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13 segreti sconvolgenti sulla Triumph Herald che hanno cambiato per sempre l’automobilismo britannico

Il ventidue aprile del millenovecentocinquantanove, presso la prestigiosa cornice della Royal Albert Hall situata nel cuore pulsante di Londra, si consumò uno degli eventi più insoliti e audaci dell’intera storia automobilistica mondiale. Gli ingegneri e i meccanici della Triumph, muovendosi con la precisione millimetrica di un corpo di ballo perfettamente sincronizzato, assemblarono un’intera automobile sul palcoscenico in soli quattro minuti, mentre gli altoparlanti diffondevano nell’aria un ritmo travolgente di musica rock and roll. La stampa specializzata del settore e i numerosi ospiti presenti rimasero letteralmente a bocca aperta davanti a quel miracolo di rapidità e coordinazione tecnica, assistendo ufficialmente alla nascita della Triumph Herald, una vettura affascinante che, per un singolare scherzo del destino e per una serie di incredibili vicissitudini industriali, per pochissimo non rischiò di non essere mai realizzata. Nel millenovecentocinquantanove la Gran Bretagna stava finalmente uscendo, non senza fatica, dal lungo e grigio periodo di severa austerità che aveva caratterizzato l’immediato dopoguerra, un’epoca segnata dal razionamento e dalla ricostruzione materiale. Il primo ministro Harold McMillan, interpretando l’ottimismo serpeggiante della nuova classe media, aveva solennemente dichiarato che la nazione non era mai stata così bene dal punto di vista economico e sociale. L’inaugurazione della grandiosa autostrada M1 era ormai imminente e l’intera industria automobilistica britannica si trovava nel pieno di un’espansione tumultuosa e competitiva. La mastodontica BMC stava segretamente preparando il debutto della rivoluzionaria Mini, un veicolo destinato a cambiare per sempre il concetto di spazio urbano, mentre la Ford aveva già pronta per il mercato la sua elegante e moderna Anglia. In questo scenario di fermento totale, la Standard Triumph aveva un disperato e urgente bisogno di una risposta commerciale per non soccombere. Il problema più drammatico era che l’azienda aveva appena perso il proprio fornitore storico di carrozzerie, il quale era passato armi e bagagli al loro principale rivale di mercato. Non disponevano delle attrezzature moderne necessarie per la costruzione monoblocco e si ritrovavano con una gamma di modelli obsoleti che nessuno voleva più acquistare. Eppure, proprio da questa profondissima crisi strutturale nacque un’auto leggendaria che avrebbe venduto complessivamente oltre cinquecentoventunomila unità, dando origine a un’intera e gloriosa famiglia di veicoli che trionfò per tutti gli anni Sessanta. La parabola storica della Herald rivela un’industria britannica in profonda transizione, capace di trarre un enorme vantaggio competitivo dalla pura necessità e dimostrando che le soluzioni ingegneristiche non convenzionali possono creare eredità durature nel tempo. Questi tredici segreti, custoditi gelosamente per anni, rivelano quanto fosse straordinaria e al tempo stesso profondamente imperfetta quest’auto prodotta negli stabilimenti di Coventry.

Il segreto numero uno ci svela che questa celebre vettura nacque direttamente da un clamoroso e spietato atto di sabotaggio industriale. La Herald esiste oggi nei libri di storia solo perché Leonard Lord, l’influente e vendicativo presidente della BMC, voleva distruggere una volta per tutte la concorrenza della Standard Triumph. Nel millenovecentocinquantatré, la BMC compì una mossa strategica letale acquistando la Fischer and Lello, l’azienda che da sempre forniva i pannelli della carrozzeria alla Standard Triumph. Quando il presidente della Triumph, Alec Dick, si recò personalmente negli uffici della rivale per chiedere informazioni sulla possibilità di continuare la collaborazione per la loro nuova piccola auto, la risposta fu un netto e glaciale rifiuto. Leonard Lord chiarì immediatamente che una volta scaduti i contratti in essere, non avrebbero più fornito nemmeno un singolo pezzo di lamiera. La situazione appariva disperata e il fallimento sembrava ormai un passo inevitabile per l’azienda di Coventry. Fu in quel preciso istante di panico aziendale che l’ingegnere capo Harry Webster propose una soluzione radicale ed estremamente brillante. Poiché non potevano permettersi i costosi macchinari per la scocca monoblocco, decisero di utilizzare materiali di recupero e di progettare un telaio separato. Svilupparono un moderno design a doppia spina dorsale, robusto ma leggero, privo dei tradizionali e ingombranti supporti per i tiranti delle sospensioni. La vera genialità del progetto risiedeva nel fatto che ogni singolo pannello della carrozzeria si sarebbe fissato semplicemente con dei bulloni al telaio sottostante. Inoltre, l’intera parte anteriore dell’auto, comprensiva di cofano e passaruota, si incernierava direttamente in avanti per scoprire completamente il motore. Questo permetteva di montare diversi stili di carrozzeria sulla medesima piattaforma senza dover affrontare costose e lunghe riprogettazioni industriali. In questo modo, la divisione di guerra industriale della BMC aveva inavvertitamente costretto la Triumph a creare la sua piattaforma più versatile di sempre.

