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Com’era il cibo nell’Antica Roma 2.000 anni fa

Roma, circa duemila anni fa, rappresentava il cuore pulsante e il fulcro del dominio sul bacino del Mediterraneo. Tuttavia, dietro la grandiosità dei marmi, la complessità amministrativa e la potenza militare, la città doveva quotidianamente misurarsi con una sfida di proporzioni ciclopiche: nutrire centinaia di migliaia di persone. Se osserviamo l’immagine monumentale dell’Urbe, dominata da templi svettanti, archi di trionfo e la maestosità delle istituzioni, scopriamo che esisteva una realtà parallela, fatta di gesti ripetuti nell’oscurità dell’alba. Era una quotidianità caratterizzata dal rumore del pane impastato prima che sorgesse il sole, dal profumo denso di zuppe di cereali che sobbollivano nei bracieri, dall’asprezza del vino allungato con acqua e dall’odore pungente del pesce salato che permeava i vicoli. Le strade risuonavano delle grida dei venditori ambulanti, che offrivano olive, formaggi stagionati, legumi bolliti e frutti di stagione. Questo scenario non era solo un contorno, ma la sostanza vitale di una metropoli in costante movimento.

Il cibo nell’antica Roma non rappresentava soltanto una necessità fisiologica o una questione di gusto personale. Al contrario, costituiva un pilastro dell’ordine sociale, un potente strumento di affermazione politica e una linea di demarcazione netta tra la ricchezza smodata e la miseria più nera. Esso fungeva da memoria vivente del passato contadino, pur essendo il segno visibile della smisurata grandezza imperiale. Per comprendere realmente che cosa mangiassero i romani, è essenziale partire da un presupposto fondamentale: non è mai esistita una sola cucina romana, bensì un mosaico di abitudini alimentari stratificate.

Esisteva, infatti, una netta distinzione tra la tavola modesta del lavoratore, quella più varia e attenta dell’artigiano benestante, quella rustica e povera delle campagne, quella rumorosa e affollata delle taverne e, all’estremo opposto, il banchetto ostentato e opulento delle élite, dove il cibo si trasformava in vero e proprio spettacolo, divenendo una dichiarazione di prestigio e potere. Eppure, nonostante le abissali differenze di censo, rimaneva una base comune che univa l’intero tessuto sociale. La civiltà romana si nutriva, prima di ogni altra cosa, di cereali, olio, vino, legumi, ortaggi freschi e di tutto ciò che il vasto impero riusciva a far confluire nella capitale. Quando il pensiero corre alla gastronomia dell’antica Roma, l’immaginazione si sposta spesso verso banchetti mitici, imbanditi con vassoi d’argento, salse elaborate con ingredienti esotici e piatti eccentrici celebrati dagli autori antichi; tuttavia, bisogna sottolineare che tale sfarzo rappresentava l’eccezione, non la regola.

La stragrande maggioranza dei romani viveva in condizioni di estrema semplicità e la loro alimentazione era dettata da una necessità pragmatica. Il popolo di Roma mangiava per sostenere la fatica del lavoro, per placare il tormento della fame e per riuscire ad affrontare la giornata. Il lusso, per la maggior parte della popolazione, rimaneva un concetto lontano, quasi astratto. Nelle case modeste e nelle insulae – i grandi edifici a più piani che ospitavano gran parte della popolazione urbana – spesso mancavano cucine domestiche vere e proprie. Il rischio di incendi devastanti, la carenza di spazio vitale e la difficoltà di approvvigionamento idrico rendevano proibitiva la preparazione complessa dei pasti tra le mura domestiche.

Per questo motivo, una parte consistente della popolazione acquistava il cibo già pronto o preparava pasti estremamente elementari. La base della dieta era costituita dai cereali, trasformati in pane, focacce o nella puls, una sorta di pappa densa e nutriente ottenuta facendo bollire farro, orzo o altri grani spezzati. A questa base si aggiungevano olive, formaggio, cipolle, cavoli, fave, ceci, lenticchie e, quando la stagione lo permetteva, un po’ di frutta fresca. La carne non era certamente assente, ma per la maggior parte degli abitanti non costituiva un alimento quotidiano. Il suo consumo era strettamente correlato alla disponibilità economica, alle occasioni speciali, alle festività religiose e alle generose distribuzioni pubbliche volute dall’autorità imperiale.

In altre parole, la Roma reale consumava pasti molto meno grandiosi di quanto la fama della sua aristocrazia possa suggerire. Proprio per questo motivo, il cibo racconta con una precisione straordinaria il funzionamento profondo della società romana. Chi possedeva l’accesso alla varietà, alla quantità e alla raffinatezza non stava semplicemente meglio, ma occupava visibilmente uno scalino superiore nella rigida gerarchia sociale. La giornata alimentare dei Romani, specialmente durante il periodo imperiale, si articolava in tre momenti scanditi dalle esigenze lavorative e sociali. Il primo era lo ientaculum, il pasto mattutino. Non dobbiamo immaginarlo come una colazione ricca o elaborata, bensì come un momento rapido e funzionale: un pezzo di pane, talvolta inzuppato nel vino per gli adulti o nel latte per i bambini, accompagnato da un po’ di formaggio fresco, qualche oliva, fichi secchi o un filo di miele, se il budget lo consentiva. Era un pasto pensato per dare energia, senza interrompere i ritmi frenetici dell’inizio giornata.

