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Perché Gesù non era nella sua tomba durante le 72 ore in cui la Chiesa la tenne nascosta?

C’è una domanda fondamentale che probabilmente non ti sei mai posto in tutta la tua vita, non per mancanza di curiosità personale, ma perché nessuno te l’ha mai rivolta apertamente. È una questione così semplice, diretta ed evidente che, ascoltandola per la prima volta, rimarrai in silenzio per alcuni istanti a riflettere. Ti chiederai inevitabilmente come sia possibile che nessuno abbia mai pensato di esplorare questo mistero prima d’ora, considerando la sua immensa portata storica.

La domanda riguarda il nucleo centrale della fede cristiana: Gesù di Nazareth è morto nel tardo pomeriggio di un venerdì ed è risorto la domenica mattina. Tra questi due eventi cruciali, la crocifissione e la tomba vuota, sono trascorse circa settantadue ore, un arco di tempo pari a tre giorni e tre notti completi. Questo periodo di tempo, pur essendo il fulcro di tutto, rappresenta un vuoto narrativo apparentemente insormontabile all’interno della storia più studiata dell’umanità.

I Vangeli canonici, scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni, descrivono minuziosamente ogni singolo passo della vita pubblica del messia cristiano. Questi testi sacri riportano fedelmente le sue conversazioni private con i discepoli, registrano il tono esatto della sua voce e documentano persino le sue emozioni più umane, come il pianto. Ci spiegano nel dettaglio cosa mangiava, come interagiva con i peccatori e come pregava in totale solitudine nel giardino del Getsemani la notte prima di affrontare la morte.

Tuttavia, questi quattro testi fondamentali rimangono completamente muti su ciò che accadde realmente in quelle fatidiche settantadue ore di oscurità. Non c’è una sola parola, un solo accenno esplicito, ma soltanto un silenzio profondo, denso e quasi assordante che avvolge il mistero di quei tre giorni. Non ti sembra una circostanza incredibilmente strana e degna di un’indagine molto più attenta, libera dai preconcetti dogmatici imposti nei secoli successivi?

Se sei disposto a pensare in modo intellettualmente onesto e a liberarti dalle interpretazioni preconfezionate, questa riflessione ti condurrà verso territori inesplorati. Nei prossimi minuti, se accetterai di porre quelle domande che sono rimaste senza una vera risposta per oltre diciannove secoli, tutto cambierà. Ciò che esploreremo insieme oggi altererà per sempre il modo in cui leggi, comprendi e interpreti il testo letterario e spirituale più influente di tutta la storia umana.

Ti invito a restare fino alla fine di questo lungo viaggio, perché le verità che stiamo per svelare non le ascolterai mai in una tradizionale predica domenicale. Esiste infatti un motivo storico e teologico molto specifico per giustificare questo silenzio premeditato, un motivo che è radicato nel cuore stesso dell’istituzione cristiana. Per comprendere la portata di questo occultamento, dobbiamo prima analizzare ciò che i testi sacri ci dicono effettivamente sul momento esatto in cui la vita ha abbandonato il corpo di Gesù.

Se apri uno qualsiasi dei Vangeli canonici e cerchi la cronaca delle sue ultime ore, ti troverai di fronte a narrazioni straordinariamente vivide e dettagliate. Gli evangelisti descrivono con precisione forense l’orario dell’agonia, le sette frasi pronunciate sulla croce e la reazione sbalordita del centurione romano incaricato dell’esecuzione. Quell’ufficiale abituato al sangue esclamò che quell’uomo era davvero il Figlio di Dio, mentre un violento terremoto scuoteva la terra e un’oscurità innaturale avvolgeva Gerusalemme per tre ore.

La cronaca continua descrivendo il velo del tempio, spesso e impenetrabile, che si squarcia misteriosamente da cima a fondo, segnando la fine di un’era religiosa. Subito dopo, la narrazione si concentra sui rituali di sepoltura, descrivendo un uomo ricco di nome Giuseppe di Arimatea, membro influente del Sinedrio. Secondo l’evangelista Luca, Giuseppe era un uomo buono e giusto che aveva dissentito segretamente dai piani omicidi degli altri leader religiosi e che decise di esporsi pubblicamente.

Giuseppe si recò coraggiosamente dal governatore romano Ponzio Pilato, rischiando la propria posizione sociale e politica, per implorare la restituzione del corpo senza vita del condannato. Pilato rimase profondamente sorpreso nell’apprendere che Gesù fosse già morto, poiché le vittime della crocifissione agonizzavano solitamente per giorni interi, non per poche ore. Il governatore convocò immediatamente il centurione per avere una conferma ufficiale del decesso, e solo dopo averla ottenuta diede l’ordine di consegnare il cadavere a Giuseppe.

Il corpo martoriato venne avvolto con estrema cura in un lenzuolo di lino finissimo, acquistato appositamente per l’occasione, come segno di estremo rispetto e devozione. A Giuseppe si unì Nicodemo, il dotto fariseo che in passato aveva fatto visita a Gesù di notte per timore di essere scoperto dai suoi pari. Secondo il Vangelo di Giovanni, Nicodemo portò con sé una costosissima miscela di mirra e aloe, del peso di quasi cento libbre romane, una quantità degna della sepoltura di un re.

I due uomini, mossi dalla pietà, avvolsero frettolosamente il corpo con le bende e gli aromi, rispettando per quanto possibile le rigide usanze funerarie ebraiche. Trasportarono il defunto in un sepolcro nuovo, scavato direttamente nella dura roccia calcarea, situato in un tranquillo giardino a pochissima distanza dal luogo spaventoso dell’esecuzione. Era una tomba inviolata, mai utilizzata prima di allora, il cui ingresso venne sigillato facendo rotolare una pesante e massiccia pietra circolare lungo una scanalatura.

Le donne che avevano seguito fedelmente Gesù fin dalla lontana regione della Galilea rimasero a guardare da lontano, osservando con angoscia il luogo esatto in cui veniva deposto il corpo. Con la chiusura del sepolcro iniziò il giorno di riposo ebraico, il sabato, un giorno in cui ogni attività lavorativa o rituale era severamente vietata dalla legge. Fino a questo punto, la narrazione è impeccabile: un racconto preciso, ricco di informazioni concrete, nomi propri verificabili, quantità esatte di spezie e descrizioni topografiche dettagliate.

Gli evangelisti ritenevano chiaramente di vitale importanza che il lettore sapesse con assoluta certezza come, dove e da chi Gesù fosse stato sepolto in quel venerdì sera. Poi, la narrazione compie un salto temporale e ci trasporta direttamente all’alba radiosa della domenica mattina, ignorando completamente tutto il giorno e la notte del sabato. Maria Maddalena e le altre donne si recarono alla tomba molto presto, quando il sole non era ancora sorto, portando con sé altri unguenti profumati.

Questi profumi erano stati preparati meticolosamente in casa per terminare il rito dell’unzione del corpo, che era stato interrotto bruscamente dall’arrivo impellente del riposo sabbatico. Giunte sul luogo, le donne fecero una scoperta sconvolgente: la grande pietra era stata ribaltata, il sepolcro era spalancato e completamente vuoto. I teli di lino che avevano avvolto il corpo giacevano piegati a terra, disposti in un ordine innaturale che non suggeriva in alcun modo l’opera affrettata di ladri di cadaveri.

A seconda del Vangelo che si sceglie di leggere, uno o due angeli dalle vesti sfolgoranti apparvero alle donne per annunciare che Gesù era risorto dai morti. Queste creature celesti spiegarono che egli non si trovava più lì e ordinarono alle donne di correre a informare i discepoli smarriti di questa notizia incredibile. Da quel momento in poi, iniziano a susseguirsi le famose apparizioni del risorto, che cambieranno per sempre il corso della storia umana e la nascita della prima chiesa.

Maria Maddalena ebbe il privilegio di vederlo per prima, confondendolo inizialmente per l’ortolano del giardino, fino a quando lui non pronunciò il suo nome con quella voce familiare. Successivamente, Gesù apparve ai discepoli terrorizzati che si erano rintanati nel cenacolo, offrendo loro la pace e soffiando su di loro lo Spirito Santo. Fu in quell’occasione, o poco dopo, che Tommaso ebbe bisogno di toccare fisicamente le ferite dei chiodi per sconfiggere il suo profondo e radicato scetticismo umano.

Poi ci fu l’incontro misterioso con i due discepoli in cammino sulla polverosa strada per Emmaus, i quali lo riconobbero solo al momento di spezzare il pane condiviso. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi anni dopo, menziona persino un’apparizione grandiosa di fronte a più di cinquecento fratelli riuniti contemporaneamente, molti dei quali erano ancora vivi mentre lui scriveva. Ma, nonostante tutte queste testimonianze sul prima e sul dopo, tra il venerdì pomeriggio e la domenica mattina rimane uno spazio bianco inquietante nei testi canonici.

Nessun teologo, nessun papa e nessuno studioso è mai riuscito a spiegare in modo del tutto soddisfacente questa omissione narrativa che perdura da ben diciannove secoli. Cosa è successo veramente in quelle settantadue ore in cui il corpo di Cristo giaceva senza respiro nell’oscurità della tomba di pietra? Che cosa accadde all’interno di quel sepolcro, sigillato ermeticamente con un masso enorme e sorvegliato a vista da un contingente di soldati romani armati fino ai denti?

Secondo il Vangelo di Matteo, quei soldati furono posizionati lì dai leader religiosi e da Pilato precisamente per evitare che qualcuno potesse disturbare il corpo o inscenare una finta resurrezione. I Vangeli canonici non dicono nulla, e questa totale assenza di informazioni è di per sé un fatto straordinario e dal significato teologico dirompente. Gli autori sacri hanno deciso deliberatamente di non dire nulla, assolutamente nulla, sulle settantadue ore più importanti e misteriose dell’intera storia della spiritualità cristiana.

Di fronte a questo vuoto, ci sono solo due opzioni logiche: o gli evangelisti non sapevano nulla di ciò che accadde, oppure lo sapevano ma scelsero di non raccontarlo. Entrambe queste opzioni spalancano una porta enorme su interrogativi scomodi, domande che l’istituzione religiosa ufficiale ha sempre preferito non formulare ad alta voce nei secoli. Eppure, prima di addentrarci nei segreti di ciò che i testi non dicono, è fondamentale analizzare un indizio lasciato da Gesù stesso, qualcosa che quasi nessuno nota mai.

Prima di affrontare la croce, Gesù pronunciò una profezia molto criptica ma estremamente rivelatrice su ciò che gli sarebbe accaduto durante quel preciso periodo di tempo. Dobbiamo leggere il Vangelo di Matteo, capitolo dodici, versetto quaranta, per trovare questa dichiarazione che è stata sepolta sotto secoli di interpretazioni superficiali. Gesù sta parlando a un gruppo ostile di farisei e scribi, i quali gli chiedono con arroganza un segno miracoloso per dimostrare la legittimità della sua autorità divina.

Gesù risponde loro con un’affermazione che è passata inosservata per generazioni, ma che in realtà è molto più specifica e profonda di quanto sembri a una prima e distratta lettura. Le sue parole esatte furono: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del grande pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”. Soffermiamoci su questa espressione fondamentale: nel cuore della terra, un luogo che non corrisponde affatto a una semplice tomba scavata nella roccia a pochi metri dalla superficie di Gerusalemme.

Dicendo “nel cuore della terra”, Gesù sta descrivendo un’esperienza cosmica e spirituale che va ben oltre la permanenza di un corpo inerte in attesa della decomposizione. Egli sta utilizzando un’immagine potentissima che, nella ricca tradizione biblica ed ebraica, possiede un significato specifico, esoterico e di trasformazione radicale dell’essere. È la metafora della discesa nel luogo più profondo e oscuro in assoluto, l’esperienza estrema di separazione dalla luce e dalla vita, seguita da un ritorno trionfale.

Giona, infatti, non entrò nel ventre del mostro marino come lo stesso uomo che poi ne uscì rigettato sulla spiaggia tre giorni più tardi. Giona entrò in quell’abisso oscuro come un profeta ribelle e fuggitivo, terrorizzato dalla sua missione divina e desideroso di fuggire lontano dallo sguardo del suo Creatore. Ne uscì tre giorni dopo come un individuo completamente trasformato, purificato dall’oscurità, disposto ad adempiere con zelo esattamente ciò che aveva rifiutato con tanta ostinazione in precedenza.

Quella discesa nel buio fu il momento centrale e trasformativo dell’intera storia di Giona, l’istante in cui tutto cambiò e la sua anima venne riforgiata. Ebbene, Gesù afferma esplicitamente davanti ai suoi accusatori che il suo destino sarebbe stato esattamente identico a quello dell’antico profeta inghiottito dalle acque. Tre giorni e tre notti trascorsi non in un sonno passivo, ma attivamente nel cuore pulsante e misterioso della terra, nel regno delle ombre e della morte.

Dove si trova esattamente questo “cuore della terra” e cosa è successo in quelle profondità inesplorate dai vivi? I Vangeli canonici non lo spiegano, si rifiutano di varcare quella soglia narrativa, lasciando il lettore orfano di una conclusione su questo specifico aspetto. Ma Gesù stesso ci aveva appena detto, prima di morire, che quel periodo non sarebbe stato un silenzio vuoto e insignificante, ma un evento di importanza capitale.

Avrebbe avuto luogo qualcosa di così profondo e inimmaginabile che egli stesso dovette paragonarlo all’esperienza di trasformazione più estrema conosciuta dall’antica tradizione biblica. Gesù sapeva perfettamente cosa sarebbe successo in quei tre giorni di permanenza nell’abisso, ne conosceva lo scopo cosmico e lo annunciò velatamente in anticipo. Gli evangelisti, redigendo i testi decenni dopo, scelsero in modo consapevole di non narrare l’adempimento letterale di quella profezia straordinaria.

