Da Impero N.1 delle Macchine da Cucire in Italia a Rovina: Fabbrica Necchi, Pavia
Alla Necchi di Pavia lavoravano più di 6.000 persone che producevano 1000 macchine per cucire al giorno. Lo stabilimento esportava 74 macchine su 100 di tutte le macchine da cucire italiane, da un’unica fabbrica in un’unica città di provincia, due compass d’oro, una macchina nella collezione permanente del MOMA di New York, Sofia Lauren nel manifesto pubblicitario.
Poi sono cominciate le decisioni. un fondatore morto senza eredi, un consorzio che ha quotato la fabbrica in borsa, un gruppo indiano che ha preso i fondi pubblici e trasferito i macchinari a Mumbai, una banca che ha trasformato il nome Necchi in un fascicolo giudiziario. Oggi lo stabilimento è stato demolito.
Al suo posto sorgerà un quartiere che si chiama Supernova, come la macchina che vinse il primo compasso d’oro nel 1954. Questa è la storia di Vittorio Necchi e della fabbrica che ha vestito l’Italia dal primo zigzag del 1932 all’ultima sirena. Non per una catastrofe, per una lunga sequenza di decisioni, ciascuna ragionevole in sé, ciascuna un passo più lontano dalla ghisa e dalle mani che sapevano come si fa. Capitolo 1.
Il fabbro e la moglie. Pavia, 1919. L’Italia è un paese che non sa ancora cosa sarà. La Grande Guerra ha restituito i suoi uomini, quelli che ha restituito. E nelle officine della pianura padana si riparte da ciò che si sa fare, the ferro, la ghisa, il fuoco. Le campagne mandano ancora i loro figli verso le fabbriche del nord, ma le fabbriche del nord, in questo primo dopoguerra convulso, non sanno ancora cosa produrre per un mondo che è cambiato.
Vittorio Necchi ha 21 anni ha perso il padre Ambrogio 3 anni prima, stroncato dalla polmonite nel 1916 a 56 anni ed è tornato dal nono reggimento artiglieria con un congedo e una laurea in legge mai finita. Non è un ingegnere, non è un meccanico, non ha una vocazione industriale, è un ragazzo di buona famiglia pavese che ha ereditato una fonderia avviata.
85 operai, ponti in ghisa, radiatori, vasche da bagno smaltate, cucine economiche e che potrebbe limitarsi a gestirla così com’è, raccogliendo il frutto di tre generazioni di lavoro. Il bisnonno Giuseppe nel 1835 aveva aperto una bottega di ferri, rami e simili fuori dalle mura medievali di Pavia.
Il padre Ambrogio l’aveva trasformata in una vera industria. Nel 1907 la società anonima Fonderie Ambrogio Necchi occupava già 80.000 m² sulla strada per abbiate grasso. Vittorio potrebbe semplicemente continuare, ma sua moglie Lina Ferrari gli chiede una macchina per cucire e Vittorio scopre che nessuna fabbrica italiana ne produce.
Singer domina il mercato mondiale da mezzo secolo. Le tedesche Puff e Grizz controllano l’Europa centrale. Ogni macchina da cucire che entra in una casa italiana porta il marchio di qualcun altro. Lo colpisce un fatto tecnico semplice e decisivo. Il cuore meccanico della macchina per cucire è la ghisa malleabile, esattamente il materiale in cui la fonderia dei necchi è specializzata da tre generazioni.
Elastica, duttile, resistente alle vibrazioni, capace di assorbire il lavoro del lago senza deformarsi. Le competenze sono già nel capannone, bisogna soltanto cambiare ciò che esce dalla porta. In un piccolo laboratorio sulla via Vigentina alla Torrettina con 50 operai e un’idea che tutta la famiglia considera una follia, Vittorio monta la prima macchina per cucire interamente italiana.
Il modello BD a manovella funziona male, ma funziona. Ne produce 2000 in un anno contro i milioni di Singer. Nessuno in quel laboratorio immagina che entro 30 anni questa fabbrica darà lavoro a più di 6.000 persone, esporterà in 70 paesi, vincerà i primi due compsi d’oro della storia del design italiano e metterà il proprio nome dentro il Museum of Modern Arto immagina come finirà.
Capitolo 2. La ghisa e lago. La prima decade è lotta. Vittorio non ha la formazione tecnica per progettare una macchina per cucire e non finge di averla. Ha qualcos’altro? Un’ostinazione quieta, una fiducia assoluta nella qualità del suo materiale e un’attenzione per le persone che lo circondano che non somiglia alla filantropia, somiglia piuttosto alla lealtà.
Chi lo conosce lo descrive riservato, modesto, gentile. Un industriale che porta la schiscetta in fabbrica come un operaio qualunque, che mangia nel suo ufficio davanti alla scrivania e che a Natale distribuisce personalmente il panettone e una bottiglia di sangue di Giuda, il vino rosso dell’Oltrepò, a ogni singolo dipendente nel cortile dello stabilimento.
Un dettaglio minore forse, ma che racconta un modo di intendere l’impresa che non sopravviverà a chi l’ha inventato. Nel 1925 la famiglia si divide. Le sorelle Nedda e Gigina con il cognato Angelo Campiglio prendono il ramo sicuro, la fonderia tradizionale, le vasche, i radiatori, le cucine e fondano le fonderie Necchi Campiglio, la N.
Vittorio si tiene il rischio, le macchine per cucire. La scelta ha anche una geografia. Le sorelle gravitano verso Milano, dove il cognato Campiglio investe nell’immobiliare e nell’arte e dove nel 1932 l’architetto Piero Portaluppi costruirà per loro la celebre Villa Necchi Campiglio di via Mozzart, quella in cui Luca Guadagnino girerà: “Io sono l’amore”.
