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Hanno Distrutto Il Mio Futuro Davanti Ai Miei Occhi… O Così Pensavano…

Davanti agli occhi di tutti, i miei genitori hanno distrutto il mio lavoro e la mia dignità nel momento più importante della mia vita. Ho lasciato correre, sul momento, ma dentro di me avevo già deciso con assoluta freddezza tutto quello che sarebbe successo da lì a poco. Mi chiamo Serafina Conti, ho ventitré anni e negli ultimi sette anni ho vissuto con un solo ed unico pensiero fisso in testa: andarmene il prima possibile.

Sono una studentessa al quarto anno di economia presso la sede di Rimini dell’Università degli Studi di Bologna e tra soli dodici giorni discuterò la mia tesi di laurea. Lavoro part-time come receptionist in un piccolo hotel a conduzione familiare chiamato Castello della Dama Bianca, situato in una via interna ma non lontana dal mare. Copro tre turni a settimana più i fine settimana durante l’alta stagione, quando la Riviera si riempie di turisti in cerca di sole e relax.

Vivo ancora nell’appartamento dei miei genitori a San Giuliano, nella periferia della città, stipata in una stanza minuscola che misura appena quattro metri per tre. In questo spazio ridotto trovano posto solo un letto singolo sfondato, un tavolo coperto di libri, una sedia cigolante e un vecchio armadio con una sola anta. La seconda anta è caduta sei anni fa e nessuno in casa si è mai preso la briga di ripararla, lasciando i miei vestiti esposti alla polvere.

Mio padre Tonino lavora come facchino al mercato ittico a giorni alterni, spaccandosi la schiena per pochi soldi che spesso spende in modo sconsiderato e rabbioso. Mia madre pulisce i pavimenti e i servizi del centro commerciale della zona, un lavoro che definisce una barzelletta per via della paga misera e delle ore massacranti. Mio fratello maggiore Damiano lavora in un cantiere edile, vive da solo con la sua ragazza in un piccolo monolocale e torna a casa la domenica solo per mangiare.

In questa famiglia mi considerano da sempre un parassita, una scroccona svogliata, un topo di biblioteca inutile e, solo raramente, si ricordano di chiamarmi con il mio vero nome. Se questo ha importanza, ormai per me non ne ha più alcuna, dato che ho imparato a scivolare sopra i loro insulti quotidiani per pura sopravvivenza. Il banco della reception al Castello della Dama Bianca, invece, profumava sempre di un rassicurante detergente al legno di limone e di caffè fresco.

Bianca, la proprietaria dell’albergo, lo preparava ogni mattina in una piccola moka da due tazze, offrendone una a me per iniziare la giornata con il piede giusto. Entro le undici del mattino quel profumo intenso e familiare aveva già riempito completamente le vecchie mura della struttura, creando un’atmosfera calda e accogliente. In quel momento stavo inserendo a sistema una prenotazione per una coppia di coniugi tedeschi che intendevano soggiornare da noi alla fine del mese di giugno.

Volevano a tutti i costi una camera con vista sul mare e io ho risposto loro in un tedesco fluido e formale appreso durante le mie lunghe notti di studio. Ho spiegato che la camera era disponibile, che la colazione sulla terrazza panoramica era inclusa nel prezzo e che disponevamo di un parcheggio custodito per le biciclette. Ho aggiunto che il lungomare distava solo dieci minuti a piedi, omettendo però un piccolo ma evidente dettaglio che avrebbe potuto scoraggiarli.

Non ho menzionato che la vernice della ringhiera del balcone si stava staccando vistosamente ormai da ben tre stagioni consecutive a causa della salsedine e della trascuratezza. In quel momento Bianca è uscita dal retrobottega portando con sé una pila disordinata di fatture cartacee e si è seduta sulla sedia di fronte alla mia. Ha sessantotto anni, i capelli grigi raccolti in uno chignon ordinato, pantaloni scuri, una camicetta grigia e una catena d’oro al collo.

A quella catena d’oro era appesa la chiave della cassaforte dell’albergo, l’oggetto più prezioso che possedeva e che non perdeva mai di vista per nessuna ragione. Ha appoggiato la tazzina di caffè sopra i volantini pubblicitari dei tour turistici per San Marino e mi ha porto i documenti contabili del mese precedente. Mi ha detto che per il mese di aprile la spesa energetica ammontava a quattrocentoventi euro, mentre l’anno prima era di trecentocinquanta.

Le ho spiegato con calma che la tariffa dell’energia era aumentata drasticamente a partire dal mese di marzo, come indicato chiaramente da tutti i principali fornitori nazionali. Le ho ricordato che avevo lasciato un avviso scritto proprio sul suo tavolo di lavoro qualche giorno prima per informarla della situazione finanziaria imminente. Lei ha sospirato, ammettendo di avere una montagna tale di scartoffie sulla scrivania da non riuscire nemmeno più a guardarle tutte con la dovuta attenzione.

Bianca ha versato un sorso di caffè ormai tiepido nella tazzina e ha fatto una smorfia di evidente disappunto per via della temperatura non ottimale della bevanda. Ha commentato che il caffè era già diventato freddo, lamentandosi del fatto che lo preparava e poi se ne dimenticava regolarmente mentre correva da una stanza all’altra. Mi ha chiesto se desiderassi che me ne versasse uno fresco, ma ho rifiutato gentilmente dicendo che ne avevo già preso uno poco prima.

Ha spostato lo sguardo su di me, osservandomi con attenzione, e mi ha chiesto a bruciapelo se per caso mi sentissi poco bene, notando il mio colorito. Le ho risposto che ero semplicemente pallida come al mio solito, ma lei ha ribattuto che di norma ero solo Chiara, mentre quel giorno sembravo un fantasma. Ha indovinato subito che avevo passato la notte in bianco a studiare fino alle tre del mattino, scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

Dopo aver terminato il suo caffè freddo senza troppi complimenti, ha guardato fuori dalla grande finestra della reception, osservando un motorino che passava in quel momento. Il mezzo portava l’insegna della ditta Consegna Fiori Fior di Loto e il rumore del motore ha riempito per un istante il silenzio della via semivuota. Bianca si è voltata nuovamente verso di me e mi ha chiesto a bruciapelo di mostrarle l’ultima versione aggiornata della mia tesi di laurea.

Voleva vedere con i propri occhi in quale modo l’avessi descritta all’interno del mio elaborato accademico, spinta da una comprensibile e affettuosa curiosità personale. Ho aperto il mio computer portatile, un modello vecchio e pesante che avevo acquistato di seconda mano due anni prima in un mercatino delle pulci locale. Lo avevo pagato duecentodieci euro da uno studente universitario di Bologna che stava partendo per Berlino in cerca di fortuna e nuove opportunità.

La scocca era di un colore argento sbiadito e sul coperchio c’era ancora un vecchio adesivo di una caffetteria che non avevo mai rimosso per un motivo preciso. Sotto quell’adesivo si nascondeva infatti una vistosa ammaccatura della plastica che preferivo non mostrare per non dare l’impressione di possedere un oggetto troppo fatiscente. Bianca ha inforcato un secondo paio di occhiali da lettura sopra il primo, si è protesa verso lo schermo e ha iniziato a leggere muovendo le labbra.

Ha letto ad alta voce il dato riguardante le trentaquattro camere dell’albergo, notando che venivano descritte come sottoutilizzate nella bassa stagione con una percentuale del quaranta per cento. Ha sollevato la testa per guardarmi e, con un mezzo sorriso, mi ha fatto notare che in realtà le camere della struttura erano quarantasei. Le ho risposto con prontezza che avevo preferito arrotondare il dato per difetto a suo esclusivo vantaggio, per non rendere il quadro troppo impietoso.

Mi ha ringraziato con ironia, dicendo che il mio calcolo l’aveva quasi confortata, per poi immergersi nuovamente nella lettura dello schermo del mio vecchio computer portatile. Ha terminato di esaminare l’intera sezione dedicata al modello finanziario di rilancio, si è tolta gli occhiali superiori e si è sfregata con forza il naso. Ha letto la previsione di una crescita del trentotto per cento dell’incasso medio nell’arco di un anno e mezzo grazie alle nuove strategie digitali.

