II CASO OLIVETTI: cosa si nasconde dietro la caduta della Apple italiana?
Sono le 17:55 del 27 febbraio 1960 e Adriano Olivetti è a Milano e sta per salire su un treno diretto a Losanna. In questo momento la sua azienda, la Olivetti, è una delle imprese tecnologiche più avanzate al mondo e solo due giorni prima l’assemblea degli azionisti ha autorizzato un aumento di capitale che dopo anni turbolenti potrebbe mettere finalmente alle spalle i problemi finanziari.
Durante il viaggio, però, mentre si sposta da una carrozza all’altra, Adriano improvvisamente barcolla nel corridoio, perde i sensi e cade a terra. Il treno si ferma d’urgenza ad Hegel, in Svizzera, ma velocemente si capisce che non c’è nulla da fare e Adriano Olivetti muore durante il trasporto in ospedale all’età di 58 anni.
La notizia arriva nella sua città di Ivrea, nel cuore della notte, e colpisce tutti come un fulmine a ciel sereno, al punto che l’attesissimo e famoso carnevale viene annullato per la prima volta da oltre un secolo. Ai funerali di Adriano parteciperanno 40.000 persone che tra stupore e lacrime piangono la morte di uno degli imprenditori più amati e rispettati della storia italiana.
Ma la morte di Adriano è solo l’inizio, perché meno di due anni dopo, il 9 novembre 1961, muore anche Mario Chou, l’ingegnere che stava guidando la rivoluzione elettronica della Olivetti. Anche lui improvvisamente e anche lui in circostanze che faranno sollevare delle domande. Con le loro morti la Olivetti cambia pelle e nel giro di pochi anni si trasforma nell’ombra di se stessa e passa da azienda più innovativa d’Italia a bottega industriale in parte smantellata e venduta agli americani.
Ma come è stato possibile tutto questo? Come ha fatto un’azienda capace di competere in tutto il mondo ad essere spazzata via così in fretta? E soprattutto che cosa si nasconde dietro la caduta della Olivetti? Ciao, io sono Nicola del Punto Economico e oggi parliamo della Olivetti e di come l’impresa italiana più innovativa del Novecento sia stata spazzata via nel giro di pochi anni da una serie di eventi che ancora oggi lasciano aperte tante domande.
Solo una cosa prima di iniziare. Questo video si basa su vari documenti oltre che sui libri Il caso Olivetti di Mery Sercrest e Adriano Olivetti di Paolo Bricco, di cui vi lasciamo i link qui sotto in descrizione. Per capire chi era davvero Adriano Olivetti e come è arrivato a costruire quello che ha costruito, dobbiamo fare un passo indietro e conoscere la storia di suo padre Camillo.
Camillo Olivetti è un ingegnere ebreo, socialista, eclettico e profondamente avverso alle convenzioni borghesi, ma è anche un uomo che crede nel progresso scientifico e in un’industria che possa contribuire a migliorare la società. Dopo aver studiato ingegneria e viaggiato a lungo in Europa e negli Stati Uniti, Camillo rimane colpito dalle prime macchine da scrivere americane e capisce che quello strumento è destinato a cambiare il modo di lavorare negli uffici moderni.
Decide così di portare quell’idea in Italia e nell’ottobre del 1908 fonda a Ivrea una piccola officina meccanica, la ingegner Camillo Olivetti, con l’obiettivo di produrre macchine da scrivere di qualità. Nemmeno a dirlo nel giro di pochi anni la sua previsione si rivela fondata e le macchine da scrivere della Olivetti iniziano a spopolare con l’azienda che diventa sinonimo di qualità meccanica e affidabilità e si impone come una delle industrie più promettenti del paese. In questo contesto nasce Adriano, il figlio di Camillo, che già da bambino cresce all’interno di questa nuova e pionieristica fabbrica che produce prodotti che tutti vogliono. E Adriano in fabbrica ci cresce per davvero, tanto che a soli 13 anni ci lavora già come operaio, un’esperienza che lui stesso ricorderà come una tortura per lo spirito che da una parte lo formerà enormemente, ma dall’altra gli farà capire quanto il lavoro in serie possa schiacciare l’uomo invece di liberarlo.