Vittorio resta a Pavia, la fabbrica è la sua vita. Il rischio ripaga. Nel 1932 il direttore tecnico Emilio Cerry, un ingegnere arrivato dalla Fiat, un uomo che parla il linguaggio delle tolleranze e dei brevetti, progetta e brevetta un meccanismo che cambia la storia del settore, la bobina universale. La chiamano bu, è la prima macchina per cucire domestica, appunto zigzag del mondo.
Lo zigzag significa cuciture elastiche per tessuti che si deformano, orli decorativi su biancheria e tovaglie, rammendi invisibili su calze e maglieria, tutto ciò che prima richiedeva un’artigiana esperta e ore di lavoro paziente o una macchina industriale dal costo proibitivo. Singer, il colosso americano che domina il pianeta, non offrirà lo zigzag ai consumatori prima del 1952, 20 anni dopo.
due decenni di vantaggio tecnologico nati nella testa di un ingegnere e nelle fonderie di una città di provincia lombarda. La BU vende vende in Italia, vende in Argentina, vende in tutti i mercati dell’emmigrazione dove le donne italiane portano con sé l’abitudine di cucire i vestiti per la famiglia. La fabbrica cresce, lo stabilimento si allarga lungo il viale della Repubblica, inghiotte terreno, aggiunge capannoni, assume operai, centinaia, poi migliaia.
pavesi e contadini della Lomellina e dell’Oltrepò che lasciano la campagna per la tuta blu. Negli anni 30 la Necchi naviga il fascismo con il pragmatismo di chi ha bisogno dello Stato senza volerlo abbracciare. Vittorio viene nominato cavaliere del lavoro il 27 ottobre 1935. Mussolini visita la fabbrica di Pavia nel 1938 con la moglie Rachele.
Nella tenuta della Portalupa, la casa di caccia dei Necchi a Gambolò, restaurata dall’architetto Giancarlo Palanti, sfilano gerarchi ufficiali, membri di Casa Savoia per le battute di caccia. Vittorio non è un fascista ideologico, è un industriale cattolico discreto che sa stare nei rapporti giusti con il potere senza confondersi con il potere.
Poi arriva la guerra. E la guerra porta un momento che ha del cinematografico. L’8 settembre 1943, con l’armistizio e il caos che ne segue, Vittorio teme che i tedeschi requisiscano lo stabilimento, i macchinari, le scorte, i prodotti finiti. In una notte la direzione organizza un’operazione clandestina.
Più di 20.000 macchine da cucire completate, pronte per la vendita, vengono trasportate e nascoste in cantine, fienili e cascine della campagna pavese. 20.000 macchine disperse nel raggio di chilometri sotterrate come un tesoro di guerra. E quando la guerra finisce quel tesoro finanzia la rinascita. Nel 1948 il 67% della produzione Necchi, 75.
000 macchine va all’estero, più di un terzo nella sola Argentina, dove la comunità italiana chiede macchine italiane. L’Italia, che non ha ancora inventato il miracolo economico, sta già esportando il suo saper fare attraverso un oggetto che ogni famiglia conosce, che ogni donna usa, che ogni corredo di nozze comprende.
La macchina per cucire con il nome Necchi stampato in rilievo sulla ghisa nera. Vittorio ha 50 anni. La scommessa che la famiglia considerava follia ha funzionato, ma il meglio, il meglio assoluto deve ancora venire. Capitolo 3. La macchina più bella del mondo. Nel 1953 arriva a Pavia un uomo che cambierà la Necchi in modo irreversibile.
Si chiama Gino Martinoli. Nato Gino Levi, costretto a cambiare cognome dalle leggi raziali del 1938, fratello della scrittrice Natalia Ginsburg. Ha lavorato alla Olivetti di Ivrea. Ha visto da vicino come Adriano Olivetti ha trasformato una fabbrica di macchine per scrivere in un progetto di civiltà industriale, design, architettura, welfare aziendale, cultura e porta alla Necchi la stessa ambizione che ha assorbito a Ivrea.
Non basta produrre macchine, bisogna produrre le macchine più belle e più avanzate del mondo e organizzare la fabbrica che le produce come un luogo degno delle persone che ci lavorano. Martinoli installa una catena di montaggio moderna finanziata con i fondi del piano Marshall, riorganizza i reparti, i flussi, la logistica.
Porta a Pavia i metodi che ha assorbito a Ivrea, la pianificazione razionale della produzione, l’attention alla qualità a ogni fase del montaggio, l’idea che una fabbrica efficiente è anche una fabbrica induve si lavora meglio. Gli operai che entrano nella nuova catena sentono la differenza.
Il ritmo è più veloce, ma il lavoro è più ordinato, gli spazi più puliti, l’illuminazione migliore. L’odore resta quello, ghisa calda, olio di macchina, vernice a forno dei reparti di smaltatura, ma la sensazione di entrare in un luogo moderno, competitivo, che sa dove sta andando è nuova, ma soprattutto Martinoli chiama a Pavia il designer che ha già dato forma all’Italia del dopoguerra.
Marcello Nizzoli, l’uomo che ha disegnato la Olivetti Lettera 22, la macchina per scrivere che è già un’icona mondiale del design industriale. Nizzoli accetta l’incarico e quello che ne esce tra il 1953 e il 1957 è probabilmente la più straordinaria sequenza di prodotti mai uscita da una singola fabbrica italiana di elettrodomestici.
due macchine, due premi, due capolavori e dietro ogni capolavoro le mani di centinaia di operai pavesi che fondono, torniscono, assemblano, smaltano, controllano perché il design di Nizzoli vive solo se la ghisa lo sostiene. La supernova automatica presentata tra il 1953 e il 1954 è la prima macchina da cucire domestica automatica della storia.
Un sistema di cammeciche programmabili, una memoria prima della memoria, un algoritmo prima dei microchip, guida lago attraverso punti decorativi e ricami che fino a quel momento richiedevano mani esperte e ore di lavoro paziente. Nizzoli le dà una forma che è pura scultura, ghisa e alluminio smaltato, curve che i collezionisti oggi chiamano organiche, un peso e una solidità che comunicano permanenza.