Il secondo momento era il prandium, consumato generalmente a metà giornata. Anche in questo caso, non si trattava sempre di un pasto formale; molti lavoratori lo saltavano o si accontentavano di spuntini veloci: pane, legumi, resti del giorno precedente, frutta o, raramente, un po’ di carne fredda o pesce conservato. Nelle zone urbane, chi lavorava fuori casa faceva affidamento su quello che riusciva a reperire presso le numerose botteghe e i venditori ambulanti. Tuttavia, il vero centro dell’alimentazione romana era la cena, il pasto consumato nel tardo pomeriggio o durante la sera. Per i ceti meno abbienti, la cena poteva restare un pasto sobrio, ma era senza dubbio il momento più nutriente e sostanzioso dell’intera giornata.

Per la classe dirigente e i ricchi, invece, la cena si trasformava spesso nel convivium: un banchetto lungo, complesso e fortemente ritualizzato, dove il cibo si accompagnava alla conversazione filosofica, all’abbondanza di vino, a una gerarchia rigida nei posti a sedere e a un’esplicita ostentazione di ricchezza. Questa struttura dei pasti ci rivela un mondo profondamente diverso dal nostro: il mattino non era il regno dell’abbondanza, il mezzogiorno non possedeva sempre una funzione centrale, e il vero fulcro del mangiare avveniva solo quando le incombenze lavorative giungevano al termine. Era una scansione dettata dalla vita pratica, dal ciclo della luce solare e dalle esigenze di una società dove gran parte dell’esistenza si svolgeva negli spazi pubblici.

Se dovessimo eleggere un solo protagonista indiscusso dell’alimentazione romana, la scelta non ricadrebbe sulla carne, né sul pesce o sul vino, ma indubbiamente sul cereale. Per secoli, l’intera civiltà romana si è retta su un complesso sistema di campi coltivati, immensi granai, mulini, forni e distribuzioni capillari di grano. Il pane, in particolare durante l’età imperiale, divenne il simbolo stesso della vita urbana. Tuttavia, prima ancora della diffusione del pane lievitato, la puls rappresentava uno degli alimenti più antichi e caratterizzanti di Roma. Era una preparazione quasi austera, basata su grani spezzati o farina grossolana, cotti in acqua fino a ottenere una massa densa, spesso arricchita con latte, erbe aromatiche, legumi, formaggio o grassi. Nonostante non fosse un cibo elegante, era estremamente nutriente, economico e versatile, rendendolo la colonna portante della dieta popolare. Il farro, in particolare, godeva di un’importanza simbolica sacrale, poiché i romani lo associavano direttamente alle origini più remote e virtuose della loro civiltà. Anche quando il frumento divenne l’alimento principale, il farro continuò a evocare un passato austero, quasi morale, profondamente legato alla tradizione dei padri e alla semplicità contadina.

Con il passare del tempo, la cultura del pane si affinò notevolmente. Nelle città sorsero numerosi forni specializzati e il pane assunse forme, consistenze e qualità differenti. Esisteva il pane bianco, raffinato e costoso, destinato esclusivamente alle tavole dei più ricchi, contrapposto al pane più scuro, grezzo e comune tra i ceti popolari. Si trovavano focacce di ogni tipo, pane schiacciato e impasti arricchiti con olio, latte, semi, spezie profumate o grassi animali. In una metropoli vasta come Roma, il pane non era solo un alimento, ma un elemento di sicurezza, una garanzia di pace sociale e un fondamentale strumento politico. Non a caso, il potere imperiale comprese rapidamente che controllare il grano significava controllare l’umore della capitale e, di conseguenza, la stabilità dell’impero. Sotto questo aspetto, il cibo non era mai un elemento neutrale: ogni pagnotta raccontava visibilmente il legame inscindibile tra le province lontane, le campagne produttive e il centro del potere.

Accanto ai cereali, il secondo pilastro fondamentale della cucina romana era rappresentato dal mondo vegetale. Fave, ceci, lenticchie, piselli e lupini erano essenziali nella dieta quotidiana di gran parte della popolazione. Questi legumi fornivano sostentamento, si conservavano con facilità per lunghi periodi, costavano significativamente meno della carne e potevano essere trasformati in zuppe, pappe, purè, farine o utilizzati come ripieni. In una società in cui lo spettro della fame era una presenza sempre incombente, i legumi costituivano una reale forma di sicurezza alimentare. Lo stesso valeva per gli ortaggi: cavoli, lattughe, porri, cipolle, aglio, rape, barbabietole, cetrioli, asparagi e molte altre varietà comparivano costantemente sulle tavole. I romani apprezzavano profondamente le insalate condite con olio, aceto e sale, ma consumavano le verdure anche cotte, bollite, stufate o incorporate in preparazioni più complesse e ricche.