Esperienza che tra l’altro pianterà in lui il seme di una missione che lo guiderà per tutta la vita e cioè ripensare il mondo della fabbrica adattandola alle esigenze umane invece che adattare gli uomini alle esigenze della produzione. Nonostante però la sua inclinazione verso le questioni sociali e le materie umanistiche, Adriano si iscrive al Politecnico di Torino e si laurea nel 1924 in ingegneria industriale chimica.
È proprio qui che sotto l’influenza del padre prima e dell’amico di famiglia e leader socialista Filippo Turati poi, Adriano sviluppa una passione intensa per la politica scrivendo su riviste riformiste e frequentando ambienti antifascisti sempre più sorvegliati dal regime di Mussolini.
Al termine del suo percorso universitario, nell’estate del 25, però a richiamarlo maggiormente è l’industria, motivo per cui Adriano parte per un lungofitto viaggio negli Stati Uniti con un itinerario preparato dal padre per capire come funziona l’industria americana dall’interno. Qui Adriano osserva le fabbriche, studia i metodi di organizzazione scientifica del lavoro e l’efficienza di aziende come la Ford, dove nota stupefatto che né uomini, né macchine, né materiali stanno mai fermi.
Tra le tante c’è però un’azienda che gli interessa particolarmente. Si tratta della Underwood, il principale produttore di macchine da scrivere al mondo, la stessa azienda che anche suo padre Camillo aveva visitato durante il suo viaggio in America 25 anni prima. Così il 3 ottobre 1925 Adriano si presenta davanti alla sede della Underwood, ma nonostante le richieste l’accesso gli viene negato categoricamente perché è considerato un concorrente diretto.
Non potendo entrare Adriano trascorre comunque l’intera giornata camminando lungo il perimetro dello stabilimento, osservando per ore le dimensioni della fabbrica, i turni degli operai e i movimenti dei camion. Tornato a casa, incrocia poi ciò che ha visto con i dati raccolti nelle biblioteche, nei bollettini governativi e nelle riviste tecniche americane.
E arriva alla conclusione che quella fabbrica produce circa 750 macchine al giorno e ha una produttività quasi tripla rispetto alla Olivetti. Nei 5 mesi che Adriano trascorre in America visita oltre un centinaio di stabilimenti, analizzando l’efficienza degli impianti, la produzione oraria degli operai, i sistemi di retribuzione e i metodi di gestione del personale.
E proprio grazie a questo viaggio Adriano si rende conto di tutte le limitazioni della fabbrica del padre che ha l’ambizione di essere un’industria moderna, ma ha la struttura concreta di una bottega cresciuta troppo in fretta. E così al suo rientro a Ivrea all’inizio del 1926 Adriano si pone un obiettivo, trasformare la Olivetti in una vera industria moderna, capace di competere a livello globale.
Tornato in patria, Adriano inizia subito a intervenire sul modo di operare, introducendo un’organizzazione più sistematica del lavoro e più vicina al modello americano. Per farlo, inizia a misurare la produttività, riduce il cottimo e avvia il primo nucleo del servizio pubblicità. Non contento agisce anche sul prodotto rinnovando le linee e accelerando la modernizzazione e sull’espansione, contribuendo all’apertura delle prime consociate estere.
Così, all’inizio degli anni 30, la Olivetti cambia marcia e si trasforma in società anonima per azioni con Adriano che ne diventa direttore generale alla fine del 1932. Nel frattempo però in Italia il fascismo è ormai a pieno regime e Adriano parallelamente alla sua carriera industriale continua a portare avanti il suo impegno politico.
Lo fa però in modo clandestino, nascondendosi dal regime, come per esempio nel caso del dicembre del 1926, quando ancora prima di diventare direttore generale Adriano si trova coinvolto in un’operazione che passerà alla storia. In quel periodo, infatti, il regime fascista ha stretto la morsa sui suoi oppositori e tra i principali c’è Filippo Turati, il leader del socialismo riformista italiano e fondatore del Partito Socialista.