Un oggetto pensato per stare al centro della casa, non nascosto in un angolo. Ne verranno prodotte 204.500. Nel 1954 al primo compasso d’oro mai assegnato nella storia, il premio voluto da Jo Ponti e dalla Rinascente per onorare il disegno industriale italiano. La Supernova vince. La macchina per cucire di Pavia è il primo oggetto in assoluto a ricevere quel riconoscimento.
3 anni dopo, nel 1957, Nizzoli presenta la Mirella, modello 530. Allumio pressofuso smaltato in colori pastello. Una curva unica e continua che scende dal braccio alla base come il gesto di una mano. Un rapporto tra pieni e vuoti che i critici paragonano alla scultura di Brancusi. La Mirella vince il secondo compasso d’oro e il Gran Premio alla 11ª triennale di Milano.
L’anno seguente, nel 1958, the Museum of Modern Art di New York la accoglie nella collezione permanente Dono del Produttore, numero di catalogo 202.1958, una macchina per cucire di Pavia esposta accanto ai capolavori dell’arte moderna del XXo secolo, due compass d’oro per una sola azienda.
In quegli stessi anni Sofia Loren, la donna più famosa d’Italia, posa chinata su una supernova nel manifesto pubblicitario che copre le edicole della penisola. La mia macchina per cucire è una Necchi. La Mirella diventa il premio del concorso nazionale La Sposa d’Italia, 1958. Cucire con una Necchi non è più un compito domestico, è un atto di gusto, quasi di eleganza.
Il corredo nuziale che ogni sposa italiana prepara, le lenzuola, le tovaglie, le camicie da notte ricamate, si cuce sulla Necchi e la macchina stessa diventa parte del corredo, un oggetto che si porta nella nuova casa, come la biancheria e l’argenteria. Lo stabilimento di Pavia, intanto, è diventato una piccola città autosufficiente.
Più di 1000 macchine al giorno escono dai cancelli del viale della Repubblica, una ogni 60 secondi durante il turno di punta. La manodopera oscilla tra i 4.500 e i 6500 addetti, a seconda delle fonti e delle stagioni produttive. Il sindaco Fracassi di Pavia ricorderà la cifra più alta, che è quella che la memoria collettiva della città ha conservato.
40 macchine per cucire su 100 prodotte in Italia portano il marchio Necchi e il dato più impressionante, 74 macchine per cucire su 100 esportate dall’Italia vengono da qui, da un unico stabilimento, in un’unica città di provincia lombarda di 70.000 abitanti. L’UNESCO nel 1954 sceglie proprio una Necchi come immagine simbolo della macchina per cucire a livello globale.
Ma i numeri raccontano solo metà della storia. L’altra metà è la vita che si organizza attorno a quella fabbrica come una comunità, attorno a una cattedrale. Il villaggio Necchi, 80 villette a schiera costruite tra il 1949 e il 1950 con i fondi in a casa, progettate in parte dall’architetto Gaetano Ciocca, distribuite su via Olevano, via Mikis, via Suardi, via Acerbi. Ospita le famiglie degli operai.
Gli abitanti del quartiere lo chiamano il Kurdam. La mensa dello stabilimento serve un pasto vero a mezzogiorno. Primo, secondo, contorno, frutta. Non un panino al volo, non una pausa caffè di fronte allo schermo, un pasto italiano, seduti insieme con la tovaglia sui tavoli, perché mangiare bene era un diritto negoziato dal sindacato e un punto d’onore per l’azienda.
C’è l’infermeria con i primari dell’ospedale di Pavia. C’è il campo sportivo per i figli degli operai c’è la colonia estiva al lanzo di Intelvi, sul lago di Como. Vacanze pagate dall’azienda, il mare o la montagna per bambini che altrimenti non li avrebbero visti. La sirena suona alle 8:00, a mezzogiorno, alle 14, alle 17.
Via Olevano si riempie di uomini in tuta blu e donne in vestaglia blu che escono dai cancelli e rientrano nelle villette e al bar davanti allo stabilimento, come in ogni storia di fabbrica italiana che si rispetti, si prende il caffè prima del turno e si discute di politica dopo. Il sindacato c’è ed è forte. La Fiom CGL pubblica il bollettino di fabbrica La squilla della Necchi dal 1952 al 1967.
Pagine ciclostilate che raccontano le rivendicazioni salariali, i contrasti con la direzione sulla cadenza della catena di montaggio, le vicende disciplinari come quella dell’operaio De Gennaro, licenziato per aver criticato il paternalismo aziendale sul bollettino comunista e diventato poi, in una di quelle seconde vite che solo l’Italia sa produrre, il leggendario bidello letterato dell’Istituto Bordoni di Pavia, il dege che gli studenti ricordano con più affetto di molti professori.
Vittorio, dal canto suo, risponde alle rivendicazioni a modo suo. Non è un padrone illuminato alla Olivetti, non costruisce biblioteche né invita intellettuali. è qualcosa di più semplice e forse di più solido. Un uomo che paga supplementi pensionistici di tasca propria agli ex dipendenti con pensioni basse, che conosce il nome dei capiquadra, che non ha mai smesso di portare la schiscetta, come se quella modestia potesse tenere insieme un mondo che sta già diventando troppo grande per un uomo solo. e gli ingranaggi della
Mirella, lo dice oggi Dario Dell’Acqua, figlio di un técnico Necchi messo in cassa integrazione il giorno prima di una trasferta a Malta nel 1992. Custode volontario della memoria di una fabbrica che la sua città sembra voler dimenticare. Sono così precisi da sembrare quelli di un orologio. Capitolo 4. L’apice e l’ombra.