Passiamo al segreto numero due, che riguarda lo stile inconfondibile della vettura: il celebre designer Giovanni Michelotti lo progettò in tempi record. Walter Belgrove, che era stato il capo stilista della Triumph fin dai lontani anni Venti, lasciò l’azienda nel millenovecentocinquantacinque a causa di forti contrasti interni sulla direzione futura del design. Trovandosi improvvisamente senza una guida creativa, Harry Webster decise di compiere un viaggio a Torino per incontrare il geniale Giovanni Michelotti. Quest’ultimo era un designer indipendente stimatissimo, che aveva già collaborato con marchi leggendari del calibro di Ferrari, Maserati e BMW. L’incontro fu straordinariamente fruttuoso e Michelotti, lavorando giorno e notte con una rapidità sbalorditiva, realizzò i progetti definitivi per una berlina a due porte caratterizzata da una visibilità a trecentossessanta gradi pari al novantatré percento dell’intera superficie. Lo stile affilato come un rasoio, tipico del design italiano dell’epoca, era moderno ed elegante senza risultare eccessivamente radicale per i gusti del pubblico britannico. Il cofano con cerniera anteriore proveniva direttamente dalle intuizioni del reparto tecnico della Triumph, ma l’aspetto visivo complessivo era puro stile Michelotti. Questa fortunata e duratura collaborazione avrebbe plasmato l’intera gamma di prodotti della Triumph per i successivi vent’anni. Modelli iconici e amati come la TR4, la Spitfire, la Vitesse e la lussuosa Stag portavano tutti l’impronta inconfondibile della matita del maestro torinese.

Il segreto numero tre è un dettaglio economico non trascurabile: al momento del suo debutto sul mercato, l’auto costava ben settecentododici sterline. Quando una Mini costava solo quattrocentonovantasei sterline, ovvero settecentododici sterline tasse incluse per la Herald, la vettura di Coventry non era certo considerata un’opzione economica per le famiglie. La Austin Mini, lanciata pochi mesi dopo, sbaragliò la concorrenza con il suo prezzo ridotto, ma in seguito si scoprì che la BMC perdeva denaro su ogni singola Mini prodotta a causa di calcoli errati sui costi. Al contrario, la Herald produceva utili reali per le casse della Standard Triumph fin dal primo giorno di commercializzazione. Per settecentododici sterline, l’acquirente otteneva di serie accessori che per l’epoca erano considerati veri e propri lussi. Erano infatti inclusi l’impianto di riscaldamento, i tergicristalli a due velocità, il registratore di viaggio, il rubinetto per la riserva di benzina e persino il volante regolabile in altezza. La raffinata versione coupé includeva nel prezzo anche un utile indicatore della temperatura dell’acqua e un pratico vano portaoggetti sul cruscotto dotato di serratura a chiave. Tuttavia, quel marcato divario di prezzo rispetto ai concorrenti interni danneggiò pesantemente le vendite iniziali della vettura. Solo con il successivo e massiccio rilancio commerciale avvenuto nel millenovecentosessantuno con la denominazione di Herald 1200, le vendite iniziarono finalmente a migliorare in modo significativo.

Esaminiamo ora il segreto numero quattro, che riguarda le prestazioni misurate dalla stampa dell’epoca: la rivista automobilistica registrò un tempo di accelerazione da zero a sessanta miglia orarie di ben trentuno virgola un secondi. La celebre e autorevole rivista Motor Magazine testò a fondo la Herald Saloon nel millenovecentocinquantanove, ottenendo purtroppo dei risultati cronometrici alquanto deludenti per le aspettative del pubblico. La velocità massima registrata fu di sole settanta virgola nove miglia orarie, mentre per raggiungere i cento chilometri all’ora da fermo ci voleva un’eternità. Trentuno secondi per raggiungere i sessanta chilometri all’ora rappresentavano un valore decisamente modesto, persino per gli standard non esasperati della fine degli anni Cinquanta. Il motore a quattro cilindri da novecentoquarantotto centimetri cubici, dotato di un singolo carburatore della versione standard da dieci litri, erogava infatti appena trentaquattro virgola cinque cavalli vapore. Il propulsore si dimostrava fluido nell’erogazione e assolutamente affidabile nel tempo, paragonabile alla famosa serie A della BMC nelle sue specifiche di base, ma la potenza complessiva era ridotta al minimo. Il vero punto di forza di questa motorizzazione era invece rappresentato dal consumo di carburante, straordinariamente contenuto e pari a trentaquattro virgola cinque miglia per gallone imperiale. La versione coupé, dotata di serie di due carburatori, ottenne prestazioni decisamente migliori, potendo contare su trentanove cavalli e un’accelerazione da zero a cento chilometri all’ora più rapida di ben sette secondi rispetto alla berlina. Anche la bellissima versione cabriolet, arrivata nei concessionari nel marzo del millenovecentossessanta, ricevette immediatamente il motore più brillante dotato di doppio carburatore. Questa iniziale lentezza complessiva della versione base, unita al prezzo di listino decisamente elevato, fece sì che il lancio commerciale dell’Herald non si rivelasse l’immediato successo economico sperato dai vertici della Triumph. La stampa specializzata elogiò unanimemente lo stile italiano, la visibilità interna e lo straordinario raggio di sterzata, ma non si poteva certo ignorare un dato penalizzante come l’accelerazione da zero a cento in trentuno secondi.