La Resistenza vuole trasportare Turati fuori dall’Italia per evitargli l’arresto e per farlo viene organizzato un passaggio sicuro che coinvolge proprio lo stesso Adriano. La sera del 7 dicembre infatti Olivetti si reca a Torino, carica Turati sulla sua automobile e si mette alla guida nella notte diretto verso Ivrea.
L’indomani i due ripartono verso Savona, dove il leader socialista riuscirà a imbarcarsi per la Corsica insieme a un giovane Sandro Pertini. Purtroppo però nei giorni successivi alcuni degli organizzatori della fuga vengono arrestati e per proteggersi dal regime Adriano è costretto a sparire e a nascondersi per mesi a Torino prima di tornare a Ivrea.
Il caso Turati però non sarà il suo unico incontro col fascismo, visto che fino alla caduta del regime Olivetti continuerà senza interruzioni la sua opposizione clandestina, mantenendo rapporti riservati con ambienti antifascisti, proteggendo collaboratori sospetti e favorendo la circolazione di idee e persone che il regime considera pericolose.
Detto ciò, ufficialmente per proteggere se stesso, la sua azienda, i suoi dipendenti, Adriano è costretto a far buon viso a cattivo gioco e mostrarsi collaborativo nei confronti di Mussolini. Per questo motivo, nel 1933, decide di prendere la tessera del partito fascista e iniziare a costruirsi un perimetro di alibi che passa dall’incontro di funzionari fascisti alla scrittura di articoli su riviste ufficiali fino alla presentazione di progetti che cercano di inserire l’idea di fabbrica moderna dentro il linguaggio del corporativismo fascista. Questo doppio gioco però gli serve perché gli garantisce la protezione di cui ha bisogno per concentrarsi su quello che gli interessa davvero: trasformare la Olivetti in qualcosa che l’Italia non ha mai visto. Così, dopo la nomina a direttore generale, Adriano trasforma la fabbrica in un luogo di sperimentazione sociale.
Fa ampliare gli stabilimenti con architettura all’avanguardia, porta la luce naturale dentro i reparti e affida a ingegneri e architetti il compito di ripensare non solo le macchine, ma anche gli spazi di lavoro. Così, accanto alle linee di montaggio, nascono servizi come la formazione tecnica dei lavoratori, l’assistenza sanitaria, le mense, le biblioteche e gli spazi culturali.
Il motivo è che per Adriano l’operaio non è un ingranaggio, ma una persona che deve crescere insieme all’azienda e che deve sentirsi al centro di una comunità che produce, studia e vive nello stesso spazio. Nel frattempo le macchine Olivetti conquistano i mercati esteri e il nome dell’azienda inizia a circolare fuori dall’Italia come simbolo di qualità, affidabilità e modernità.
Questo porta ad un’esplosione dei numeri con il capitale sociale dell’azienda che tra il 32 e il 42 raddoppia passando da 15 milioni a 30 milioni di lire. La produzione triplica passando da poco più di 20.000 a oltre 60.000 macchine da scrivere e i dipendenti passano da meno di 1.000 a oltre 3.000. Le cose tutto d’un tratto vanno benissimo, ma l’equilibrio che si è creato è estremamente fragile a causa dell’inizio di quella che diventerà poi la seconda guerra mondiale. Durante quegli anni, infatti, Adriano entra sempre di più nei giochi di potere, soprattutto quelli che puntano a far cadere il regime di Mussolini.
Per questo motivo viaggia spesso in Svizzera per confrontarsi con l’intelligence britannica e quella americana, al punto da diventare nell’aprile del 43 l’informatore numero 660 per l’Office of Strategic Services, l’organizzazione americana che diventerà poi la CIA.
Adriano non si limita però a fornire informazioni, ma propone addirittura agli alleati un piano dettagliato per rovesciare Mussolini, accompagnato dalla sua visione politica che punta ad un’Italia federale fondata sulle comunità. Alla fine, come sappiamo, il regime di Mussolini cade il 25 luglio 1943 e viene sostituito dal nuovo governo Badoglio che però vede nell’attivismo e nelle idee politiche federali di Olivetti un problema per la stabilità del paese.
