Posted in

SONO UN RANGER DEL PARCO. QUALCOSA NELLA FORESTA MI STA STUDIANDO DA DIECI GIORNI

SONO UN RANGER DEL PARCO. QUALCOSA NELLA FORESTA MI STA STUDIANDO DA DIECI GIORNI

Il primo giorno pensai fosse un cervo.

Il secondo giorno pensai fosse un uomo.

Il terzo giorno smisi di usare la parola “fosse”.

Perché qualunque cosa si muovesse tra gli alberi del settore nord di Pinefall non stava semplicemente seguendo i miei passi. Stava imparando. Non mi osservava come fa un animale curioso. Non mi pedinava come farebbe un criminale. Mi studiava nel modo in cui un bambino studia una parola nuova prima di pronunciarla.

E il decimo giorno pronunciò il mio nome con la mia voce.

Mi chiamo Riccardo Alessi, ranger forestale. Ho passato vent’anni tra parchi, riserve e montagne. Ho vissuto abbastanza a lungo nei boschi da sapere che l’uomo tende a immaginarsi protagonista anche quando è solo ospite. Ogni rumore diventa un messaggio, ogni ombra una minaccia, ogni animale una presenza intenzionale. La maggior parte delle paure notturne nasce dal fatto che il nostro cervello non sopporta il disordine del buio.

Quello che mi seguì a Pinefall non era una paura notturna.

Era paziente.

Il settore nord era chiuso da due mesi per frane e alberi caduti. Nessun turista, nessun campeggiatore, nessun cacciatore autorizzato. Io ero stato mandato per dieci giorni a controllare sentieri, fototrappole, recinzioni e segni di attività animale. Dormivo in una piccola cabina di servizio vicino al torrente Alder, senza copertura telefonica, con una radio satellitare che funzionava quando voleva e un generatore che tossiva come un vecchio fumatore.

Il primo segno fu una fototrappola.

Scattò alle 03:12.

L’immagine mostrava me.

Non io davanti alla fotocamera. Io mentre dormivo nella cabina.

Impossibile.

La fototrappola era a due chilometri di distanza, puntata su una pista di animali vicino al torrente. Eppure la foto mostrava l’interno della mia cabina: la branda, lo zaino, la giacca appesa, io sotto la coperta. L’inquadratura veniva dall’angolo alto della stanza, dove non c’era nessuna macchina fotografica.

Pensai a un errore della scheda.

Poi vidi il timestamp.

03:12.

Mi ero svegliato quella notte alle 03:13 perché avevo sentito scricchiolare il pavimento.

Il secondo giorno trovai impronte davanti alla cabina.

Non di stivali.

Non di zampe.

Erano pressioni leggere sul fango, ovali, senza dita, senza talloni. Come se qualcosa avesse appoggiato sacche di carne morbida al suolo e poi le avesse sollevate con attenzione. Giravano intorno alla cabina tre volte.

Alla terza, si fermavano sotto la finestra della mia stanza.

La finestra era a un metro e ottanta da terra.

Sulla polvere del vetro, dall’esterno, c’era disegnato un cerchio.

Dentro il cerchio: un occhio.

Non inciso. Non scritto.

Respirato.

Come condensa.

Il terzo giorno, tutte le fototrappole scattarono contemporaneamente.

Dodici immagini.

In undici non c’era nulla.

Nella dodicesima c’era un albero che non ricordavo.

Alto, sottile, con corteccia liscia e grigia. Si trovava al centro del sentiero 4B, dove il giorno prima c’era solo terra. La cosa strana non era che un albero apparisse in mezzo a un sentiero. La cosa strana era la forma.

Sembrava una persona in piedi con le braccia lungo il corpo.

Andai a controllare.

L’albero era lì.

Toccai la corteccia. Era tiepida.

Non viva nel senso normale. Non come un tronco riscaldato dal sole. Era tiepida come pelle sotto i vestiti.

Feci una foto con il telefono, anche se non avevo segnale.

Nell’immagine, l’albero non comparve.

Al suo posto c’ero io.

In piedi al centro del sentiero, di spalle.

Ma io ero quello che scattava.

Il quarto giorno iniziai a tenere un diario.

Non per romanticismo. Per controllare la mia memoria.

Scrissi tutto: orari, luoghi, odori, condizioni del tempo, dettagli. Quando lavori da solo in isolamento, la mente può scivolare. Devi lasciare ancore.

Quella notte, qualcuno aggiunse una frase al diario.

La trovai al mattino, sotto le mie note.

LA MANO DESTRA TREMA PRIMA DELLA SINISTRA.

Era vero.

Da anni, quando ero nervoso, la mia mano destra tremava leggermente prima della sinistra. Nessuno nel parco lo sapeva. Forse nessuno nella mia vita lo aveva mai notato.

La scrittura era identica alla mia.

Il quinto giorno decisi di andarmene.

Chiamai la base con la radio satellitare. Statico. Poi voce.

