Interrompiamo le trasmissioni per dare una notizia che mai avremmo voluto dare. Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato assassinato. Ecco, è arrivata la conferma: l’uomo morto è Moro. Quella è la Renault R4 rossa, circondata dai Vigili del Fuoco, contenente il corpo di Aldo Moro. Sono le 12:13 del 9 maggio 1978. Il brigatista Valerio Morucci chiama da una cabina telefonica di Roma per fare un annuncio che segnerà la storia dell’Italia intera: adempiamo le ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro. Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri di targa sono N5. Quella telefonata è il sigillo che mette la parola fine a una vicenda iniziata 55 giorni prima, il 16 marzo 1978, quando in una via di Roma il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro era stato sequestrato dalle Brigate Rosse.
Siamo appena arrivati sul luogo dove è avvenuto l’assalto. Ecco la macchina con i corpi degli agenti che facevano parte della scorta dell’onorevole Moro. 55 giorni dopo queste immagini, il corpo di Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, a pochi passi dalla sede del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana. Nel giro di pochi minuti la notizia fa il giro del mondo. Via Caetani viene inondata di persone e l’Italia, per qualche momento, si ferma. In quel bagagliaio anonimo era appena finita una vicenda che aveva lacerato l’Italia e tenuto un intero Paese col fiato sospeso. D’altronde, Aldo Moro non era stato soltanto cinque volte presidente del Consiglio, più volte ministro e presidente della DC; era stato soprattutto l’uomo che meglio di tutti aveva capito che il sistema politico andava rinnovato, che bisognava aprirlo alle forze sociali emerse nel Paese e che era arrivato il momento per un grande compromesso storico. Per questo, però, la sua figura dava fastidio a molti che, durante quei 55 giorni, faranno di tutto per non fare niente e si macchieranno di un delitto di abbandono che passerà alla storia.
Perché l’omicidio Moro non fu un assassinio politico come tanti altri, ma qualcosa di più grande e di più oscuro: una convergenza di interessi che andava ben oltre le Brigate Rosse e che attraversava i servizi segreti, le cariche statali e i poteri occulti del Patto Atlantico. Quel 9 maggio del 1978, in via Caetani, si chiudeva la vicenda di Aldo Moro, ma si apriva il cosiddetto “caso Moro” che ancora oggi, a quasi 50 anni di distanza, lascia un’infinità di domande senza risposta. Ma perché Aldo Moro è stato sequestrato? Cosa è successo in quei 55 giorni della prigionia e, soprattutto, cosa si nasconde dietro quel tragico epilogo? Io sono Nicola del Punto Economico e oggi parliamo di tutto quello che sta dietro il caso Moro. Per scrivere questo video ci siamo basati sui documenti degli archivi, sulle testimonianze dei protagonisti e sui tanti libri che negli anni hanno ricostruito e analizzato ogni aspetto di questa vicenda.
La vicenda di Aldo Moro non nasce dal nulla, ma nasce nel contesto di un’Italia che, da almeno un decennio, stava cambiando pelle in modo repentino e convulso, attraversata da tensioni sociali profondissime che il sistema politico non riusciva o non voleva metabolizzare. Tutto comincia negli anni ’60. Sono gli anni del miracolo economico, dei consumi di massa che arrivano anche nelle case operaie e dell’istruzione che, per la prima volta, diventa davvero per tutti. L’Italia si modernizza a una velocità stupefacente. Le fabbriche crescono, le città si espandono e i frigoriferi e le 500 entrano nelle case di chi, fino a pochi anni prima, aveva conosciuto solo la miseria. Quella trasformazione economica però non porta con sé anche una trasformazione equivalente nelle strutture della società. L’Italia del dopoguerra ha sì una Costituzione tra le più avanzate del mondo, ma i magistrati hanno quasi tutti fatto carriera sotto il fascismo. Il codice penale e civile è cambiato di pochissimo. Gli scioperi e i sindacati sono mal tollerati e, in famiglia, il marito esercita ancora un’autorità assoluta su moglie e figli, con il divorzio che è ancora lontano e la morale sessuale ancora repressiva. In poche parole, l’Italia è un Paese in cui la modernità economica convive con strutture sociali e istituzionali ereditate da un altro tempo.