Il segreto numero cinque ci porta a scoprire una caratteristica geometrica incredibile: la vettura aveva il raggio di sterzata più piccolo di qualsiasi altra auto di serie mai prodotta fino ad allora. Ciò che alla Herald mancava visibilmente in fatto di velocità pura in rettilineo, veniva ampiamente compensato da una manovrabilità negli spazi stretti che definire miracolosa è poco. Venticinque piedi soltanto, questo era l’esiguo spazio complessivo necessario per far girare completamente su se stessa una Herald. Per fare un paragone immediato, un taxi londinese moderno necessita di venticinque virgola sei piedi per effettuare la medesima manovra di svolta. La celebre e minuscola Mini della BMC ne necessitava invece di ben trentuno virgola due, risultando decisamente meno agile nelle inversioni. Lo sterzo a cremagliera era una soluzione tecnica all’avanguardia per una piccola automobile britannica nel millenovecentocinquantanove e possedeva una rapportatura eccellente. Il caratteristico telaio separato permetteva alle ruote anteriori di girare lungo un arco enorme senza alcuna interferenza con i passaruota o con la carrozzeria. Il risultato complessivo di questa scelta progettuale divenne rapidamente il preferito in assoluto di ogni istruttore di guida del paese. Imparare a guidare sopra una Herald significava infatti avere a disposizione un’ampia superficie vetrata, che garantiva una visibilità totale del novantatré percento, uno sterzo leggero e preciso e manovre di parcheggio incredibilmente facili. Le vecchie e complesse manovre di inversione a U si trasformarono improvvisamente in semplici e fluide svoltate repentine. Il parcheggio in parallelo, spauracchio di generazioni di automobilisti, divenne un gioco da ragazzi. Si potevano attraversare le strette cittadine di mercato caratterizzate da strade di origine medievale, svoltare senza sforzo nei cancelli delle fattorie e infilarsi in spazi ristretti che bloccavano inesorabilmente tutte le altre vetture coeve. Questo incredibile raggio di sterzata divenne ben presto un elemento distintivo fondamentale, menzionato con enfasi in ogni singola prova su strada e lodato apertamente da ogni proprietario. Ha dimostrato concretamente che l’innovazione ingegneristica intelligente può prevalere sulla pura potenza del motore in termini di usabilità nel mondo reale.

Ed eccoci al segreto numero sei, intitolato scherzosamente Hawk l’Araldo oscilla l’asse, ovvero la sospensione che nel corso degli anni si è purtroppo trasformata in una vera e propria barzelletta tra gli appassionati. La celebre battuta sul falco dell’Herald che ruotava paurosamente il proprio asse posteriore, un arguto gioco di parole basato sul famoso Canto di Natale di Charles Dickens, è apparsa per decenni sulle riviste automobilistiche del Regno Unito. Dietro a questo diffuso umorismo si celava però un problema tecnico serio che affliggeva la dinamica del veicolo. La Herald utilizzava un sistema di sospensioni posteriori indipendenti ad assale oscillante con una molla a balestra trasversale posizionata proprio in cima al differenziale. Si trattava sulla carta di una tecnologia all’avanguardia per un’auto britannica prodotta in grande serie nel millenovecentocinquantanove. Fu infatti la prima vettura della sua categoria a presentarsi sul mercato con sospensioni completamente indipendenti sulle quattro ruote. L’esecuzione pratica di questo schema si rivelò tuttavia assai problematica nelle curve affrontate a velocità sostenuta, soprattutto in condizioni di asfalto bagnato o scivoloso. La particolare geometria intrinseca dell’assale oscillante permetteva alla ruota posteriore interna alla curva di rientrare improvvisamente sotto la scocca, creando una forte e pericolosa campanatura positiva. Ciò causava un sollevamento improvviso e imprevisto del corpo vettura, che passava istantaneamente da un comportamento prevedibile a una maneggevolezza a tratti terrificante per il guidatore medio. Il retrotreno poteva improvvisamente sovrasterzare senza il minimo preavviso, proiettando l’auto in testacoda. Per la stragrande maggioranza dei proprietari che guidavano con estrema prudenza nel traffico quotidiano, questo non rappresentava affatto un problema insormontabile. Le sospensioni erano infatti ampiamente adeguate per gestire la modesta potenza del motore originale da trentaquattro virgola cinque cavalli. I veri problemi di stabilità emersero invece quando si cercava di spingere l’auto al massimo delle sue possibilità o quando la stessa Triumph decise di montare motori decisamente più potenti senza rivedere adeguatamente la geometria delle sospensioni posteriori. I piloti da competizione dell’epoca impararono rapidamente a gestire questo fenomeno montando molle notevolmente ribassate e specifici compensatori di campanatura. Ma gli automobilisti comuni, che si imbattevano improvvisamente in rotonde bagnate a velocità normale, le trovavano davvero spaventose da controllare. La Triumph alla fine risolse definitivamente questo difetto strutturale solo con la radicale modifica della molla oscillante introdotta sulla Spitfire Mark IV nel millenovecentosettantuno, consentendo alla molla stessa di ruotare liberamente. Ma a quel punto della storia, la reputazione della Herald per la sua gestione dinamica incoerente e talvolta bizzarra era ormai purtroppo consolidata nell’immaginario collettivo.