Così, 5 giorni dopo la caduta del duce, Adriano viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli a Roma con l’accusa di aver avuto contatti diretti e non controllati con gli alleati. Rimane in cella per quasi due mesi, mentre fuori i tedeschi si preparano a occupare Roma. Fortunatamente il 22 settembre 1943 viene liberato appena due giorni prima che i nazisti prendano il controllo del carcere.
Dopo la liberazione rimane nascosto a Roma per settimane, poi si sposta a Milano, ma anche da qui è costretto a scappare nel febbraio del 44 quando la Repubblica di Salò di Mussolini emette un ordine ufficiale di arresto nei suoi confronti. Si reca quindi in Svizzera dove rimane per più di un anno fino alla fine della guerra. Qui Adriano ha il tempo di concentrarsi sul suo progetto politico che ribattezza come “L’ordine politico delle comunità”, in cui sistematizza la sua visione di una terza via tra capitalismo e socialismo statalista, fondata sulle comunità come unità centrali della società. A guerra terminata, nel luglio del 45, Adriano torna finalmente a Ivrea e riprende i suoi ruoli di presidente e amministratore delegato della Olivetti. Ma la verità è che non è più lo stesso uomo che aveva lasciato la sua città due anni prima. La guerra, il carcere, l’esilio e le perdite personali hanno infatti completato la sua trasformazione da industriale illuminato a intellettuale e uomo politico con una visione chiara per il futuro del paese. Se infatti al ritorno dal viaggio in America del 1925 Adriano voleva trasformare l’azienda del padre in una grande industria, al ritorno dall’esilio in Svizzera si pone una sfida mille volte più ambiziosa: usare le idee sperimentate alla Olivetti per plasmare la nuova Italia del dopoguerra. Ah, piccola interruzione, se il video ti sta piacendo, ricordati di iscriverti al canale cliccando qui sotto, perché ogni settimana esce un nuovo video.
Quando Adriano Olivetti torna a Ivrea dopo la guerra, le sue aspirazioni non sono più quelle di un semplice industriale. Vuole cambiare l’Italia costruendo un paese federale fondato su comunità autonome. Per questo nel 47 crea a Ivrea la prima sede del Movimento Comunità che negli anni successivi si allarga attraverso una rete di centri comunitari dove operai e contadini trovano biblioteche, corsi serali e incontri culturali.
Per qualche anno sembra che il progetto stia crescendo con Adriano che nel 1956 diventa sindaco di Ivrea e il suo partito che ottiene buoni risultati nelle amministrative in vari territori del Piemonte. Ma la prova definitiva arriva con le elezioni politiche del 58, dove purtroppo per lui i risultati si rivelano disastrosi.
Il movimento di comunità ottiene meno dell’1% dei voti a livello nazionale e guadagna un solo seggio in Parlamento, quello di Adriano che diventa deputato alla Camera. Questa per Olivetti è però una débâcle che gli fa capire che la sua visione politica non troverà spazio a livello nazionale, motivo per cui nel 59 rinuncia alla carica di deputato.
Velocemente, come era nato, il suo progetto politico muore, almeno nelle ambizioni. E Adriano torna a concentrare tutte le sue forze su ciò che gli riesce meglio, fare impresa, anche perché proprio in quel momento dentro la Olivetti sta succedendo qualcosa di rivoluzionario, qualcosa che ha il potenziale di cambiare non solo l’azienda, ma il futuro dell’informatica mondiale.
Tutto era iniziato alcuni anni prima, quando Adriano aveva capito che il futuro non stava più nella meccanica, ma nell’elettronica. L’obiettivo era ambizioso, sfidare i giganti americani come IBM e Remington, che stavano già dominando il nascente mercato con i primi grandi calcolatori elettronici. Per farlo, nel 1955 aveva affidato a un giovane ingegnere italo-cinese di nome Mario Chou la guida di un nuovo laboratorio di ricerche elettroniche vicino a Pisa.