Questa contraddizione, col passare degli anni, diventa sempre più insostenibile per una parte crescente della società italiana, soprattutto gli studenti e gli operai che si rendono conto che le promesse di uguaglianza e libertà iscritte nella Costituzione sono rimaste lettera morta e che le istituzioni dello Stato democratico non si sono mai davvero separate da quelle fasciste che le avevano precedute. Così, nelle aule scolastiche e nelle famiglie, inizia a montare una tensione che sfocerà nel ’68 con le grandi rivolte studentesche, con milioni di persone che scendono in piazza in tutta Europa ed entrano nella vita politica e sociale come mai era accaduto prima. In Italia questo movimento ha una forza e una radicalità del tutto particolari, perché alla mobilitazione studentesca se ne affianca una senza precedenti della classe operaia che raggiungerà il suo apice nell’autunno caldo del ’69, caratterizzato da scioperi di massa e occupazioni di fabbriche che alla fine strappano aumenti salariali, nuovi diritti sindacali e la promulgazione dello Statuto dei Lavoratori. Tutto questo però preoccupa la classe dirigente e gli imprenditori che vedono nella svolta progressista operaia qualcosa che può mettere in pericolo il loro status quo.
Questa preoccupazione si tramuta piano piano in un’esigenza conservatrice: quella di mettere un freno alla sinistra e ai sindacati. Esigenza che però in alcuni apparati dello Stato, come pezzi di servizi segreti, nuclei militari e reti clandestine, assume delle derive violente che sfoceranno in una risposta che non passa né per le urne né per il Parlamento, ma per una campagna di terrore. Una campagna che prende il via il 12 dicembre del ’69, quando un gruppo neofascista mette una bomba nella filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, che uccide 16 persone e ne ferisce 80. È l’inizio di quella che verrà chiamata la “strategia della tensione”, una stagione di attentati che hanno l’obiettivo di creare un clima di paura e insicurezza tale da giustificare una svolta conservatrice o addirittura una risposta autoritaria, in una logica di “destabilizzare per stabilizzare”. Gli attentati che seguono piazza Fontana, come la strage di piazza della Loggia a Brescia nel maggio del ’74 e la strage sul treno Italicus nello stesso anno, sono tutti orchestrati da gruppi neofascisti, ma con la copertura e, in certi casi, l’effettiva collaborazione di pezzi dei servizi segreti. Per la nostra storia di oggi, piazza Fontana è un passaggio cruciale perché rompe quell’illusione che molti avevano, secondo cui lo scontro politico si sarebbe sempre svolto sui binari della democrazia e del confronto pacifico. E la rompe perché una parte del movimento operaio e studentesco capisce che se lo Stato protegge chi mette le bombe per bloccare la svolta rossa, allora l’unico modo per fare politica è rispondere con la stessa moneta e impugnare le armi per affermare le proprie ragioni. È da questa consapevolezza che, all’inizio degli anni ’70, nascono le formazioni armate extraparlamentari di sinistra, tra cui le Brigate Rosse.
