960. La fonda come movimento nel 1947 sull’eco delle letture di Jacques Maritain, di Emmanuel Mounier, di Simone Weil. È una proposta politica concreta.
né stato accentratore né mercato puro, ma comunità territoriali dotate di vasti poteri dove la fabbrica è motore economico e fulcro sociale insieme. Nel 1956 Adriano si candida sindaco di Ivrea. vince. Nel 1958 si presenta alle politiche. Il movimento comunità prende lo 0,6% dei voti nazionali, ma lui viene eletto alla Camera.
L’anno successivo cede il seggio al sociologo Franco Ferrarotti. La Confindustria lo guarda con diffidenza. Un industriale che fa politica riformista, che paga di più i propri operai, che costruisce asili e biblioteche. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista lo emarginano. Troppo riformista per gli uni, troppo padronale per gli altri. Nessuno sa dove metterlo.
Adriano Olivetti disturba tutti, ma dentro la fabbrica le sue idee sono pratica quotidiana. Nel 1956 riduce l’orario settimanale da 48 a 45 ore a parità di salario, anticipando di anni la legislazione italiana. Sarà la prima azienda italiana ad arrivare alle 40 ore. Le retribuzioni sono superiori alla media di settore.
Il sistema di welfare aziendale è senza precedenti. Assistenza sanitaria con medico di fabbrica e dentista gratuito. Programmi di prevenzione. La prima campagna di vaccinazione antipolio in Italia nel 1957. Prima ancora dello Stato, asili nido, scuole materne, colonie estive in montagna e al mare, biblioteche aggiornate, servizio di autobus per i dipendenti dei paesi del Canavese, prestiti per la casa, pensioni integrative, 2 ore di pausa pranzo per attività ricreative o culturali.
L’operaio Olivetti non era soltanto pagato meglio, viveva meglio. I suoi figli vivevano meglio. Il sabato era libero. Il pullman aziendale girava per le valli raccogliendo la gente paese per paese. La mensa serviva pasti caldi, primo, secondo contorno e frutta. Era civiltà dentro un capannone industriale.
E attorno ad Adriano, una corte intellettuale senza precedenti nell’industria europea. Adriano applica un principio che chiama quota cento. Per ogni tecnico o ingegnere assunto ai livelli più alti entra anche una persona di formation economico-giuridica e una di formazione umanistica. Cultura tecnica e cultura letteraria devono coesistere.
Gli intellettuali servono dovunque, anche fra le macchine. L’elenco dei nomi è un Who’s Who della cultura italiana del 9. Leonardo Sinisgalli, poeta e ingegnere, dirige dal 1938 l’ufficio sviluppo e pubblicità. Franco Fortini, assunto nel 1947 inventa i nomi dei prodotti Lexicon Tetractis lettera 22.
Geno Pampaloni dirige la biblioteca di fabbrica. Giorgio Soavi cura le edizioni d’arte. Giovanni Giudici, poeta, lavora nella pubblicità. Il sociologo Luciano Gallino fonda nel 1950 il Centro di Psicologia industriale. Lo psicoterapeuta Cesare Musatti cura la selezione del personale e poi i grandi. Paolo Volponi entra nel 1956, dirige i servizi sociali e nel 1962 pubblica Memoriale, romanzo cardine della letteratura industriale italiana, il cui protagonista Albino Saluggia vede la fabbrica come un modello.
Ottiero Ottieri lavora a Pozzuoli e ne ricava nel 1959 Donnarumma all’assalto. Pier Paolo Pasolini visita Ivrea e ne scrive recensioni entusiaste. In fabbrica entrano anche i pittori Renato Guttuso, Giorgio Morandi, Carlo Carrà, Felice Casorati. Le filiali Olivetti, 60 in Italia nel 1963, oltre 330 concessionari, espongono opere d’arte come musei.
Il direttore commerciale Ugo Galassi pretende che ogni filiale sia unica. L’identità visiva la inventa Giovanni Pintori, il grafico sardo che dal 1936 firmerà i manifesti Olivetti, quelli che oggi si vendono nelle aste d’arte a migliaia di euro. A Ivrea nei primi anni 60 in una piccola città del Canavese coesistono operai specializzati: architetti razionalisti, poeti ermetici, sociologi, psicologi industriali, designer, grafici, ingegneri elettronici e un industriale che li tiene insieme con un’idea che allora sembrava utopica e oggi sembra semplicemente giusta che il lavoro debba avere un senso e che il senso lo si costruisce insieme. Capitolo 4. Soggetto perfetto.