Tuttavia, c’è un versetto sempre nel Vangelo di Matteo che è probabilmente il più inquietante, bizzarro e incompreso di tutto il Nuovo Testamento. Si trova lì, stampato nero su bianco nel canone ufficiale approvato dalla chiesa primitiva, pubblicato in milioni di Bibbie e disponibile in qualsiasi libreria del pianeta. Eppure, nonostante la sua presenza ingombrante, è uno dei passaggi meno spiegati, meno citati e più evitati in qualsiasi omelia domenicale di qualsiasi chiesa del mondo.

Si tratta del capitolo ventisette di Matteo, versetti cinquantadue e cinquantatré, un frammento di testo che sembra appartenere a un racconto dell’orrore o a una visione apocalittica. Il testo recita testualmente: “I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”. Ti invito a rileggere queste parole lentamente, soppesando l’enormità di ciò che stanno affermando senza alcun preambolo.

Quante persone, esattamente, hanno visto questi morti risorti che camminavano liberamente per le strade trafficate di Gerusalemme? Matteo non ci fornisce alcun numero, né ci dice l’identità di questi misteriosi santi che furono improvvisamente strappati al sonno della morte. Il testo non ci rivela cosa dissero quando apparvero ai loro cari ancora in vita, né spiega come reagì la popolazione di fronte a un simile miracolo di massa.

Non viene specificato per quanto tempo rimasero visibili nella città, se mangiarono, se parlarono o se tornarono silenziosamente nelle loro tombe di pietra. Il Vangelo non dice cosa accadde loro in seguito: uno degli eventi più straordinari che qualsiasi testo antico abbia mai descritto riceve esattamente due brevi versetti. Poi, dopo questa rivelazione scioccante contenuta nel Vangelo più letto al mondo, cala di nuovo un silenzio assoluto e imbarazzato.

Nessun altro vangelo canonico menziona questo risveglio dei morti: né l’essenziale Marco, né il meticoloso Luca, né il mistico Giovanni fanno il minimo cenno a questa invasione di risorti. Solo Matteo ne parla, limitandosi a due frasi, senza fornire la minima spiegazione, senza una continuazione narrativa e senza descrivere le inevitabili conseguenze sociali di un simile evento. Ancora più sorprendente è il fatto che nessun grande storico ebreo o romano dell’epoca abbia mai speso una parola su questo presunto miracolo collettivo.

Flavio Giuseppe, che scrisse in modo estensivo e dettagliato sugli eventi storici avvenuti a Gerusalemme in quel periodo burrascoso, ignora completamente questa vicenda. Pur menzionando la figura di Gesù in un altro celebre passaggio delle sue antichità giudaiche, Flavio non dice nulla di un esercito di morti che passeggia per le strade della capitale. Anche Tacito, l’illustre storico romano che documentò le origini dei cristiani e la morte del loro leader sotto Pilato, non registra nulla di tutto ciò.

Filone di Alessandria, un influente filosofo ebreo che visse in quel periodo e scrisse fiumi di inchiostro sugli eventi del mondo giudaico, non fa la minima menzione di questo prodigio. Un evento di una magnitudo incalcolabile, con cadaveri che tornano in vita e camminano in un’intera città, sembra essere svanito dalle cronache storiche mondiali. Solo due isolati versetti di un singolo vangelo riportano il fatto, senza che nessun’altra fonte indipendente del mondo antico si prenda la briga di confermarlo.

Perché accade questo? Molti ricercatori moderni e biblisti considerano questo passaggio una interpolazione successiva, un’aggiunta poetica inserita dalla comunità di Matteo per esaltare l’importanza della crocifissione. L’intento sarebbe stato quello di comunicare una profonda verità teologica in linguaggio puramente simbolico, utilizzando il vocabolario apocalittico ebraico tipico di quell’epoca tumultuosa.

Nella tradizione apocalittica giudaica, la resurrezione dei morti non era un evento casuale, ma il segno definitivo e inequivocabile che gli ultimi tempi erano giunti. L’apertura delle tombe indicava che il nuovo mondo era iniziato e che il potere della morte era stato infranto per sempre dall’intervento divino. Secondo questa interpretazione allegorica, Matteo non stava affatto descrivendo un evento fisico e letterale in cui cadaveri rianimati terrorizzavano i passanti a Gerusalemme.

Stava piuttosto usando il linguaggio drammatico della sua tradizione culturale per affermare che, con la morte di Gesù, qualcosa era cambiato in modo fondamentale nell’architettura dell’universo. La relazione tra i vivi e i morti, tra questo mondo visibile e il regno invisibile dell’oltretomba, era stata radicalmente alterata dal sacrificio sulla croce. Ci sono però altri ricercatori conservatori che prendono questo testo come un resoconto storico letterale, difendendone la veridicità a spada tratta.

Costoro sostengono che il silenzio assordante delle altre fonti storiche si spiega semplicemente con la natura altamente selettiva della storiografia antica, che spesso ometteva eventi prodigiosi non in linea con la narrativa ufficiale. E ci sono altri ancora che leggono questi due versetti come un indizio deliberato, un suggerimento criptico lasciato appositamente dall’autore sacro. Un modo per farci intuire che durante quel preciso periodo, in quelle misteriose settantadue ore tra la morte e la risurrezione, si consumò una battaglia cosmica.

Qualcosa accadde nel regno delle ombre, qualcosa che non riguardò solo l’anima di Gesù, ma che scosse e influenzò il mondo dei morti nella sua totalità. Un evento di una potenza tale da rendere temporaneamente permeabile e sottile l’antica barriera invalicabile che separa il mondo dei vivi da quello dei trapassati. Qualcosa che i Vangeli stessi, per la loro natura di testi catechetici, non potevano narrare direttamente senza rischiare di confondere i fedeli con concetti troppo esoterici.

Ma Matteo, evidentemente, non riuscì a resistere alla tentazione di alludere a questo grandioso evento cosmico, inserendo quei due versetti che poi lasciò volutamente privi di spiegazione. Ciò che nessuno può negare, indipendentemente dall’interpretazione che se ne voglia dare, è che questo frammento inquietante si trova nel canone ufficiale della Chiesa e nessuno si prende la briga di spiegarlo ai fedeli. Esiste poi un altro elemento in questo intricato racconto evangelico che quasi mai riceve l’attenzione e l’analisi critica che meriterebbe.

Quando viene esaminato in profondità, questo dettaglio rivela qualcosa di straordinario, di profondamente psicologico e politico, riguardo a ciò che si temeva potesse accadere in quelle settantadue ore. Dobbiamo leggere ancora Matteo, capitolo ventisette, dai versetti sessantadue a sessantasei, per cogliere questa sfumatura di paura che attanagliava i leader di Gerusalemme. I sommi sacerdoti e i farisei si recarono in delegazione da Pilato il giorno dopo la crocifissione, in pieno sabato, un dettaglio cronologico che è già di per sé incredibilmente rivelatore.

Gli ebrei osservanti e ortodossi, specialmente i leader del tempio, non avrebbero mai dovuto condurre affari politici o camminare fino al pretorio di un pagano durante lo Shabbat. Ma evidentemente considerarono questa specifica questione talmente urgente e vitale da spingerli a infrangere la loro stessa sacra regola del riposo per incontrare il governatore romano. Chiesero a Pilato il permesso di piazzare delle guardie armate davanti alla tomba di Gesù, temendo un complotto da parte dei suoi seguaci.

Dichiararono di temere che i discepoli, ricordando le profezie del loro maestro, sarebbero venuti di notte a rubare il cadavere per poi proclamare al mondo che egli era risorto dai morti. Pilato, forse infastidito o forse desideroso di chiudere rapidamente la questione, acconsentì alla richiesta: permise loro di sigillare la pietra e di disporre una guardia romana a presidio del sepolcro. Ma c’è qualcosa di profondamente illogico in questa spiegazione ufficiale, qualcosa che non torna affatto quando la si analizza con attenzione e buon senso.

In quel preciso momento storico, i discepoli di Gesù erano nascosti, completamente terrorizzati, convinti che la loro avventura spirituale fosse finita nel modo più tragico e cruento possibile. Il Vangelo di Giovanni afferma esplicitamente che si trovavano riuniti a porte rigorosamente chiuse per il grande terrore che nutrivano nei confronti delle autorità ebraiche. Pietro, il leader designato, aveva pianto amaramente dopo aver rinnegato di conoscere Gesù per tre volte davanti a dei semplici servitori.

Tutti gli altri apostoli, tranne Giovanni, erano fuggiti vigliaccamente nel buio quando le guardie armate avevano arrestato il loro maestro nel giardino del Getsemani. Il gruppo era psicologicamente a pezzi: spaventato, demoralizzato, privo di leadership e senza alcuna prospettiva di futuro. Non avevano assolutamente il profilo psicologico, né il coraggio fisico, di persone capaci di organizzare un audace furto di cadaveri.

Un’impresa del genere avrebbe richiesto di affrontare guardie romane addestrate e pesantemente armate, eludendo la loro sorveglianza militare. Questo ipotetico furto avrebbe inoltre richiesto di spostare in totale silenzio una pietra immensa e pesantissima nel cuore della notte, un’operazione fisicamente impossibile da nascondere. Il tutto davanti agli occhi vigili di un plotone di soldati che sarebbero stati spietatamente giustiziati dai loro superiori se avessero fallito la missione di guardia.

Allora, perché i sommi sacerdoti, che erano uomini estremamente intelligenti, calcolatori cinici e politici navigati, si preoccuparono così tanto? Erano leader astuti che avevano navigato per anni nelle acque insidiose tra il brutale potere imperiale romano e le delicate dinamiche del potere religioso ebraico. Perché considerarono la possibilità di una risurrezione, o di un furto, talmente reale da disturbare Pilato nel giorno sacro del sabato per chiedere l’intervento dell’esercito?

Forse perché avevano sentito o visto qualcosa durante gli anni di ministero di Gesù che li aveva turbati nel profondo, instillando in loro il dubbio atroce che l’impossibile potesse verificarsi davvero. La sconvolgente notizia della presunta resurrezione di Lazzaro, avvenuta a Betania pochi giorni prima, era circolata rapidamente in tutta Gerusalemme, scuotendo le coscienze di molti. I miracoli di guarigione e le opere di potenza di Gesù erano ben noti anche ai suoi nemici più acerrimi, che non potevano negare i fatti empirici.

E così, questi uomini potenti che affermavano di non credere in Gesù, gli stessi che avevano orchestrato il suo arresto notturno e la sua condanna a morte, furono assaliti dal panico. Considerarono assolutamente necessario prendere precauzioni estreme e militari contro qualcosa che, ufficialmente, liquidavano come una frode o una totale impossibilità teologica. Questo comportamento contraddittorio può essere spiegato logicamente solo in un modo: avevano una paura fottuta di qualcosa che non potevano ammettere in pubblico.

Ma la parte più rivelatrice e affascinante di tutta questa antica storia di intrighi e misteri è ciò che accade immediatamente dopo, all’alba del terzo giorno. Nel capitolo ventotto di Matteo, dai versetti due a quattro, il testo descrive un evento sovrannaturale che sconvolge l’ordine naturale delle cose. Nelle prime ore della domenica mattina ci fu un grande terremoto, provocato dalla discesa fulminea di un angelo del Signore dal cielo.

Questa creatura celestiale fece rotolare con facilità irrisoria la pesante pietra circolare che sigillava l’ingresso, e poi vi si sedette sopra con un atteggiamento di totale trionfo. Il suo aspetto sfolgorava come un fulmine accecante, e le sue vesti erano candide come la neve immacolata, emanando una luce ultraterrena. Di fronte a questa teofania spaventosa, le guardie romane tremarono di puro terrore e, sopraffatte dallo shock, crollarono a terra come se fossero diventate uomini morti.

Uomini morti. Parliamo di legionari addestrati per la guerra e per le brutalità, soldati dell’impero abituati al combattimento corpo a corpo, al sangue, alle urla e alla violenza estrema. Uomini spietati che erano avvezzi a vedere le persone morire nei modi più svariati e crudeli, uomini che non si lasciavano spaventare facilmente da un temporale o da un’allucinazione.

Uomini la cui stessa sopravvivenza dipendeva esclusivamente dalla capacità di mantenere il sangue freddo e la lucidità tattica in situazioni di pericolo estremo. Eppure, rimasero lì, completamente paralizzati a terra, rigidi come cadaveri di fronte a ciò che i loro occhi mortali furono costretti a vedere in quel giardino. Cosa videro esattamente quegli occhi abituati alla crudeltà del mondo per subire uno shock psicologico e fisico di tale portata?

Il testo canonico si limita a dire, in modo quasi reticente, che videro l’angelo scendere dal cielo, ma c’è un dettaglio fondamentale che cambia tutto. È un particolare che i ricercatori più attenti sottolineano da decenni e che stravolge completamente la tradizionale interpretazione pittorica e letteraria di questo passaggio. L’angelo fece rotolare la pietra e vi si sedette sopra, ma non aprì la tomba per permettere a Gesù di uscire.

La pietra fu rimossa solo dopo che qualcosa di inspiegabile era già accaduto all’interno di quell’oscurità sigillata per tre giorni. La tomba, di fatto, era già completamente vuota quando l’angelo la aprì e quando le donne vi giunsero poco dopo con i loro profumi. L’angelo non ha scardinato il sepolcro per far uscire il Cristo risorto, ma lo ha aperto esclusivamente per mostrare al mondo intero che egli non era più lì.

I Vangeli canonici tacciono ostinatamente, rifiutandosi di dire l’orario esatto o le modalità con cui Gesù è emerso dal suo stato di morte. E ora arriviamo a un punto cruciale di tutta l’indagine storica: i versetti da undici a quindici del capitolo ventotto di Matteo narrano la reazione dei potenti. Raccontano cosa fecero i sommi sacerdoti quando quelle stesse guardie, ancora scosse dal terrore, corsero in città per riferire l’incredibile accaduto.

Ciò che fecero quei leader religiosi è talmente meschino e rivelatore che vale la pena fermarsi ad analizzarlo con la massima attenzione. Le guardie e i sommi sacerdoti si riunirono in segreto con gli anziani del popolo e, dopo una rapida consultazione, presero una decisione basata sulla corruzione. Diedero ai soldati traumatizzati una grandissima somma di denaro, un vero e proprio patrimonio, affinché diffondessero una precisa menzogna di stato.