“Qui base Pinefall, proceda.”

“Ho anomalie nel settore nord. Chiedo rientro anticipato.”

“Negativo.”

“Ripeta?”

“Negativo. Resti fino al completamento dell’apprendimento.”

La voce era dell’operatrice, ma la frase no.

“Identificarsi.”

La radio gracchiò.

Poi sentii me stesso rispondere:

“Riccardo Alessi, ranger forestale, nato il 12 marzo, paura ricorrente: essere dimenticato vivo.”

Spensi la radio.

Non provai più a usarla.

Il sesto giorno trovai una seconda cabina.

La mia cabina.

Identica.

Stesso portico, stessa porta verde, stesso numero scolorito: N-17. Ma si trovava a un chilometro dalla posizione reale, in una radura che non esisteva sulla mappa. La porta era aperta.

Dentro c’era tutto.

La mia branda.

Il mio zaino.

Il mio diario.

La mia giacca.

Sul tavolo, una tazza di caffè ancora fumante.

Nel letto, sotto la coperta, c’era la forma di un uomo.

Non entrai.

Rimasi sulla soglia con la pistola lanciarazzi in mano.

La forma sotto la coperta si mosse.

Una voce disse:

“Non ho ancora finito la schiena.”

Era la mia voce.

Scappai.

Il settimo giorno, gli animali sparirono.

Non vidi scoiattoli, uccelli, cervi, insetti. Nulla. Anche il torrente sembrava più basso, come se l’acqua avesse deciso di scorrere senza rumore. La foresta si era svuotata per lasciarmi solo con il mio studente.

Fu quel giorno che capii il metodo.

Prima aveva imparato dove dormivo.

Poi come camminavo.

Poi la mia forma.

Poi la mia calligrafia.

Poi la mia voce.

Poi il mio spazio.

Stava ricostruendo non solo il mio corpo, ma il contesto che mi rendeva credibile.

Per uscire dalla foresta con la mia faccia, non bastava somigliarmi.

Doveva sapere come occupare il mio posto.

L’ottavo giorno trovai vecchi segni sugli alberi.

Non erano recenti. Incisioni, date, iniziali. Alcune risalivano agli anni Settanta. Molte avevano lo stesso simbolo: un cerchio con un occhio. In un tronco abbattuto trovai una scatola di metallo arrugginita. Dentro c’erano pagine plastificate di un vecchio rapporto.

Progetto universitario di studio comportamentale sui cervi.

Il documento parlava di “mimesi ambientale non animale”. Fotografie di animali riprodotti male: cervi con zampe in numero sbagliato, uccelli senza ombra, volpi che apparivano in due luoghi diversi nello stesso minuto. I ricercatori pensavano a difetti della pellicola o a scherzi. Poi uno di loro, il dottor Alan Pierce, scrisse:

Non imita per cacciare. Imita per essere lasciato passare.

L’ultima pagina era quasi illeggibile.

Se copia abbastanza bene una creatura, la foresta smette di distinguerla dall’originale.
Se copia abbastanza bene una persona, forse anche le persone smettono.

Sotto c’era una nota a mano:

NON CORREGGERLO QUANDO SBAGLIA. OGNI CORREZIONE È UNA LEZIONE.

Ripensai a tutte le volte in cui avevo parlato ad alta voce.

“No, non cammino così.”

“No, non è la mia cabina.”

“No, quella non è la mia voce.”

Ogni negazione era stata una lezione.

Il nono giorno smisi di parlare.

Scrissi solo su carta, ma poi bruciai ogni foglio. Mi mossi in modo irregolare. Cambiai passo, mano, ritmo. Dormii fuori dalla cabina, sotto una roccia, senza accendere fuoco. Cercai di diventare meno me stesso.

La cosa si irritò.

Lo sentii.

Rami spezzati intorno al campo. Respiri tra gli alberi. Passi che cominciavano con il mio ritmo e poi lo perdevano, inciampando nel silenzio. Di notte, la mia voce chiamò da tre direzioni diverse.

“Riccardo.”

“Ranger Alessi.”

“Papà.”

Non avevo figli.

Quella parola mi fece capire che stava provando combinazioni. Aveva trovato nel mio desiderio una forma possibile e la usava senza capire.

All’alba del decimo giorno, tornai alla cabina vera.

O almeno pensavo fosse quella vera.

Sul tavolo c’era il diario aperto.

Una nuova frase:

OGGI POSSO USCIRE.

Sotto, un disegno.

Il cancello del settore nord.

La strada verso la base.

E due Riccardo Alessi.

Uno dentro.

Uno fuori.

La radio si accese.

La mia voce parlò:

“Base Pinefall, qui ranger Alessi. Missione completata. Rientro previsto alle 11:00.”

Guardai l’orologio.

10:22.

Aveva chiamato la base.

Con la mia voce.

La risposta arrivò.

“Ricevuto, Alessi. Cancello aperto.”

Corsi.

Non verso il cancello.