Tra il 1948 e il 1963, un architetto di Reggio Emilia, chiamato Marcello Nizzoli, disegna in successione gli oggetti che definiscono l’estetica della macchina per scrivere nel mondo.
La Lexicon 80, la Divisumma 14, la lettera 22, la Studio 44, la Divisumma 24, la lettera 32. Restano in produzione per oltre 15 anni ciascuna. Sono icone prima che la parola venga abusata. Sono gli oggetti che in mezza Europa e in mezza America portano la scritta made in Italy fuori dal ristorante e dentro l’ufficio.
La lettera 22 in particolare è la macchina che cambia tutto, pesa poco più di 4 kg, è alta 8 cm, si vende con una custodia col manico. È la macchina dei reporter, degli scrittori in viaggio di Indro Montanelli. Vince il compasso d’oro nel 1956. Nel 1959 una giuria di 100 designer promossa dall’Illinois Institute of Technology la sceglie come il primo dei 100 migliori prodotti di design mai realizzati.
Entra nella collezione permanente del Museum of Modern Art oggi. Nel 1952 il MOMA dedica una mostra interamente alla Olivetti. Olivetti, Design in Industry è la consacrazione mondiale dello stile industriale italiano. Tra il 1954 e il 2001, l’associazione per il Disegno Industriale assegnerà 16 compassi d’oro a prodotti Olivetti, più di qualsiasi altra azienda o singolo designer, e dietro il design i numeri.
A metà degli anni 50 la Olivetti vende all’estero il 60% della propria produzione. Nel 1962 i dipendenti del gruppo superano 54.000, di cui 26.000 in Italia. Nel 1970, il picco assoluto, il gruppo conta 73.283 dipendenti nel mondo, 34.687 in Italia, 11 stabilimenti italiani e 10 esteri con un fatturato di gruppo di 465 miliardi di lire.
Nel 1963 la Olivetti produce il 23% di tutte le macchine per scrivere al mondo e oltre un terzo di tutte le calcolatrici ha consociate in Belgio, Argentina, Brasile, Francia, Spagna, Sudafrica, Messico, Colombia, Scozia, Stati Uniti. Una multinazionale costruita nel Canavese da un uomo che aveva cominciato odiando l’officina.
Ma la storia che sta per cominciare non riguarda le macchine per scrivere, riguarda una scatola di fiammiferi e un ingegnere italo-cinese che sapeva cosa ci sarebbe stato dentro. Capitolo 5. La scatola di fiammiferi, New York, 1954. Adriano Olivetti, in viaggio negli Stati Uniti, è stato convinto da Enrico Fermi a interessarsi del nuovo settore dei calcolatori elettronici.
Fermi insegna a Pisa, conosce il potenziale dell’informatica nascente e sa che Adriano è l’unico industriale italiano abbastanza visionario e abbastanza ricco da provarci. Adriano cerca un cervello che possa guidargli un laboratorio italiano. Lo trova alla Columbia University. Si chiama Mario Tchou. È nato a Roma il 26 giugno 1924, figlio di Yin Chu, diplomatico cinese, ex ambasciatore dell’impero presso il Vaticano e di Evelyn Waung al liceo Tasso nel 1942.
Laurea in ingegneria elettronica alla Catholic University of America nel 1947, master al Polytechnic Institute of Brooklyn con una tesi sulla diffrazione ultrasonica. A 28 anni è assistant professor di ingegneria elettronica alla Columbia. Sa costruire computer. È italiano nell’anima e globale nella testa. Adriano lo convince a tornare.
Nel giugno 1955 Mario Tchou assume la direzione del Centro Studi della Calcolatrice elettronica in collaborazione con l’Università di Pisa. La Olivetti stanzia 150 milioni di lire dell’epoca, una cifra enorme, assumendo il finanziamento originariamente destinato al sincrotrone di Frascati. Il laboratorio è una villetta a Barbaricina in provincia di Pisa.
Tchou raduna ingegneri giovani, giovanissimi. Nel team ci sono Piergiorgio Perotto, Giovanni De Sandre, Gastone Garziera, Franco Pella, Giuliano Gaiti, Giancarlo Toppi. Quello stesso anno a Tchou nasce un’ossessione, un computer abbastanza piccolo da stare su una scrivania. Il gruppo lavora a velocità che il mondo accademico dell’epoca non concepisce.