Chou è un uomo brillante, metodico e ossessionato dalla precisione. Ha studiato ingegneria elettronica alla Columbia University e ha lavorato alla General Electric. E quando Adriano lo convince a tornare in Italia, a 31 anni ha una visione chiara: costruire macchine che pensano. Chou raccoglie attorno a sé un gruppo di giovani che arrivano da tutta Europa, che in molti casi non sono nemmeno specialisti di elettronica, ma che danno al gruppo di lavoro un approccio interdisciplinare e basato sulla sperimentazione. Non tutti però vedono di buon occhio quella ventata innovativa, al punto che a Ivrea la vecchia guardia meccanica ribattezza i ragazzi del team di Chou “cacciatori di farfalle” perché convinti che quella dell’elettronica sia solo una moda passeggera. Peccato però che la vecchia guardia ha torto e la scommessa di Adriano di lì a poco si rivela vincente.
Nel giro di pochi anni infatti il team di Chou inizia a produrre risultati concreti e dopo alcuni prototipi sperimentali, nel 1959 il laboratorio di Pisa arriva al suo risultato più importante: l’Elea 9003. È una macchina che a differenza dei computer dell’epoca non utilizza più le giganti valvole termoioniche, ma è costruita interamente a transistor.
Questo significa che consuma meno energia, occupa meno spazio e può lavorare per ore senza fermarsi, cosa impensabile per la maggior parte dei calcolatori allora in uso. Dal punto di vista tecnico, l’Elea è una macchina impressionante per l’epoca. È in grado di eseguire fino a 10.000 istruzioni al secondo e può essere programmata per compiti complessi come la contabilità industriale, i calcoli scientifici o la gestione di grandi archivi di dati.
In un batter d’occhio, grazie all’Elea 9003, la Olivetti si posiziona all’avanguardia mondiale dell’informatica come l’unica azienda europea in grado di competere davvero con IBM. Con il vento in poppa, Adriano decide di puntare ancor di più sul settore e nel novembre del 59 decide di acquisire la Underwood, proprio l’azienda americana davanti alla quale 34 anni prima gli era stato negato l’accesso.
Quando l’operazione viene conclusa, Adriano è al culmine della sua carriera. La Olivetti produce macchine di altissima qualità, ha una divisione elettronica all’avanguardia mondiale e controlla uno dei più grandi produttori americani. E così, alla fine degli anni 50 Adriano chiude il cerchio e dimostra che la sua Olivetti può stare al passo dei grandi colossi dell’industria americana e lo può fare da Ivrea, una piccola cittadina di 20.000 abitanti nel cuore del Piemonte. Quello che però Adriano ancora non può sapere è che quel colosso costruito con tanta fatica sarebbe crollato nel giro di pochi anni, portando con sé un’idea di futuro che l’Italia non è più stata in grado di ritrovare. Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti sale su un treno a Milano diretto a Losanna.
È un viaggio di routine, nulla di particolare, e solo due giorni prima l’assemblea degli azionisti ha autorizzato un aumento di capitale che avrebbe rafforzato i conti dell’azienda. Durante il viaggio, però, mentre si sposta da una carrozza all’altra, Adriano improvvisamente barcolla nel corridoio, perde i sensi e cade.
Il treno si ferma d’urgenza a Deagle, in Svizzera. I soccorsi arrivano rapidamente, ma non c’è nulla da fare. Adriano Olivetti muore durante il trasporto in ospedale all’età di 58 anni. La diagnosi ufficiale è ischemia cerebrale e morte naturale. Quando la notizia arriva a Ivrea, lo shock travolge tutti e oltre 40.000 persone si riuniscono per il suo funerale prese tra lo stupore e le lacrime per la morte di uno degli imprenditori più amati e rispettati della storia italiana.
Ma oltre al dolore c’è lo smarrimento, perché Adriano non era solo il presidente, ma era il centro di gravità della Olivetti ed era lui che teneva insieme la visione, le contraddizioni e le ambizioni della società. E con la sua morte la Olivetti perde la bussola. Formalmente il controllo resta alla famiglia, ma è una maggioranza frammentata, attraversata da diffidenza e rivalità, dove nessuno ha la forza per decidere davvero.