Il segreto numero sette ci svela un retroscena costruttivo quasi incredibile: il corpo vettura era letteralmente tenuto insieme da bulloni e tanta speranza. La costruzione innovativa con telaio separato aveva indubbiamente facilitato le riparazioni domestiche e permesso la rapida realizzazione di diverse tipologie di carrozzeria sullo stesso fondo, ma aveva anche creato delle vistose problematiche a livello di rigidità strutturale. Poiché i pannelli esterni della carrozzeria non contribuivano in alcun modo alla rigidità torsionale complessiva del veicolo, tutto il peso delle sollecitazioni dinamiche gravava esclusivamente sul telaio a spina dorsale. Per compensare questo fattore, la Triumph ridusse il peso dei componenti ovunque fosse tecnicamente possibile. Il cruscotto dell’abitacolo era interamente realizzato in fibra di legno pressata, un materiale estremamente sottile che all’apparenza e al tatto non era molto meglio del normale cartone da imballaggio. Lo stesso identico materiale economico venne ampiamente utilizzato anche per altri pannelli interni di rivestimento non strutturali. Nel clima tipicamente fresco e temperato della Gran Bretagna, questo ingegnoso sistema economico funzionava abbastanza bene e non dava adito a grosse lamentele, ma l’esportazione di massa verso paesi caldi come l’Australia o l’India comportò immediatamente dei gravissimi problemi strutturali. Il caldo estremo dei tropici, l’alto tasso di umidità e le strade sterrate e dissestate causarono un rapidissimo deterioramento di tutti i materiali pressati. La flessione costante del telaio sulle buche allentò inevitabilmente i bulloni che stringevano i pannelli della carrozzeria. Le Herald svilupparono nel tempo una sinfonia insopportabile di fastidiosi cigolii e sonagli metallici proveniente da ogni dove. Le fessure di accoppiamento delle porte cambiarono forma geometrica, rendendo talvolta difficile persino la chiusura delle portiere stesse. I proprietari australiani scoprirono a proprie spese che le loro Herald non erano assolutamente in grado di affrontare le dure condizioni ambientali dell’entroterra desertico. I pannelli interni di fibra si disintegrarono letteralmente sotto l’azione del sole e le scocche esterne iniziarono pericolosamente a staccarsi dal telaio di supporto. Questa stessa bizzarra struttura modulare rendeva però le riparazioni in caso di incidente incredibilmente semplici ed economiche per chiunque. Potresti svitare comodamente i pannelli danneggiati e sostituirli con pezzi nuovi direttamente nel vialetto di casa tua usando pochi attrezzi. L’intero tetto metallico poteva essere rimosso con facilità per trasformare manualmente una normale berlina in una cabriolet improvvisata, anche se questa operazione non era affatto consigliabile dai tecnici, poiché le vere cabriolet uscite dalla fabbrica avevano un telaio notevolmente rinforzato per compensare l’assenza del tetto. Geniale nell’idea di fondo, a volte decisamente discutibile nella sua esecuzione pratica, ma sempre e comunque straordinariamente pratica: un esempio assolutamente tipico dell’ingegneria britannica di quell’epoca d’oro.