Mi ha chiesto se questo incremento si sarebbe verificato solo con la piena implementazione del piano e io ho confermato con assoluta certezza scientifica ed economica. Le ho spiegato che la piena attuazione del progetto era la chiave di volta, spingendola a domandarmi quale fosse il costo effettivo di tale operazione. Le ho risposto che servivano centocinquantamila euro, suddivisi meticolosamente tra lavori di ristrutturazione dei bagni, campagne di marketing mirate e formazione del nuovo personale.

Sentire quella cifra le ha fatto un certo effetto e Bianca ha chiuso di colpo il computer portatile, appoggiandosi allo schienale della sua vecchia sedia di pelle. Ha sollevato gli occhi al soffitto, dove la stessa identica crepa sottile era visibile sopra il bancone della reception da ormai più di cinque anni consecutivi. Ha ricordato a voce alta una frase che suo marito Alberto ripeteva sempre quando era ancora in vita e gestiva la struttura insieme a lei.

Alberto diceva sempre che nel settore alberghiero solo coloro che possiedono già un cospicuo capitale iniziale riescono a fare investimenti di successo e a sopravvivere sul mercato. Bianca ha ammesso di aver sempre pensato che suo marito fosse semplicemente pigro o troppo prudente nel rischiare i loro risparmi, ma ora iniziava a ricredersi. Le ho ricordato con un sorriso timido che la mia era solo una tesi universitaria, un semplice esercizio teorico basato su modelli matematici astratti.

Bianca mi ha fissato a lungo con quella tipica espressione seria e imperscrutabile che assumeva solo quando doveva valutare le candidature delle nuove cameriere ai piani. Era uno sguardo attento, lucido, privo di qualsiasi emozione superflua o sentimentalismo, lo sguardo di una donna che aveva gestito un’attività da sola per anni. Mi ha detto di andare pure a pranzare, dicendo che si sarebbe trattenuta lei alla reception per coprire il turno fino al mio ritorno.

Ho afferrato la mia borsa di tela e sono scesa lungo i tre gradini di pietra che separavano l’ingresso dell’albergo dal livello della strada cittadina. Il Castello della Dama Bianca si trovava in via Tiberio, a due isolati di distanza dal mare, in un edificio della fine dell’Ottocento a tre piani. La facciata era di un colore giallo sbiadito dal tempo e dalla salsedine, i balconi erano piccoli e le persiane di legno verde erano accostate.

Dall’altro lato della strada c’era una pizzeria d’asporto molto frequentata in cui non mettevo mai piede per una questione di pura e semplice opportunità personale. Il proprietario di quel locale era infatti un vecchio conoscente di mio padre e preferivo evitare che riferisse a casa i miei spostamenti o le mie abitudini. Ho svoltato a destra sul marciapiede, ho camminato per pochi metri e sono arrivata al Bar Enrico, un locale tranquillo dove andavo spesso a rifugiarmi.

Ho ordinato un panino al prosciutto crudo e un bicchiere di acqua naturale a temperatura ambiente, pagando con le poche monete che avevo nel portafoglio. Mi sono seduta a un tavolino isolato vicino alla finestra che dava sulla strada principale e ho tirato fuori il mio telefono cellulare dalla borsa. Nella memoria del dispositivo, all’interno dell’applicazione per l’archiviazione dati in cloud, conservavo una cartella segreta protetta da una password complessa che nessuno conosceva.

All’interno di quella cartella remota erano archiviate esattamente centosessantatré fotografie digitali scattate nel corso degli ultimi sette anni di convivenza forzata con i miei genitori. La fotografia più vecchia risaliva al mese di ottobre del duemilaottanta, quando avevo appena sedici anni ed frequentavo ancora il terzo anno del liceo scientifico. L’immagine mostrava un vistoso livido violaceo sulla spalla sinistra, della forma e delle dimensioni di una mela matura, impresso sulla mia pelle chiara.

Avevo scattato quella foto di nascosto nello specchio del bagno della scuola il giorno successivo a quello in cui mio padre aveva scoperto le mie intenzioni. Aveva trovato sul tavolo il modulo di iscrizione ai test di ammissione universitari e non aveva gradito affatto quella che considerava una pretesa assurda. Mia madre, dal canto suo, avrebbe preferito di gran lunga che frequentassi una scuola professionale per parrucchiere per iniziare subito a guadagnare qualcosa in zona.

La figlia della sua amica Teresa aveva frequentato quel corso e ora lavorava stabilmente in un salone di bellezza situato in via Dante Alighieri. Guadagnava quattordici euro all’ora, una paga normale per un lavoro normale che permetteva di portare a casa soldi sicuri senza troppi grilli per la testa. Mia madre mi ripeteva sempre che l’università non serviva a nulla se non a perdere tempo e a spendere soldi che la famiglia non aveva.

Mio padre, fedele al suo stile spiccio, aveva deciso di risolvere la questione in modo molto più diretto e brutale, senza perdersi in troppe discussioni inutili. Mi aveva spiegato con un pugno ben assestato sulla spalla che non era assolutamente il caso di fare la saputella o di darmi delle arie superiori. Nella cartella del cloud erano memorizzati gli anni successivi: il sopracciglio spaccato nel duemiladiciannove, la costola incrinata nel duemilaventi e il polso sinistro dolorante.

Quel polso si era girato in modo innaturale quando avevo cercato di riprendere il mio telefono cellulare che mio padre voleva sequestrarmi per isolarmi dal mondo esterno. Avevo fotografato ogni singola lesione in modo metodico, preciso, assicurandomi che la data e l’ora fossero ben visibili nei dettagli del file digitale memorizzato. Non lo facevo per portarli in tribunale o per andare dalla polizia, dato che all’epoca ero troppo terrorizzata dalle possibili conseguenze e ritorsioni domestiche.

Lo facevo semplicemente per non impazzire, per avere una prova inconfutabile del fatto che tutto questo stava accadendo davvero e che non stavo affatto esagerando i fatti. Mia madre ripeteva sempre che ero troppo sensibile, che inventavo le cose e che mio padre faceva solo il suo dovere di capo della famiglia. Ho finito di bere l’acqua dal mio bicchiere, ho riposto il telefono nella borsa e sono tornata a passo svelto verso l’albergo per riprendere il servizio.

Al mio arrivo ho trovato Bianca intenta a parlare al telefono con il fornitore della biancheria da letto e l’espressione del suo viso non prometteva nulla di buono. Si capiva chiaramente dalla rigidità delle sue spalle che la conversazione era complicata e che c’erano problemi con le consegne della settimana successiva. Mi sono seduta al mio posto dietro il bancone della reception e ho aperto la casella di posta elettronica dell’albergo per controllare i messaggi in arrivo.

Ho trovato una nuova email inviata dal professor Marchetti, il mio relatore di tesi, che aveva come oggetto le ultime correzioni da apportare all’elaborato. Scriveva di essere complessivamente soddisfatto della struttura generale del testo, ma mi chiedeva di rivedere approfonditamente l’intera sezione dedicata alla strategia di marketing digitale. Voleva che aggiungessi dettagli estremamente precisi riguardo al budget da destinare alle campagne pubblicitarie sui social network e sui motori di ricerca internazionali.

La scadenza per l’invio del file definitivo era fissata per il venerdì successivo, mentre quel giorno era già martedì e il tempo a mia disposizione stringeva. Alle diciannove in punto ho chiuso il registro delle presenze giornaliere e ho passato ufficialmente il turno alla mia collega Ilaria per la notte. Ilaria era una nuova assunta, una ragazza di diciotto anni originaria di Cesena che lavorava alla reception della struttura da appena due settimane consecutive.