Le BR vengono fondate come gruppo armato clandestino nell’agosto del ’70 da Renato Curcio, Mara Cagol e Alberto Franceschini, tre giovani accomunati dall’urgenza di trovare un modo più incisivo e radicale di fare politica rispetto alla militanza nel Partito Comunista Italiano. Nella loro prima fase, tra il 1970 e il ’74, le BR si radicano quasi esclusivamente nelle grandi città industriali del Nord e operano con piccoli gruppi clandestini all’interno delle fabbriche, portando avanti quella che chiamano “propaganda armata”, quindi attentati incendiari contro le automobili dei dirigenti industriali o sequestri lampo di capi del personale. Le cose però cambiano l’8 settembre del ’74, quando il nucleo di forze speciali antiterrorismo, guidato dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, arresta i due fondatori delle BR, Renato Curcio e Alberto Franceschini. E con questo le cose cambiano, perché con la caduta del nucleo storico dei fondatori la guida delle BR passa a Mario Moretti, che impone un cambio di pelle all’organizzazione e la sposta sempre di più verso la violenza: via la propaganda armata nelle fabbriche e via l’agitazione operaia, perché il vero nemico non è più solo il padrone della fabbrica, ma lo Stato, che viene definito lo “Stato imperialista delle multinazionali”, con i suoi apparati, i suoi magistrati, i suoi politici e i suoi dirigenti. Sulla base di questa nuova ideologia, Moretti riorganizza le BR in modo più verticale e militare, costruisce una rete di colonne territoriali, introduce uno stipendio per i militanti clandestini a tempo pieno e inaugura la stagione che le BR chiamano “l’attacco al cuore dello Stato”, quindi sequestri e omicidi mirati di magistrati, poliziotti, giornalisti, dirigenti d’azienda ed esponenti politici, in una sorta di escalation sistematica che trasforma definitivamente le BR nella formazione più sanguinaria degli anni di piombo.
Mentre le BR, sotto Moretti, si trasformano in un’organizzazione sanguinaria, l’Italia nel suo complesso sta affrontando anche una crisi economica e sociale non indifferente. Nel ’73 la crisi petrolifera, scatenata dall’attacco dei Paesi arabi contro Israele, mette improvvisamente fine a 30 anni di boom economico e inclina quel clima di fiducia, di benessere, di crescita che dal dopoguerra aveva inondato l’Italia. Eppure, di fronte a tutto questo, dentro i palazzi del potere il tempo sembra essersi fermato e la classe politica sembra avere poche risposte a tutte le domande che la società le pone. Il motivo è che il sistema politico è paralizzato in un assetto che dura da 30 anni, in cui la DC governa senza interruzione, ha le mani su ogni leva del potere ed è al centro di un ordine che lascia poco spazio al cambiamento. Dall’altra parte, all’opposizione da sempre, c’è il Partito Comunista Italiano che, nonostante gli oltre 12 milioni di voti alle elezioni del ’76, è sistematicamente escluso dal governo del Paese. Qui il motivo è di carattere geopolitico, perché l’Italia è sotto l’ombrello della NATO e Washington ha chiarito, fin dal ’46, che un governo con la partecipazione comunista non è concepibile, anche a costo di azioni di forza. Il risultato è una democrazia bloccata in cui l’alternanza è impossibile per definizione e in cui il voto può cambiare i rapporti di forza interni alle coalizioni, ma non il colore del governo, che è comunque sempre a guida democristiana. E se è vero che questo non fa altro che alimentare il clima di malcontento, rabbia e sfiducia verso le istituzioni e l’ordine costituito, è anche vero che dentro la Democrazia Cristiana non tutti sono ciechi di fronte a questo problema, e uno di quelli che lo vede con più lucidità e con più coraggio è proprio Aldo Moro.
Moro è un pugliese classe 1916 che aveva iniziato a fare politica già durante gli anni dell’università, dove si era formato come giurista militando nelle organizzazioni studentesche cattoliche. Lì, all’oscuro del regime fascista, entra in contatto con i protagonisti del cattolicesimo democratico che avrebbero poi fondato la DC nel dopoguerra, come De Gasperi, Dossetti, Fanfani, Andreotti e La Pira. Dopo la Liberazione, un Moro poco più che trentenne viene eletto all’Assemblea Costituente con la DC ed entra a far parte della Commissione dei 75, quell’élite di costituenti incaricata di redigere materialmente la Carta Costituzionale, dove Moro ha un ruolo centrale nell’elaborazione dei principi fondamentali della Repubblica. Da quel momento la sua carriera non si ferma più: sale in fretta ai vertici del partito, diventa il rappresentante più riconosciuto della corrente di sinistra della DC e viene eletto per la prima volta segretario nel ’59. Quattro anni dopo, nel ’63, entra per la prima volta a Palazzo Chigi, guidando la stagione del centro-sinistra, e cioè quei governi partecipati anche dal Partito Socialista di Pietro Nenni che producono grandi riforme sociali e democratiche. Nel corso degli anni successivi, Moro guida il Paese da protagonista assoluto, attraversando la stagione più turbolenta della Repubblica. In questo senso è un uomo di potere nel senso più pieno del termine, perché conosce i meccanismi delle istituzioni dall’interno, sa come funzionano gli equilibri internazionali e ha le mani in pasta nelle grandi decisioni. Ma questo profilo da politico potente non gli impedisce di essere anche lungimirante e di capire quello che molti dei suoi colleghi si rifiutavano di vedere, e cioè che quella democrazia bloccata dai veti americani non avrebbe retto ancora a lungo e che escludere da tempo indeterminato un partito che rappresenta un terzo degli italiani non fa altro che alimentare il risentimento.
