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Braccianti bruciati vivi: l’orrore di Amendolara e il sistema dello sfruttamento

Braccianti bruciati vivi: l’orrore di Amendolara e il sistema dello sfruttamento

Erano invisibili finché non sono morti. E, tragicamente, spesso rimangono senza volto e senza nome anche dopo la fine. Wasem Khan, 29 anni; Pashtum Amin Fazal Kojani, 28; Ulis Matkiemi, 19; e Safi Yaiad, 27. Sono questi i nomi dei quattro giovani braccianti stranieri – pakistani e afghani – arsi vivi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, in un atto di ferocia che ha lasciato l’Italia intera sgomenta. Erano in Italia con regolari permessi di soggiorno, erano incensurati e vivevano da anni nel nostro Paese, lavorando duramente per un futuro migliore che è stato loro brutalmente negato.

Tutto si è consumato in un’area di servizio, al termine di un’ennesima giornata passata sotto il sole dei campi. Il racconto dell’unico sopravvissuto, Mohamed Tal Almayar, è un resoconto lucido e spaventoso di un inferno in terra. Secondo la ricostruzione, i due aggressori avrebbero fermato l’auto a un distributore, fatto scendere i braccianti e poi, con una freddezza disumana, avrebbero cosparso il veicolo di benzina, bloccando le portiere e lanciando un accendino all’interno. La disputa alla base di questo massacro? Un conflitto brutale su paghe non corrisposte dallo scorso aprile. “Avevamo litigato perché non volevano pagarci”, ha raccontato Almayar, scampato alla morte per puro miracolo rompendo un finestrino.

Braccianti bruciati vivi, chi erano: da Ullah, 19 anni, a Waseem di 29.  Vivevano in affitto in 10 in una casa da 500 euro al mese

Le indagini della Procura di Castrovillari, guidata dal procuratore Alessandro D’Alessio, hanno fatto luce su un contesto di sfruttamento sistematico. I dieci braccianti vivevano stipati in un appartamento a Villa Piana, in via Gramsci, pagando ai caporali un affitto di cinquecento euro al mese, una cifra esorbitante detratta direttamente dalle loro misere paghe. Una catena di debiti che legava le vittime ai loro aguzzini, in una forma di schiavitù moderna che si nasconde spesso dietro contratti apparentemente regolari, il cosiddetto “lavoro grigio”, o dietro il nero assoluto.

Secondo il CNR ISMED, in provincia di Cosenza il fenomeno è purtroppo endemico. Si stima che tra gli undicimila e i dodicimila lavoratori stranieri operino in condizioni di irregolarità nel settore agricolo calabrese, in territori come Sibari, Cassano Ionico e Trebisacce. Dietro rapporti lavorativi che dovrebbero essere normati, si celano spesso orari massacranti, paghe da fame mascherate da salario ordinario e una negazione totale dei diritti fondamentali. Quando però anche il contratto viene meno, si scivola nel lavoro nero, dove la precarietà della vita e l’assenza di alternative occupazionali rendono questi lavoratori vulnerabili a ogni tipo di sopruso.

Il procuratore D’Alessio ha definito l’accaduto “un episodio di una gravità inaudita”, sottolineando come la pronta risposta delle forze dell’ordine abbia permesso di identificare gli autori in poche ore. Tuttavia, resta l’amaro in bocca. Oltre al dolore per le quattro giovani vite spezzate, emerge il fallimento di un intero sistema che permette a forme di caporalato così violente di prosperare nel silenzio. La tragedia di Amendolara non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg che affonda le radici in un sistema di produzione agricola troppo spesso indifferente alle vite che lo alimentano.

Oggi, i nomi di Wasem, Pashtum, Ulis e Safi servono a ricordare a tutti noi che il cibo che arriva sulle nostre tavole è spesso intriso di sofferenze invisibili. La giustizia farà il suo corso per i colpevoli, ma la ferita sociale che questa strage ha aperto richiede un impegno collettivo affinché il lavoro torni a essere, per tutti, sinonimo di dignità e non di morte.