Il segreto numero otto riguarda la drammatica crisi finanziaria aziendale che per poco non distrusse l’intero progetto prima che il modello Herald 1200 salvasse miracolosamente tutto. Nel millenovecentosessantuno, la Standard Triumph stava perdendo ingenti somme di denaro ogni mese che passava. La Herald originale non aveva minimamente raggiunto i volumi di vendita sperati dai dirigenti in fase di approvazione del progetto. La qualità costruttiva generale si dimostrava purtroppo incoerente da un lotto di produzione all’altro, allontanando i clienti più esigenti. Fu a quel punto critico della storia che intervenne con decisione la Leyland Motors, un colosso del settore dei veicoli industriali. L’acquisizione finanziaria del millenovecentosessantuno liberò immediatamente nuove e ingenti risorse monetarie e portò soprattutto una nuova e severa direzione gestionale ai vertici di Coventry. Nell’aprile del millenovecentosessantuno fu finalmente lanciata sul mercato la tanto attesa Herald 1200. La cilindrata complessiva del motore a quattro cilindri venne aumentata da novecentoquarantotto a millecentoquarantasette centimetri cubici. La potenza massima aumentò inizialmente a trentanove cavalli per poi raggiungere ben quarantotto cavalli nelle versioni successive. La qualità costruttiva e l’assemblaggio generale migliorarono notevolmente grazie ai nuovi controlli di qualità imposti dalla Leyland. Il cruscotto nero e semplice in fibra pressata venne finalmente rimosso e sostituito con un bellissimo e aristocratico rivestimento in laminato effetto vero legno. I sedili interni vennero completamente riprogettati per offrire un comfort posturale decisamente superiore durante i lunghi viaggi. I caratteristici paraurti in gomma bianca diventarono di serie su tutte le versioni anziché essere un optional a pagamento. La versione decappottabile arrivò sul mercato dotata di un’adeguata e robusta capote che garantiva una perfetta protezione dagli agenti atmosferici invernali. La versione familiare, denominata Estate, offriva una soluzione pratica ed elegante come alternativa alla celebre Morris Minor Traveller con inserti in legno. I moderni freni a disco anteriori divennero disponibili come optional a partire dal millenovecentosessantatre, mentre erano montati di serie sul modello 1250, una variante più sportiva introdotta sul mercato nello stesso identico anno. Con un prezzo di vendita di circa settecentocinquanta sterline, la Herald era ancora sensibilmente più costosa di una Mini della BMC, ma offriva in cambio uno spazio abitabile, uno stile e una praticità complessiva che la piccola vettura di Birmingham non poteva minimamente eguagliare. Le vendite complessive aumentarono finalmente in modo vertiginoso in tutto il paese. Grazie al denaro fresco e alla ferrea gestione manageriale della Leyland, la Herald si era trasformata in breve tempo da un promettente fallimento commerciale in un vero e proprio successo di mercato.

Esaminiamo i dati del segreto numero nove, che riguardano i numeri di produzione: la produzione totale della vettura raggiunse la sbalorditiva cifra di cinquecentoventunomila e novantadue unità complessive. Nell’arco di dodici lunghi anni di commercializzazione ininterrotta, la Triumph produsse esattamente cinquecentoventunomila novecentodue Herald in tutte le sue numerose varianti di carrozzeria. Tra il millenovecentocinquantanove e il millenovecentosessantaquattro, della berlina originale mossa dal motore da novecentoquarantotto centimetri cubici furono vendute ben settantaseimila ottocentosessanta unità, mentre della affascinante versione cabriolet solo ottomiladuecentosessantadue esemplari lasciarono la fabbrica. La raffinata versione coupé, considerata a ragione dagli esperti la più fedele in assoluto al bellissimo progetto di stile originale tracciato da Giovanni Michelotti, raggiunse la cifra di quindicimila centocinquantatre unità prodotte. La Herald 1200 fu in assoluto la variante che registrò il maggior volume di vendite della storia del modello. Tra il millenovecentosessantuno e il millenovecentosessanta, la Triumph produsse infatti la bellezza di duecentottantanovemila cinquecentosettantacinque esemplari del fortunato modello 1200. Il solo modello con carrozzeria berlina contava da solo duecentounomila centoquarantadue clienti in tutto il mondo. La bellissima e romantica versione decappottabile trovò invece quarantatremila duecentonovantacinque felici acquirenti nel corso degli anni. La versatile e robusta versione familiare Estate vendette trentanovemilottocentodiciannove unità complessive. Nonostante un prezzo di listino decisamente più elevato e la disponibilità della sola carrozzeria in versione berlina a due porte, la più sportiva variante 1250 prodotta dal millenovecentosessantatre al millenovecentosessantasette vendette l’eccellente cifra di cinquantatremila duecentosessantasette unità. Gli ultimi e aggiornati milletrecentosessanta esemplari, introdotti sul mercato nel millenovecentosessantasette, raggiunsero le ottantatremila seicentocinquanta vendite prima che la produzione complessiva terminasse definitivamente nel millenovecentosettantuno. A questi numeri impressionanti prodotti in patria vanno aggiunti anche i quattordicimila novecentosettantacinque esemplari interamente costruiti in Australia dalla AMI, oltre alla cospicua produzione su licenza avvenuta in India, Malta, Nuova Zelanda, Irlanda e persino in Perù.