Nel 1955 l’Università di Pavia, l’ateneo che ha avuto Alessandro Volta tra i suoi professori, conferisce a Vittorio Necchi la laurea honoris causa in fisica. Il rettore Plinio Fraccaro gliela consegna personalmente, un fondatore di macchine per cucire, un uomo senza laurea che riceve il titolo accademico più alto da una delle università più antiche d’Europa.
Nel 1962 il Comune lo nomina cittadino benemerito. La rivista americana Time gli dedica un articolo e cita la Necchi come caso esemplare della ricostruzione italiana. Una storia che dimostra cosa può fare un paese distrutto dalla guerra quando ha le mani giuste e la ghisa giusta. Vittorio ha 60 anni, la sua fabbrica è al vertice.
I suoi operai vivono nelle case che lui ha contribuito a costruire. Le sue macchine sono nei musei. Sofia Loren cuce con il suo nome. L’UNESCO nel 1954 ha scelto proprio una Necchi come immagine simbolo della macchina per cucire nel mondo. Se qualcuno in quegli anni avesse chiesto a un italiano quale fosse il marchio della macchina per cucire, la risposta sarebbe stata una sola parola.
Nechcy, come Fiat per le automobili, come Olivetti per le macchine per scrivere. Il nome e la cosa erano la stessa cosa. Ma nei rapporti interni, quelli che non arrivano ai giornali, i numeri raccontano già un’altra storia. Il mercato italiano delle macchine per cucire domestiche si sta saturando. Ogni famiglia che voleva una macchina ormai ne ha una e quelle macchine sono fatte per durare una generazione intera.
La qualità che ha reso celebre la Necchi è anche la sua trappola. Le supernova e le Mirella non si rompono. Non c’è ricambio, non c’è obsolescenza. La ghisa che ha costruito l’impero è anche la ghisa che lo rende impossibile da rinnovare. Intanto dal Giappone arrivano macchine nuove. Brother Ganome Juki Toyota.
Nomi che gli operai di Pavia non conoscono ancora, ma che tra 10 anni conosceranno fin troppo bene. Costano meno, molto meno. Sono leggere, compatte, in plastica e alluminio sottile, producibili in serie a volumi che nessuna fonderia di ghisa può eguagliare. Non durano una vita, durano quanto basta. E per un mercato dove le giovani donne cucciono sempre meno e comprano sempre più vestiti confezionati, una macchina che dura quanto basta è una macchina che basta.
E c’è un’ombra che nessuno nomina ad alta voce, la più lunga e la più scura. Vittorio Necchi non ha figli, non ha un erede designato. Le sorelle Nedda e Gigina, nella loro villa milanese di via Mozzart, tra i Fontana e i Sironi, mostrano quello che i biografi chiamano, con un eufemismo che dice tutto, un disinteresse per le sorti dell’azienda.
Una fabbrica che dà lavoro a un’intera città dipende dalla salute e dalla lucidità di un uomo solo, senza che nessun piano di successione esista. Vittorio stesso pronuncia la frase che gli sopravviverà, quella che oggi si legge in ogni articolo sulla Necchi, come un epitaffio scritto in anticipo. La Necchi è nata con le macchine per cucire e con le macchine per cucire morirà.
Nessuno in quel momento sospetta quanto sarà puntuale. Capitolo 5. Le crepe nel muro. La prima decisione che incrina il futuro della Necchi non sembra al momento in cui viene presa una decisione sbagliata. Sembra ragionevole, sembra prudente, come quasi tutte le decisioni che distruggono le fabbriche italiane. Nel 1959 Vittorio Necchi firma un accordo di licenza con la Kelvinator americana per produrre compressori per frigoriferi.
Il frigorifero è l’elettrodomestico del futuro. La macchina per cucire è il passato. Questo lo capiscono tutti, compresi gli ingegneri di Pavia. Vittorio apre la porta alla diversificazione, ma la apre solo di uno spiraglio. Ne chi produrrà compressori? Sì, il componente tecnologicamente più avanzato del frigorifero, il cuore meccanico della macchina, ma solo il componente, non il frigorifero intero, non il marchio, non il prodotto finito, non il rapporto con il consumatore finale. La Necchi diventa terzista,
fornitore per conto di altri, invisibile sul mercato. È un errore che si può misurare con precisione aritmetica. Chi assembla il frigorifero, Zanussi, Ignis, Indesit, trattiene il margine commerciale, il rapporto con il cliente, il nome sul prodotto. Chi produce il compressore trattiene i costi industriali e una fetta sottile del valore.
L’azienda che ha messo il proprio nome dentro il Museum of Modern Art sceglie volontariamente di lavorare senza nome, dietro le quinte dell’industria di qualcun altro. La ghisa che aveva costruito il prestigio viene ora impiegata in un componente che nessuno vede, di un prodotto che porta il marchio altrui. Nello stesso periodo qualcosa si rompe dentro lo stabilimento.
Gino Martinoli, l’uomo che ha portato Nizzoli a Pavia, che ha costruito la catena di montaggio moderna che ha trasformato la Necchida fonderia provinciale in caso di studio internazionale, viene allontanato dalla direzione. Le fonti concordano sulla ragione ed è una ragione che appartiene alla tragedia classica più che alla strategia industriale.
Un articolo del Time che elogiava Martinoli troppo generosamente, attribuendo a lui troppo merito per la trasformazione dell’azienda, ha disturbato il cognato di Vittorio, il direttore generale Gino Gastaldi. L’orgoglio ferito di un dirigente costa alla Necchi il suo cervello organizzativo, l’uomo che aveva importato da Ivrea il metodo olivettiano nel momento esatto in cui la concorrenza giapponese avrebbe richiesto esattamente quel tipo di intelligenza gestionale.
Nel 1962 appare un segnale che i collezionisti di macchine per cucire oggi riconoscono al primo sguardo senza bisogno di smontare nulla. Il modello Liya, la macchina destinata al mercato di massa, la risposta della Necchi alla pressione sui prezzi, agli ingranaggi in plastica dove la Supernova aveva l’acciaio.