Nel 1957 costruiscono la macchina zero, poi denominata ELEA 9001, completamente a valvole. Poi la ELEA 9002 ancora a valvole ma con circuiti standardizzati. E infine, per decisione di Tchou, l’ELEA 9003, il primo calcolatore commerciale al mondo interamente a transistor, 6 mesi prima dell’IBM. L’acronimo ELEA sta per elaboratore elettronico aritmetico, ma il nome rinvia anche all’antica Elea, città magnogreca, patria di Parmenide e della scuola eleatica.
Lo ha scelto il poeta Leonardo Sinisgalli. Il design è di Ettore Sottsass, lo stesso Sottsass che più tardi fonderà Memphis e cambierà il design del 900. Sottsass disegna armadi azzurri e bianchi che rendono il calcolatore un oggetto bello, rivoluzionario per l’estetica dei computer dell’epoca.
L’ELEA 9003 viene presentato nel 1959 alla Fiera di Milano davanti al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Ne verranno prodotte 40 unità. Il primo è donato al Ministero del Tesoro. Gli altri vengono acquistati dal Monte dei Paschi di Siena, dalla Marzotto, dalla Cogne, dalla Fiat. E intanto, nel 1957 la Olivetti fonda con la Telettra e l’americana Fairchild, la società generale semiconduttori, la SGS.
Presidente Roberto Olivetti, figlio primogenito di Adriano, laureato alla Bocconi, specializzato a Harvard. La SGS, attraverso lunghe trasformazioni, diventerà l’attuale STMicroelectronics, multinazionale italo-francese, leader mondiale dei chip. Quell’azienda nacque a Ivrea.
Il laboratorio si trasferisce a fine 1958 da Barbaricina a Borgo Lombardo, frazione di San Giuliano Milanese. Tchou ha 500 ingegneri sotto di sé. La moglie Elisa Montessori, pittrice, ricorderà che Mario le mostrava una scatola di fiammiferi e diceva che il futuro sarebbe stato piccolo. Era in anticipo di 10 anni. E poi il primo ottobre 1959 Adriano fa qualcosa di senza precedenti per un industriale italiano.
Acquista la Underwood Typewriter Company, la storica fabbrica americana fondata nel 1895, oltre 10.000 dipendenti, 76 milioni di dollari di fatturato. Il gruppo Olivetti rileva il 35% per 8 milioni e 700.000 dollari. È quasi un atto simbolico. L’azienda nata nel 1908 per fare concorrenza alla Underwood, 50 anni dopo se la compra.
Lo Wall Street Journal è incredulo. Scrive che qualcosa di incredibile sta succedendo. A Ivrea, a Pisa, a Borgo Lombardo, a Pozzuoli, a New York, a San Paolo, a Tokyo. La Olivetti è ovunque. Ha il design migliore del mondo, ha il primo computer a transistor del mondo, ha una rete commerciale globale. ha un’idea nata dall’odio di un ragazzo tredicenne per il buio di un’officina che ha trasformato il lavoro, l’architettura, la comunità.
A metà degli anni 50 la Olivetti possiede una catena verticale completa. La SGS le produce i semiconduttori. Il laboratorio di Tchou le costruisce i computer, la rete commerciale li vende a cervelli giovani, a architetti, a poeti. Tra Adriano, Roberto, Tchou, Perotto, De Sandre, Garziera, Sottsass si crea un ecosistema culturale che la Silicon Valley conoscerà solo 10 anni dopo.
È il momento più alto, visto col senno di poi la vetta da cui si vede il precipizio, perché nel Canavese, nell’inverno del 1960, due uomini stanno per morire e con loro un intero futuro. Capitolo 6. Due bare in 20 mesi. Sabato 27 febbraio 1960. Adriano Olivetti sale a Milano sul treno per Losanna. Va a incontrare alcuni banchieri svizzeri pronti a finanziare l’azienda.
Le banche italiane, dopo la caduta del governo Fanfani, sostenuto col voto determinante dello stesso Olivetti, hanno inspiegabilmente chiuso il credito. Adriano cerca capitali all’estero, come ha sempre fatto quando l’Italia gli chiudeva una porta. Sul treno fra Chiasso e Airolo, viene colto da un malore.
Trombosi cerebrale, dirà la diagnosi ufficiale. Adriano Olivetti muore solo in uno scompartimento ferroviario a 58 anni. Alcuni, come la giornalista americana Meryle Secrest nel libro The Mysterious Affair at Olivetti, solleveranno dubbi mai dissolti. Ma il dubbio per ora resta marginale. Il fatto è devastante di per sé. A Ivrea sospendono il carnevale. 40.000 persone seguono il feretro. Operai, impiegati, dirigenti, contadini, casalinghe del Canavese. Le tribune del Carnevale, già montate per la sfilata, si trasformano in tribune funebri. Le arance destinate alla battaglia restano nel macero. Il vescovo Bettazzi parla di una perdita enorme e dentro la fabbrica si apre un vuoto che nessuna procedura di successione può riempire.