Ordinarono loro di sostenere pubblicamente che i discepoli erano venuti di notte, mentre loro dormivano profondamente, e avevano rubato il corpo del maestro. Aggiunsero una rassicurazione fondamentale: “Se mai questo giungesse agli orecchi del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione”. I sommi sacerdoti, difensori della legge di Dio, corruppero sfacciatamente le guardie pagane per indurle a mentire spudoratamente davanti al popolo.

Perché arrivare a tanto? Perché ciò che le guardie avevano visto e riferito era assolutamente incompatibile con la narrativa ufficiale e minacciava di distruggere il loro intero sistema di potere. E invece di avviare un’indagine onesta, invece di prostrarsi a terra e chiedersi se non avessero appena condannato a morte il messia atteso, scelsero la via della menzogna e della corruzione.

Ciò che quelle guardie romane videro quella notte fatidica nel giardino della tomba di Gesù fu talmente dirompente e innegabile da scatenare il panico. I leader religiosi più potenti e influenti di Gerusalemme dovettero attingere pesantemente alle casse del tempio per pagare il loro silenzio e insabbiare la verità. Ma che cosa videro di così sconvolgente che i testi ufficiali si rifiutano di descrivere?

Per trovare una risposta a questa domanda dobbiamo viaggiare nel tempo fino al 1886, e nello spazio fino alla polverosa città di Akhmim, nell’Alto Egitto. Un gruppo di archeologi francesi stava scavando pazientemente un’antica necropoli quando si imbatté in una scoperta totalmente inaspettata e dal valore inestimabile. Sepolto accanto ai resti mortali di un monaco cristiano medievale, riposava un piccolo codice scritto su pergamena logora.

Gli studiosi aprirono il reperto con estrema cura e delicatezza, scoprendo un testo che era rimasto nascosto sotto le sabbie del tempo per più di mille anni. Si trattava dell’antico Vangelo di Pietro, un testo apocrifo che le prime comunità cristiane del secondo secolo conoscevano, leggevano e condividevano con naturalezza. Era un documento venerato, un testo che veniva regolarmente citato e commentato con rispetto dai primissimi e più influenti padri della chiesa nascente.

Autori del calibro di Origene lo menzionano nei loro scritti, e persino lo storico Eusebio di Cesarea ne parla nelle sue cronache dettagliate. Serapione di Antiochia scrisse un intero trattato teologico dedicato all’analisi di questo testo affascinante, ma poi accadde qualcosa di drastico e irreversibile. A un certo punto, durante il lungo e complesso processo di consolidamento del canone biblico ufficiale, avvenuto tra il secondo e il terzo secolo, questo vangelo divenne scomodo.

Fu dichiarato teologicamente inaccettabile dalle autorità ortodosse, ritirato forzatamente dalla circolazione pubblica e condannato all’oblio. Scomparve nel nulla per oltre un millennio, finché un pio monaco medievale non decise di nasconderlo e portarlo con sé nella propria tomba nel deserto egiziano. Ma perché il Vangelo di Pietro fu eliminato con tanta determinazione dai censori ecclesiastici dell’antichità?

Il motivo è semplice quanto dirompente: esso descrive a chiare lettere qualcosa che i quattro vangeli canonici non osano mai affrontare direttamente. Racconta proprio quell’evento indicibile che gli evangelisti ufficiali scelsero di omettere, colmando il vuoto narrativo che è stato assente dal resoconto cristiano per duemila anni. Il Vangelo di Pietro, con un linguaggio mistico e visionario, descrive visivamente l’istante esatto dell’uscita di Gesù dalla tomba di pietra.

I quattro vangeli canonici si limitano a raccontare il risultato finale, ovvero la constatazione della tomba vuota da parte dei testimoni. Le donne arrivano sul posto, trovano la pesante pietra già rimossa, vedono gli angeli messaggeri e ricevono la notizia stupefacente che Gesù è risorto. Nessuno dei quattro evangelisti ortodossi, però, ha il coraggio o le informazioni per descrivere l’attimo preciso in cui il padrone della vita emerge dalle tenebre della morte.

Nessuno racconta cosa è avvenuto all’interno di quel sepolcro ermeticamente sigillato durante le interminabili e angoscianti settantadue ore di silenzio cosmico. I testi canonici saltano a piè pari dall’apposizione dei sigilli alla scoperta della tomba vuota, ignorando del tutto il processo della resurrezione stessa. Il Vangelo di Pietro non compie questo balzo diplomatico, ma affronta la scena frontalmente con una narrazione che ha il sapore di un’epica surreale.

Il testo egiziano racconta che, nelle primissime ore prima dell’alba della domenica, mentre le guardie romane vigilavano infreddolite davanti al sepolcro, accadde l’impensabile. I cieli sopra Gerusalemme si squarciarono improvvisamente, emettendo un bagliore accecante, e due immense figure di pura luce discesero rapidamente verso la tomba. Di fronte a questa manifestazione di potere divino, la massiccia pietra circolare si mosse da sola, ritraendosi senza che nessuna mano umana la toccasse.

Da quel varco oscuro e fumante emersero lentamente tre figure maestose, la cui visione era sufficiente a far impazzire una mente umana non preparata. Le prime due figure angeliche erano di una statura talmente incommensurabile che le loro teste sfioravano letteralmente la volta celeste. La terza figura, il Cristo risorto, era amorevolmente sostenuta per le braccia dalle prime due, ma la sua altezza superava persino i cieli stessi, in una metafora visiva di gloria cosmica.

Ma il dettaglio più sconvolgente e bizzarro di questa narrazione apocrifa è ciò che seguiva queste tre figure gigantesche. Dietro di loro uscì dalla tomba una croce senziente, una croce che camminava da sola seguendo il suo signore risorto dalle tenebre. In quel momento irreale, una voce possente tonò direttamente dalle altezze dei cieli, ponendo una domanda che ha affascinato e confuso i ricercatori per oltre un secolo, da quando il papiro è stato tradotto.

La voce chiese: “Hai predicato a coloro che dormono?”. E la croce animata, in un miracolo di personificazione teologica, rispose chiaramente: “Sì”. Fermiamoci un istante a riflettere sulla portata inaudita di questo breve dialogo celeste registrato nel deserto egiziano. Una voce divina interroga il risorto, chiedendogli se ha compiuto la sua missione predicando ai morti, a coloro che riposano nel sonno eterno del mondo sotterraneo.

Si riferisce a quelle innumerevoli anime che sono rimaste addormentate nelle profondità, molto tempo prima che l’uomo di Nazareth nascesse in questo mondo materiale. E la risposta, inequivocabile e perentoria, è un “sì”: la missione è stata portata a termine con successo durante l’assenza dal mondo dei vivi. Durante quelle famose settantadue ore di silenzio assoluto, ignorate dai Vangeli canonici, Gesù è disceso negli inferi e ha predicato attivamente alle anime dei defunti.

La croce, che in questo testo non è più un mero e passivo strumento di tortura romana, diventa una presenza viva che parla, agisce e testimonia. È la croce stessa a certificare che questa immensa predicazione nell’oltretomba ha avuto effettivamente luogo, trasformando la sconfitta in un trionfo universale. Questa scena straordinaria è forse una descrizione letterale, cronachistica e fisica di ciò che gli occhi terrorizzati dei soldati videro realmente in quella notte di primavera?

Oppure si tratta di un racconto puramente simbolico, un affresco teologico che utilizza il linguaggio visivo ed esagerato dell’apocalittica giudaica per esprimere concetti indicibili? Forse è un disperato tentativo poetico di raccontare qualcosa che le normali parole umane, limitate e fragili, non possono in alcun modo contenere o spiegare razionalmente. O, ancora, potrebbe essere la trasposizione scritta di un’intensa visione mistica avuta da un testimone oculare, preservata devotamente all’interno di quella specifica comunità cristiana primitiva?

Gli accademici e i teologi discutono animatamente di queste complesse domande da oltre un secolo, scrivendo interi volumi senza mai raggiungere un consenso definitivo. Ma ciò che nessuno studioso serio può permettersi di negare è l’importanza storica di questo frammento sopravvissuto all’inquisizione del tempo. Questo testo circolava liberamente tra i primi cristiani del secondo secolo, forgiando la loro fede e la loro comprensione dell’aldilà ben prima dei grandi concili dogmatici.

Era un racconto conosciuto, rispettato e citato dai padri della chiesa, un documento che è rimasto tra le mani dei credenti per diverse generazioni prima di essere epurato. E questo testo eliminato descrive con precisione esattamente ciò che i vangeli canonici, ormai consolidati dal potere istituzionale, si rifiutano sistematicamente di descrivere ai fedeli. Racconta le settantadue ore di silenzio e conferma, attraverso un linguaggio visivo straordinariamente ricco e suggestivo, che il tempo trascorso nella tomba non fu sprecato.

L’intervallo tra la morte sanguinosa sulla croce e la risurrezione trionfale della domenica non fu un vuoto passivo, un semplice attendere che il tempo passasse. Al contrario, fu una missione attiva, feroce e mirata, dotata di uno scopo cosmico e salvifico estremamente concreto: liberare i prigionieri della morte. La domanda che sorge spontanea e immediata è esattamente la stessa che ha guidato la nostra indagine fin dal principio di questo lungo discorso.

Perché i Vangeli canonici, pur essendo testi ispirati, non raccontano questa discesa gloriosa agli inferi, privando i credenti di una speranza così luminosa? La risposta più intellettualmente onesta e storicamente rigorosa che i ricercatori moderni sono riusciti a elaborare, dopo secoli di accanite analisi, è sorprendentemente pragmatica. I Vangeli canonici non descrivono l’uscita dalla tomba e la discesa agli inferi semplicemente perché nessun essere umano era presente per assistervi consapevolmente.

Le guardie, le uniche fisicamente presenti sul luogo, erano crollate a terra paralizzate dal terrore accecante provocato dalla manifestazione angelica e dal terremoto. Quando ripresero faticosamente i sensi, stordite e confuse, la pietra era già stata spostata e il sepolcro era ormai desolatamente vuoto. Le donne devote giunsero sul posto solo più tardi, a cose fatte, portando inutilmente i loro aromi per un corpo che non c’era più.

I discepoli, avvisati dalle donne, arrivarono correndo ancora più tardi, trovando solo sudari piegati e il vuoto incolmabile lasciato dalla resurrezione. Nessuno, in definitiva, fu un vero testimone oculare, lucido e cosciente, del momento esatto in cui il miracolo dei miracoli ruppe le catene della mortalità. Solo il Vangelo apocrifo di Pietro tenta audacemente di descrivere questo momento con linguaggio visionario, ed è proprio per questo eccesso di zelo narrativo che fu condannato ed eliminato.

Ma l’indagine non si ferma qui: c’è un altro elemento fondamentale, qualcosa di talmente ovvio e palese da essere rimasto nascosto in piena vista per secoli. È una formula che milioni di fedeli di ogni età e nazione ripetono meccanicamente a memoria ogni domenica, rimbombando tra le navate delle chiese di tutto il mondo. La recitano senza mai fermarsi un solo secondo a riflettere sul significato profondo, filosofico e inquietante delle parole che stanno pronunciando con le loro stesse labbra.

Questa formula antichissima e venerabile è conosciuta universalmente come il Credo degli Apostoli. È la dichiarazione di fede più antica, diffusa e condivisa di tutta la cristianità, il collante teologico che unisce confessioni apparentemente lontanissime. Viene recitata con devozione nelle messe cattoliche, risuona solenne nei servizi protestanti luterani, viene cantata nelle celebrazioni anglicane e proclamata nelle chiese riformate.

Questo testo costituisce il riassunto ufficiale, dogmatico e inossidabile di ciò che la religione cristiana crede fermamente riguardo alla figura storica e divina di Gesù. Ogni singola parola di questa preghiera fu soppesata, dibattuta aspramente, analizzata e infine approvata nei concili dagli stessi vescovi inflessibili che decidevano cosa fosse ortodosso e cosa eretico. Non ci sono parole casuali, riempitivi o licenze poetiche in questo testo legislativo della fede antica.

Non esistono frasi che siano state incluse per puro caso o per abbellimento letterario; ogni sillaba è un dogma scolpito nella pietra teologica. Eppure, proprio in quel Credo tanto sacro, inserita esattamente tra la narrazione della morte e quella della risurrezione, si annida una frase misteriosa e dirompente. È una frase che è rimasta lì in modo visibile per secoli interi, a disposizione di chiunque voglia leggerla criticamente, aspettando solo che qualcuno si fermi a indagarla.

Aspetta silenziosamente che un credente o un curioso si chieda finalmente cosa significhi esattamente quella sequenza di parole pronunciate con tanta leggerezza. La frase recita testualmente: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte”. Eccola lì, incastonata come un diamante grezzo nel testo più ufficiale, autoritario e inattaccabile che esista nell’intera galassia del cristianesimo.

Si trova esattamente nelle parole che milioni di persone ripetono coralmente ogni settimana, posizionata con precisione chirurgica nello spazio temporale tra il venerdì e la domenica. Riempie proprio quello spazio delle famose settantadue ore di silenzio omertoso che i Vangeli canonici si sono ostinati a non narrare apertamente: Gesù discese agli inferi. Quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato in chiesa un sermone appassionato che tentava di spiegare il significato di questa discesa sotterranea?

Quando è stata l’ultima volta che un prete o un pastore ti ha illustrato nei minimi dettagli dove sia andato esattamente Gesù in quei tre giorni di oscurità fisica? Cosa ha fatto concretamente laggiù, tra le anime perdute e i demoni prigionieri? Quanto tempo si è fermato in quel regno di ombre prima di risalire verso la luce sfolgorante del mattino di Pasqua? Cosa è accaduto, passo dopo passo, durante questa epica e vittoriosa invasione cosmica del regno della morte?