Le camme sono in nylon dove prima erano in metallo. È più leggera, costa meno da produrre, si rompe in un terzo del tempo. La Lidia è il momento in cui la Necchi smette di essere la Necchi, il momento in cui il nome sulla macchina non garantisce più la stessa promessa di durata che aveva reso quel nome sinonimo di affidabilità. Negli Stati Uniti il danno si aggrava per mano di un alleato che cambia fronte.
Leon Johnson, figlio dell’agente prebellico di Varsavia, un ebreo polacco fuggito dai nazisti a New York con niente in tasca. L’uomo che aveva costruito con le proprie mani la rete distributiva americana della Necchi negli anni del dopoguerra. Negozio per negozio, rappresentante per rappresentante, fiera per fiera. Comincia a importare macchine giapponesi con il marchio Nelco.
Johnson ha capito prima di Pavia che il mercato americano vuole macchine più leggere, più economiche, più colorate, macchine che assomigliano ai nuovi elettrodomestici della cucina, non ai monumenti di ghisa della generazione precedente. Né chi lo cita in giudizio per violazione degli accordi contrattuali, ma il danno commerciale è fatto.
Il mercato americano, il più ricco e il più strategico del mondo, si spalanca ai concorrenti asiatici attraverso un uomo che conosce ogni canale distributivo, ogni intermediario, ogni punto vendita dal main alla California. Il ponte che Joholson aveva costruito per la Necchi diventa the ponte su cui passano i suoi distruttori e Vittorio intanto invecchia.
Artrite, diabete, flebite, porta ancora la schiscetta, distribuisce ancora il panettone, ma lo stabilimento perde quote di mercato ogni anno e il successore non c’è. Nel 1974 Vittorio chiama bottlenecks Giuseppe Eugenio Luraghi, il manager che ha risanato la Pirelli e l’Alfa Romeo per un’ultima ristrutturazione. Maluraghi arriva su un paziente in fase terminale.
La diversificazione non è stata fatta in tempo, la successione non è stata pianificata, il mercato domestico è saturo, l’esportazione è perduta e Vittorio è troppo malato per guidare altro che la propria resistenza al declino. Capitolo 6. Le firme sbagliate. Il 17 novembre 1975 Vittorio Necchi muore alla clinica San Raffaele di Milano.
Ha 77 anni meno 4 giorni. Non ha testamento industriale, non ha successore designato, non ha preparato nulla. Il quotidiano milanese La notte titola 8.000 famiglie sull’astrico. Non è ancora vero, non del tutto, ma lo diventerà decisione dopo decisione, firma dopo firma, proprietario dopo proprietario, in una discesa che durerà 30 anni e che trasformerà una fabbrica in un titolo azionario, poi in un veicolo finanziario, poi in un fascicolo giudiziario e infine in un terreno contaminato.
Nella seconda metà degli anni 70 un consorzio privato guidato dall’imprenditore bresciano Bruno Beccaria, affiancato dai Marzotto, dai Merloni e dai Nocivelli, rileva il controllo della Necchi. Beccaria entra formalmente nella Necchi Compressori il primo aprile 1975. È un uomo d’affari, non un uomo di fabbrica.
Non viene da Pavia, non conosce la ghisa, non ha mai sentito la sirena delle 8:00. Suo figlio Giampiero Beccaria ne diventerà il presidente e la accompagnerà lungo tre decenni fino alla fine. La strategia dei nuovi proprietari è finanziaria, non industriale. Nel 1985 la Necchi viene quotata alla Borsa di Milano.
La macchina per cucire entra nel listino azionario, un mondo dove il valore si misura in trimestri e non in decenni. E nel 1986 il gruppo diventa la seconda fonderia italiana dopo la Texid della Fiat. Nel 1983 esce la logica disegnata da Giorgetto Giugiaro, una macchina da cucire elettronica, bella come tutto ciò che Giugiaro tocca, con un prezzo al dettaglio di 1.ion680.
000 lire che la colloca nel segmento più alto del mercato. Ma Brother e Ganome sono arrivati prima nell’elettronica a basso costo con reti distributive più capillari e volumi di scala che una fabbrica di Pavia non può eguagliare. La logica vende ai collezionisti, non salva un’industria.
Nel 1993 il gruppo Necky acquisisce la rimoldi, macchine da cucire industriali, un nome rispettato nel settore professionale, in un’operazione di consolidamento che sulla carta ha una logica: riunire sotto un unico tetto il domestico e l’industriale, ma nella pratica la Rimoldi porta debiti e complessità senza sinergie reali e la fabbrica vera, quella di Pavia, quella da cui escono le macchine che la gente compra e usa, non riceve gli investimenti che avrebbe disperatamente bisogno di ricevere.
I pezzi di ricambio per le necchi elettroniche vengono già dismessi entro la metà degli anni 90. Chi ha comprato una logica nel 1983 scopre che nel 1995 non può più ripararla. La promessa di una vita che la ghisa della Supernova manteneva diventa una bugia che la plastica della logica non riesce a sostenere. Poi arrivano gli indiani.
Nel 1998 il gruppo videocon della famiglia DUT, un colosso indiano dell’elettronica di consumo con sede a Mumbai, acquista l’85% della Necchi Compressori. La promessa è investimento, modernizzazione, continuità produttiva a Pavia. Il 5 maggio 2000 Pradip DUT firma un accordo con il ministro dell’industria Enrico Letta per 25 milioni di euro di fondi pubblici italiani destinati sulla carta all’ammodernamento dello stabilimento pavese e al mantenimento dei livelli occupazionali.