Per questi motivi inizia a lavorare ad un accordo che sarebbe passato alla storia come il “compromesso storico”. Si tratta di un’intesa tra la DC e il PCI di Enrico Berlinguer, finalizzata ad aprire le porte del governo anche ai comunisti, almeno sulla carta. Dico “sulla carta” perché, a dirla tutta, Moro mirava a governare con i comunisti solo per il tempo necessario ad affrontare la crisi economica e la violenza degli anni di piombo, per poi andare a nuove elezioni e lasciare l’esito in mano agli italiani, con l’idea che la DC avrebbe vinto. Berlinguer, dal canto suo, stava lavorando da anni al suo progetto di eurocomunismo, finalizzato ad allontanare il PCI dall’orbita sovietica e dimostrare che i comunisti potevano andare al governo nelle democrazie occidentali. I due si muovono su binari diversi ma convergenti, con la consapevolezza che quell’operazione ha una lunghissima lista di nemici: dalla destra conservatrice della DC all’Unione Sovietica, che vede nell’eurocomunismo una frattura nel fronte comunista europeo, fino alla sinistra radicale, che vede nella collaborazione tra il PCI e la DC un tradimento degli ideali comunisti. Ma il nemico più terribile del compromesso storico è Washington. La posizione americana sull’Italia era chiarissima da decenni. Certo, lui non era uomo da farsi intimidire facilmente e aveva tirato dritto per il suo progetto; tuttavia, il clima attorno a lui si era piano piano fatto sempre più pesante, fino a raggiungere il culmine proprio in quel 16 marzo 1978.
La mattina del 16 marzo 1978 il Parlamento italiano si appresta a votare la fiducia al quarto governo Andreotti: il primo col sostegno esterno, sia pure pieno di riserve, del PCI. Sono le 9:05 quando Aldo Moro esce dalla sua casa di via del Forte Trionfale, nel nord-ovest di Roma, diretto prima alla chiesa di Santa Chiara alla Camilluccia e poi alla Camera dei Deputati. Ad aspettarlo c’è la sua scorta. Sono cinque uomini su due macchine, entrambe non blindate, nonostante le tante richieste dei mesi precedenti. La prima, una Fiat 130 blu, trasporta lui, il capo scorta Oreste Leonardi e l’autista Domenico Ricci. La seconda, un’Alfa Romeo Alfetta bianca, segue con gli altri tre agenti: Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Caricato Moro, le due macchine percorrono via Trionfale e alle 9:00 si immettono in via Fani in direzione della Camilluccia. Lì però non arriveranno mai, perché all’incrocio tra via Fani e via Stresa ad aspettarli ci sono almeno una decina di membri delle Brigate Rosse. Mentre il convoglio di Moro si avvicina, Rita Algranati alza un mazzo di fiori segnalando ai brigatisti che è arrivato il momento di agire. A quel punto, una Fiat 128 con targa diplomatica rubata, guidata da Mario Moretti, si immette nella carreggiata proprio davanti alla Fiat 130 di Moro, rallentandone il passo. Pochi metri dopo Moretti inchioda allo stop, esattamente di fronte al bar Olivetti che, stando ai brigatisti, quella mattina era chiuso. Dalle siepi davanti al bar spuntano almeno quattro brigatisti armati di mitra, quasi certamente Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Valerio Morucci, travestiti da piloti dell’Alitalia per nascondere le armi e non destare sospetti, in quanto lì vicino c’era una fermata della corriera privata che porta gli equipaggi a Fiumicino. Quando i brigatisti aprono il fuoco, quattro dei cinque agenti della scorta (Leonardi, Ricci, Rivera e Zizzi) non hanno neanche il tempo di reagire e vengono uccisi immediatamente. Soltanto uno, Raffaele Iozzino, ha modo di uscire dall’auto, ma anche lui viene colpito a morte prima di poter reagire al fuoco. Aldo Moro, in qualche modo e tutto sommato illeso, viene preso e caricato sul sedile posteriore di una Fiat 132 che, insieme ad altre due macchine, si dilegua immediatamente. Percorsa interamente via Stresa, le tre macchine svoltano a sinistra in via Trionfale in direzione centro. Il convoglio percorre la via per circa 800 metri, gira a destra in via Carlo Belli e poi a sinistra in via Casale De Bustis, una via sterrata e chiusa con una catena che i brigatisti aprono con delle tronchesi. Proseguono fino a che la via cambia nome in via Massimi che, come vedremo, è un punto focale dei tanti misteri attorno al sequestro Moro.