La guida passa a Giuseppe Pero, un uomo prudente e di conti che non è chiamato a immaginare il futuro, ma a evitare il disastro immediato. Si rende conto molto velocemente però che le cose non sono per niente rose e fiori, soprattutto perché l’operazione Underwood che Adriano aveva voluto come coronamento di una vita si sta rivelando un salasso enorme.
Gli impianti americani, infatti, sono vecchi, l’integrazione è più complessa del previsto, i costi sono fuori scala e l’acquisizione si sta velocemente trasformando in un buco finanziario ingestibile. Le cose non migliorano di certo negli anni a venire, visto che dopo la morte di Adriano, il 9 novembre 1961, muore in un incidente stradale anche l’ingegnere Mario Chou.
Chou stava guidando sulla strada statale del Lago Maggiore quando la sua auto è uscita di strada e si è schiantata. La dinamica ufficiale parla di incidente dopo un sorpasso, ma la coincidenza di due morti così vicine inizia a far sorgere parecchie domande sull’accaduto.
Il motivo è che Mario Chou non era un ingegnere qualunque, ma l’uomo che aveva progettato l’Elea 9003 e che guidava la divisione elettronica, l’unica in Europa capace di competere con IBM. Ed era proprio lui che insieme ad Adriano incarnava la scommessa più rivoluzionaria della Olivetti. Ora però entrambi erano morti a distanza di 20 mesi l’uno dall’altro e non erano i soli, perché in quegli stessi anni l’Italia perde anche un’altra figura iconica.
Sto parlando del presidente dell’Eni Enrico Mattei che morirà il 27 ottobre 1962 in un incidente aereo dalle circostanze misteriose, come tra l’altro vi avevamo raccontato in questo video qui che trovate sul canale. Circostanze che verranno appurate solo decenni dopo, quando si confermerà che non si è trattato di un incidente, ma di un attentato con un realistico coinvolgimento di forze straniere.
E per certi versi proprio questi dubbi su Mattei hanno portato negli anni a sollevare sempre più interrogativi anche sulle morti di Olivetti e Chou, perché in quel momento storico, in quel contesto geopolitico, questi uomini rappresentavano qualcosa di più di semplici imprenditori di successo. L’Italia di quegli anni è infatti un paese al centro della guerra fredda con il Partito Comunista che è il più forte d’Europa e l’informatica e l’energia che non hanno solo una valenza commerciale, ma anche geopolitica, militare ed intelligence. Non a caso IBM ha già rapporti strettissimi con Washington ed è il fornitore di tecnologia per il Pentagono, per la NASA e per le agenzie di sicurezza. E così come l’Eni di Mattei rappresenta un pericolo per le sette sorelle del petrolio, la Olivetti di Adriano e Chou rappresenta un pericolo per la IBM e il monopolio elettronico informatico americano, soprattutto considerata la paura della vicinanza italiana agli interessi sovietici tramite il PCI.
È anche per questo che gli Stati Uniti monitorano ogni sviluppo politico ed economico con attenzione ossessiva, con la CIA che ha reti operative in tutto il paese e Gladio o operazioni Stay Behind che sono realtà concrete, come tra l’altro potremmo raccontarvi in un prossimo video. Se lo volete scrivetecelo qui sotto nei commenti.
Capisci bene quindi come in questo contesto possano essere nati dei dubbi sulle morti di Olivetti e di Chou e su eventuali coinvolgimenti stranieri. Ciò detto, serve sottolineare che a differenza del caso Mattei ad oggi non ci sono prove che sostengano questa tesi. Quello che è certo è che dopo le loro morti la Olivetti non sarà più la stessa.
Nel marzo 1963 muore anche Giuseppe Pero e l’azienda si ritrova di nuovo acefala, di nuovo senza una guida e di nuovo alla deriva. A quel punto le banche cominciano a sfilarsi con la rapidità di chi sa quando abbandonare una nave e tutto d’un tratto il rischio di rimanere senza soldi diventa concreto.