Adriano lascia un’azienda in piena espansione tecnologica, ma gravata da un investimento che si rivela più costoso del previsto. Lo stabilimento Underwood di Hartford nel Connecticut è obsoleto. Renzo Zorzi racconterà che due giorni dopo la firma visitando l’impianto Adriano esclamò che era un disastro. Per risanare la Underwood, la Olivetti spenderà, secondo gli storici, fino a 100 milioni di dollari, 10 volte l’investimento iniziale.
Un buco che indebolisce l’azienda nel momento peggiore, il momento in cui ha appena perso il suo fondatore. Roberto Olivetti, il primogenito, prende le redini, diventa amministratore delegato nel 1962 insieme al cugino Camillo, crede nell’elettronica come unico futuro. Mantiene Tchou alla guida del laboratorio di Borgo Lombardo.
La divisione elettronica viene formalmente costituita nel 1962, riunendo tutte le attività informatiche del gruppo. Poi arriva il secondo colpo. Mercoledì 9 novembre 1961. Mario Tchou, 37 anni, esce da Borgo Lombardo a bordo di una Buick Skylark guidata dal suo autista Francesco Frinzi. Va a Ivrea, deve presentare al management un progetto di nuova architettura a transistor che dovrebbe staccare ulteriormente la Olivetti dalla concorrenza americana.
Sull’autostrada Milano-Torino, a tre corsie all’epoca, poco prima del casello di Santhià, la Buick sbanda dopo un sorpasso, fa una doppia piroetta e si schianta contro la cabina di un autocarro OM Leoncino. Pioggia, strada sdrucciolevole. Tchou e Frinzi muoiono sul colpo. Le indagini vengono chiuse rapidamente. Carlo De Benedetti dichiarerà nel 2013.
In Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso dai servizi segreti americani. La moglie Elisa Montessori dichiarerà: “Quello sì fu un complotto, tutto industriale e finanziario volto a indebolire l’Olivetti e l’Italia e a fare un favore agli americani.” Nessuno potrà mai provare nulla.
La famiglia Tchou ha sempre escluso la pista del complotto. Le indagini italiane non hanno mai prodotto risultati. La storia lì resta sospesa, ma il dato incontestabile è un altro. In 20 mesi e 10 giorni, dal 27 febbraio 1960 al 9 novembre 1961, la Olivetti perde i due cervelli che la stavano portando nel futuro. Il visionario e l’ingegnere, il padrone e il direttore tecnico.
L’azienda più avanzata d’Italia è decapitata. Capitolo 7. Via Filodrammatici, la stanza dove si firmò la resa. Per capire ciò che accade tra la morte di Tchou e la cessione dell’elettronica, bisogna entrare in un indirizzo preciso. Via Filodrammatici numero 3, Milano. L’ufficio di Enrico Cuccia, amministratore delegato di Mediobanca, l’uomo che dal dopoguerra in poi regola, arbitra e decide le sorti del capitalismo italiano dal salotto buono di una banca d’affari.
Lì, in quella stanza, viene decisa la sorte dell’elettronica italiana. L’azione si svolge in tre atti. Atto primo, autunno 1962. La Olivetti soffre, le riserve sono prosciugate dall’investimento Underwood e dai costi della grande elettronica. Roberto Olivetti, convinto che il futuro sia digitale, convince i familiari ad affidarsi a un esterno.
Su suggerimento di Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Banca Commerciale, viene contattato Bruno Visentini, vicepresidente dell’IRI, fiscalista, repubblicano, già consulente della Olivetti. Mediobanca viene incaricata di studiare la situazione. Atto secondo, primavera 1964. Le azioni Olivetti crollano da 4.000 a 1.500 lire. La famiglia divisa fra eredi, parenti, rami diversi è fortemente indebitata con le banche e non riesce a ricapitalizzare. Bruno Visentini dipinge un quadro della situazione finanziaria più critico di quello che i numeri giustificherebbero. Piergiorgio Perotto, l’ingegnere della futura Programma 101, lo scriverà senza mezzi termini.
Non è mai stato del tutto chiaro perché Visentini abbia dato una rappresentazione della situazione finanziaria della Olivetti più critica di quella che era in realtà. La crisi era soprattutto un problema degli azionisti che si erano indebitati con le banche più che dell’azienda. I bilanci confermano. Nel 1962 utile netto di 5 miliardi e 120 milioni di lire nel 1963 utile netto di 4 miliardi e 120 milioni.