Purtroppo confondeva ancora regolarmente il registro degli arrivi con quello delle partenze e mostrava un timore reverenziale nei confronti delle telefonate dei clienti stranieri. Mi sono trattenuta per altri quindici metri per mostrarle ancora una volta la procedura corretta per registrare gli arrivi tardivi dei clienti senza fare errori. A causa di questo ritardo ho perso l’autobus delle diciannove e quindici e ho dovuto aspettare quello successivo sulla banchina fredda e ventilata della fermata.

Il tragitto dal Castello della Dama Bianca a San Giuliano richiedeva circa venti minuti di viaggio in autobus, a cui si aggiungevano altri sette minuti a piedi. Lungo la strada verso casa mi sono fermata al supermercato Conad del quartiere e ho acquistato una confezione di spaghetti, una lattina di passata di pomodoro. Ho preso anche del pane fresco, un litro di latte parzialmente scremato e un rotolo di carta igienica per le necessità quotidiane dell’appartamento dei miei.

Quella settimana era il mio turno per fare la spesa domestica e dovevo provvedere io stessa a comprare tutto il necessario con i miei pochi soldi. Mia madre mi ha aperto la porta di casa indossando la solita vestaglia di spugna consumata che portava ininterrottamente fin dall’inizio dell’inverno precedente. Aveva il telecomando del televisore in mano e l’aria dell’ingresso era satura del fumo denso e acre delle sue sigarette economiche senza filtro.

Mi ha chiesto subito se avessi comprato il pane e le ho risposto che era dentro la borsa della spesa, fresco di giornata e ancora croccante. Mia madre ha afferrato l’involucro di plastica ed è andata dritta verso la cucina, controllando minuziosamente il contenuto della borsa lungo il corridoio buio dell’appartamento. Mi sono tolta le scarpe all’ingresso e l’ho seguita in silenzio, preparandomi psicologicamente all’atmosfera pesante che regnava sovrana all’interno di quelle mura domestiche.

Mio padre era seduto al tavolo della cucina, indossando una canottiera bianca macchiata e un paio di pantaloni della tuta sformati dal tempo e dall’uso. Davanti a lui c’era una bottiglia vuota di birra Peroni da sessantasei centilitri e una seconda bottiglia già aperta a metà sul tavolo di formica. Il televisore posizionato nel soggiorno attiguo era acceso ad alto volume e trasmetteva una partita di calcio di cui non mi interessava nulla.

Mio fratello Damiano era seduto sul divano di fronte allo schermo e stava mangiando un piatto di pasta direttamente dalla padella di alluminio annerita dal fuoco. La signorina è finalmente tornata a casa, ha commentato Damiano senza nemmeno sollevare la testa dal cibo o guardarmi negli occhi per un solo istante. Mi ha chiesto con ironia come andasse il lavoro alla reception e se avessi guadagnato molti soldi grazie ai miei clienti tedeschi così generosi.

Gli ho risposto in modo sbrigativo che tutto andava come al solito, ma lui ha ribattuto che per me andava sempre tutto bene e poi mi lamentavo sempre. Ha infilato una generosa forchettata di spaghetti direttamente in bocca, masticando rumorosamente senza curarsi minimamente della mia presenza o del mio evidente stato di stanchezza. Mio padre non mi guardava affatto, tenendo gli occhi incollati sulle pagine del quotidiano sportivo aperto davanti a lui sul tavolo della cucina.

Sapevo che faceva così quando era di cattivo umore e non aveva ancora deciso su quale membro della famiglia scaricare la sua rabbia repressa della giornata. Mi ha chiesto se avessi portato i soldi del mio stipendio part-time, continuando a non sollevare lo sguardo dalle pagine del giornale sportivo spiegazzato. Le ho ricordato che la busta paga sarebbe arrivata solo il venerdì successivo e che in quel momento avevo con me solo sessanta euro in contanti.

Ho tirato fuori tre banconote da venti euro dal mio vecchio portafoglio di finta pelle e le ho appoggiate con delicatezza sul tavolo di formica. Mio padre le ha raccolte con un movimento rapido del palmo della mano e le ha infilate nella tasca laterale dei suoi pantaloni della tuta. Non le ha contate apertamente, anche se dal modo in cui ha fatto scorrere il pollice sulla carta era chiaro che ne avesse percepito il valore.

Mia madre ha commentato dal corridoio che quella cifra era decisamente misera rispetto a quanto portava a casa mio fratello Damiano alla mia stessa età lavorativa. Ha aggiunto che mio fratello dava il doppio dei soldi quando lavorava come apprendista nel cantiere edile, senza pretendere di fare la signorina colta con i libri. Le ho ricordato a bassa voce che mio fratello non frequentava certo l’università quando aveva la mia età, ma lei ha semplicemente preferito ignorare la mia risposta.

Ha emesso un forte sbuffo di fumo ed è tornata in soggiorno a guardare la televisione insieme a mio fratello, lasciandomi sola in cucina con mio padre. Damiano mi ha guardato da lontano e mi ha fatto un cenno di approvazione con il pollice alzato, dicendomi a bassa voce che facevo bene a farmi valere. Faceva sempre così, come se fossimo segretamente complici o facessimo parte della stessa squadra all’interno di quella casa disfunzionale e violenta, ma non era vero.

Non facevamo parte di nessuna squadra, a lui piaceva semplicemente assistere ai litigi domestici e godersi lo spettacolo della violenza altrui rimanendo al sicuro sul divano. Mio padre ha rotto il silenzio dicendo che il giorno successivo avrebbe avuto il suo turno di riposo dal lavoro al mercato ittico della città. Mi ha ordinato di comprargli un pacchetto di sigarette la mattina successiva prima di uscire di casa per andare all’università o al lavoro in albergo.

Gli ho risposto che lo avrei fatto senza problemi e mia madre mi ha gridato dal soggiorno di comprarle anche una confezione del suo shampoo economico alla fragola. Ho preso un piatto pulito dalla credenza di legno e mi sono versata una porzione di pasta direttamente dalla pentola rimasta spenta sul fornello. Mia madre cucinava la pasta sempre alla stessa ora, intorno alle diciassette, e la lasciava lì fino a sera a raffreddarsi e ad ammassarsi progressivamente.

Gli spaghetti erano ormai completamente freddi, incollati tra loro e privi di qualsiasi sapore gradevole, ma non avevo altra scelta per la cena di quella sera. Ho preso il piatto in mano e mi sono ritirata immediatamente nella mia stanza da letto per evitare ulteriori tensioni o discussioni con mio padre. Ho chiuso bene la porta di legno, mi sono seduta al tavolo da studio e ho aperto lo schermo del mio computer portatile per lavorare.

Dovevo completare la sezione sulla strategia di marketing e inserire i dettagli del budget per la campagna pubblicitaria richiesti con urgenza dal professor Marchetti per venerdì. Il docente voleva dati concreti sul pubblico di riferimento in Germania, sui contenuti dei messaggi promozionali e sulle modalità di collaborazione con le agenzie di viaggio. Ho iniziato a fare i calcoli matematici necessari, inserendo le cifre all’interno di una tabella excel che avevo preparato appositamente per l’occasione accademica.

Dietro la sottile parete divisoria della mia stanza potevo sentire chiaramente le voci dei miei genitori che parlavano animatamente del più e del meno in soggiorno. Discutevano della partita di calcio appena terminata e della vicina di casa Carmela, che secondo mia madre si dava troppe arie da grande nobildonna decaduta. Mia madre criticava il fatto che il marito di Carmela guidasse semplicemente un camion della nettezza urbana locale, ritenendo le loro pretese sociali del tutto ridicole.

Mio fratello Damiano è uscito di casa intorno alle ventidue, sbattendo la porta d’ingresso con una tale violenza da far tremare le pareti della mia stanza. Quell’impatto improvviso ha fatto cadere un pesante manuale di diritto pubblico dallo scaffale della mia libreria instabile, facendolo piombare sul pavimento con un forte rumore. Verso le ventitré e trenta ho finalmente inviato il file con le correzioni richieste all’indirizzo di posta elettronica del professor Marchetti, sperando che andassero bene.