Secondo la versione ufficiale dei brigatisti, il convoglio si ferma qualche secondo all’incrocio con via Bitossi, dove Valerio Morucci sale su un furgone bianco Fiat 850, Bruno Seghetti sale su una Citroën azzurra e Mario Moretti prende il volante della Fiat 132 su cui c’è Aldo Moro. Il corteo prosegue poi ancora per via Massimi, svolta a sinistra e arriva in piazza Madonna del Cenacolo. Qui si ferma e Moro viene fatto salire sul furgone Fiat 850 e nascosto in una cassa di legno traforata; o almeno questo, sempre secondo le versioni dei brigatisti, perché di testimoni oculari non ce ne sono. Fatto molto strano, visto che il tutto si svolge in pieno giorno e in una zona residenziale. Da qui i membri delle BR si dividono. Il furgone si dirige in discesa per via della Balduina, svolta a destra in via Damiano Chiesa e poi subito a sinistra in via Mario Fascetti. La percorrono tutta e alla fine svoltano a destra in via Armando di Trullio. Percorrendo in discesa questa via stretta e tortuosa, il convoglio arriva nel quartiere Aurelio, a due passi dalla Città del Vaticano. Le due vetture prendono via Torpignattara e poi via Aurelia Antica, tutte strade circondate da ville e conventi di proprietà vaticana. Da via Aurelia i brigatisti entrano in via della Nocetta, che costeggia l’enorme parco di Villa Doria Pamphili per alcuni chilometri. Alla fine il convoglio svolta a destra e si mette in via del Casaletto, che finisce direttamente davanti all’allora supermercato Standa di viale Newton, dove c’è il secondo e ultimo pit stop della fuga. Nel parcheggio coperto della Standa, Moretti e un altro brigatista, Germano Maccari, caricano la cassa con Moro sull’utilitaria di Laura Braghetti, proprietaria di un appartamento in via Montalcini 8. Moro viene rinchiuso proprio in quell’appartamento, in una minuscola cella di 3 metri quadrati adornata di una branda pieghevole, un bagno chimico e la bandiera delle BR, dove trascorrerà, o almeno così ci viene detto, i 55 giorni più lunghi della storia della Repubblica.