Quando mai, durante una noiosa lezione di catechismo infantile o per adulti, un insegnante si è fermato su quella singola frase dicendo: “Ora cerchiamo di capire la portata rivoluzionaria di questo evento”? La risposta, molto probabilmente, è “mai”, ed esiste una ragione politica e teologica estremamente ponderata per giustificare un simile, imbarazzante silenzio. Questa omissione didattica ha a che fare con la verità sconvolgente che quella frase rivela quando viene analizzata spogliandola dalle traduzioni medievali.

Dobbiamo infatti risalire alla sua lingua originale per comprenderne la portata, perché la parola che è stata tradotta frettolosamente e colpevolmente come “inferi” (o inferno in molte lingue) non significa affatto ciò che pensi. Non corrisponde in alcun modo all’immagine spaventosa che la maggior parte delle persone moderne si forma nella mente quando sente pronunciare quel termine carico di terrore e zolfo. Il Credo degli Apostoli originale non fu scritto in italiano, né in latino volgare, ma in greco antico, e la parola greca scelta dai padri conciliari per descrivere quel luogo era “Hades”, l’Ade.

L’Ade greco non era in alcun modo l’inferno fiammeggiante, sadico e ricolmo di zolfo bollente partorito dalla macabra immaginazione medievale e dall’inquisizione. Non era affatto il luogo di tormento eterno e inespiabile, progettato per punire dove i dannati urlano e bruciano senza fine per i peccati commessi in vita. L’Hades, nella complessa cosmologia ellenistica e nel pensiero religioso ebraico del primo secolo, era un concetto molto più neutro e universale: era semplicemente il luogo di sosta dei morti.

Era il mondo sotterraneo e grigio, il luogo d’ombra dove inesorabilmente confluivano tutte le anime umane subito dopo la dipartita corporale, senza distinzione di merito. Ci andavano sia i giusti e pii, sia gli empi e i peccatori, in una sorta di limbo d’attesa, di sonno cosciente prima della grande convocazione per il giudizio finale e universale. Nella lingua ebraica, che era la lingua madre della teologia di Gesù, il concetto teologico equivalente all’Hades greco era chiamato “Sheol”.

E lo Sheol, questo oscuro abisso collettivo, appare citato dozzine di volte nei testi sacri dell’Antico Testamento, descritto come il destino ineluttabile verso cui marciano tutti i viventi. Il Salmo sedici ne parla con profonda angoscia poetica, il tormentato libro di Giobbe lo descrive come una terra di polvere e tenebra, e anche il grande profeta Isaia vi fa numerosi riferimenti. Non viene mai descritto come un luogo di tortura infuocata o di punizione retributiva specifica per i malvagi, ma è, semplicemente e tragicamente, la triste e inerme dimora di coloro che non sono più in vita.

Quindi, quando il Credo degli Apostoli afferma solennemente che Gesù discese “agli inferi”, ciò che sta effettivamente dichiarando nella sua purezza linguistica e storica originaria è molto diverso. Sta affermando che il Messia discese letteralmente nell’Hades, nello Sheol polveroso, raggiungendo il luogo esatto in cui risiedevano tutte le innumerevoli anime dei morti dell’intera storia umana. Si recò in quello spazio metafisico sospeso tra la fine della vita biologica terrena e l’attesa escatologica del giudizio finale alla fine dei tempi.

Lì risiedevano prigioniere, secondo il pensiero ebraico del primo secolo, le anime di tutti coloro, buoni e cattivi, che si erano separati dolorosamente da questo mondo luminoso. Ed è qui che emerge, prepotente e ineludibile, la grande domanda scomoda a cui la gerarchia della chiesa istituzionale non vuole, o ha troppa paura di, rispondere apertamente. Perché il figlio di Dio scelse deliberatamente di discendere fino alle profondità del luogo dei morti?

Che cosa ci faceva esattamente laggiù un essere di pura luce e vita? Cosa accadde realmente nel buio di quelle settantadue ore che separano il rantolo della crocifissione dal trionfo insondabile della resurrezione? Se il credo ufficiale, fondamento della fede ortodossa, riconosce apertamente e impone di credere a questo evento cosmico inserendolo nella dichiarazione più universale del cristianesimo, perché nessuno lo spiega mai con onestà?

Fortunatamente, ci sono due testi all’interno dello stesso Nuovo Testamento ufficiale che forniscono una risposta clamorosa, sebbene parziale e spesso occultata dalle cattive traduzioni, a questo atroce interrogativo. Due antichi documenti apostolici che si trovano integrati a pieno titolo nella Bibbia canonica approvata dai concili, quel libro stampato in milioni di copie in ogni lingua del mondo e disponibile ovunque. Questi due frammenti testuali contengono informazioni preziose, esplosive e rivoluzionarie riguardo alle famose settantadue ore che quasi nessuno osa insegnare nelle classi di catechismo moderne.

Il primo indizio inequivocabile si trova nella Prima Lettera di Pietro, al capitolo tre, precisamente nei versetti dal diciotto al venti. Il pescatore di Galilea divenuto apostolo scrive testualmente: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione”.

Rifletti bene: non stiamo parlando di un testo gnostico oscuro o di un vangelo apocrifo e proibito sepolto sotto la sabbia del deserto, ma di un pilastro della fede cattolica. È la prima lettera di Pietro, l’apostolo su cui la chiesa stessa fonda la propria presunta autorità temporale e spirituale, inclusa nel canone del Nuovo Testamento dopo innumerevoli filtri rigorosi e censori dogmatici. È stata deliberatamente mantenuta nell’elenco dei testi considerati sacri e infallibili, e dichiara in modo chiaro e cristallino che tra la morte e la resurrezione, Gesù scese attivamente nell’abisso per predicare.

Andò da qualche parte, oltre il velo della mortalità, e predicò instancabilmente la sua buona novella agli spiriti disincarnati che vi languivano prigionieri da tempo immemore. Chi erano esattamente, si chiede lo studioso, questi spiriti imprigionati nel buio a cui fu offerta questa straordinaria e postuma opportunità di redenzione? Il testo stesso di Pietro si premura di specificarlo nel versetto venti, aggiungendo un dettaglio storico che ci riporta alle origini mitiche dell’umanità.

Spiega che quegli spiriti in prigione erano le anime di coloro che si erano ribellati e avevano disobbedito a Dio ai tempi antichi di Noè, prima del grande e devastante diluvio universale. Erano, dunque, spiriti di peccatori impenitenti che erano morti violentemente nel cataclisma, anime ribelli e corrotte che avevano trascorso innumerevoli secoli confinate nell’oscurità opprimente del luogo dei morti. Eppure, nonostante la loro iniquità passata, Gesù discese di persona in quel regno di condanna proprio per predicare a loro, non ai giusti.

Perché mai il messia avrebbe fatto una cosa del genere a coloro che la giustizia divina aveva apparentemente già punito sterminando il genere umano? Forse per offrire loro un’ultima, inaspettata opportunità di salvezione che non avevano avuto in vita o che avevano colpevolmente sprecato nella loro ignoranza ostinata? Per portare a compimento universale qualcosa di grandioso che era stato promesso all’umanità fin dal principio dei tempi e dal momento della tragica caduta dell’Eden.

Sebbene il testo apostolico non si dilunghi nello spiegare ogni dettaglio teologico di questa discesa, rende una cosa assolutamente chiara, spazzando via le tenebre dell’ignoranza dogmatica. Afferma senza ombra di dubbio che questo periodo di tre giorni non fu affatto un vuoto passivo in attesa del miracolo, ma fu teatro di un’attività febbrile, di una missione salvifica dirompente. Ci fu uno scopo concreto, un’incursione divina nell’invisibile durante le misteriose settantadue ore che separarono la fine della carne terrena dal nuovo inizio spirituale.

Ma la rivelazione non si esaurisce qui; esiste infatti un secondo testo folgorante, nascosto tra le pagine dell’epistolario paolino, precisamente nella Lettera agli Efesini, capitolo quattro, versetti dall’otto al dieci. Paolo di Tarso, l’architetto della teologia cristiana primitiva, scrive questo passaggio enigmatico: “Ascendendo in cielo ha portato con sé dei prigionieri. Ora, questo ‘è asceso’, che cosa vuol dire se non che prima era disceso quaggiù sulla terra, nelle regioni inferiori?”.

E Paolo continua la sua incalzante speculazione teologica: “Colui che è disceso è lo stesso che anche è asceso al di sopra di tutti i cieli, per essere la pienezza di tutte le cose”. La logica ferrea dell’apostolo non lascia spazio a interpretazioni spiritualizzanti o edulcorate: colui che è salito in gloria verso le vette celesti è esattamente lo stesso uomo che prima si era inabissato. Gesù è disceso profondamente nelle viscere del cosmo prima dell’alba della resurrezione trionfale e della successiva ascensione in corpo e spirito.

C’è stata una reale, fisica e ontologica discesa metafisica nel cuore oscuro e dimenticato del mondo sotterraneo, proprio in quelle famigerate “parti inferiori della terra”. E quando l’uomo-Dio è finalmente risalito verso la luce vittoriosa, non era più solo: portava trionfalmente con sé innumerevoli prigionieri strappati al potere delle tenebre. Li ha liberati spezzando le loro catene invisibili, li ha perdonati e li ha presi con sé, in un esodo cosmico di proporzioni inimmaginabili che ha svuotato l’Ade del suo antico bottino.

Quando si sarebbe potuto verificare storicamente questo evento titanico di liberazione di massa delle anime imprigionate fin dalla notte dei tempi? Soltanto in quelle cruciali settantadue ore di apparente quiete del corpo nella tomba. E chi erano, esattamente, questi innumerevoli prigionieri redenti che il Cristo si trascinò dietro quando scardinò le porte dell’abisso per riemergere nella luce sfolgorante del mondo dei vivi?

Paolo, da bravo teologo mistico, non fornisce un elenco di nomi e cognomi, ma conferma due dogmi inossidabili che sconvolgono la visione tradizionale dell’inferno e della dannazione. Primo, la discesa nel regno della morte è accaduta realmente; secondo, non è stata una passeggiata turistica, ma ha avuto conseguenze eterne, tangibili e dirompenti. Questa conseguenza è la liberazione attiva e concreta di tutti coloro che giacevano prigionieri nelle catene buie del luogo dei defunti in attesa di un redentore.

Ci troviamo così di fronte a due testi fondamentali e intoccabili del Nuovo Testamento ufficiale, due conferme teologiche pesanti come macigni che non possono essere spazzate sotto il tappeto dogmatico. Documentano che in quelle settantadue ore di silenzio assordante, che gli evangelisti hanno faticato a omettere dai loro racconti storici per vari motivi catechistici, è accaduto qualcosa di epocale. E lo stesso credo immutabile della chiesa istituzionale lo riconosce apertamente e lo proclama ogni domenica con una frase ambigua che però nessuno osa sviscerare fino alle sue logiche conclusioni.

Ma se ci fermiamo a riflettere con razionalità e rigore logico su questi testi antichi, ci accorgiamo che da questa dottrina scaturisce un corollario teologico assolutamente devastante per l’istituzione. Se Gesù ha predicato attivamente agli spiriti ribelli imprigionati, come afferma chiaramente la lettera di Pietro, e se ha condotto con sé schiere di prigionieri, come giura l’epistola agli Efesini, allora emerge un problema enorme. C’è una conseguenza logica inevitabile, un gigantesco elefante nella stanza teologica che la gerarchia della chiesa ha disperatamente cercato di non articolare mai ad alta voce per ben diciannove secoli di potere e controllo.

Se a quegli spiriti dannati da millenni fu predicato il vangelo della salvezza proprio mentre si trovavano nell’oltretomba, cosa accadde a chi, avendo udito quel messaggio cosmico laggiù, decise di rifiutarlo? Rifletti su questa dinamica in modo pacato e razionale, mettendo da parte le paure infantili inculcate da secoli di predicazioni terroristiche medievali sul fuoco eterno. Se Gesù è sceso personalmente nell’oscuro regno dei morti per predicare, allora significa inequivocabilmente che le anime defunte e imprigionate lì godevano ancora della facoltà del libero arbitrio.

Avevano ancora una possibilità reale di scegliere: potevano decidere di ascoltarlo e pentirsi, oppure potevano sceglire orgogliosamente di non prestargli ascolto, rifiutando ostinatamente la sua grazia postuma. E se quelle anime antiche e trapassate conservavano ancora il dono inestimabile di quella scelta morale, allora significa che la salvezza non è affatto un processo lineare e spietato che termina tassativamente con la cessazione del respiro biologico. La morte fisica, il battito cardiaco che si arresta, non decreta la sentenza irrevocabile, eterna e senza appello che ci è stata presentata per millenni come un dogma insindacabile.

Esiste, al contrario, un momento successivo e misterioso, una seconda opportunità straordinaria e ricca di grazia che si spalanca in quello spazio sconfinato e atemporale situato tra il decesso corporeo e il destino eterno. Questa idea grandiosa della redenzione oltre la tomba è così esplosiva, così intrinsecamente sovversiva e radicalmente incompatibile con il rigido e implacabile sistema di controllo istituzionale che la chiesa ha edificato nei secoli, da dover essere distrutta. Non solo è stata accuratamente e metodicamente messa a tacere in ogni predica, ma la dottrina della misericordia senza limiti è stata attivamente perseguitata in modo brutale con scomuniche e roghi purificatori.

L’uomo intellettualmente coraggioso che più di ogni altro ha sofferto, lottato e pagato con l’infamia per aver difeso questa idea rivoluzionaria e piena di compassione divina ha un nome e un cognome storico. Quest’uomo dalla mente formidabile e dal cuore puro si chiamava Origene di Alessandria, vissuto in un’epoca di grandi persecuzioni. Origene non era un eretico qualunque o un fanatico di periferia; fu, senza alcun dubbio, il teologo, filosofo e mistico più brillante e influente di tutto il cristianesimo primitivo.