A mezzanotte e mezza ho tirato fuori dal suo nascondiglio sicuro un piccolo taccuino nero coperto di appunti e cifre scritte rigorosamente a matita leggera. Era nascosto all’interno del voluminoso manuale di microeconomia, precisamente alla pagina duecentosettanta, tra i capitoli dedicati allo studio dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo dei beni. Su quel taccuino avevo annotato con precisione maniacale l’ammontare esatto dei miei risparmi segreti accumulati nel corso degli ultimi anni di duro lavoro part-time.

Il totale complessivo era di ottomilacentoventi euro, una cifra che per me rappresentava la libertà e che avevo suddiviso in tre posti diversi per sicurezza. Cinquemila euro erano custoditi all’interno della cassaforte dell’albergo, grazie al permesso speciale che Bianca mi aveva accordato per proteggere i miei guadagni dai miei familiari. Duemila euro erano depositati su un conto corrente bancario online intestato esclusivamente a mio nome e aperto non appena avevo compiuto i diciotto anni d’età.

I miei genitori non sapevano assolutamente nulla dell’esistenza di questo conto poiché avevo modificato l’indirizzo per la ricezione della corrispondenza cartacea impostando quello dell’albergo. I restanti millecentoventi euro in contanti erano nascosti all’interno di un vecchio orsacchiotto di peluche appoggiato sullo scaffale più alto della mia stanza da letto. Mia madre considerava quel giocattolo come un semplice rifiuto d’infanzia inutile e non lo toccava mai durante le sue rare e superficiali pulizie della stanza.

Ottomilacentoventi euro significavano esattamente un anno e mezzo di autonomia e sopravvivenza in una stanza in affitto a Rimini se avessi continuato a risparmiare molto. Significavano un anno intero di vita normale e dignitosa, oppure zero se qualcosa fosse andato storto e avessi dovuto pagare un avvocato o delle cure. Ho chiuso il taccuino nero e l’ho riposto con cura all’interno del manuale di microeconomia, rimettendo il libro al suo posto sullo scaffale di legno.

La voce di mio padre è giunta improvvisamente dal corridoio dell’appartamento, rompendo il silenzio della notte con toni alti, sgraziati e decisamente minacciosi per chiunque ascoltarsi. Stava urlando al telefono contro qualcuno, probabilmente un collega di lavoro del mercato ittico con cui era sorto l’ennesimo malinteso riguardo ai turni di scarico merci. Non riuscivo a capire le parole esatte, ma conoscevo fin troppo bene quell’intonazione particolare e il pericolo che essa portava con sé ogni volta.

Sapevo che quel tono significava che presto qualcuno in quella casa avrebbe pagato per le frustrazioni lavorative, per il caldo asfissiante e per la vita andata male. Ho spento la luce della lampada da tavolo e mi sono sdraiata sul letto sopra la coperta leggera, cercando di prendere sonno nonostante l’ansia. Mancavano solo dodici giorni alla discussione della mia tesi di laurea, dodici giorni che mi sembravano un’eternità e allo stesso tempo un soffio di tempo.

Ho chiuso gli occhi e ho iniziato a calcolare mentalmente il budget ideale per la campagna pubblicitaria del Castello della Dama Bianca per distrarre la mente. Con milleduecento euro al mese destinati alla pubblicità mirata sul mercato tedesco avrei potuto ottenere ottimi risultati di occupazione delle camere, e così mi sono addormentata. La mattina successiva è iniziata in modo apparentemente normale, ed era proprio questo l’aspetto più inquietante della quotidianità all’interno di quell’appartamento di periferia.

Una mattina normale significava semplicemente che la tensione accumulata la sera prima da mio padre non aveva ancora trovato una valvola di sfogo o una vittima prescelta. Mio padre era seduto al tavolo della cucina, intento a bere il caffè e a scorrere le notizie sullo schermo del suo telefono cellulare economico. Mia madre faceva rumore con i piatti e le tazze nel lavandino, lavandoli con movimenti nervosi e sbrigativi che tradivano il suo stato d’animo instabile.

Mi stavo preparando per andare a coprire il mio turno di lavoro pomeridiano al Castello della Dama Bianca, stando in piedi davanti allo specchio del corridoio. Stavo intrecciando i miei lunghi capelli scuri con gesti metodici, osservando il mio riflesso sulla superficie di vetro che presentava un difetto molto evidente ai miei occhi. Lo specchio era inclinato sul lato destro e una lunga crepa diagonale lo attraversava interamente, tagliando idealmente in due parti distinte l’immagine del mio viso magro.

Una metà appariva perfettamente integra e normale, mentre l’altra risultava deformata e spezzata dall’incrinatura del vetro, ma ormai ci avevo fatto l’abitudine dopo tanti anni. Mio padre mi ha ricordato le sigarette dalla cucina e gli ho risposto che le avrei acquistate lungo la strada verso l’albergo senza dimenticarmene. Mi ha chiesto con diffidenza cosa sarebbe successo se le avessi dimenticate, rinfacciandomi il fatto che tre mesi prima avevo scordato di comprare il ketchup.

Aveva una memoria selettiva e tenace per tutti gli errori commessi dagli altri, conservando il rancore per anni per usarlo come arma nei litigi domestici. Al contrario, dimenticava le sue promesse un minuto dopo averle pronunciate, senza mostrare mai il minimo senso di colpa o di rimorso nei miei confronti. Le ho ripetuto con fermezza che non mi sarei dimenticata delle sue sigarette e sono uscita di casa chiudendomi la porta alle spalle con un sospiro.

Alla fermata dell’autobus c’erano due persone che vedevo quasi ogni mattina alla stessa ora: un ragazzo con la divisa da pizzaiolo e un’anziana donna con un carrello della spesa. Non avevamo mai scambiato una sola parola in tutti quegli anni, mantenendo una distanza di sicurezza tipica di chi vive nello stesso quartiere degradato di periferia. L’autobus è arrivato con otto minuti di ritardo rispetto all’orario previsto sul tabellone elettronico, ma non ci ho fatto troppo caso in quel momento.

Sono salita a bordo e ho passato l’intero tragitto pensando alla struttura del budget per la tesi, dividendo le spese tra motori di ricerca e canali social. Questo esercizio mentale mi permetteva di mantenere il controllo sulla mia giornata, trasformando la mattinata in qualcosa di esclusivamente mio e distante dalle miserie della mia casa. Al mio arrivo al Castello della Dama Bianca ho trovato Bianca già operativa nel suo ufficio al secondo piano dell’edificio d’epoca, intenta a telefonare.

Dalla porta socchiusa si sentiva la sua voce ferma e controllata, tipica di quando doveva discutere con un fornitore che aveva consegnato della merce non conforme agli ordini. Ho aperto la reception, ho acceso il computer della postazione di lavoro e ho controllato immediatamente la casella di posta elettronica per vedere se ci fossero novità. Una coppia di clienti tedeschi aveva appena confermato il soggiorno e chiedeva informazioni su un buon ristorante di pesce situato nelle immediate vicinanze dell’albergo.

Ho risposto inviando loro una lista dettagliata di locali che avevo compilato io stessa l’anno precedente per arricchire i contenuti del sito web della struttura ricettiva. Bianca è scesa intorno alle dieci del mattino, mostrando un volto visibilmente stanco e segnato da rughe più profonde del solito a causa della mancanza di sonno. Camminava più lentamente del solito e si appoggiava con forza alla ringhiera di legno della scala poiché il ginocchio destro le doleva dall’inizio dell’inverno.

Mi ha chiesto se avessi inviato le correzioni al professor Marchetti la sera prima e le ho confermato di averlo fatto molto tardi, verso le undici e mezza. Ha commentato che il docente avrebbe dovuto comprendere che lavoravo e che non potevo permettermi di restare sveglia fino alle cinque del mattino ogni notte per studiare. Ha tirato fuori la sua piccola moka da sotto il bancone della reception e si è diretta verso la presa di corrente situata vicino alla finestra.