Quello che succede nella realtà è diverso dalla carta. I macchinari vengono trasferiti non a Pavia ma in India. Il knoow accumulato in decenni di fonderia pavese viene esportato verso gli stabilimenti videocon del subcontinente. Gli investimenti promessi per l’impianto italiano non si materializzano. La Necchi Compressori cambia nome diventa European Refrigerator Compressors, una sigla che non contiene più né Necchi né Pavia e attraversa un decennio di agonia amministrativa prima di chiudere definitivamente l’11 novembre 2010. Il
bilancio complessivo dell’operazione nella ricostruzione pubblicata dal giornale investigativo L’inchiesta nel 2012 è devastante. La Videocon avrebbe incassato oltre 100 milioni di euro tra fondi pubblici italiani, finanziamenti strutturali europei e agevolazioni fiscali, lasciando a Pavia capannoni vuoti e lavoratori in mobilità.
Lo stesso Giampiero Beccaria, anni dopo dirà alla provincia pavese una frase che merita di essere ascoltata per intero perché contiene tutta l’amarezza di un uomo che ha visto smontare ciò che avrebbe dovuto proteggere. In India oggi fanno ancora i compressori con il macchinario che gli abbiamo venduto noi.
Ma l’India non è il capitolo peggiore. Il capitolo peggiore è la banca. Nel 2004 la banca popolare di Lodi, guidata dal suo amministratore delegato Giampiero Fiorani, il banchiere che entro un anno sarà arrestato in quello che l’Italia chiamerà lo scandalo bancopoli, i furbetti del quartierino, diventa l’azionista dominante della Necchi Spa.
Non è un investimento industriale, è un’operazione di finanza creativa in cui le azioni della Necchi servono da pedina in un gioco più grande. Il tentativo di Fiorani di scalare Anton Veneta e di costruire un impero bancario padano che crollerà sotto il peso delle proprie irregolarità. La Consob sospende il titolo Necchi dalla quotazione.
La Guardia di Finanza irrompe nella sede di viale della Repubblica gli stessi uffici dove Vittorio distribuiva il panettone, gli stessi corridoi che avevano visto passare Marcello Nizzoli con i disegni della Mirella e perquisisce contemporaneamente la casa di Beccaria e gli uffici della BPL a Lodi. I numeri che emergono dai sequestri sono definitivi.
Debiti bancari per 129 milioni di euro. Patrimonio netto residuo dell’azienda 5.600.000. Per ogni euro di valore reale, la Necchi porta con sé €23 di debito. Il 31 marzo 2005 la Necchi SPA cambia nome, si chiama adesso partecipazioni italiane spa. 153 milioni di euro di nuovo capitale vengono iniettati attraverso una fondazione olandese Glass Italy B Finto collegata a Efibanca e alla stessa banca popolare di Lodi, utilizzando azioni della Bormioli come garanzia.
170 anni di storia industriale dalla bottega di Giuseppe nel 1835 si dissolvono in un guscio societario il cui nome non contiene più nemmeno la parola Necchi. In dicembre 2005 Fiorani viene arrestato. I furbetti del quartierino finiscono sulle prime pagine di ogni giornale d’Italia. è lo scandalo finanziario che definisce il decennio.
Il giudice Clementina Forleo inserisce il nome di Giampiero Beccaria tra gli indagati come possibile prestanome nell’operazione. Sarà infine prosciolto nel 2016 dopo 11 anni di processo. Ma il danno è totale e irreversibile. la carcassa di un’impresa che aveva vestito l’Italia, che aveva vinto i primi compas
Traduzione in italiano (Dịch sang tiếng Ý):
(6) Da Impero N.1 delle Macchine da Cucire in Italia a Rovina: Fabbrica Necchi, Pavia – YouTube
Transcript: Alla Necchi di Pavia lavoravano più di 6.000 persone che producevano 1000 macchine per cucire al giorno. Lo stabilimento esportava 74 macchine su 100 di tutte le macchine da cucire italiane, da un’unica fabbrica in un’unica città di provincia, due compassi d’oro, una macchina nella collezione permanente del MOMA di New York, Sophia Loren nel manifesto pubblicitario.
Poi sono cominciate le decisioni. Un fondatore morto senza eredi, un consorzio che ha quotato la fabbrica in borsa, un gruppo indiano che ha preso i fondi pubblici e trasferito i macchinari a Mumbai, una banca che ha trasformato il nome Necchi in un fascicolo giudiziario. Oggi lo stabilimento è stato demolito.
Al suo posto sorgerà un quartiere che si chiama Supernova, come la macchina che vinse il primo compasso d’oro nel 1954. Questa è la storia di Vittorio Necchi e della fabbrica che ha vestito l’Italia dal primo zigzag del 1932 all’ultima sirena. Non per una catastrofe, per una lunga sequenza di decisioni, ciascuna ragionevole in sé, ciascuna un passo più lontano dalla ghisa e dalle mani che sapevano come si fa. Capitolo 1.
Il fabbro e la moglie. Pavia, 1919. L’Italia è un paese che non sa ancora cosa sarà. La Grande Guerra ha restituito i suoi uomini, quelli che ha restituito. E nelle officine della pianura padana si riparte da ciò che si sa fare, il ferro, la ghisa, il fuoco. Le campagne mandano ancora i loro figli verso le fabbriche del nord, ma le fabbriche del nord, in questo primo dopoguerra convulso, non sanno ancora cosa produrre per un mondo che è cambiato.
Vittorio Necchi ha 21 anni, ha perso il padre Ambrogio 3 anni prima, stroncato dalla polmonite nel 1916 a 56 anni, ed è tornato dal nono reggimento artiglieria con un congedo e una laurea in legge mai finita. Non è un ingegnere, non è un meccanico, non ha una vocazione industriale, è un ragazzo di buona famiglia pavese che ha ereditato una fonderia avviata.
85 operai, ponti in ghisa, radiatori, vasche da bagno smaltate, cucine economiche e che potrebbe limitarsi a gestirla così com’è, raccogliendo il frutto di tre generazioni di lavoro. Il bisnonno Giuseppe nel 1835 aveva aperto una bottega di ferri, rami e simili fuori dalle mura medievali di Pavia.