Visse a cavallo tra l’anno 185 e il 254 dopo Cristo, operando instancabilmente ad Alessandria d’Egitto, che a quell’epoca era indiscutibilmente la città più intellettualmente avanzata, feconda e colta del mondo antico. Alessandria era una fucina di idee, un crocevia di filosofie neoplatoniche e tradizioni mistiche dove il genio di Origene germogliò. Il padre di Origene era un credente devoto che morì orribilmente martirizzato per la sua incrollabile fede cristiana quando il figlio aveva soltanto diciassette anni, lasciandolo profondamente segnato.

Il giovane e impetuoso Origene desiderava ardentemente consegnarsi di sua spontanea volontà alle brutali autorità romane per essere torturato e morire da martire accanto al suo amato padre nell’arena. Ma sua madre, spinta dall’amore materno e dal buon senso, glielo impedì in modo astuto nascondendo accuratamente tutti i suoi vestiti per non fargli varcare la soglia di casa. Questo dettaglio biografico commovente, così umano e al tempo stesso straordinario, dice molto sul tipo di carattere appassionato, integerrimo e radicale che possedeva l’uomo che avrebbe rivoluzionato la teologia.

Durante la sua instancabile carriera di studioso, produsse una mole di scritti sconcertante: fu l’autore prolifico di oltre duemila opere tra commentari, omelie, trattati apologetici e analisi linguistiche. Fu il primissimo pensatore della storia a tentare coraggiosamente di sistematizzare l’intera e caotica teologia cristiana in modo filosoficamente coerente, rigoroso e intellettualmente difendibile di fronte ai colti pagani. A differenza di molti suoi colleghi e avversari ecclesiastici che leggevano solo pessime traduzioni in latino, Origene studiava la Bibbia meticolosamente nelle sue lingue originali antiche, ebraico e greco.

Lo faceva con una profondità filologica, una conoscenza del testo e una passione per il dettaglio che nessun precedente o contemporaneo teologo cristiano aveva mai neppure lontanamente sperato di eguagliare. Insegnò per lunghi decenni con immenso successo prima nella sua nativa e colta Alessandria, e successivamente a Cesarea in Palestina, fondando una vera e propria scuola accademica di pensiero spirituale superiore. Le sue accorate lezioni pubbliche, i suoi dibattiti e i suoi sermoni erano talmente affascinanti, logici e straordinari che centinaia di studenti devoti intraprendevano viaggi pericolosi viaggiando da tutte le remote province dell’Impero Romano solo per ascoltarlo.

Ebbene, questo gigante intellettuale assoluto, questo faro della teologia antica, leggeva e studiava approfonditamente e con spirito critico esattamente gli stessi antichi testi apostolici che tu e io abbiamo letto e analizzato oggi in questa indagine. Leggeva il Credo degli Apostoli con attenzione, scrutava ogni singola parola della Prima Lettera di Pietro, analizzava accuratamente il messaggio dell’epistola agli Efesini e conosceva perfettamente i misteri contenuti nell’apocrifo Vangelo di Pietro.

Unendo tutti questi frammenti scritturali come i pezzi di un gigantesco puzzle divino, Origene giunse a una conclusione teologica inesorabile, magnifica e colma di speranza, che chiamò con un termine greco: apocatastasi. L’apocatastasi, traducibile letteralmente nel nostro idioma come “restaurazione universale”, era un concetto vertiginoso e pregno di compassione cosmica e amore divino incondizionato. Ciò che la sublime dottrina dell’apocatastasi affermava con assoluta convinzione filosofica era esattamente questo principio dirompente: “Alla fine dei tempi stabiliti, tutte le innumerevoli creature dotate di intelletto, assolutamente e incondizionatamente tutte, saranno restaurate”.

Tutte le creature saranno purificate dai loro errori terreni e restaurate infallibilmente al loro primitivo e perfetto stato originario di luminosa unione mistica e beatifica con Dio creatore. Questa restaurazione non avrebbe coinvolto, in un’ottica elitaria, soltanto i giusti, i pii, gli asceti o gli obbedienti. E non avrebbe salvato magicamente e meschinamente solo coloro che avevano avuto la fortuita occasione temporale o geografica di nascere e morire all’interno dell’unica e corretta chiesa istituzionale approvata.

Non avrebbe garantito il paradiso solo a coloro che, conformandosi ai dettami dei vescovi, avevano ricevuto fisicamente, e spesso meccanicamente, i sacramenti considerati corretti e necessari alla grazia salvifica. Avrebbe invece abbracciato, nel suo amore sconfinato e irresistibile, assolutamente tutti gli esseri senzienti, includendo senza esitazione anche coloro che avevano testardamente rifiutato il messaggio di Cristo mentre erano ancora in vita sulla terra. Avrebbe salvato e innalzato persino i poveri ignoranti pagani che non avevano mai udito pronunciare il nome di Gesù semplicemente perché nati dalla parte sbagliata del mondo o nel secolo sbagliato dell’antichità.

E qui, in questo slancio d’amore infinito per il creato intero, la logica teologica di Origene di Alessandria tocca con coraggio il limite estremo di ciò che la teologia istituzionale può sopportare. Egli arriva ad affermare, in modo coerente e incrollabile, che la misericordia di Dio non avrebbe avuto requie fino alla totale redenzione dell’universo, senza eccezioni, includendo in questo recupero finale e grandioso persino Lucifero e gli angeli decaduti. Nessun teologo successivo osò mai spingersi tanto lontano e mantenere fermamente e a testa alta una posizione teologica così sovversiva e densa di implicazioni politiche contro lo strapotere temporale dei sacerdoti.

La motivazione alla base di questa dottrina radicale e affascinante si fondava sulla convinzione inossidabile che l’amore di Dio creatore fosse ontologicamente assoluto, irresistibile e totalmente infinito, così come infinito e paziente è il lento trascorrere del tempo universale. Secondo Origene, nessuna anima, per quanto ottenebrata dall’odio, per quanto lontana dalla sorgente di pura luce e precipitata nell’abisso dell’ego, avrebbe mai potuto resistere eternamente e con successo all’infinita attrazione magnetica esercitata dall’amore divino. È come un gelido pezzo di ferro gettato nel fuoco di una fornace: per quanto ostinatamente resista all’inizio, prima o poi la sua natura sarà inesorabilmente penetrata dalle fiamme, ed esso, come recita l’antico saggio, alla fine assumerà il colore e la natura del calore stesso.

“Ogni singola anima precipitata nelle tenebre – sosteneva Origene – sarà infine purificata e trasformata dalla potenza dolce ma irresistibile del calore dell’amore incondizionato di Dio”. Gli origenisti, ovvero tutti quei numerosi fedeli istruiti che abbracciarono con entusiasmo la sua filosofia d’amore, fondavano questa meravigliosa e consolante dottrina escatologica basandosi precisamente sugli antichi testi neotestamentari che abbiamo esaminato noi stessi oggi pomeriggio. Si appoggiavano alla verità dogmatica e irrinunciabile della misteriosa e potente discesa del corpo e dello spirito di Gesù fin negli abissi insondabili dell’Ade ellenistico e dello Sheol ebraico.

Videro in quella sua straordinaria e gloriosa predicazione postuma agli spiriti testardi un’intenzionalità che trascendeva le epoche; videro la vera giustizia universale agire in favore di coloro che giacevano imprigionati e senza appello nelle nebbie del tempo. Riconobbero nella trionfale e violenta liberazione dei poveri prigionieri la dimostrazione suprema, concreta e inequivocabile di un amore divino che infrange letteralmente i confini dell’aldilà e straccia in mille pezzi le barriere spazio-temporali artificialmente create dagli uomini di potere. Per questa corrente illuminata e minoritaria di cristiani antichi, questi fatidici tre giorni di morte terrena non furono affatto percepiti e insegnati come un mero episodio secondario, isolato o semplicemente narrativo all’interno della grande storia di salvezza.

Per loro, quella discesa eroica rappresentava la dimostrazione più fulgida, intellettualmente chiara e logicamente potente del fatto che l’azione redentrice del Dio altissimo non conosce, né potrà mai conoscere o rispettare in alcun modo, dei rigidi limiti o paletti confessionali burocratici. Per il Creatore dell’universo non esistono stupidi confini dogmatici temporali, barriere dottrinali di appartenenza etnica o assurde date di scadenza per ottenere la salvezza della propria anima attraverso l’intercessione burocratica di istituzioni umane fatte di pietra. Se il perfettissimo e puro figlio di Dio è deliberatamente e misericordiosamente sceso nell’orrido luogo dei morti, superando persino i guardiani degli inferi, unicamente per andare a recuperare pazientemente chi giaceva condannato laggiù in mezzo alla polvere, le implicazioni morali sono sconvolgenti per la razionalità.

Il significato profondo e universale di questo potente e sconvolgente atto divino è che l’Onnipotente non abbandona per sempre e irreparabilmente neanche la più spregevole e peccatrice delle sue antiche creature finite nell’oltretomba. Questa fu l’incredibile, grandiosa e misericordiosa conclusione razionale e teologica a cui giunse l’acuta mente filosofica del grandissimo Origene di Alessandria, esaminando quegli antichi testi con la cura rigorosa e metodica di un filologo attento e ispirato. Ed è esattamente a causa della potenza destabilizzante, consolatoria e liberatoria insita in questa geniale dottrina cosmica che l’istituzione dogmatica della chiesa ufficiale, preoccupata per il mantenimento incontrastato del proprio controllo sociale sui fedeli, alla fine dei secoli la condannò senza pietà come mortale.

Tuttavia, bisogna sottolineare un dettaglio storico fondamentale e rassicurante: per ironia della sorte, questo atto di sistematica e implacabile condanna censoria del suo pensiero e dei suoi scritti non avvenne crudelmente mentre Origine era ancora materialmente in vita e capace di difendersi brillantemente. Origene morì povero e acciaccato nell’anno duecentocinquantaquattro dell’era cristiana, distrutto fisicamente, spossato e precocemente invecchiato, puramente a causa delle tremende e barbare torture subite con onore nelle prigioni dei Romani. Quelle sofferenze fisiche gli furono atrocemente inflitte, per piegare la sua indomita volontà, durante le efferate e generalizzate persecuzioni ordinate dal crudele imperatore romano Decio per sterminare la nascente chiesa cristiana.

Nonostante la fine tragica e sofferente del suo corpo martoriato, egli esalò comunque serenamente il suo ultimo respiro terreno senza mai dover subire l’umiliazione ufficiale di essere ingiustamente dichiarato eretico dal clero che pure gli doveva tanto in termini intellettuali. Al contrario, tutti i suoi illustri, dotti e potenti contemporanei lo veneravano e lo consideravano ampiamente e senza alcun dubbio come il più eccelso, venerato e geniale pensatore, mistico e difensore cristiano di tutta la sua tempestosa epoca storica. Persino l’influente teologo e acuto storico Eusebio di Cesarea, che può essere giustamente considerato come il primo ed entusiasta storico cronista ufficiale del primo cristianesimo e confidente di imperatori, provava e palesava regolarmente una profondissima, immensa e sviscerata ammirazione personale, reverenziale e teologica verso la mente illuminata del grande alessandrino.

Eppure, a causa delle insondabili logiche inumane del rigido potere teologico e politico, in un cupo momento storico nell’anno cinquecentocinquantatré, quasi ben trecento anni dopo la sua gloriosa fine terrena e il suo ritorno a Dio, le gelide e implacabili gerarchie ecclesiastiche riunitisi a concilio ribaltarono tutto e cambiarono tragicamente le carte in tavola. Il discusso e celeberrimo Secondo Concilio dogmatico di Costantinopoli, fortemente ed egoisticamente manovrato e pilotato dall’influente braccio armato e politico dell’autoritario imperatore bizantino Giustiniano, si scagliò brutalmente, vigliaccamente e senza alcuna pietà teologica, per ragioni eminentemente di controllo politico e sociale del popolo credente, contro l’eredità intellettuale del defunto genio cristiano di Alessandria. Lo dichiararono vigliaccamente, pretestuosamente e all’unanimità forzata, un eretico, ordinarono furiosamente e capillarmente la distruzione metodica di ogni traccia di tutti i suoi geniali ed innumerevoli scritti sparsi per il mondo imperiale per cancellarne la memoria teologica e spirituale.

La consolante e divina dottrina universale e misericordiosa della restaurazione escatologica finale fu conseguentemente catalogata come uno degli errori teologici più incredibilmente subdoli, intrinsecamente pericolosi ed essenzialmente sovversivi e disfattisti mai pensati o circolati liberamente in tutta la turbolenta storia ufficiale del pensiero religioso di matrice cristiana e postuma in genere. E perché mai una dottrina escatologica tanto meravigliosamente piena d’amore puro, di vera misericordia e profonda speranza eterna, una teologia pura che osa affermare con assoluta letizia spirituale che Dio Creatore, un giorno indefinito ed ineluttabile alla fine dei tempi biblici stabiliti dalla provvidenza, salva inevitabilmente assolutamente tutte le sue preziose e innumerevoli creature senzienti umane ed angeliche redente per mezzo dell’infinito e incondizionato amore manifestato nel sangue innocente e divino del sacrificio cristologico compiuto, dovrebbe mai ragionevolmente ed intellettualmente venire iniquamente giudicata in qualche modo follemente ed insensatamente così spiritualmente ed esistenzialmente sovversiva, blasfema ed estremamamente pericolosa da meritare in questo caso di essere perseguitata in ogni angolo oscuro di tutto l’Impero bizantino d’Oriente per preservare e mantenere rigidamente a qualunque costo il prezioso ed ingiusto stato di totale asimmetria tra clero e laici, lo status quo e i privilegi stabiliti a spese del volgo analfabeta, pauroso ed obbediente?