Mi ha chiesto se avessi fatto colazione e le ho risposto di aver preso solo un caffè veloce a casa prima di uscire per prendere l’autobus. Bianca ha ribattuto che il caffè non poteva essere considerato una colazione equilibrata e mi ha ordinato di andare subito al Bar Enrico a prendere una brioche. Ha aggiunto che ero troppo magra e che la magrezza alla mia età era solo il sintomo evidente di un eccessivo carico di stress accumulato nel tempo.

Sono andata al bar per evitare di discutere con lei poiché sapevo che contraddirla sul cibo era del tutto inutile e faceva solo perdere tempo prezioso. Ho comprato un cornetto alla crema e un secondo caffè, consumandoli rapidamente al bancone mentre la televisione del locale trasmetteva le previsioni del tempo per il fine settimana. La meteorologa sullo schermo annunciava gioiosamente l’arrivo di una perturbazione calda con temperature fino a trenta gradi, come se ne fosse l’artefice principale ed entusiasta.

Al mio ritorno in albergo la giornata è proseguita sui binari della solita routine lavorativa: due nuovi arrivi da registrare, una partenza e una lunga telefonata con un’agenzia. Un operatore di Monaco di Baviera intendeva bloccare cinque camere per il mese di agosto e abbiamo trattato sul prezzo del soggiorno per quasi un’ora consecutiva. Intorno alle sedici Bianca mi ha chiamata nel suo ufficio privato al secondo piano, una stanza piccola e fresca con una finestra sul cortile interno.

Sulla parete dietro la sua scrivania spiccava una vecchia fotografia incorniciata che ritraeva Bianca insieme a suo marito Alberto sulla spiaggia di Rimini circa vent’anni prima. Sembravano felici, abbracciati e sorridenti davanti all’ingresso dell’albergo che all’epoca mostrava ancora la vecchia insegna con le lettere dorate lucide e non sbiadite dal tempo. Alberto era più basso di lei di mezza testa ma appariva robusto e vigoroso, trasmettendo un senso di sicurezza e di stabilità che si percepiva chiaramente.

Bianca si è seduta sulla sua poltrona di pelle che ha emesso il solito forte cigolio e mi ha invitata a fare altrettanto sulla sedia di fronte. Mi ha confessato di aver terminato di leggere l’intera tesi di laurea fino all’ultima pagina, impiegando due ore e tre bicchieri d’acqua minerale per completare l’esame. Ho atteso la sua reazione in silenzio, stringendo le mani sulle ginocchia per nascondere la leggera tensione che cominciava a scorrere nelle mie vene in quel momento.

Ha commentato che avevo descritto la sua struttura alberghiera in un modo che l’aveva quasi fatta vergognare delle sue lacune gestionali e delle mancanze organizzative accumulate negli anni. Avevo messo in luce il sottoutilizzo cronico delle camere, la totale mancanza di una strategia di marketing digitale e la dipendenza eccessiva dall’andamento della stagione estiva. Bianca ha ammesso che tutto quello che avevo scritto corrispondeva alla pura realtà dei fatti, una realtà che lei vedeva ogni giorno senza riuscire a cambiare le cose.

Le ho ricordato timidamente che si trattava solo di un progetto accademico teorico, ma lei mi ha interrotta dicendo che non si sentiva affatto offesa dalle mie parole lucide. Ha tirato fuori dal cassetto della scrivania un pacchetto di sigarette che teneva nascosto e ha iniziato a girarselo tra le dita senza accenderlo per rispetto della mia presenza. Ha riletto ad alta voce il dato secondo cui l’incasso medio sarebbe aumentato del trentotto per cento grazie alla mia strategia digitale applicata con costanza.

Mi ha chiesto se i centocinquantamila euro previsti per l’investimento fossero una cifra realistica e le ho confermato che il calcolo era stato fatto su base annua e mezza. Bianca mi ha guardata negli occhi e mi ha rivelato di possedere quella somma sotto forma di risparmi personali accumulati insieme al marito nel corso degli anni di attività. Ha aggiunto che vendendo la vecchia automobile di Alberto rimasta in garage e accendendo un piccolo mutuo avrebbe potuto raggiungere facilmente i centomila euro necessari al piano.

Sono rimasta in silenzio, immobile sulla sedia, cercando di controllare il tremore delle mie mani e il battito accelerato del mio cuore davanti a quelle parole inaspettate. Bianca ha proseguito dicendo che quei soldi non le sarebbero serviti a nulla se fosse rimasta da sola a gestire l’albergo poiché non comprendeva i termini tecnici digitali. Ha ammesso che a sessantotto anni sapeva solo accogliere gli ospiti, preparare il caffè e discutere con i fornitori, lasciando il resto a un mondo a lei sconosciuto.

Le ho chiesto direttamente dove volesse arrivare con quel discorso e lei ha riposto il pacchetto di sigarette nel cassetto con un movimento lento e deliberato delle mani. Mi ha proposto ufficialmente di rimanere a lavorare al Castello della Dama Bianca anche dopo la discussione della tesi per realizzare insieme il progetto di rilancio della struttura. Mi ha offerto uno stipendio dignitoso di ottocento euro al mese più l’uso esclusivo di una stanza situata al terzo piano dell’edificio, un tempo adibita a magazzino.

Ha aggiunto che se le cose fossero andate bene nell’arco del primo anno avremmo potuto rivedere i termini dell’accordo e modificare le condizioni economiche a mio favore. Sentire la proposta di una stanza tutta mia al terzo piano ha fatto scattare qualcosa dentro la mia mente, allontanando per un istante i pensiri cupi legati a casa mia. Una stanza mia significava non dover più dividere lo spazio con i miei genitori, non vedere più quel letto sfondato e avere finalmente una chiave personale per chiudere fuori il mondo.

Le ho risposto che ci avrei pensato seriamente e lei mi ha sorriso, invitandomi a non impiegare troppo tempo prima di fornirle una risposta definitiva in merito alla proposta. Ha aggiunto con ironia che in caso di mio rifiuto avrebbe dovuto vendere tutto ai nipoti di Stoccarda che premevano per trasformare l’albergo in appartamenti da affittare online. Ho annuito, l’ho ringraziata per la fiducia dimostrata nei miei confronti e sono uscita dal suo ufficio per tornare ai miei compiti quotidiani alla reception dell’hotel.

Il mio turno di lavoro è terminato alle diciannove in punto e ho passato le consegne alla mia collega Ilaria, raccomandandole di non confermare prenotazioni telefoniche importanti dall’agenzia di Monaco. Ho preso l’autobus per tornare a San Giuliano e mi sono fermata nuovamente al supermercato Conad del quartiere per acquistare le sigarette rosse richieste da mio padre la mattina. Ho preso anche lo shampoo economico alla fragola per mia madre, pagando il tutto alla cassa gestita da Luciano, un ragazzo silenzioso che conosceva la mia famiglia.

Quando mi sono avvicinata all’ingresso del condominio ho notato un silenzio insolito e pesante provenire dalle finestre del secondo piano dell’edificio in cui vivevo con i miei genitori. Il cane dell’inquilino del piano terra abbaiava come al solito dietro la porta di legno, mentre la signora Riccardi stava ritirando i panni stesi sul balcone nonostante il buio. Sono salita al mio piano, ho infilato la chiave nella toppa della serratura e ho aperto la porta d’ingresso con un pressentimento negativo che mi stringeva lo stomaco.

Mio padre era in piedi al centro del corridoio buio, illuminato alle spalle dalla debole luce giallastra proveniente dalla cucina dell’appartamento, immobile come una statua di pietra. Quando si posizionava in quel modo in corridoio significava che aveva già accumulato una discreta quantità di rabbia e che ogni mia parola sarebbe risultata del tutto inutile per calmarlo. Mi ha ordinato di consegnargli il pacchetto di sigarette con un gesto secco della mano e ho obbedito immediatamente per non alimentare la sua irritazione latente.