Il padre Ambrogio l’aveva trasformata in una vera industria. Nel 1907 la società anonima Fonderie Ambrogio Necchi occupava già 80.000 m² sulla strada per Abbiategrasso. Vittorio potrebbe semplicemente continuare, ma sua moglie Lina Ferrari gli chiede una macchina per cucire e Vittorio scopre che nessuna fabbrica italiana ne produce.
Singer domina il mercato mondiale da mezzo secolo. Le tedesche Pfaff e Gritzner controllano l’Europa centrale. Ogni macchina da cucire che entra in una casa italiana porta il marchio di qualcun altro. Lo colpisce un fatto tecnico semplice e decisivo. Il cuore meccanico della macchina per cucire è la ghisa malleabile, esattamente il materiale in cui la fonderia dei Necchi è specializzata da tre generazioni.
Elastica, duttile, resistente alle vibrazioni, capace di assorbire il lavoro dell’ago senza deformarsi. Le competenze sono già nel capannone, bisogna soltanto cambiare ciò che esce dalla porta. In un piccolo laboratorio sulla via Vigentina alla Torrettina con 50 operai e un’idea che tutta la famiglia considera una follia, Vittorio monta la prima macchina per cucire interamente italiana.
Il modello BD a manovella funziona male, ma funziona. Ne produce 2000 in un anno contro i milioni di Singer. Nessuno in quel laboratorio immagina che entro 30 anni questa fabbrica darà lavoro a più di 6.000 persone, esporterà in 70 paesi, vincerà i primi due compassi d’oro della storia del design italiano e metterà il proprio nome dentro il Museum of Modern Art, o immagina come finirà.
Capitolo 2. La ghisa e l’ago. La prima decade è lotta. Vittorio non ha la formazione tecnica per progettare una macchina per cucire e non finge di averla. Ha qualcos’altro? Un’ostinazione quieta, una fiducia assoluta nella qualità del suo materiale e un’attenzione per le persone che lo circondano che non somiglia alla filantropia, somiglia piuttosto alla lealtà.
Chi lo conosce lo descrive riservato, modesto, gentile. Un industriale che porta la schiscetta in fabbrica come un operaio qualunque, che mangia nel suo ufficio davanti alla scrivania e che a Natale distribuisce personalmente il panettone e una bottiglia di Sangue di Giuda, il vino rosso dell’Oltrepò, a ogni singolo dipendente nel cortile dello stabilimento.
Un dettaglio minore forse, ma che racconta un modo di intendere l’impresa che non sopravviverà a chi l’ha inventato. Nel 1925 la famiglia si divide. Le sorelle Nedda e Gigina con il cognato Angelo Campiglio prendono il ramo sicuro, la fonderia tradizionale, le vasche, i radiatori, le cucine e fondano le fonderie Necchi Campiglio, la N.
Vittorio si tiene il rischio, le macchine per cucire. La scelta ha anche una geografia. Le sorelle gravitano verso Milano, dove il cognato Campiglio investe nell’immobiliare e nell’arte e dove nel 1932 l’architetto Piero Portaluppi costruirà per loro la celebre Villa Necchi Campiglio di via Mozart, quella in cui Luca Guadagnino girerà: “Io sono l’amore”.
Vittorio resta a Pavia, la fabbrica è la sua vita. Il rischio ripaga. Nel 1932 il direttore tecnico Emilio Cerri, un ingegnere arrivato dalla Fiat, un uomo che parla il linguaggio delle tolleranze e dei brevetti, progetta e brevetta un meccanismo che cambia la storia del settore, la bobina universale. La chiamano BU, è la prima macchina per cucire domestica a punto zigzag del mondo.
Lo zigzag significa cuciture elastiche per tessuti che si deformano, orli decorativi su biancheria e tovaglie, rammendi invisibili su calze e maglieria, tutto ciò che prima richiedeva un’artigiana esperta e ore di lavoro paziente o una macchina industriale dal costo proibitivo. Singer, il colosso americano che domina il pianeta, non offrirà lo zigzag ai consumatori prima del 1952, 20 anni dopo.
Due decenni di vantaggio tecnologico nati nella testa di un ingegnere e nelle fonderie di una città di provincia lombarda. La BU vende, vende in Italia, vende in Argentina, vende in tutti i mercati dell’immigrazione dove le donne italiane portano con sé l’abitudine di cucire i vestiti per la famiglia. La fabbrica cresce, lo stabilimento si allarga lungo il viale della Repubblica, inghiotte terreno, aggiunge capannoni, assume operai, centinaia, poi migliaia.
Pavesi e contadini della Lomellina e dell’Oltrepò che lasciano la campagna per la tuta blu. Negli anni ’30 la Necchi naviga il fascismo con il pragmatismo di chi ha bisogno dello Stato senza volerlo abbracciare. Vittorio viene nominato cavaliere del lavoro il 27 ottobre 1935. Mussolini visita la fabbrica di Pavia nel 1938 con la moglie Rachele.
Nella tenuta della Portalupa, la casa di caccia dei Necchi a Gambolò, restaurata dall’architetto Giancarlo Palanti, sfilano gerarchi ufficiali, membri di Casa Savoia per le battute di caccia. Vittorio non è un fascista ideologico, è un industriale cattolico discreto che sa stare nei rapporti giusti con il potere senza confondersi con il potere.
Poi arriva la guerra. E la guerra porta un momento che ha del cinematografico. L’8 settembre 1943, con l’armistizio e il caos che ne segue, Vittorio teme che i tedeschi requisiscano lo stabilimento, i macchinari, le scorte, i prodotti finiti. In una notte la direzione organizza un’operazione clandestina.