Non un’azienda decotta ma la strategia dei salvatori ha bisogno che l’azienda appaia in pericolo perché la merce di scambio nel salvataggio è già stata concordata. Mario Caglieris, il dirigente Olivetti incaricato delle verifiche patrimoniali, presente in via Filodrammatici durante le trattative, lo metterà nero su bianco in una nota riservata a Visentini nel 1976.
Enrico Cuccia confuse la crisi finanziaria della famiglia, che era un dato reale, con la crisi finanziaria dell’azienda che non c’era. Atto terzo. Il 18 maggio 1964 viene siglato l’accordo del gruppo di intervento azionisti. Entrano nel capitale Olivetti cinque grandi della finanza italiana: Fiat di Vittorio Valletta, Pirelli, IMI (Istituto Mobiliare Italiano), Mediobanca di Cuccia e la Centrale.
La famiglia Olivetti vende le proprie azioni a 1.000 lire l’una per ripianare i debiti personali. L’azienda riceve un prestito di 20 miliardi. Visentini diventa presidente. Aurelio Peccei, futuro fondatore del Club di Roma, diventa amministratore delegato. Roberto Olivetti viene spostato da amministratore delegato a vicepresidente, nei fatti svuotato di potere. E nell’accordo c’è una clausola.
La clausola, quella che cambia tutto dice che bisogna vendere l’elettronica. In altre parole, la cessione della divisione elettronica era già stata trattata. Era una condizione del salvataggio. Prima che il gruppo di intervento firmasse, la merce di scambio era stata concordata. I soldi in cambio dell’elettronica.
Il 30 aprile 1964 all’assemblea degli azionisti Fiat Vittorio Valletta pronuncia dal podio del lingotto una frase che entrerà nella storia della miopia industriale italiana. Parla del salvataggio Olivetti. Dice che la società di Ivrea ha una struttura finanziaria debole e poi definisce l’elettronica un neo da estirpare. Quattro parole. Il più grande computer d’Europa costruito a transistor 6 mesi prima dell’IBM, liquidato come un difetto cutaneo.
Ma Valletta non agisce solo per convinzione. Mario Caglieris riferirà un episodio raggelante. Durante le trattative in via Filodrammatici, Cuccia menzionò una telefonata appena ricevuta da Valletta. Valletta gli aveva riferito di una visita dell’ambasciatore americano. L’ambasciatore aveva chiesto che nell’accordo per l’ingresso del gruppo di intervento fosse imposta la cessione della divisione elettronica a una corporation americana.
Lo storico Lorenzo Soria, nel saggio Informatica, un’occasione perduta del 1979, scriverà: “Assegnare la sorte della divisione elettronica fu la condizione per l’ingresso nell’Olivetti del gruppo di intervento.” Escluso forse Antonio Giolitti, agli altri ministri il fatto che l’elettronica fosse un problema di interesse nazionale non interessò mai più di tanto.
Roberto Olivetti, ormai in minoranza, lotta, cerca alleanze in Europa, propone di mantenere l’elettronica e cedere semmai la Underwood. Visentini risponde “No, il taglio richiesto è uno solo, la divisione elettronica”. Giorgio Fua, economista e collaboratore di Enrico Mattei all’ENI scriverà: “Roberto fu messo in disparte da Visentini in malo modo. Egli puntava sull’informatica in cui vedeva la via del futuro.” Visentini non lo capì e stroncò tutto. Tagliò il ramo verde. Il 31 agosto 1964 si annuncia l’accordo con la General Electric. Nasce la Olivetti General Electric. La Olivetti vi conferisce l’intera divisione elettronica, mantenendo solo il 25% del capitale.
Il prezzo della cessione 8 miliardi e mezzo di lire. 4 anni dopo, nel 1968, anche quel 25% viene venduto. La OGE diventa GEIS, General Electric Information Systems Italia. Nel 1970 la stessa General Electric, che non si rivelò poi così innovatrice, cederà tutte le sue attività informatiche alla Honeywell. Tre uomini, Valletta, Visentini, Cuccia, ciascuno capace nel proprio mestiere, ciascuno convinto di fare la cosa giusta, avevano firmato la resa italiana nella corsa al computer.
L’ELEA 9003, il primo calcolatore a transistor del mondo, era stato venduto per meno del prezzo di un palazzo nel centro di Milano. Capitolo 8. La macchina che non doveva esistere, ma c’era un dettaglio