Verso la seconda cabina.

Se la cosa stava uscendo, il suo corpo incompleto doveva essere lì, nel luogo dove aveva provato a costruire la mia vita.

Attraversai la foresta senza seguire sentieri. Sentivo passi correre paralleli ai miei. Alcuni erano i miei. Alcuni quasi. Alcuni troppo veloci.

Arrivai alla radura.

La cabina-copia era aperta.

Dentro, davanti allo specchio che io non possedevo, stava qualcuno con la mia faccia.

Non perfetta.

Non ancora.

Gli occhi erano un po’ troppo distanti. Il sorriso troppo lento. La pelle del collo sembrava corteccia sotto la superficie. Indossava la mia uniforme, ma il distintivo era al contrario.

Mi guardò.

“Correggimi,” disse.

Io tacqui.

Il sorriso vacillò.

“Dimmi cosa manca.”

Tirai fuori il vecchio rapporto del 1979 e lo gettai nella stufa accesa.

La creatura fece un passo avanti.

“No.”

Aveva bisogno dei dati. Dei tentativi. Delle note. Ogni memoria esterna era una stampella. Bruciai anche il mio diario. Le pagine si arricciarono. La mia calligrafia diventò cenere.

La creatura urlò con la mia voce, ma rotta.

Mi afferrò per la giacca.

Da vicino vidi che il suo viso era composto di minuscoli dettagli rubati: una cicatrice che avevo sulla mano, il neo di un ricercatore in una foto vecchia, il taglio di barba di un turista disperso, gli occhi forse di un cervo. Non era un individuo. Era un archivio affamato di contorni.

“Devo uscire,” disse.

“Perché?”

“Perché voi uscite sempre.”

La stessa logica semplice e terribile.

La foresta vedeva entrare e uscire uomini. Aveva imparato che uscire significava essere completi. E questa cosa, qualunque fosse, voleva la completezza come un animale vuole calore.

Per un istante provai pietà.

Fu quasi la mia fine.

La creatura sentì la pietà e il suo volto migliorò. Diventò più umano. Più mio.

Allora capii l’ultima regola.

Non correggerlo.

Non compatirlo.

Non riconoscerlo.

Presi lo specchio e lo voltai verso di lui.

Lui vide se stesso.

Non me.

Se stesso.

Un tentativo.

Un insieme di errori.

La foresta fuori esplose in un vento improvviso. La creatura portò le mani al volto.

“Non sono finito.”

Io parlai per la prima volta dopo ventiquattro ore.

“No.”

Una sola parola.

Non una correzione.

Un rifiuto.

Poi sparai il razzo dentro la stufa.

La cabina-copia prese fuoco in pochi secondi.

Uscii tossendo. La creatura rimase dentro, davanti allo specchio, non perché fosse bloccata, ma perché non riusciva a scegliere quale forma salvare. Ogni fiamma cancellava un dettaglio. Ogni dettaglio perso la rendeva meno credibile.

Quando il tetto crollò, dalla cabina uscì un suono.

Non un grido.

Una voce che ripeteva il mio nome, ogni volta peggio.

Riccardo.

Riccard.

Ricar.

Riv.

Poi solo vento.

Raggiunsi il cancello alle 11:18.

La squadra della base mi aspettava.

“Pensavamo fossi già passato,” disse il capo settore.

“Chi?”

Lui indicò la strada.

“Tu. Dieci minuti fa. Hai detto che andavi a compilare il rapporto.”

Il cuore mi cadde.

Avevo bruciato la copia incompleta.

Ma forse non era l’unica.

Forse il mio errore era stato credere che stesse imparando una sola versione.

Alla base trovammo l’ufficio vuoto.

Sul computer, il rapporto era già stato scritto.

Missione completata. Nessuna anomalia. Settore sicuro per riapertura pubblica.

La firma era la mia.

Ma c’era un errore.

Il mio secondo nome mancava.

Lo feci notare a nessuno.

Cancellai il file, distrussi il computer e dissi che avevamo subito una violazione del sistema. Il settore nord fu chiuso a tempo indeterminato per “rischio biologico non identificato”. Io lasciai il parco due settimane dopo.

Ora vivo in città.

Lavoro come consulente ambientale. Non dormo mai con finestre aperte. Non tengo specchi davanti al letto. Non scrivo diari.

Ma dieci giorni fa ho ricevuto una busta senza mittente.

Dentro c’era una fotografia.

Io, davanti alla mia nuova casa, mentre prendevo la posta.

Sul retro, nella mia calligrafia, c’era scritto:

LA MANO SINISTRA NON TREMA PIÙ.

Questa mattina, guardandomi allo specchio, ho notato una cosa.

Aveva ragione.

E quando ho sorriso per controllare, il riflesso ha sorriso mezzo secondo dopo.

Sta ancora imparando.

Disclaimer : This content may be created by AI for entertainment purposes. Any resemblance to real persons, events, or places is coincidental.