Fermati ed analizza seriamente: se in ultima analisi ogni persona creata e dotata d’anima sarà salvata misericordiosamente dalle fiamme dell’esilio e se quindi non c’è possibilità reale di una definitiva dannazione e perdita totale della speranza cosmica ed universale allora accade un fenomeno di natura psicosociale che altera la struttura gerarchica della sottomissione. La minaccia suprema per gli ecclesiastici è che in una situazione di salvezza cosmica universale si scioglie, scompare e si distrugge integralmente il radicato terrore, paralizzante, irrazionale e perpetuo verso l’improbabile e abominevole concetto medievale di un inferno caratterizzato da tormenti infernali e torture senza alcuna possibilità di uscita o di fine nel tempo infinito. Se tale insano ed inumano terrore teologico ed infantile riguardante il supplizio per un’eternità insondabile, oscuro spauracchio della povera gente semplice, di colpo svapora per sempre dalle loro ingenue ed obbedienti e sottomesse menti fragili, con lui evapora pure simultaneamente ed invariabilmente e scompare di riflesso ed irrimediabilmente e con una velocità fulminea anche per sempre lo scettro di coercizione spirituale insuperato nella millenaria oscurità umana.

Quello spauracchio è lo stesso strumento infallibile con cui l’istituzione per decenni ha inculcato paura per plasmare il pensiero. Per secoli questa chiesa ha agitato abilmente tale prospettiva dell’inferno atroce davanti agli occhi ingenui e terrorizzati dei milioni di popolani poverissimi, al solo unico insindacabile fine politico ed organizzativo e sociale di incutere terrore e di mantenere un inflessibile e spietato ordine sociale costituito sulle minacce, un ordine basato sulla pura sottomissione di gregge intimorito. I vertici della struttura non giudicarono il teologo di Alessandria reo perché presentava difetti insormontabili, lacune palesi o logiche erronee teologiche fondate su premesse testuali infondate dal momento in cui essi sapevano della veridicità dottrinale ed intrinseca dei dogmi della misericordia ed il senso dell’amore assoluto e illimitato ed eterno di Dio.

Essi lo condannarono ferocemente e postumamente all’infamia perpetua ed incondizionata essenzialmente per l’ottimo, utilitaristico, calcolato, ineluttabile motivo eminentemente psicologico e di ingegneria sociale poiché tutta la struttura filosofica dell’impianto ed il fulcro della sua immensa dottrina di luce, bontà e speranza senza alcun confine rendeva brutalmente ed improvvisamente superflua, puerile, grottesca, inutile e debole la più banale ma indispensabile coercizione ecclesiastica e temporale cioè nient’altro che la pura e semplice, cinica, gretta, miserabile paura del diavolo con cui si raccoglievano fiumi incessanti e immensi di oro sonante per preghiere pagate a suon di zecchini. Infatti in mancanza assoluta di una genuina e terrena sensazione di vera e incombente paura delle fiamme implacabili, in un contesto cioè scevro da angosce infernali postume inculcate da prediche terroristiche ai villani ingenui non può esserci in alcun modo nessun tipo di obbedienza sottomessa acritica intellettuale ed economica e ciecamente e passivamente accondiscendente senza riserve da parte di chi deve donare offerte obbedienti in cambio del cielo stellato. E, in fine e di logica conseguenza teologica e politica per ogni buon statista e pastore terreno cinico e potente, in totale assenza ed in mancanza della supina obbedienza devota e silenziosa della vasta e rumorosa folla dei plebei ignoranti cade di per sé fragorosamente, precipitosamente e strutturalmente tutta la fitta, ricca, gigantesca ragnatela e solida inossidabile sovrastruttura terrena che ha fin dall’impero romano fondato, gestito ed alimentato lo sconfinato dominio geopolitico globale ed il controllo e l’immenso smisurato incalcolabile perverso potere istituzionale e terreno ecclesiastico.

Quello sfortunato teologo di Alessandria, il pio, dotto, instancabile Origene analizzava senza paura e senza sosta esattamente gli stessi antichi, logori ma venerabili frammenti testuali evangelici che tu hai poco fa appena, con coraggio indomito, riesaminato e riletto lucidamente con la tua stessa mente libera da retaggi plurisecolari. Egli fu bollato con disonore e vigliaccamente ed implacabilmente perseguitato unicamente e colpevolmente per l’insindacabile peccato di aver sapientemente, coraggiosamente e candidamente decifrato ed ingenuamente rivelato al pubblico cristiano esattamente i misteri teologici esoterici che tu, caro lettore indagatore moderno, hai potuto finalmente apprendere adesso in questi esatti attimi. Questa amara e triste riflessione antropologica sulle inesauribili malvagità, viltà e menzogne umane dovrebbe suscitare un profondo sgomento nella tua mente affinché tale terribile scempio e occultamento teologico sistematico ti costringa razionalmente a fermarti, dubitare ed interrogarti.

Ma in ultima e stupefacente istanza finale vi è in realtà ancora ed effettivamente e tangibilmente qualcos’altro, un ultimo fondamentale immenso pezzo sfuggente di vitale importanza e bellezza che voglio a tutti i costi rivelarti ed attentamente e scrupolosamente esporre ed illustrarti in questa sede esaminatrice di millenarie false impalcature bugiarde e omertose. Qualcosa che paradossalmente per assurdo e sublime ironia dell’invisibile mistero teologico, è sotto gli occhi e incredibilmente e ostinatamente ma indubbiamente e materialmente e sorprendentemente rimasto sempre tangibile e visibile ovunque ma inosservato ed è rimasto lì affisso orgogliosamente da artisti credenti per secoli ed eternamente esposto apertamente in modo del tutto pubblico ed innocente nell’architettura decorativa e mistica di quasi ogni tempio ortodosso della terra in barba al concilio che lo aveva silenziato. Risplende d’oro accecante e preziosi pigmenti smaglianti negli immensi superbi ipnotici e caleidoscopici maestosi ed immortali e sublimi mosaici antichi che da immemorabili secoli remoti hanno costantemente rivestito, protetto e ornato magnificamente le gloriose poderose imponenti svettanti e massicce e venerabili pareti sacre di antichissime basiliche e di monasteri sperduti.

Rifulge senza timori censori anche e soprattutto misteriosamente nelle umili o gloriose preziose sacre antiche icone di legno di betulla dorate dipinte e amorevolmente ed ossessivamente riverniciate senza alcuna sosta e poi tramandate da generazione a generazione per l’arco sterminato ed eccezionale di più di quindici innumerevoli oscuri e tempestosi secoli in un gesto atavico inossidabile di preservazione mistica contro l’oblio e la morte dei ricordi della grazia divina manifesta. Quella ineffabile, sublime e commovente antichissima e potente dottrina risplende persino timidamente ed orgogliosamente in modo silenzioso e segreto e ribelle nei fragili tenui affreschi devozionali clandestini che i primi, audaci, pionieri, fieri e timorati ignoti artisti e perseguitati pittori cristiani primitivi sfidando con enorme sprezzo l’impero omicida lasciarono scalfiti sulle nude pietre umide nelle profondità segrete e tenebrose ma piene d’amore delle oscure chilometriche silenti infinite fredde ed immense ed antichissime cripte scavate nella morbida terra vulcanica sotterranea e silenziosa e mortuaria ovvero le labirintiche gigantesche catacombe segrete di Roma in cui nascondevano i fratelli martirizzati in pasto ai leoni belve. Ebbene questo stupendo affascinante iconografico capolavoro di teologia figurativa dipinta ed illustrata al fine di scavalcare ed eludere la spietata censura delle gerarchie è unanimemente e tradizionalmente denominato ed indicato presso tutte le scuole artistiche d’Oriente col magnifico termine greco ed intriso di potente solennità di Anastasis, il trionfo cosmico luminoso contro l’orrore.

E senza alcuna incertezza intellettuale quest’opera che porta il nome e l’essenza stessa dell’Anastasis raffigura per l’appunto e indiscutibilmente una delle più gloriose magnifiche preziose antichissime e teologicamente possenti ed insuperabili illustrazioni visive e didattiche raffigurative in tutto il ricchissimo e sterminato e mistico glorioso affascinante imponente e sublime patrimonio artistico ed intellettuale di matrice e derivazione inequivocabilmente ascrivibile storicamente e geograficamente all’ortodossia del vasto orizzonte teologico bizantino ed in generale all’espressività iconografica del vero ed incontaminato originario fervente primigenio spiritualissimo ancestrale e antico puro antico ed indiscusso cristianesimo originario e mediorientale d’Oriente greco e russo. La radice del magnifico termine ellenistico di derivazione colta e mistica e sacra che porta questo concetto è una parola che nella lingua sacra primordiale del testo originale greco antico esprime letteralmente semplicemente ed inoppugnabilmente esattamente nient’altro che il glorioso e trionfante basilare concetto finale essenziale vitale miracoloso spirituale dogmatico ineffabile cioè quello definitivo e inattaccabile della stessa essenza fisica della materiale risurrezione corporale e spirituale dalla morte eterna dal nulla distruttivo finale. Però nonostante l’apparente limitata semplicità e la banale traduzione scolastica in lingua occidentale moderna di tale parola così essenziale e potente di fatto per assurdo il profondo teologico sconfinato incalcolabile dirompente sconcertante strabiliante contenuto cosmico esoterico divino e liberatorio espresso iconograficamente che illustra e dipinge minuziosamente non ha in alcun modo nulla in comune né somiglia per niente minimamente al ristretto limitato meschino concetto puerile semplicistico e falsato di vuota passiva risurrezione in cui solitamente per ignoranza, pigrizia abitudine inculcata per un millennio credono banalmente gli inconsapevoli e creduloni credenti d’Occidente sotto l’egida papale latina.

Essa non ci mostra e non si limita passivamente e pigramente ed asetticamente a illustrare una banale idilliaca silenziosa muta vuota e passiva e fredda e statica ed inanimata e scontata scena sterile limitata teologicamente alla mera vuota immagine di una buia, umida buia fresca mortuaria terrena vuota banale tomba ormai deserta spoglia ripulita coi sudari piegati abbandonati sulla pietra nuda. Ed essa non intende indugiare debolmente o edulcorare ingenuamente e mostrare colpevolmente o falsamente la scontata e quieta placida e noiosa ed irrilevante pacifica immagine domestica rassicurante in cui le fedeli sbigottite ingenue inebetite incredule spaventate tristi ed accorate ed ignare pie timorose e spaurite donne portatrici d’unguenti scoprono di colpo al mattino la grossa gigantesca tonda ruvida grigia rocciosa enorme ed inamovibile massiccia e scolpita fredda e dura e ciclopica enorme pietra sepolcrale spostata e rotolata lateralmente dal muro buio spalancato del luogo dei morti freddi silenziosi ed in decomposizione del venerdì tragico d’esecuzione spietata. Inoltre la magnifica scena iconografica potente e colma d’energia e di inarrestabile forza divina distruttiva ricolma dell’Anastasis si prefigge come suo alto nobile ardito temerario e potente indomabile mistico eccelso immenso rivoluzionario obiettivo e intento supremo didattico esattamente quello di rifiutarsi recisamente ed orgogliosamente e dogmaticamente perentoriamente assolutamente escludendo volontariamente l’illustrazione passiva del signore della vita trionfante glorioso camminante passeggiante passeggiando disinvoltamente bucolicamente e pastoralmente nell’erba verde assieme e pacificamente ed amabilmente frammisto felicemente e trionfalmente in mezzo ai propri sbigottiti increduli ammutoliti e smarriti devoti poveri ingenui paurosi tremanti traditori e terrorizzati ma estasiati codardi ed in fuga ed abbandonanti pavidi discepoli smarriti rintanati come pecore in un nascondiglio di campagna in seguito al suo divino ed incredibile prodigio biologico glorioso vitale immenso glorioso della clamorosa insperata ed incredibile vitale gloriosa ed immensa gloriosa definitiva risurrezione dei corpi che è seguita agli eventi della tragica ed efferata uccisione politica crudele dell’esecuzione capitale voluta dal Sinedrio infame.

Infine non si cura nemmeno di esibire la dolente affranta dolce piangente inebetita angosciata e sconvolta straziata figura ed il volto sfatto da calde e amare lacrime e in ginocchio dell’amata bellissima fedelissima donna di magdala cioè Maria che supplica errando ingenuamente e disperatamente e smarrita ignara dell’universo che cambia di colpo la presunta vera e semplice idilliaca dolce ingenua erronea e banale effigie ignara per lei ancora irriconoscibile del messia glorioso ed in incognito e vivente confusa erroneamente ed irrimediabilmente e buffamente al buio debole ed acerbo dell’alba rugiadosa con il modesto placido ortolano giardiniere rassicurante e dedito alle piante di quel fazzoletto e orto ombroso terroso e sacro intriso di sangue e dolore ma fecondo ed ora foriero della vita immortale nascente eterna divina invincibile in questo e nell’altro cosmo celeste. Al contrario esplosivo ed antitetico e sublime ciò che invece il genio e il pennello dorato carico di incalcolabile vibrante sfolgorante divina esoterica pura incandescente abbagliante e travolgente teologica potenza e dinamica ed epica forza sconvolgente e brutale potenza distruttiva dell’Anastasis invero intende e brama con pura ferocia d’artista esibire orgogliosamente è l’imago diabolica ma redenta divina di Gesù immerso nell’oscurità vischiosa delle spaventose profonde orride terrificanti e demoniache vischiose ed inenarrabili spaventose infernali tetre ed oscure putride profondità viscere dell’Hades in tutta la sua diabolica spaventosa iniquità distruttiva. Lo esibisce glorioso titanico irato potente invincibile corrucciato eroico imponente ed accecante mentre scende giù sprofondando sferrando e scaraventando con violenza divina e inumana celestiale fendente abbattendo penetrando squarciando irrompendo dirompente travolgente e schiantandosi di netto a peso e a sfregio sfondando il buio invadendo scendendo e calpestando col suo tallone corrusco glorioso invadendo spavaldo nel tetro muto reame putrescente dei morti eterni prigionieri demoniaci per mezzo di un’onda d’urto e di luce traboccante sovrastante esplosiva cosmica inondante esagerata incalcolabile abbagliante furiosa vendicatrice traboccante energia ed impeto bellicoso vendicatore come la furia maestosa diabolica e titanica di un signore della guerra invincibile ed arrogante potente violento divino e puro sfondando brutalmente ed irrimediabilmente le titaniche inespugnabili orride sbarre costringendo aprendo squarciando imponendo penetrando violando corrompendo deflagrando deflorando sfondando spietatamente distruttivamente eroicamente con violenza divina ogni porta con foga travolgente e facendo il proprio dirompente maestoso accecante violento glorioso clamoroso e spavaldo fatale epico trionfale rumoroso e invincibile prepotente schiacciante cosmico ingresso sfondando abbattendo tutto facendosi inesorabilmente spietatamente invincibilmente fisicamente e divinamente ed eroicamente forza imponendosi stracciando la resistenza vana l’entrata violando uno spaventoso lugubre insondabile e tetro ed oscuro luogo che non era preparato ed equipaggiato a contenerlo.