Il segreto numero dieci ci rivela che ci troviamo di fronte a un prodotto di portata veramente globale e che questa incredibile piattaforma modulare ha generato complessivamente quasi un milione di veicoli circolanti. Il vero e profondo genio ingegneristico della Herald non risiedeva infatti solamente nel mezzo milione di automobili che portavano il suo nome sul cofano. Essa ha dato letteralmente origine a un’intera e fortunata famiglia di veicoli differenti tra loro. Quella particolare filosofia costruttiva basata interamente su telai separati a spina dorsale, su una costruzione strettamente modulare e su un assemblaggio rapido tramite bulloni d’acciaio ha creato le basi solide per il successo commerciale del marchio. La celebre Triumph Spitfire, presentata ufficialmente al pubblico nell’ottobre del millenovecentosessantadue, utilizzava un telaio Herald debitamente accorciato nel passo con sospensioni posteriori modificate e una splendida carrozzeria sportiva a due posti realizzata sempre da Giovanni Michelotti. In oltre diciannove anni di produzione ininterrotta, la Spitfire ha venduto la bellezza di più di trecentoquattordicimila unità in tutto il mondo, diventando un mito. La GT6, che era essenzialmente una Spitfire dotata di un potente motore a sei cilindri in linea e di un elegante tetto metallico fastback, ne aggiunse altre quarantamila al conteggio totale. La Vitesse, lanciata sul mercato nel millenovecentosessantadue, era una Herald modificata per ospitare un vellutato motore a sei cilindri con telaio e freni notevolmente potenziati, disponibile nelle versioni da uno virgola sei e due litri di cilindrata. La Triumph ne ha prodotte complessivamente circa cinquantunomila unità. La rara Bond Equipe utilizzava interamente le componenti meccaniche e il telaio della Herald per la sua carrozzeria in vetroresina. La Sussita, una bizzarra vettura interamente costruita in Israele, utilizzava anch’essa le componenti meccaniche della Herald per muoversi. Persino la celebre Amphicar, la vettura anfibia di fabbricazione tedesca, prese in prestito il robusto motore da millecentoquarantasette centimetri cubici della Herald per la sua propulsione terrestre e acquatica. Quasi un milione di veicoli totali devono quindi la loro esistenza a quella disperata soluzione ingegneristica del millenovecentocinquantanove nata per contrastare il sabotaggio industriale della BMC. La piattaforma Herald ha permesso alla Triumph di rimanere straordinariamente competitiva sul mercato per tutti gli anni Sessanta, generando profitti considerevoli e consolidando la reputazione globale dell’azienda come produttrice di auto sportive accessibili a tutti. Ecco spiegato il motivo per cui Sir Donald Stokes, influente capo della Leyland, nominò Harry Webster direttore tecnico della Austin Morris nel millenovecentosessantotto, con il preciso scopo di portare la severa disciplina del successo commerciale nel caotico e disorganizzato processo di sviluppo prodotto della BMC.

Il segreto numero undici è una triste realtà per i collezionisti moderni: solo centocinquantuno esemplari della versione coupé sono sopravvissuti in tutto il mondo fino ai giorni nostri. La bellissima versione coupé, che Giovanni Michelotti aveva originariamente immaginato e disegnato come la forma estetica definitiva e più pura dell’intero progetto Herald, è ormai un’auto quasi completamente estinta. Secondo le stime statistiche attuali dei registri storici di marca, ne sopravvivono solamente centocinquantuno esemplari in condizioni di marcia in tutto il mondo, molti dei quali custoditi gelosamente in Australia e negli Stati Uniti. Delle quindicimila centocinquantatre coupé originariamente prodotte a Coventry, meno dell’uno percento totale è giunto intatto fino a noi. La micidiale combinazione della reputazione iniziale della Herald come mezzo di trasporto economico e sacrificabile, della sua elevatissima suscettibilità alla ruggine perforante, del rapido deterioramento del cruscotto in fibra di legno e della semplice incuria dei successivi proprietari ha letteralmente eliminato il novantanove percento dell’intera produzione. Tutti i primi modelli dotati del motore da novecentoquarantotto centimetri cubici sono oggi considerati generalmente rarissimi. La preziosa versione cabriolet d’inizio produzione, realizzata in soli ottomila esemplari, è oggi un oggetto di culto estremamente ricercato dai collezionisti internazionali. Gli esemplari sopravvissuti che si presentano in buona qualità di restauro raggiungono quotazioni di mercato elevate, sebbene i modelli araldici rimangano ancora oggi notevolmente accessibili dal punto di vista economico rispetto a molti loro contemporanei dell’epoca. I modelli con carrozzeria berlina risalenti al periodo compreso tra la 1200 e la 1360 sono fortunatamente più numerosi sulle strade, ma stanno diventando anch’essi ogni giorno sempre più rari e difficili da reperire sul mercato dell’usato d’epoca. Le Herald erano considerate all’epoca vere e proprie auto da lavoro quotidiano, guidate intensamente in ogni condizione atmosferica, mantenute spesso con budget familiari limitati e prontamente rottamate senza troppi rimpianti quando la ruggine o i gravi problemi meccanici rendevano la riparazione antieconomica per il proprietario. Oggi, al contrario, i buoni esemplari di Herald sono giustamente apprezzati e protetti dagli appassionati. Una classica berlina 1200 in buone condizioni di conservazione costa oggi tremila sterline o più sul mercato inglese. Una bella e funzionante versione decappottabile supera facilmente le cinquemila sterline. Le vetture da esposizione in condizioni da concorso costano regolarmente il doppio di queste cifre. Quando sono raramente disponibili sul mercato, le versioni coupé suscitano un notevole e immediato interesse economico tra i collezionisti di tutto il mondo.

