Elia Perrone ucciso a 8 anni in casa, il corpo della mamma in mare: la lite al telefono, la denuncia del papà e il gesto estremo
Negli ultimi decenni, la cronaca giornalistica italiana si è trovata sempre più spesso a dover fare i conti con una delle tragedie più inconcepibili e innaturali della natura umana: il figlicidio. Di fronte a questa dolorosa escalation di violenza domestica, la celebre scrittrice Susanna Tamaro ha firmato una profonda e toccante riflessione sulle pagine del Corriere della Sera, affrontando a viso aperto un tema che scuote le fondamenta stesse del nostro tessuto sociale. La sua analisi si addentra nei meandri di una realtà oscura, cercando di indagare le radici profonde di un fenomeno che non può più essere liquidato semplicemente come un insieme di casi isolati o di follia momentanea.

La scrittrice opera innanzitutto una netta e cruciale distinzione all’interno di questa drammatica casistica. Se l’uccisione dei neonati può trovare, in molti casi, una spiegazione clinica e una parziale comprensione medica all’interno delle gravi patologie legate alla depressione post-parto, lo scenario cambia radicalmente quando le vittime sono bambini più grandi. Parliamo di figli di sei, otto o dieci anni; creature per le quali quelle stesse madri hanno preparato le torte di compleanno, a cui hanno insegnato faticosamente a camminare e con cui hanno condiviso i sogni, le fantasie e i progetti per il futuro. È proprio questo l’aspetto che lascia l’opinione pubblica interdetta e priva di risposte: com’è possibile che l’istinto materno, da sempre considerato il baluardo supremo e inscindibile della conservazione della vita, si trasformi improvvisamente in una forza distruttrice?
Secondo l’analisi della Tamaro, la risposta va ricercata nelle profonde mutazioni antropologiche e culturali che hanno investito la società contemporanea negli ultimi vent’anni. L’evoluzione dei costumi e i ritmi frenetici della modernità hanno progressivamente isolato l’universo femminile, spesso spingendolo verso un modello esistenziale che ricalca i tratti più individualisti e competitivi di quello maschile. In questo processo di trasformazione, le radici affettive e relazionali più profonde sono state recise. La maternità, un tempo vissuta all’interno di una rete comunitaria e familiare solidale, è diventata un’esperienza vissuta in profonda e drammatica solitudine, lasciando molte donne prive degli strumenti emotivi necessari per gestire il peso psicologico della genitorialità.

I casi di cronaca, come quello avvenuto a Faenza dove una donna ha partorito e nascosto il figlio all’insaputa del marito, dimostrano come il nucleo familiare contemporaneo stia vivendo una crisi di comunicazione senza precedenti. Per molti bambini, la casa cessa di essere un rifugio sicuro per trasformarsi in un luogo di costante incertezza, dove il pericolo ha paradossalmente le sembianze, la voce e i vestiti dei propri genitori. Quando si spezza il legame sacro e originario tra una madre e la sua creatura, l’infanzia stessa rischia di trasformarsi in una lunga ed inesorabile discesa verso il baratro.
La riflessione di Susanna Tamaro non vuole essere una sterile condanna, bensì un severo e accorato monito per il futuro del Paese. La bonifica culturale dell’infanzia e la tendenza a edulcorare la realtà circostante impediscono spesso di cogliere i segnali di disagio prima che si tramutino in tragedie irreparabili. Di fronte a un Paese martoriato dal dolore di queste perdite innocenti, l’autrice sottolinea l’urgenza assoluta di rimettere al centro della discussione pubblica il valore del cuore, dell’ascolto e dell’empatia. Solo ricostruendo una comunità capace di sostenere le madri nei loro momenti di fragilità interiore e di proteggere attivamente i più piccoli, sarà possibile arginare l’orrore e restituire alla maternità il suo autentico significato di cura e custodia della vita.