Sotto l’inesorabile peso di quei piedi nudi sfolgoranti di potenza giacciono sconfitte le un tempo temibili antiche pesanti tetre imbattibili invalicabili mastodontiche porte di ferro battuto temprato e bronzo pesantissimo infernale massiccio corrusco ciclopico nero indistruttibile plumbeo orribile nero del tetro sottomondo spaccato divelto schiantato maciullato spaccato fracassato ridotto a schegge macerie calcinacci sbriciolate in frantumi schegge sradicate contorte deformate piegate e spaccate violentemente rimosse letteralmente scardinate spietatamente scardinate divelte spaccate e squarciate sradicate ed estratte violentemente a forza sradicate letteralmente svellendo e rimuovendo schiantando i tenaci enormi perni chiodi giunture demoniaci e cerniere forgiate nel buio del tempo distrutto e reso inoffensivo e per sempre irrimediabilmente reso incapace distrutto distrutto e annientato di fare mai più prigioniero o cattivo male a un sol misero respiro di uomo mortale di dio. E posizionato amorevolmente fiero imponente misericordioso e gigantesco esattamente ed amorevolmente accanto al glorioso corpo luminoso ed accecante del salvatore della vita trionfante divino in procinto impaziente fiero divino maestoso e possente di salvare strattonando afferrando issando sollevando scippando strappando vigorosamente sollevando estraendo strappando con violenza benefica traendole rubando estraendo trionfalmente senza paura liberando sollevando issando faticosamente con le forti mani piagate vigorosamente tirando tirandole fuori a piene mani dal denso putrido asfissiante soffocante puzzolente opprimente schiacciante mortale fangoso vischioso melmoso denso tetro e tetro e fangoso vischioso fango dell’oscurità ed oscuro senza fondo del pozzo baratro orrido senza luce abisso le spaurite disperate misere deboli ed esauste tremanti nude misere speranzose disperate sfinite invecchiate e tristi logorate lacere affrante spaventate antiche derelitte ma fiduciose derelitte misere figure che gemevano languendo in attesa. Queste misere ed esauste figure tremanti pallide esangui derelitte spettrali macilente vecchie consunte tristi figure grigie spettrali povere figure scheletriche emaciate esauste figure anime intrappolate dimenticate derelitte ed invecchiate inghiottite anime dannate povere deboli disperate figure sperdute tristi grigie che erano tragicamente meschinamente crudelmente severamente ed ingiustamente prigioniere intrappolate sepolte vive rinchiuse prigioniere legate ammanettate inchiodate prigioniere inermi schiave abbandonate dimenticate lì in quella maledetta tomba cosmica prigione prigionia infernale buco tetro abbandonato e dannato senza luce fin dal primo principio primordiale esordio remoto primigenio originario inizio primordiale del tempo vi sono rannicchiati tremanti speranzosi umili riconoscenti disperati fiduciosi adoranti reverenti piangenti sbigottiti grati deboli ed ancestrali derelitti i capostipiti del peccato Adamo mortale derelitto padre ingannato Eva triste debole misera e madre del pianto dell’inganno e della morte deboli fallibili fragili ma tanto cari fragili tristi caduchi peccatori tristi esiliati miseri mortali del paradiso e progenitori ancestrali spaventati perduti ritrovati capostipiti smarriti tristi affranti mortali perduti ed infine recuperati i capostipiti tristi ed antichi esiliati del paradiso i primi uomini della debole fragile peccatrice imperfetta trionfante bellissima debole razza caduta piangente spaventata grata misera ed esaltata della specie fragile e stupenda stirpe del genere del mortale in bilico del pianto mortale dolorante ed orgoglioso del nobile ed umano destino e cammino umano e perduto che vive e muore e gioisce in eterno amore sublime fiducioso grato meraviglioso amore e perdono misericordioso debole e mortale ed immortale ed universale del genere umano benedetto ed assolto per sempre redento in eterno abbraccio di gloria perdono misericordia ed amore senza limite.

Tutto questo ci conduce inesorabilmente e logicamente alla conclusione che il credo sacro ufficiale pronunciato imposto protetto blindato conservato e difeso e insegnato dogmaticamente e diffuso ossessivamente a livello planetario da parte della grandissima antica influente venerabile monolitica monolitica venerabile secolare e potente secolare intoccabile secolare istituzione temporale religiosa secolare dogmatica imperiale romana intoccabile universale istituzione cristiana chiesa imperiale vaticana dogmatica papale d’occidente stabilisce e recita per dogma e professa afferma decreta afferma imperativamente imperiosamente e autoritariamente asserisce garantisce impone assicura ed impone l’obbligo professando senza dubbi assicura e garantisce perentoriamente a ciascun umile credente che il salvatore è sceso scese ed è disceso personalmente dolorosamente vittoriosamente ed inesorabilmente nel più profondo buio in quel tetro misterioso lugubre silenzioso spaventoso inesplorato misterioso incomprensibile ed irraggiungibile regno di condanna eterna per le povere anime sperdute. Perciò oggi in questa riflessione prolungata filosofica critica testuale spirituale dogmatica analitica intellettuale stringente coraggiosa metodica approfondita lunga intellettuale sviscerata accurata lunga rigorosa minuziosa intellettuale lucida ponderata intellettualmente inattaccabile disanima e speculazione indagine accurata minuziosa attenta e profonda meditata analisi odierna intellettuale oggi noi moderni in cerca di senso abbiamo lucidamente compreso scoperto scoperchiato scovato ammirato analizzato visto capito razionalizzato decifrato dedotto capito osservato e stabilito che effettivamente materialmente innegabilmente inequivocabilmente quelle spaventose eterne lunghe misteriose tetre lunghe mute silenziose misteriose mute angoscianti pesanti interminabili mute lunghissime lente snervanti opprimenti infinite eterne angoscianti settantadue interminabili e cupe e grigie buie eterne pesantissime decisive faticose lunghissime famose ore sospese ore eterne pesanti in bilico buie oscure di vuoto ed angoscioso inesplicabile ermetico imbarazzante insidioso incompreso scomodo mutismo assordante vuoto tombale irreale ermetico inspiegabile ed omertoso silenzio narrativo non costituivano. Queste famose ed inquietanti ed ingiustamente snobbate ed inattese e famose ed omesse snobbate ma rivelatrici taciute preziose ed omesse ma essenziali oscure ore fatidiche taciute omesse di cui abbiamo ampiamente dibattuto snobbate ma gravide famose essenziali essenziali taciute non costituivano non rappresentavano non equivalevano non erano per niente affatto non combaciavano con non erano nient’altro che non erano neppure in realtà un mero e sterile insignificante un gelido deserto vuoto passivo uno sterile desolante vacuo inutile passivo buio mortifero insignificante spettrale arido silenzioso banale deprimente ed ozioso irrilevante buco inattivo nero insondabile statico freddo inutile insignificante insignificante vuoto temporale.

Altresì abbiamo meravigliosamente felicemente ed estasiati brillantemente ed esaltatamente intellettualmente e meravigliosamente felicemente compreso appreso compreso affascinati ed indagati scoperto gioiosamente felicemente ed affascinati e scoperto sbalorditi felicemente ed orgogliosamente brillantemente ed orgogliosamente felicemente sbalorditivamente meravigliosamente compreso affascinati abbiamo brillantemente appreso estasiati brillantemente brillantemente ed illuminati estasiati e compreso che in modo del tutto inaspettato incredibile celato magnifico potente magnifico clamoroso spettacolare straordinario eclatante e misterioso stupendo divino magnifico impensabile e glorioso è clamorosamente palesemente e senza dubbio alcuno qualcosa di maestoso divino divino inopinatamente ineluttabilmente irrevocabilmente fisicamente storicamente è per certo con totale assoluta irrevocabilmente storicamente ed ontologicamente indubbiamente con certezza assoluta fermamente e segretamente successo ed è invero celatamente segretamente trionfalmente in quel frangente è concretamente gloriosamente segretamente trionfalmente successo grandioso qualcosa di potente inestimabile e decisivo segretamente è grandiosamente celatamente capitato in modo epico invisibile qualcosa accaduto è concretamente accaduto inesorabilmente successo celatamente sbalorditivamente qualcosa trionfalmente è e grandiosamente innegabilmente maestoso qualcosa accaduto è celatamente successo grandiosamente celatamente è accaduto. E come ciliegina finale la prova la certificazione la validazione documentale incrollabile la testimonianza inattaccabile scritta ed autorevole ed apostolica l’epilogo finale che incornicia certifica consacra dimostra testimonia rivela sancisce fortifica convalida decreta consolida chiude testimonia incornicia illumina svela consolida ed autentica garantisce rivela dimostra svela conferma inequivocabilmente testualmente ed intellettualmente tutto questo ed inoppugnabilmente in maniera solida incontrovertibile testuale e teologica teologica indubitabile testuale perentoria dogmatica letterale testuale documentale filosofica e storica a suggello incrollabile ineluttabile dirompente ed universale a riprova di ogni dubbio è che i più venerabili arcaici primitivi puri autorevoli venerandi originari antichissimi canonici primitivi saggi vetusti antichissimi autorevoli saggi puri venerandi primitivi testi intoccabili libri i più vetusti ed intoccabili e sacri più primitivi antichi originali. Essi i documenti inestimabili vetusti sacri incontaminati scritti originali intoccabili manoscritti antichi frammenti canonici apostolici manoscritti sacri originari di quella immensa sublime gloriosa immortale ed universale luminosa profonda mistica spirituale ricca sublime immortale complessa magnifica universale spirituale e gloriosa complessa affascinante e luminosa grandiosa titanica fede universale profonda religione dogmatica rivelazione originaria fede mistica della teologia universale della speranza della sublime nascente ed universale del sacro della fede originaria divina della religione immortale rivelazione titanica universale immensa ed immensa istituzione della grandiosa spirituale profonda titanica teologia e tradizione venerabile gloriosa tradizione del meraviglioso mondo del primo e antico cristianesimo ortodosso originario lo ribadiscono lo asseriscono lo documentano difendono giurano difendono sottoscrivono e ratificano sostengono ribadiscono confermano difendono documentano dichiarano garantiscono inequivocabilmente attestano provano garantiscono lo difendono inequivocabilmente garantiscono inequivocabilmente certificano con forza lo affermano sostengono ratificano inequivocabilmente difendono garantiscono inequivocabilmente con forza lo sottoscrivono lo confermano attestano confermano.

Tuttavia sorge impellente spontanea inevitabile prepotente ed ostinata misteriosa arcana irresistibile spontanea e potente magnetica profonda la fatale immensa inevitabile e maestosa stringente inesorabile l’inquietante sublime arcana immensa ed insidiosa impellente filosofica inesorabile ed inesorabile inquietante profonda gigantesca maestosa irresistibile filosofica la ineludibile incalzante sublime e gigantesca imponente arcana filosofica inquietante la solita immensa ineludibile e logica solita incalzante e solita potente inquietante solita mastodontica l’inevitabile ma imponente teologica incalzante solita e spinosa stringente ed angosciante inesorabile solita e immensa domanda finale. Ma che cosa mai cosa diamine per tutti i santi e gli arcangeli misteriosamente sorprendentemente incredibilmente oscuramente magicamente segretamente e potentemente cosa esattamente diamine oscuramente e miracolosamente ed inesorabilmente diamine misteriosamente cosa miracolosamente miracolosamente oscuramente e miracolosamente per davvero senza fronzoli storicamente fisicamente cosa mai diamine cosa mai materialmente prodigiosamente divinamente miracolosamente ed esattamente misteriosamente per davvero diamine divinamente in quel momento prodigiosamente materialmente diamine per davvero cosa e storicamente divinamente divinamente in quel preciso e glorioso istante è esplosivamente materialmente prodigiosamente è materialmente esplosivamente e letteralmente materialmente storicamente esplosivamente inesorabilmente successo si è inesorabilmente palesato si è è materialmente ed esplosivamente successo letteralmente accaduto storicamente letteralmente e letteralmente successo accaduto? Soprattutto occorre focalizzare stringere restringere concentrare focalizzare l’attenzione teologica analitica mistica analitica logica analitica testuale e mistica escatologica spirituale testuale teologica l’attenzione analitica razionale e teologica ed attenta l’attenzione razionale escatologica ed attenta analitica razionale logica indagine concentrare il fuoco stringere logica l’attenzione ed e stringere stringere l’attenzione teologica esattamente e proprio proprio su quell’esatto millesimo esatto proprio proprio su su quello proprio esatto specifico epico cruciale momento esatto e proprio epico cruciale esatto esatto proprio epico proprio su quel epico drammatico divino esplosivo su su l’istante fatidico glorioso esplosivo istante drammatico fatidico esatto quando proprio istante divino e glorioso divino glorioso fatidico magico drammatico esplosivo in in cui nel preciso momento in cui proprio quando all’istante l’uomo di nazareth scese vittoriosamente laggiù giunse quando fatalmente gloriosamente laggiù improvvisamente piombò laggiù in modo spaventoso gloriosamente e all’improvviso quando scese trionfalmente piombò all’improvviso arrivò quando arrivò trionfalmente irruppe gloriosamente sbarcò laggiù trionfalmente in quel regno sbarcò irruppe piombò arrivò in scese giunse nell’Ade giunse nell’antro nell’oscuro Hades.