Ha afferrato il pacchetto di sigarette rosse, lo ha girato tra le mani e mi ha rinfacciato con durezza il fatto che avessi comprato il modello sbagliato rispetto alle sue richieste. Ha sostenuto di avermi chiesto le sigarette blu e non quelle rosse, affermando di essere passato a quel tipo di tabacco ormai da diverso tempo a quella parte. Le ho risposto con calma che non mi aveva affatto menzionato le sigarette blu la mattina stessa, ricordando perfettamente ogni singola parola pronunciata prima di uscire di casa.

Ricordare ogni dettaglio delle discussioni domestiche era il mio personale meccanismo di difesa e di sopravvivenza per evitare di passare dalla parte del torto in modo gratuito e ingiusto. Mio padre ha ribattuto che con me tutto veniva sempre rimandato al giorno successivo, compresi i soldi dello stipendio che avrei dovuto consegnargli il venerdì prima del fine settimana. Ha aggiunto che tornavo a casa sempre troppo tardi, alle venti di sera, comportandomi come se l’appartamento di famiglia fosse semplicemente un albergo in cui dormire.

Mia madre è apparsa improvvisamente sulla soglia della cucina, indossando la solita vestaglia sformata e stringendo tra le mani un piatto che stava asciugando con un canovaccio logoro. Sul suo volto era dipinto quel leggero e impercettibile sorriso di soddisfazione che conoscevo fin dall’infanzia e che preannunciava sempre l’arrivo imminente di una tempesta violenta in casa. Ha aggiunto benzina sul fuoco affermando che nascondevo sicuramente dei soldi alla famiglia all’interno dei miei libri universitari o sul mio conto corrente bancario segreto.

Le ho chiesto con voce ferma e controllata di quali soldi stesse parlando esattamente e lei ha risposto che la sua amica Teresa le aveva riferito dettagli importanti sul lavoro in albergo. Teresa le aveva detto che le ragazze impiegate alla reception in via Verdi guadagnavano almeno seicento euro al mese, mentre io ne consegnavo a casa solo duecento scarsi. Mio padre ha fatto due passi in avanti verso di me, riducendo la distanza fisica che ci separava a poco meno di un metro nel Corridoio stretto dell’appartamento.

Ha pronunciato la parola laurea come se fosse un insulto intollerabile, accusandomi di essere rimasta sulle loro spalle per quattro anni consecutivi a fingere di essere una studentessa colta. Mi ha chiesto gridando se avessi una minima idea di quanti soldi dovessi loro per il mantenimento e l’ospitalità offerta in tutti quegli anni di studio inutile. Ho preferito rimanere in silenzio assoluto poiché sapevo che ogni mia risposta avrebbe agito come benzina sul fuoco della sua rabbia distruttiva in quel momento.

Mio padre mi ha ordinato di consegnargli immediatamente la mia borsa per controllare il contenuto e mi ha chiesto dove fosse il mio computer portatile acquistato al mercatino. Mia madre ha appoggiato il piatto sul tavolo della cucina e ha incrociato le braccia sul petto, godendosi la scena del litigio domestico senza muovere un dito per intervenire. Le ho spiegato con un filo di voce che la discussione della mia tesi di laurea si sarebbe tenuta tra soli dodici giorni e che il computer mi serviva.

La parola per favore è risuonata nelle sue orecchie come un evidente segno di debolezza da parte mia e ho notato un muscolo della sua mascella contrarsi vistosamente per la rabbia. Conoscevo fin troppo bene quella sequenza di movimenti fisici che precedeva sempre lo scoppio della violenza corporale: i denti stretti, la spalla destra che si sollevava e il peso corporeo. Mio padre ha afferrato con violenza la cinghia della borsa di tela che portavo sulla spalla e ha tirato verso il basso con tutta la sua forza da facchino.

La cinghia si è spezzata di colpo e la borsa è caduta sul pavimento del corridoio, facendo scivolare fuori il computer portatile che ha urtato violentemente contro le piastrelle di linoleum. Mio padre si è chinato per raccoglierlo, mostrando un volto rosso di rabbia con le vene del collo visibilmente gonfie e pulsanti per lo sforzo emotivo e fisico. Le ho chiesto a bassa voce di non farlo, sperando che la mancanza di urla da parte mia potesse bloccare il suo intento distruttivo, ma è stato inutile.

Mia madre ha commentato dal divano del soggiorno che non meritavo affatto un futuro migliore e che ero solo una parassita arrogante che si approfittava dei sacrifici dei genitori. Mio padre ha sollevato il computer portatile con entrambe le mani e lo ha scagliato con violenza verso il mio volto, colpendomi di striscio sul sopracciglio destro con lo spigolo. Ho avvertito un forte rumore sordo e immediato, ma sul momento non sono riuscita a capire se a rompersi fosse stata la plastica del computer o l’osso della mia fronte.

Subito dopo ho percepito un calore umido e denso scivolare rapidamente lungo la mia tempia destra, bagnandomi l’occhio e impedendomi di vedere chiaramente da quel lato del volto colpito. Non sono caduta sul pavimento del corridoio, aggrappandomi con tutte le mie forze alla parete intonacata che mi è parsa fresca e rassicurante in quel momento di dolore acuto. Il computer portatile giaceva a terra tra me e mio padre, con lo schermo completamente frantumato e la tastiera deformata dall’impatto violento contro il muro dell’ingresso.

Mia madre ha emesso una piccola risata nasale e sommessa dal soggiorno, lo stesso identico riso con cui commentava le disgrazie altrui nei programmi televisivi pomeridiani che seguiva regolarmente. Mio padre è rimasto immobile davanti a me, respirando affannosamente con le braccia che penzolavano lungo i fianchi e lo sguardo improvvisamente vuoto e privo di qualsiasi espressione lucida. Il sangue continuava a scorrere lungo la mia guancia fino al mento, gocciolando sul pavimento di linoleum beige del corridoio dell’appartamento in cui ero cresciuta tra le violenze.

Mi sono asciugata grossolanamente il volto con la manica della mia giacca leggera, lasciando una vistosa striscia scura sul tessuto sintetico del capo d’abbigliamento che indossavo quella sera. Ho avvertito una forte pulsazione dolorosa in corrispondenza del sopracciglio destro e ho capito subito che la ferita era profonda e richiedeva l’intervento di un medico specializzato. Mia madre ha commentato con disprezzo che quella ferita rappresentava il degno risultato di tutta la mia istruzione universitaria e della mia superbia intellettuale nei loro confronti.

Mi sono chinata sul pavimento per raccogliere i resti del mio computer portatile frantumato, notando che alcune parti di plastica si erano staccate definitivamente dal corpo principale dell’apparecchio elettronico. Al suo interno erano custoditi quattro anni interi di lavoro accademico intenso, tabelle finanziarie complesse, grafici statistici e tutta la corrispondenza intercorsa con la mia relatrice e con i clienti. Ho infilato i resti del computer all’interno della borsa di tela danneggiata, ho afferrato la mia giacca dall’appendiabiti situato vicino all’ingresso e ho aperto la porta.

Lungo le scale del condominio ho incrociato mio fratello Damiano che stava salendo i gradini portando con sé una busta di plastica contenente alcune bottiglie di birra da consumare. Ha notato subito il sangue che mi copriva parzialmente il volto, si è fermato su un gradino e mi ha guardata dall’alto in basso con un’espressione tra il sorpreso e l’ironico. Mi ha chiesto se avessimo litigato di nuovo in casa e mi ha gridato dietro di usare un asciugamano pulito per tamponare il sangue, ridendo sonoramente della situazione.

La strada del quartiere era buia, silenziosa e pervasa dal tipico calore estivo del mese di giugno, con un intenso profumo di gelsomino proveniente da un giardino del piano terra. Ho camminato a passo svelto verso la fermata dell’autobus tenendo premuta la manica della giacca contro la ferita del sopracciglio per bloccare la fuoriuscita del sangue caldo. Il tragitto in autobus fino a via Tiberio è durato circa venti minuti consecutivi e il conducente del mezzo mi ha osservata dallo specchietto retrovisore senza pormi alcuna domanda.