Con la Olivetti con le spalle al muro entra in gioco il sistema industriale e finanziario italiano che nel 1964 crea il cosiddetto gruppo di intervento guidato da Mediobanca e composto da Fiat, Pirelli e altri grandi attori. L’obiettivo ufficiale è salvare la Olivetti, ma durante le trattative emerge una frase che diventa leggenda. L’allora presidente della Fiat, Vittorio Valletta, dirà infatti che la società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico.
Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana potrà affrontare. La grande scommessa di Adriano e Mario Chou viene quindi vista come troppo costosa, rischiosa e distante da quella che viene definita una visione realistica dell’industria, in una concezione veteroindustriale del potere che è incapace di capire che il futuro non assomiglia mai al passato.
Nonostante alcune opposizioni interne, la decisione è brutale e Olivetti cede il 75% della divisione elettronica alla General Electric. Così con una singola firma l’Italia rinuncia alla possibilità di restare protagonista nel campo dell’elettronica e dell’informatica. Negli anni a venire i laboratori vengono progressivamente svuotati.
Gli ingegneri migliori se ne vanno verso gli Stati Uniti e nel 1970 la divisione elettronica viene chiusa definitivamente. Il futuro viene smontato con metodo, pezzo dopo pezzo. Eppure, proprio mentre tutto questo accade, dentro la Olivetti sopravvive un ultimo atto di resistenza. Un gruppo ristretto di ingegneri guidati da Piergiorgio Perotto continua a lavorare in silenzio a un’idea radicale: prendere la potenza dei grandi calcolatori e comprimerla in una macchina compatta, programmabile e utilizzabile da una sola persona, per creare un computer che non occupi una stanza, ma una scrivania. Per proteggerlo dalle ingerenze americane, il progetto viene camuffato e nei documenti ufficiali è registrato come una semplice calcolatrice meccanica. Questa clandestinità tecnologica culmina nel 1965 alla Fiera Mondiale di New York, quando quello che è stato ribattezzato il Programma 101 viene presentato al mondo.
Il successo è immediato e il P101 viene acquistato da università, aziende e perfino dalla NASA che lo userà per calcolare le traiettorie delle missioni Apollo. Così il primo personal computer della storia è italiano, ma in un’ironia che sa di beffardo è ormai comunque troppo tardi perché la nuova direzione di Olivetti è lontana dall’elettronica.
L’azienda non investe in semiconduttori, non costruisce un ecosistema e non difende il vantaggio acquisito. Per questo motivo altre aziende osservano, copiano e migliorano con la Hewlett-Packard che studia il P101 e costruisce il suo impero proprio su quelle idee, raccogliendo gli spunti che la Olivetti aveva seminato.
Negli anni successivi l’azienda viene normalizzata, diventa una semplice industria meccanica e l’ambizione che l’ha sempre contraddistinta lascia spazio alla sopravvivenza. Roberto Olivetti, figlio di Adriano, che insieme al padre aveva intuito il futuro dell’elettronica, non riesce però ad imporsi e viene progressivamente marginalizzato e piano piano la Olivetti si spegne diventando solo l’ombra di ciò che era qualche decennio prima.
E così anche Ivrea cambia volto e la città che doveva essere il laboratorio di una civiltà nuova diventa lentamente un museo di archeologia industriale con le fabbriche che diventano testimoni silenziosi di un futuro che era già arrivato, ma che il destino ha deciso di fermare. E forse è stato davvero solo il destino. O forse no.
Forse la Olivetti è caduta per troppe ragioni insieme, forse Adriano era troppo avanti, forse la Underwood era un errore troppo grande e forse senza l’incidente di Mario Chou oggi avremmo una Apple tutta italiana. Questo oggi non lo possiamo sapere, ma ciò che è certo è che con la caduta della Olivetti non è scomparsa solo un’azienda, è scomparsa un’idea di mondo, è scomparsa un’industria che si metteva al servizio dell’uomo ed è scomparsa l’idea di un’Italia che se avesse avuto il coraggio di crederci sarebbe potuta stare davvero al passo coi giganti.