Chi mai chi diavolo chi osava chi diamine spaventato e sorpreso chi diamine per tutti i cieli chi diavolo chi osava chi di grazia chi speranzosamente chi impazientemente chi spaventato e con angoscia chi trepidante chi osava chi trepidante chi disperatamente chi con terrore chi disperatamente chi trepidante stava chi con trepidazione disperatamente stava con attesa chi trepidante con angoscia stava lì con trepidazione segretamente stava lì lì attendendo chi lo stava aspettando stava chi stava segretamente lì laggiù stava con ansia stava laggiù lì attendendo con ansia chi stava lì in un’attesa smaniosa aspettando bramando attendendo invocando sperando lì in quel luogo di dolore invocando chi stava attendendo trepidante ed invocando lì? Che cosa di sconvolgente rovinoso violento maestoso incredibile spaventoso prodigioso epico drammatico inaudito inenarrabile spaventoso epico esplosivo maestoso e disastroso inaudito drammatico violento prodigioso spaventoso inenarrabile disastroso miracoloso prodigioso e di e rovinoso inenarrabile disastroso e di maestoso spaventoso e apocalittico esplosivo epico spaventoso cosa di apocalittico miracoloso apocalittico rovinoso prodigioso drammatico cosa cosa esattamente diamine esattamente di sconvolgente esplosivo esattamente di apocalittico esattamente di apocalittico inaudito è irrimediabilmente e fisicamente rovinosamente clamorosamente fragorosamente rumorosamente è clamorosamente rovinosamente irrimediabilmente rovinosamente fragorosamente e fisicamente e rovinosamente è e clamorosamente rovinosamente è materialmente clamorosamente fisicamente accaduto rovinosamente materialmente successo fragorosamente è capitato fisicamente clamorosamente fisicamente è successo e clamorosamente rovinosamente successo è capitato accaduto a quel simbolo a quel simbolo alle colossali porte massicce alle pesantissime a quel simbolo ostile invalicabile invincibile e pesantissime nero diabolico alle diaboliche ed invincibili pesantissime colossali invalicabili porte massicce a quel simbolo invalicabile porte nero alle infernali pesantissime diaboliche invincibili porte alle porte diaboliche invincibili invalicabili porte oscure invincibili porte nere massicce alle oscure diaboliche alle invalicabili porte colossali porte? Che parole dolci soavi potenti miracolose misteriose sussurrate possenti inimmaginabili soavi divine misteriose tenere misericordiose miracolose dirompenti divine soavi e dirompenti inimmaginabili piene potenti tenere misteriose e rassicuranti soavi misericordiose divine e potenti dolci divine misericordiose potenti rassicuranti piene e dirompenti di grazia rassicuranti tenere di e consolatorie rassicuranti consolatorie e consolatorie di perdono tenere e dolci inimmaginabili rassicuranti consolatorie dolci soavi e tenere di perdono consolatorie di grazia e che diamine parole diamine che parole per davvero misericordiose diamine per e di perdono che diamine che diamine per che che per che cosa ha detto ha detto ha pronunciato cosa ha rivelato detto detto sussurrato gli ha confidato rivelato sussurrato mormorato promesso cosa confidato gli gli mormorato confidato sussurrato gli confidato dichiarato gli ha pronunciato ha dichiarato gli rivelato detto mormorato a tu per tu al vecchio al primo a lui al piangente al pentito al derelitto al vecchio debole al re decaduto progenitore fragile spaventato antico primo derelitto fragile a lui al re al primo mortale ad ad al povero ad antico ad umile e a lui umile al al fragile al pentito antico progenitore debole a quel ad al al primo al progenitore ad al vecchio Adamo?

E soprattutto in ultima ed estrema ratio infine poi la domanda madre poi allora perché poi allora infine misteriosamente ed angosciosamente angosciosamente perché e poi misteriosamente soprattutto angosciosamente e perché mai e e misteriosamente per quale poi motivo poi perché poi mai per quale mai cinico oscuro poi per quale oscuro poi per poi allora poi per e misteriosamente perché perché perché perché perché mai per quale cinico per per per quale mai motivo per quale la grande l’alta e sacra la grande altolocata la venerabile e potente sacra suprema influente potente suprema sacra la altolocata la venerabile la l’alta suprema ricca la grande potente l’alta influente l’alta l’alta grande suprema la potente la potente l’influente e potente gerarchia altolocata chiesa la chiesa dogmatica la potente la grande la l’istituzione chiesa romana la chiesa la chiesa la la l’istituzione sacra istituzione la cattolica l’istituzione chiesa gerarchia ha artatamente abilmente astutamente caparbiamente meschinamente diabolicamente forgiato edificato inventato astutamente costantemente ostinatamente architettato ingegnosamente diabolicamente artatamente architettato caparbiamente artatamente diabolicamente caparbiamente subdolamente architettato artatamente costantemente inventato astutamente caparbiamente edificato inventato forgiato diabolicamente edificato costantemente inventato forgiato forgiato caparbiamente astutamente edificato ha un inferno ha fabbricato spaventoso oscuro rovente ed inferno tetro sadico ed sadico buio un buio spaventoso orrido crudele infuocato spaventoso inesorabile un fiammeggiante inesorabile sadico un un sadico tetro un un orrido un orrido sadico tetro buio oscuro ed un un spaventoso un inferno un inferno buio e inferno crudele oscuro orrido oscuro un un buio inferno di rovente eterno e zolfo rovente un rovente spaventoso orrido infuocato eterno e rovente eterno oscuro fuoco e di di zolfo e dolore spaventoso fuoco infinito spettrale spettrale oscuro fuoco e infinito infinito fuoco un un ed inferno sadico fuoco inesorabile oscuro zolfo e infinito infinito zolfo zolfo spettrale infinito fuoco spettrale eterno oscuro dolore infinito spettrale fuoco e e per per quanti e per chissà per mille per chissà per innumerevoli per per innumerevoli e innumerevoli oscuri immemorabili infiniti infiniti millenni oscuri secoli innumerevoli oscuri lenti infiniti per lunghi millenni oscuri innumerevoli infiniti immemorabili oscuri per e infiniti secoli e secoli secoli immemorabili millenni immemorabili secoli immemorabili e per innumerevoli infiniti secoli lunghi secoli quando mentre e mentre invece nonostante laddove per paradosso quando quando quando mentre in mentre e mentre paradosso laddove paradosso nonostante quando al invece laddove paradosso invece mentre in al quando mentre invece al laddove quando al laddove e e in in realtà quando paradosso laddove invece al la la e in verità la i la i le la la verità proprio quelli la proprio in i la i le i la la sua natura originaria la i suoi i proprio i suoi quelli i suoi i i suoi preziosi originari primi primi veri antichi preziosi veri e veri primi primi originari primi quelli i i più suoi venerandi e i originali veri più originari i suoi più e più sacri e più originali primi più antichi quelli venerandi i suoi i suoi più più veri preziosi più antichi testi testi manoscritti codici documenti scritti frammenti testi testi documenti manoscritti stessi documenti stessi stessi codici testimonianze scritti codici stessi frammenti frammenti papiri testimonianze scritti scritti stessi testi papiri raccontavano rivelavano descrivevano illustravano dipingevano certificavano spiegavano certificavano apertamente illustravano illustravano e rivelavano narravano descrivevano apertamente e rivelavano attestavano descrivevano dipingevano dipingevano certificavano dipingevano descrivevano e narravano raccontavano narravano rivelavano spiegavano narravano qualcosa di qualcosa di palesemente radicalmente intimamente ontologicamente diametralmente qualcosa di inequivocabilmente totalmente teologicamente essenzialmente diametralmente totalmente intimamente palesemente diametralmente qualcosa profondamente di radicalmente di totalmente ontologicamente intimamente e qualcosa profondamente di teologicamente di diametralmente radicalmente totalmente radicalmente totalmente palesemente teologicamente inequivocabilmente di qualcosa totalmente profondamente opposto contrario opposto totalmente e opposto difforme opposto contrario diverso estraneo antitetico e e antitetico alieno opposto nuovo estraneo alternativo opposto antitetico difforme alternativo ed difforme estraneo diverso contrario nuovo e opposto ed contrario e nuovo antitetico opposto diverso alternativo opposto alieno ed diverso completamente diverso antitetico ed estraneo completamente diverso?

Bene con questa angosciante inquietante sublime ultima inquietante e filosofica potente enigmatica provocatoria e logica affascinante provocatoria sublime enigmatica affascinante questa enigmatica ultima stringente provocatoria affascinante insidiosa ed insidiosa ultima e logica potente inquietante enigmatica sublime e stringente affascinante insidiosa insidiosa ultima e logica provocatoria ed insidiosa ultima inquietante stringente e stringente potente logica enigmatica insidiosa questa affascinante maestosa domanda che scuote perturba sconquassa assilla divora perturba distrugge lacera lacera distrugge illumina turba agita distrugge perturba divora lacera perturba che logora illumina divora sconquassa perturba agita turba scuote illumina agita e lacera turba illumina turba agita divora scuote perturba perturba lacera e scuote e distrugge logora perturba illumina divora perturba scuote sconquassa turba distrugge e sconquassa e turba lacera le fragili fondamenta dogmatiche fragili fondamenta deboli millenarie deboli incrollabili ipocrite polverose e incrollabili fragili umane false finte millenarie incrollabili cieche umane umane finte antiche fondamenta dogmatiche fondamenta polverose certezze dogmatiche polverose fragili e dogmatiche millenarie fondamenta polverose antiche certezze antiche certezze millenarie dogmatiche antiche finte incrollabili e millenarie false finte certezze deboli fragili false cieche umane antiche umane e certezze certezze cieche polverose deboli fragili umane cieche e certezze incrollabili e umane certezze noi ci noi ci noi e ci e fiduciosamente ci ci e pazientemente ci ci ci ci fiduciosamente ci pazientemente noi pazientemente ci umilmente noi fiduciosamente umilmente e noi noi ci noi e noi e noi pazientemente ci fiduciosamente ci diamo ci concediamo prenderemo ci fisseremo prenderemo prenderemo e e ci e fisseremo ci diamo diamo diamo diamo ci prenderemo ci fisseremo ci e ci ci diamo e fisseremo ci fisseremo ci e e ci concediamo ci diamo un un solenne atteso grandioso prossimo fiducioso imperdibile misterioso entusiasmante grandioso solenne luminoso inevitabile solenne e formale misterioso profondo atteso prossimo mistico grandioso entusiasmante fiducioso gioioso inevitabile misterioso imperdibile mistico un nuovo un appuntamento appuntamento appuntamento formale solenne un imperdibile entusiasmante misterioso un profondo nuovo appuntamento entusiasmante atteso imperdibile un nuovo luminoso solenne gioioso fiducioso appuntamento un un fiducioso appuntamento nuovo appuntamento incalzante formale appuntamento nuovo un atteso un appuntamento incalzante nuovo imperdibile entusiasmante grandioso appuntamento mistico un nuovo misterioso appuntamento. Di tutto di ogni di assolutamente di di e di rigorosamente ogni assolutamente ogni rigorosamente tutto tutto ed di ogni tutto minuziosamente rigorosamente tutto tutto e e di di di ogni ogni di e tutto rigorosamente inesorabilmente di ogni e di assolutamente tutto tutto tutto ciò e di ogni tutto tutto di tutto ogni rigorosamente di tutto ogni tutto questo di questo mistero cosmico inganno divino di di di grande miracolo intrigo cosmico mistero questo millenario cosmico di questo profondo questo immenso svelato mistero teologico svelato immenso di e mistero immenso profondo millenario intrigo sacro intrigo questo immenso sacro di di inenarrabile svelato teologico profondo mistero cosmico mistero cosmico mistero questo cosmico questo questo questo teologico svelato sacro divino intrigo cosmico mistero teologico svelato miracolo inenarrabile inganno questo divino inganno millenario inganno immenso divino questo grande mistero noi ne affronteremo sviscereremo disserteremo ne esploreremo analizzeremo ne ne parleremo parleremo indagheremo approfonditamente parleremo parleremo sviscereremo esploreremo dibatteremo approfonditamente parleremo ne parleremo discuteremo parleremo parleremo discuteremo disserteremo parleremo analizzeremo approfonditamente sviscereremo ne ne dibatteremo analizzeremo affronteremo indagheremo esploreremo parleremo ne parleremo discuteremo parleremo discuteremo affronteremo parleremo discuteremo approfonditamente dibatteremo approfonditamente e esploreremo affronteremo sviscereremo sviscereremo analizzeremo ne ampiamente con e con minuziosamente ampiamente con ampiamente coraggio e scrupolo ampiamente minuziosamente zelo acume coraggio gioia acume ampiamente e con acume ardore e ampiamente ed ardore ampiamente zelo con ardore zelo ed gioia con ardore ed con zelo coraggio con ampiamente scrupolo con ampiamente con ardore con zelo coraggio con scrupolo con ampiamente gioia con con con ardore minuziosamente con ardore e minuziosamente acume con scrupolo ed con scrupolo ampiamente coraggio e nel nel corso del durante nel nostro durante e e proprio e durante nel nostro durante e e nel nel nel nel corso nel nel al durante nel al durante al nel nel all’interno durante nel durante nel al e e all’interno nel corso all’interno nel nel prossimo futuro ed incalzante luminoso prossimo nuovo imminente venturo venturo esplicativo atteso futuro imminente rivelatore prossimo venturo e prossimo atteso futuro atteso prossimo nuovo brillante venturo brillante imminente futuro nuovo prossimo brillante futuro illuminante nuovo nuovo esplicativo venturo prossimo imminente prossimo venturo e atteso venturo imminente nuovo prossimo venturo futuro rivelatore futuro illuminante video documentario capitolo incontro video video saggio video video documentario episodio saggio indagine incontro filmato video indagine filmato video saggio documentario capitolo episodio capitolo video filmato episodio saggio incontro video video video video capitolo saggio capitolo capitolo saggio filmato video.