Il segreto numero dodici ci svela un apparente paradosso: l’auto fu espressamente progettata per garantire la sicurezza degli occupanti, ma divenne ben presto una delle preferite in assoluto dalle autoscuole di tutta la nazione. La Herald, nonostante il suo famigerato assale oscillante posteriore e la sua maneggevolezza a tratti imprevedibile quando veniva portata al limite fisico dell’aderenza, divenne incredibilmente una delle vetture più popolari e diffuse per insegnare a guidare ai giovani esordienti. Le ragioni di questo enorme successo commerciale presso i professionisti della scuola guida erano puramente pratiche ed economiche. Lo straordinario raggio di sterzata di soli ventispecie piedi ha reso le manovre di svolta e di parcheggio estremamente facili da insegnare per l’istruttore e altrettanto facili da apprendere per l’allievo. La visibilità interna pari al novantatré percento permetteva agli studenti di vedere chiaramente ogni ostacolo circostante senza angoli ciechi pericolosi. Lo sterzo a cremagliera, leggero e preciso in ogni situazione, non intimoriva nemmeno i principianti più timorosi o fisicamente meno dotati. Il robusto telaio separato permetteva inoltre alle vetture utilizzate quotidianamente nelle scuole guida di subire piccoli urti da parcheggio o lievi tamponamenti senza riportare danni strutturali irreparabili alla scocca. Il quotidiano autorevole Daily Telegraph elogiò pubblicamente le caratteristiche di tenuta di strada del modello, definendole paragonabili a quelle che si riscontrano normalmente solo nelle auto sportive e da corsa di fascia alta. La rivista specializzata Motorsport la definì senza mezzi termini come la prima automobile piccola veramente avanzata dal punto di vista tecnico introdotta in Gran Bretagna dopo la fine della guerra, elogiandone la straordinaria tenuta di strada complessiva, la precisione dello sterzo e la grande capacità di affrontare le curve. Queste valutazioni lusinghiere della stampa si basavano però logicamente su una guida tranquilla e fluida entro i normali limiti del codice della strada, andamento in cui l’Herald si comportava effettivamente in modo eccellente. I veri problemi dinamici emersero infatti solo quando i conducenti cercarono di superare volontariamente tali limiti fisici. Per gli istruttori di guida che insegnavano per professione sterzate fluide, curve dolci e velocità sempre sicure, la Herald rappresentava lo strumento di lavoro ideale. Solo quando i giovani guidatori neopatentati ed entusiasti esplorarono a fondo i limiti velocistici dell’auto, scoprirono purtroppo il lato oscuro e pericoloso dell’assale oscillante posteriore. Un’intera generazione di automobilisti britannici ha imparato a guidare sopra una Herald, apprezzandone le doti quotidiane ma imparando anche a rispettare i limiti intrinseci delle sospensioni a bracci oscillanti.