Dopo il sequestro di Moro, il primo organo di informazione a darne notizia è l’edizione straordinaria del giornale radio di Radio 2 che, alle 9:25, trasmette questo messaggio: interrompiamo le trasmissioni per una drammatica notizia che ha dell’incredibile. Il presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da dei terroristi. C’è da aggiungere che la scorta dell’onorevole Moro era composta da cinque agenti: sarebbero tutti morti. Pochi minuti dopo, alle 10:14, è una telefonata anonima di un brigatista alla redazione dell’ANSA a rivendicare l’agguato, dicendo che le Brigate Rosse hanno sequestrato il presidente della Democrazia Cristiana Moro ed eliminato le sue guardie del corpo, “teste di cuoio” di Cossiga. In men che non si dica, la notizia si diffonde in tutto il Paese. E mentre tutto questo va in onda, Moro è già sotto chiave in quello che le stesse BR ribattezzeranno il “carcere del popolo”, in una palazzina anonima di via Montalcini 8. Dopo l’annuncio del sequestro, CGIL, CISL e UIL indicono una manifestazione unitaria per mostrare solidarietà a Moro e dichiarare un’opposizione senza riserve alla violenza dei terroristi. Non si può umiliare la dignità di Aldo Moro accettando un baratto che sarebbe la fine dei valori che abbiamo conquistato. Nel frattempo, alla Camera i lavori riprendono con il dibattito per la fiducia al governo Andreotti, che si trasforma però in un voto di unità nazionale per gestire la fase di crisi che si sarebbe aperta. Andreotti parla duramente ed esclude fin da subito ogni possibilità di trattativa. La stessa cosa fanno i comunisti, mentre il capo dei repubblicani Ugo La Malfa arriva a chiedere la pena di morte per i brigatisti. Eppure, in quelle ore non tutto il Paese è scosso negativamente. Si racconta, ad esempio, che una scolaresca in visita alla Camera, quella mattina del 16 marzo, alla notizia del rapimento di Moro avesse applaudito, e che la stessa cosa fosse avvenuta in diverse università e fabbriche in giro per l’Italia. Ecco, questo è un segnale che fa capire la contrapposizione profonda che attraversava il Paese, contrapposizione che quei 55 giorni avrebbero reso ancora più visibile. Dal canto loro, lo Stato e i partiti lanciano fin da subito un segnale di assoluta fermezza, bloccando sul nascere ogni ipotesi di trattativa che, nelle prime ore, già iniziava ad aleggiare. L’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, organizza subito due comitati di crisi con i vertici delle forze dell’ordine e dei servizi segreti per lavorare al ritrovamento di Moro. Comitati che però si daranno da fare in modo più apparente che reale e daranno adito a mille sospetti, vista la presenza massiccia di personaggi iscritti alla P2 e legati a interessi americani. A dire la verità, lo Stato aveva iniziato col piede giusto, perché già nei giorni successivi Cossiga diffonde le foto dei brigatisti sospetti e dà l’impressione a tutti che lo Stato abbia gli strumenti per fare una vera caccia all’uomo e liberare Moro. La realtà però si rivelerà più cupa del previsto, dato che i 55 giorni successivi saranno densi di contraddizioni, lacune e trame segrete che porteranno al tragico epilogo del 9 maggio in via Caetani.
Due giorni dopo l’agguato di via Fani, il 18 marzo, arriva il primo comunicato ufficiale delle BR, fatto trovare in pieno centro a un giornalista del “Messaggero”. Nella busta arancione ci sono questa foto, che ritrae Moro seduto davanti alla bandiera delle BR, e cinque copie di questo comunicato di cui vi leggo una parte: giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di quel regime democristiano che da 30 anni opprime il popolo italiano. Brigate Rosse che poi vanno avanti spiegando la loro ideologia e annunciando che Moro sarebbe stato sottoposto a un processo davanti a un “tribunale del popolo” che, per intenderci, sono le stesse Brigate Rosse, chiamato a stabilire le sue responsabilità nei fatti, nei segreti e nelle azioni imputate allo Stato. Si concludono poi dicendo che intendiamo mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della guerra di classe per il comunismo e portare l’attacco allo Stato imperialista delle multinazionali. Insomma, come potete capire, ideologia, ideologia, ideologia. Questa fotografia di Moro è invece un’altra cosa: è l’immagine di un cinque volte presidente del Consiglio, ora prigioniero nelle mani di una banda armata e ben lontano da quei palazzi di potere che era solito frequentare. Le BR però non puntavano a umiliare Moro, ma lo volevano processare in quanto esponente politico di primo piano, al fine di estrarre i segreti e le verità scottanti dello Stato, a partire dalla strategia della tensione fino all’influenza americana fatta di reti come Gladio. I brigatisti sono convinti che sarebbe bastato tenerlo in quella stanza e interrogarlo per farlo parlare, ma le cose non andranno esattamente come da loro piani. Moro parla moltissimo in quei 55 giorni, ma lo fa col suo stile, cioè parlando in codice con acume sottile per farsi capire solo da chi aveva le orecchie per intendere. Le BR hanno catturato l’uomo che probabilmente conosce più segreti d’Italia, ma non sono attrezzate per capire cosa sta dicendo. Così, il processo del popolo che si aspettavano all’inizio del sequestro e lo scandalo pubblico capace di screditare l’intero sistema non si materializzerà mai.