Più di 20.000 macchine da cucire completate, pronte per la vendita, vengono trasportate e nascoste in cantine, fienili e cascine della campagna pavese. 20.000 macchine disperse nel raggio di chilometri, sotterrate come un tesoro di guerra. E quando la guerra finisce, quel tesoro finanzia la rinascita. Nel 1948 il 67% della produzione Necchi, 75.000 macchine, va all’estero, più di un terzo nella sola Argentina, dove la comunità italiana chiede macchine italiane.
L’Italia, che non ha ancora inventato il miracolo economico, sta già esportando il suo saper fare attraverso un oggetto che ogni famiglia conosce, che ogni donna usa, che ogni corredo di nozze comprende. La macchina per cucire con il nome Necchi stampato in rilievo sulla ghisa nera. Vittorio ha 50 anni. La scommessa che la famiglia considerava follia ha funzionato, ma il meglio, il meglio assoluto deve ancora venire. Capitolo 3. La macchina più bella del mondo.
Nel 1953 arriva a Pavia un uomo che cambierà la Necchi in modo irreversibile. Si chiama Gino Martinoli. Nato Gino Levi, costretto a cambiare cognome dalle leggi razziali del 1938, fratello della scrittrice Natalia Ginzburg. Ha lavorato alla Olivetti di Ivrea. Ha visto da vicino come Adriano Olivetti ha trasformato una fabbrica di macchine per scrivere in un progetto di civiltà industriale, design, architettura, welfare aziendale, cultura, e porta alla Necchi la stessa ambizione che ha assorbito a Ivrea.
Non basta produrre macchine, bisogna produrre le macchine più belle e più avanzate del mondo e organizzare la fabbrica che le produce come un luogo degno delle persone che ci lavorano. Martinoli installa una catena di montaggio moderna finanziata con i fondi del piano Marshall, riorganizza i reparti, i flussi, la logistica.
Porta a Pavia i metodi che ha assorbito a Ivrea, la pianificazione razionale della produzione, l’attenzione alla qualità in ogni fase del montaggio, l’idea che una fabbrica efficiente è anche una fabbrica dove si lavora meglio. Gli operai che entrano nella nuova catena sentono la differenza.
Il ritmo è più veloce, ma il lavoro è più ordinato, gli spazi più puliti, l’illuminazione migliore. L’odore resta quello, ghisa calda, olio di macchina, vernice a forno dei reparti di smaltatura, ma la sensazione di entrare in un luogo moderno, competitivo, che sa dove sta andando è nuova, ma soprattutto Martinoli chiama a Pavia il designer che ha già dato forma all’Italia del dopoguerra.
Marcello Nizzoli, l’uomo che ha disegnato la Olivetti Lettera 22, la macchina per scrivere che è già un’icona mondiale del design industriale. Nizzoli accetta l’incarico e quello che ne esce tra il 1953 e il 1957 è probabilmente la più straordinaria sequenza di prodotti mai uscita da una singola fabbrica italiana di elettrodomestici.
Due macchine, due premi, due capolavori, e dietro ogni capolavoro le mani di centinaia di operai pavesi che fondono, torniscono, assemblano, smaltano, controllano perché il design di Nizzoli vive solo se la ghisa lo sostiene. La Supernova automatica, presentata tra il 1953 e il 1954, è la prima macchina da cucire domestica automatica della storia.
Un sistema di camme meccaniche programmabili, una memoria prima della memoria, un algoritmo prima dei microchip, guida l’ago attraverso punti decorativi e ricami che fino a quel momento richiedevano mani esperte e ore di lavoro paziente. Nizzoli le dà una forma che è pura scultura, ghisa e alluminio smaltato, curve che i collezionisti oggi chiamano organiche, un peso e una solidità che comunicano permanenza.
Un oggetto pensato per stare al centro della casa, non nascosto in un angolo. Ne verranno prodotte 204.500. Nel 1954, al primo compasso d’oro mai assegnato nella storia, il premio voluto da Gio Ponti e dalla Rinascente per onorare il disegno industriale italiano, la Supernova vince. La macchina per cucire di Pavia è il primo oggetto in assoluto a ricevere quel riconoscimento.
3 anni dopo, nel 1957, Nizzoli presenta la Mirella, modello 530. Alluminio pressofuso smaltato in colori pastello. Una curva unica e continua che scende dal braccio alla base come il gesto di una mano. Un rapporto tra pieni e vuoti che i critici paragonano alla scultura di Brancusi. La Mirella vince il secondo compasso d’oro e il Gran Premio alla 11ª Triennale di Milano.
L’anno seguente, nel 1958, il Museum of Modern Art di New York la accoglie nella collezione permanente, dono del produttore, numero di catalogo 202.1958, una macchina per cucire di Pavia esposta accanto ai capolavori dell’arte moderna del XX secolo, due compassi d’oro per una sola azienda.
In quegli stessi anni Sophia Loren, la donna più famosa d’Italia, posa chinata su una Supernova nel manifesto pubblicitario che copre le edicole della penisola. “La mia macchina per cucire è una Necchi”. La Mirella diventa il premio del concorso nazionale La Sposa d’Italia, 1958. Cucire con una Necchi non è più un compito domestico, è un atto di gusto, quasi di eleganza.
Il corredo nuziale che ogni sposa italiana prepara, le lenzuola, le tovaglie, le camicie da notte ricamate, si cuce sulla Necchi e la macchina stessa diventa parte del corredo, un oggetto che si porta nella nuova casa, come la biancheria e l’argenteria. Lo stabilimento di Pavia, intanto, è diventato una piccola città autosufficiente.
Più di 1000 macchine al giorno escono dai cancelli del viale della Repubblica, una ogni 60 secondi durante il turno di punta. La manodopera oscilla tra i 4.500 e i 6.500 addetti, a seconda delle fonti e delle stagioni produttive. Il sindaco Fracassi di Pavia ricorderà la cifra più alta, che è quella che la memoria collettiva della città ha conservato.
40 macchine per cucire su 100 prodotte in… (l’originale si interrompe qui)
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