Infine, il segreto numero tredici ci svela che la vettura era tecnicamente obsoleta già al momento del suo lancio ufficiale sul mercato, eppure continuò a essere venduta con successo fino al millenovecentosettantuno. La Herald era una vettura concettualmente superata già al momento del suo debutto nell’aprile del millenovecentocinquantanove. La moderna costruzione con scocca monoblocco rappresentava chiaramente il futuro dell’automobile mondiale, e questo lo sapevano benissimo tutti i costruttori dell’epoca. Lo sapeva la BMC, lo sapeva la Ford e lo sapeva perfettamente persino la stessa Standard Triumph. La scelta progettuale del telaio separato a spina dorsale era un evidente ritorno al passato e al design automobilistico prebellico, imposto purtroppo alla Triumph solo dalle dure e disperate circostanze industriali del momento. La Mini della BMC, lanciata pochissimi mesi dopo, dimostrò chiaramente al mondo intero cosa fosse in grado di realizzare l’ingegneria automobilistica moderna. Offriva un imballaggio dello spazio eccellente, una gestione dinamica impeccabile su strada e un prezzo di vendita decisamente accessibile alla massa. La Ford Anglia offriva a sua volta uno stile decisamente moderno abbinato a una meccanica contemporanea a un prezzo di listino altamente competitivo. Eppure, nonostante questa concorrenza spietata e tecnologicamente superiore, la Herald continuò a essere venduta con ottimo successo per ben dodici anni di fila. Il marchio Triumph fu straordinariamente abile nel trasformare una dura necessità industriale in una grande virtù commerciale agli occhi del pubblico. Il vecchio telaio separato divenne improvvisamente un forte punto di forza pubblicitario per via della sua incredibile facilità di manutenzione e riparazione domestica. Lo splendido stile italiano della carrozzeria la faceva spiccare con eleganza tra la massa delle auto anonime. Inoltre, la clientela poteva beneficiare di un’ampia e impareggiabile scelta di modelli di carrozzeria differenti sulla stessa base meccanica. Con il passare inesorabile degli anni, la Herald divenne anche sensibilmente più economica da acquistare rispetto ai concorrenti più recenti presenti sul mercato. Nel millenovecentosettantuno, quando l’ultima carrozzeria in versione berlina uscì definitivamente dalla catena di montaggio di Coventry, l’auto era davvero considerata da tutti un modello archeologico e obsoleto. La versione aggiornata 1360 continuò a essere prodotta ancora per qualche mese nelle sole varianti cabriolet e station wagon per soddisfare gli ultimi ordini residui. La produzione complessiva cessò definitivamente e per sempre nell’aprile del millenovecentosettantuno. Alla fine della sua lunga carriera, la Herald veniva purtroppo venduta in perdita dall’azienda. Rispetto alle moderne scocche monoblocco dei concorrenti, la sua complessa costruzione modulare che richiedeva molta manodopera specializzata la rendeva non più redditizia per le casse aziendali. Ma aveva ampiamente raggiunto il suo scopo storico originale, mantenendo il marchio Triumph competitivo sul mercato nei momenti più bui, generando auto sportive altamente redditizie come la Spitfire e consolidando una volta per sempre la reputazione dell’azienda nel settore automobilistico per la sua offerta accessibile e dallo stile squisitamente italiano.

Questi tredici affascinanti segreti sulla Triumph Herald svelano finalmente la complessa verità storica che si cela dietro questa amata e iconica vettura britannica. Nata originariamente da uno spietato atto di sabotaggio industriale ordito dai rivali, venne ideata in circostanze aziendali disperate da un maestro del design italiano che lavorava a ritmo serrato giorno e notte. Venne interamente costruita utilizzando metodi di produzione obsoleti e superati dal tempo. Era inizialmente troppo costosa per il mercato di massa, dotata di pochissima potenza commerciale e caratterizzata da sospensioni posteriori indipendenti che potevano mettere in seria difficoltà i guidatori meno attenti sull’asfalto bagnato. Presentava pannelli della carrozzeria semplicemente fissati con dei bulloni d’acciaio e un cruscotto economico realizzato in fibra di legno pressata. Eppure, nonostante tutti questi evidenti difetti strutturali, ne sono state felicemente vendute oltre mezzo milione di unità in tutto il mondo. Ha dato origine a una gloriosa famiglia di veicoli derivati che si avvicina complessivamente al milione di unità prodotte in totale nella storia. Ha permesso soprattutto al marchio Triumph di sopravvivere dignitosamente durante i cruciali e difficili anni Sessanta, ha insegnato a guidare a un’intera generazione di cittadini britannici e rimane ancora oggi una delle auto d’epoca più riconoscibili, amate e collezionate sulle strade del Regno Unito. La parabola della Herald dimostra chiaramente che l’innovazione ingegneristica spesso nasce proprio dai vincoli materiali più severi, che il compromesso industriale può portare a successi commerciali del tutto inaspettati nel tempo e che le automobili più memorabili e amate dalla gente non sono sempre e necessariamente le più perfette dal punto di vista puramente tecnico.

Condividete quindi i vostri ricordi personali legati alla mitica Herald nei commenti sotto al video. Hai imparato anche tu a guidare con la tua auto di famiglia dell’epoca? Hai mai vissuto un momento dinamicamente terrificante quando quell’assale oscillante posteriore ti ha improvvisamente ricordato chi comandava davvero sulla strada bagnata? Se ti è piaciuto questo nostro approfondimento storico sulla storia degli araldi Triumph, clicca sul pulsante Mi piace e iscriviti subito al canale. Ci sono ancora decine di favolosi classici automobilistici britannici da scoprire insieme, e io vi prometto solennemente di raccontarvi sempre la vera storia vissuta, il bello, il brutto e persino il cruscotto in fibra di legno pressata. Grazie mille per aver guardato questo video fino alla fine. A volte, come la storia ci insegna, le soluzioni migliori nascono proprio dai problemi più complessi e apparentemente insolubili. Basta chiedere conferma a Harry Webster e al suo incredibile e tenace team di ingegneri della Triumph.