E mentre la prigionia di Moro continua, là fuori il Paese inizia a spaccarsi in due schieramenti. Da un lato il “fronte della fermezza”, inaugurato dal PCI il 23 marzo con un voto della direzione nazionale che esprime una linea di assoluto rifiuto della trattativa, soprattutto per segnare la propria separazione rispetto alle Brigate Rosse. In questo fronte converge subito anche la DC con l’appoggio della grande stampa. Dall’altro lato c’è il “fronte della trattativa”, con capofila il Partito Socialista di Bettino Craxi, che giudica inaccettabile, sul piano umano, il sacrificio di Moro in nome di un astratto concetto come la “ragione di Stato”, tirata in ballo da democristiani e comunisti. In questo contesto Moro, a cui arrivano notizie dall’esterno attraverso il filtro di ciò che i brigatisti decidono di condividergli, inizia a scrivere. Scrive lettere all’esterno, alla moglie Eleonora, ai colleghi di partito e ai vertici dello Stato, come Cossiga, l’allora segretario della DC Zaccagnini, Andreotti, Fanfani e Craxi, in una sorta di disperato tentativo di far valere le sue ragioni e convincere i colleghi a salvarlo. Di quelle lettere oggi abbiamo 51 fogli originali conservati. Probabilmente in totale i fogli sono più di 100, ma la gran parte è stata censurata dalle BR in base ai propri calcoli politici e mai più ritrovata. Parallelamente alle lettere, Moro scrive anche un memoriale che contiene sia le risposte che ha dato all’interrogatorio di Moretti, sia quelle risposte velate sui grandi segreti di Stato, sia una serie di riflessioni molto dure sulla politica italiana e sui suoi protagonisti, in un documento che quindi rappresenta un po’ come la pensa Moro sullo stato delle cose senza filtri. Il memoriale è un testo che Moro usa a modo suo per rivelare, per sfogarsi e per analizzare, che però le BR tengono nascosto perché non ne comprendono la carica dirompente e quindi non sanno bene cosa farsene. Memoriale che verrà ritrovato in parte nel ’78 e in parte nel ’90 nel covo milanese delle BR di via Monte Nevoso, in un altro aspetto che poi darà adito a tantissimi dubbi.
Tornando alle lettere, il Moro che traspare è ben diverso dal Moro che gli italiani hanno imparato a conoscere nei decenni. La prima lettera arriva il 29 marzo, assieme al terzo comunicato delle BR, ed è indirizzata al ministro degli Interni Cossiga. Ve ne leggo un pezzo: Moro dice: “Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme sulla gestione della sua linea politica”. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere. Qui Moro avverte tutta la DC che non è solo lui sotto accusa, ma lo sono tutti e lo sono insieme. E poi continua: “Io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni”. Qui l’accusa non è tanto velata, perché dice chiaro e tondo che questo sequestro potrebbe indurlo a parlare e le conseguenze delle sue parole potrebbero essere, per usare un eufemismo, sgradevoli. La DC però è inamovibile e risponde alla lettera il giorno dopo con un secco “no” alla trattativa. Il PCI, dal canto suo, avvia una graduale delegittimazione delle lettere, dicendo che sono state scritte in uno stato di tale costrizione morale e fisica da togliere ogni autenticità. Su questa linea si posizionano anche la DC e i grandi media, che costruiscono attorno a Moro l’immagine di un uomo non più lucido, instabile psicologicamente e colto dalla “sindrome di Stoccolma”, indirizzando, secondo alcuni, a quello che sarà poi l’epilogo del 9 maggio. A queste accuse di instabilità psicologica, Moro risponde il 4 aprile.