A San Giuliano la gente era abituata a non fare domande indiscrete sulle vicende private altrui, preferendo voltare lo sguardo dall’altra parte per evitare problemi con i vicini violenti. Forse pensavano che se una ragazza si trovava in quello stato era perché se lo era meritato o perché aveva risposto male al padre legittimo in casa. Al mio arrivo al Castello della Dama Bianca ho trovato Bianca ad attendermi alla reception, nonostante l’ora tarda in cui di norma si ritirava nella sua stanza privata.

Mi ha vista attraverso la porta a vetri dell’ingresso e si è alzata dalla sedia con una tale rapidità da far scivolare il mobile contro la parete retrostante con un forte rumore. Ha aperto la porta, mi ha afferrata delicatamente per le spalle per sorreggermi e ha osservato la ferita profonda sul mio sopracciglio destro senza pronunciare una sola parola sul momento. È rimasta in silenzio per tre secondi consecutivi e in quel breve lasso di tempo ho visto il suo volto passare dallo shock iniziale all’orrore più puro e assoluto.

Subito dopo sul suo viso è comparsa quella fredda e lucida rabbia che esibiva solo quando doveva affrontare i fornitori disonesti che cercavano di ingannarla sulle merci consegnate. Mi ha ordinato di sedermi su una sedia della reception e ha portato immediatamente la cassetta del pronto soccorso contenente garze sterili, cerotti e flaconi di acqua ossigenata. Le sue mani erano calde, asciutte e leggermente ruvide sulla mia pelle, e ha iniziato a lavare la mia ferita con la stessa precisione meticolosa che applicava alle pulizie.

Ha commentato con fermezza che la ferita necessitava di alcuni punti di sutura chirurgica e mi ha comunicato l’intenzione di accompagnarmi subito al pronto soccorso dell’ospedale cittadino. Le ho ricordato con ansia che mancavano solo undici giorni alla discussione della mia tesi di laurea e che il mio computer portatile era andato completamente distrutto nel litigio domestico. Bianca mi ha interrotta dicendo che la salute del mio sopracciglio veniva prima di qualsiasi computer e che avremmo risolto il problema del lavoro accademico in un secondo momento.

Le ho spiegato che possedevo una copia di backup di tutti i file all’interno del cloud e che mi serviva solo un computer funzionante e un luogo sicuro in cui stabilirmi. Bianca ha interrotto l’operazione di pulizia della ferita, mi ha fissata dritta negli occhi da una distanza ravvicinata e mi ha chiesto se fossi davvero decisa a non tornare più a casa. Le ho risposto di no con assoluta fermezza e lei mi ha comunicato che prima saremmo andate in ospedale e poi avremmo organizzato il mio trasferimento definitivo al terzo piano.

Mi ha fatta salire a bordo della sua vecchia Fiat Panda del millenovecentonovantotto, un’automobile logora che emetteva uno strano rumore di motore a ogni semaforo stradale che incontravamo lungo il tragitto. All’interno della sala d’attesa del pronto soccorso c’erano solo tre persone: un uomo con un braccio al collo, una madre con un bambino piccolo e un uomo che dormiva rumorosamente. Il medico di turno, un giovane con la barba incolta che sembrava essersi laureato da pochissimo tempo, mi ha applicato quattro punti di sutura chirurgica sul sopracciglio destro lacerato.

Mi ha chiesto in quale modo mi fossi procurata quella lesione e gli ho risposto di essere caduta accidentalmente in casa urtando contro lo spigolo di un mobile del corridoio buio. Il medico mi ha guardata con scetticismo, ha spostato lo sguardo su Bianca e poi ha registrato l’episodio sotto la voce di incidente domestico senza fare ulteriori indagini in merito. Durante il viaggio di ritorno in automobile verso l’albergo Bianca è rimasta in silenzio assoluto, concentrata sulla guida lenta del mezzo lungo le strade ormai deserte della città balneare.

Quando siamo giunte davanti al Castello della Dama Bianca ha spento il motore del veicolo ma è rimasta seduta al suo posto osservando la facciata scura della struttura ricettiva. Mi ha comunicato che la mattina successiva avrebbe chiamato Marco, il marito della signora della lavanderia, che lavorava anche come elettricista e tuttofare privato nei ritagli di tempo. Marco si sarebbe occupato di collegare le prese elettriche nella stanza del terzo piano e di installare una nuova serratura di sicurezza sulla porta di legno massiccio.

Ha aggiunto che il giorno successivo avrei potuto trasferirmi ufficialmente nella mia nuova stanza e che mi avrebbe prestato il suo vecchio computer portatile situato nel suo studio privato. Mi ha ordinato di recarmi l’indomani mattina presso la stazione della polizia locale per sporgere una denuncia formale nei confronti di mio padre per l’aggressione subita in casa. Le ho spiegato che non intendevo andare subito alla polizia poiché le indagini e gli interrogatori mi avrebbero sottratto tempo prezioso per la preparazione finale della tesi.

Mancavano solo undici giorni alla discussione e dovevo concentrare ogni mia singola energia sullo studio e sul completamento dell’elaborato economico senza alcuna distrazione esterna o stress giudiziario. Bianca si è voltata verso di me nel buio dell’abitacolo dell’automobile, illuminata parzialmente solo dalla debole luce arancione del lampione stradale situato all’angolo della via interna. Mi ha chiesto cosa avrei fatto una volta terminata la discussione della tesi e le ho promesso che avrei sporto denuncia non appena fossi diventata ufficialmente una dottoressa.

Le ho ricordato che possedevo tutte le prove necessarie all’interno della cartella segreta del cloud: centosessantatré fotografie digitali scattate nel corso degli ultimi sette anni di convivenza forzata. Inoltre potevo contare sulla testimonianza favorevole della signora Malatesta, l’anziana vicina del piano di sopra che aveva sentito distintamente i rumori dei litigi e delle percosse subite. Bianca ha ascoltato le mie parole in silenzio, ha annuito con gravità e ha accettato la mia decisione di posticipare la denuncia a dopo il conseguimento del titolo.

Ci siamo dirette verso l’ingresso di servizio dell’albergo e Bianca mi ha condotta attraverso i locali della cucina fino a raggiungere la stanza vuota situata al terzo piano dell’edificio. Lo spazio appariva polveroso, ingombro di vecchi scatoloni di cartone contenenti lenzuola dismesse, coperte di lana tarlate e sedie di legno con le gambe spezzate dal tempo. La finestra della stanza dava sul cortile interno dell’albergo e oltre i tetti delle case vicine si poteva scorgere una piccola porzione di cielo notturno illuminato da una stella.

Bianca mi ha comunicato che per quella notte avrei dormito nel suo appartamento privato situato nell’edificio adiacente, dove avrebbe preparato per me il divano del soggiorno con lenzuola pulite. Ho accettato l’invito senza fare storie poiché il sopracciglio mi doleva intensamente e l’occhio destro iniziava a gonfiarsi visibilmente per via del trauma subito nel corridoio. Mi rendevo conto di avere accanto una donna straordinaria che mi offriva una stanza, un computer e un rifugio sicuro senza pretendere nulla in cambio se non la mia salvezza.

Siamo scese nuovamente al piano terra, Bianca ha controllato la chiusura di tutte le serrature dell’albergo, ha spento le luci della reception e abbiamo attraversato il cortile interno. Il suo appartamento era composto da due stanze accoglienti con un balcone pieno di vasi di gerani rossi fioriti che emanavano un profumo gradevole nell’aria della sera estiva. Mi sono sdraiata sul divano nel buio del soggiorno ascoltando i rumori familiari dei suoi passi felpati dietro la sottile parete della sua stanza da letto privata.

La mattina successiva sono iniziati i lavori di sistemazione della mia stanza al terzo piano grazie all’intervento rapido e preciso di Marco che ha installato le prese elettriche necessarie. La stanza misurava circa venti metri quadrati totali, presentava un soffitto molto alto e una finestra che offriva una parziale ma suggestiva vista laterale sulla striscia blu del mare Adriatico. Bianca mi ha spiegato che quella vista rappresentava un vero e proprio bonus commerciale che agli ospiti dell’albergo costava quindici euro in più al giorno in alta stagione.

Marco ha provveduto a ridipingere interamente le pareti della stanza utilizzando una vernice di colore crema avanzata dai precedenti lavori di ristrutturazione delle camere del secondo piano dell’hotel. Ha montato una nuova lampada sul soffitto e una serratura di sicurezza dotata di due chiavi distinte: una è rimasta a me e l’altra è stata consegnata a Bianca per le emergenze. Il letto era un modello singolo in legno massiccio proveniente da una camera del piano terra che Bianca aveva smesso di affittare a causa di un problema di tubature rumorose.

Al centro della stanza ha trovato posto anche un pesante tavolo di legno scuro appartenuto in passato a suo marito Alberto, che lo utilizzava per tenere la contabilità cartacea dell’albergo. Bianca ha posizionato sul tavolo una piccola lampada bianca, una sedia comoda e ha appeso alle finestre delle tende di cotone bianco avanzate da un vecchio ordine di fornitura alberghiera. In quei giorni successivi ho lavorato intensamente per dodici ore al giorno, dividendomi tra i turni alla reception e lo studio matto sul vecchio computer portatile di Bianca.

Il computer era lento, la ventola di raffreddamento emetteva un forte ronzio continuo che si sentiva attraverso la parete e i file impiegavano diversi minuti ad aprirsi sullo schermo sbiadito. Tuttavia il dispositivo svolgeva egregiamente il suo compito fondamentale, permettendomi di accedere allo spazio cloud e di scaricare l’intero contenuto della mia tesi di economia aziendale. Il server remoto situato in Germania non sapeva nulla delle vicende violente della mia famiglia di periferia o dei quattro punti di sutura chirurgica presenti sulla mia fronte.

Il professor Marchetti ha risposto alla mia email approvando definitivamente tutte le modifiche apportate alla sezione sul budget pubblicitario e confermando l’appuntamento per la discussione formale della tesi. Il giorno della laurea ho indossato l’unica camicia bianca di cotone decente che ero riuscita a recuperare dalla mia borsa la sera della mia fuga definitiva da casa dei miei. La gonna mi era stata prestata dalla mia giovane collega Ilaria, che si era premurata di portarne tre diverse da casa per consentirmi di scegliere quella più adatta.

Ho coperto i punti di sutura sul sopracciglio utilizzando un fondotinta coprente ad alta densità che Bianca mi aveva messo a disposizione per nascondere i segni evidenti dell’aggressione subita. Bianca mi ha consegnato una banconota da venti euro per pagare il taxi fino alla sede dell’università, raccomandandomi caldamente di non prendere l’autobus per non sporcare la gonna di Ilaria. La discussione davanti alla commissione di laurea è durata circa venti minuti complessivi e ho esposto il mio progetto con assoluta chiarezza espositiva, senza mostrare alcun segno di timore.

Ho risposto con precisione scientifica alle domande poste dall’esperto esterno giunto da Bologna, dimostrando la validità economica e finanziaria del mio modello di rilancio applicato all’albergo della Dama Bianca. Il voto finale conseguito è stato di centodieci su centodieci con lode accademica e il professor Marchetti si è complimentato pubblicamente con me stringendomi calorosamente la mano davanti a tutti. Al mio ritorno in albergo Bianca mi ha accolta con un forte e commosso abbraccio che profumava di caffè fresco e di detergente al limone, gli odori della mia nuova vita.

Il giorno successivo mi sono recata presso la stazione della polizia locale situata in via Emilia per sporgere la formale denuncia nei confronti di mio padre Tonino per lesioni personali. L’agente di turno, una donna di circa quarant’anni con lo sguardo stanco, ha raccolto la mia deposizione scritta all’interno di un modulo ufficiale dettagliato in ogni sua singola parte. Ho consegnato agli inquirenti l’accesso completo alla cartella segreta del cloud contenente le centosessantatré fotografie digitali dei lividi e dei traumi subiti nel corso degli anni passai a casa.

Il processo penale si è celebrato quattro mesi più tardi e mio padre è stato condannato a due anni di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena ed al divieto di avvicinamento. Mia madre si è presentata in tribunale urlando insulti nei miei confronti e accusandomi di aver distrutto l’unità della famiglia, prima di essere allontanata dall’aula dalle forze dell’ordine presenti. Mio fratello Damiano ha preferito non presentarsi al processo, dichiarando al telefono di non voler essere coinvolto in vicende che a suo dire andavano risolte esclusivamente all’interno delle mura domestiche.

Nei mesi successivi ho avviato la concreta ristrutturazione digitale del Castello della Dama Bianca, riscrivendo interamente il sito internet aziendale in quattro lingue diverse per intercettare il pubblico straniero. Ho collegato la struttura ai principali portali di prenotazione online internazionali e nel giro di pochissimo tempo le richieste di soggiorno da parte di clienti tedeschi sono aumentate in modo esponenziale. Bianca assisteva sbalordita all’arrivo automatico delle prenotazioni telematiche, ammettendo che per trent’anni aveva gestito tutto a mano su un semplice registro cartaceo senza comprendere le potenzialità della tecnologia moderna.

Grazie ai maggiori introiti finanziari derivanti dalle prenotazioni online abbiamo avviato i lavori di manutenzione straordinaria dell’edificio, ridipingendo i balconi esterni e sostituendo tutti i vecchi materassi delle camere. Il punteggio di gradimento espresso dagli ospiti sui portali turistici è salito rapidamente da tre virgola otto a quattro virgola quattro punti su cinque totali disponibili sui siti specializzati. Nel mese di novembre Bianca mi ha convocata nel suo ufficio per firmare un atto di donazione notarile che mi trasferiva ufficialmente la proprietà del venticinque per cento dell’albergo.

Mi ha spiegato che i suoi nipoti residenti in Germania volevano costringerla a vendere l’attività a una grande società immobiliare e che preferiva affidare la gestione futura della struttura a me. Tredici mesi più tardi, in una calda mattinata del mese di luglio, mio padre si è presentato improvvisamente davanti all’ingresso principale del Castello della Dama Bianca senza preavviso alcuno. Lo avevi notato attraverso la porta a vetri della reception mentre inserivo a sistema una prenotazione importante per un gruppo di otto camere proveniente dalla città tedesca di Düsseldorf.

Appariva visibilmente dimagrito, con i capelli completamente bianchi e una maglietta consumata che pendeva vistosamente dalle sue spalle curve, privo di quella spinta aggressiva che lo caratterizzava in passato. Sono uscita sul marciapiede esterno per parlargli e mi ha comunicato con voce tremante che mia madre era stata ricoverata in ospedale a causa di gravi problemi di salute ai polmoni dovuti al fumo. Mi ha porto una piccola scatola di cartone avvolta in un foglio di giornale vecchio, spiegando che si trattava di un regalo da parte di mia madre per me.

All’interno della scatola ho trovato un paio di orecchini d’argento da cinque euro con pietre blu che avevo acquistato a sedici anni e che mia madre mi aveva sequestrato subito. Non ho provato alcuna commozione o desiderio di perdono nei loro confronti, limitandomi a riporre la scatola in tasca e a comunicare a mio padre che dovevo tornare al mio lavoro. L’indomani era previsto l’arrivo di un giornalista locale intenzionato a scrivere un articolo sul successo del rilancio economico del nostro piccolo hotel a conduzione familiare sulla costa romagnola.

Mi sono diretta verso la mia stanza al terzo piano per fare una doccia rinfrescante e prepararmi al meglio per l’intervista dell’indomani, osservando la striscia azzurra del mare Adriatico dalla finestra fiorita. Sapevo che in quello stesso istante i miei genitori e mio fratello continuavano a vivere le loro esistenze sbandate a San Giuliano, ma ormai quel mondo non mi apparteneva più in alcun modo. Io esistevo lì, all’interno della mia stanza, nel mio albergo rinnovato con cura e all’inizio della mia nuova vita indipendente e finalmente libera da ogni paura quotidiana.