Nelle campagne, quasi ogni famiglia gestiva un piccolo orto, e persino nei sobborghi o presso le ville, gli spazi verdi erano parte integrante dell’architettura domestica. Molti esponenti delle classi sociali elevate amavano ostentare la propria competenza agricola, come se il legame con la terra conservasse un valore morale superiore, anche quando la loro ricchezza proveniva ormai dalla gestione imperiale e dalla politica. Questa costante presenza di orti e legumi ci ricorda che la cucina romana era molto più radicata nella logica mediterranea tradizionale di quanto spesso si creda. Non si trattava di una gastronomia costruita innanzitutto sulla carne, ma su un equilibrio armonioso tra cereali, verdure, olio d’oliva, erbe aromatiche e prodotti conservabili. Proprio in questa sobrietà quotidiana risiedeva una parte essenziale della forza di quella civiltà.

Roma non era una città in cui tutti cucinavano tranquillamente all’interno delle mura domestiche. Per gran parte degli abitanti, il cibo era qualcosa che si acquistava già pronto. Le insulae, in cui risiedeva la maggioranza della popolazione, presentavano condizioni di vita estremamente difficili, con spazi angusti, pochi comfort e un rischio di incendio costante. In questo contesto, il cibo di strada e i locali pubblici acquisirono un’importanza vitale. Nelle tabernae si vendevano generi vari, nelle botteghe si trovavano pane e dolci, mentre nei thermopolia o nelle popinae era possibile acquistare vivande calde, vino e piatti pronti semplici. Il bancone in muratura, con grandi recipienti incassati, è diventato uno dei simboli più iconici della ristorazione romana. Lì, il cliente poteva trovare zuppe fumanti, legumi cotti, vino, carne arrostita, pane, olive e altri cibi pronti al consumo.

Questi luoghi erano pratici, rumorosi e popolari. Pur mancando dell’eleganza raffinata del banchetto aristocratico, costituivano il cuore pulsante dell’alimentazione urbana. Qui si incrociavano schiavi, lavoratori, artigiani, viaggiatori frettolosi e persone prive di una vera cucina. Mangiare fuori casa, per molti romani, non era una scelta occasionale dettata dal momento, ma rappresentava una vera e propria normalità quotidiana. Questo dettaglio modifica profondamente la nostra immagine del mondo romano: la grande capitale dell’impero non viveva solo di ville patrizie e sale da pranzo riccamente decorate, ma anche di venditori ambulanti, forni affollati, fumo di cucina, pentole comuni e pasti consumati in piedi o seduti su sgabelli precari. Sotto questo aspetto, Roma appare sorprendentemente moderna, una metropoli in cui il ritmo frenetico della vita urbana generava una vasta e articolata economia del cibo pronto.

La carne occupava un posto di rilievo nell’immaginario collettivo romano, sebbene il suo consumo fosse irregolare e strettamente segnato dalla condizione sociale. Il maiale era probabilmente la carne più apprezzata e diffusa. Da esso si ricavava praticamente tutto: prosciutti stagionati, salsicce speziate, interiora saporite, carni arrostite, pezzi lessati e grasso animale indispensabile per la cucina. Per le classi abbienti, il maiale poteva comparire in preparazioni estremamente elaborate e scenografiche. Per i meno ricchi, invece, entrava in tavola solo in determinate occasioni o in porzioni limitate. Anche pecora, capra e pollame erano ampiamente presenti, mentre la carne bovina risultava meno centrale. Il motivo era prettamente pratico: buoi e vacche possedevano un valore elevatissimo come forza motrice per il lavoro agricolo e come risorsa di latte, rendendo economicamente svantaggioso il loro abbattimento per il solo consumo alimentare.

Una quota significativa del consumo di carne derivava, inoltre, dal rito del sacrificio religioso. Durante le cerimonie e le feste pubbliche, gli animali offerti agli dei venivano, in parte, distribuiti e consumati dai fedeli. La religione, dunque, non era affatto separata dall’alimentazione, ma contribuiva concretamente a determinare quando e come gran parte della popolazione potesse accedere a tale risorsa.

Il pesce rappresenta un altro aspetto fondamentale e affascinante della cucina romana. Sebbene inizialmente fosse meno rilevante, con l’espansione marittima e il costante contatto con le culture del Mediterraneo, la sua presenza aumentò drasticamente. Tuttavia, esisteva una distinzione marcata tra il pesce destinato al consumo comune e quello di prestigio. Le classi elevate svilupparono un gusto sofisticato per alcuni prodotti ittici pregiati: molluschi, ostriche e determinate specie rare allevate appositamente in vasche artificiali. Alcuni aristocratici giunsero a trasformare l’allevamento del pesce in un simbolo estremo di lusso, facendo costruire piscine collegate direttamente al mare presso le loro ville costiere. Ancora una volta, il cibo si faceva linguaggio sociale: mangiare per sfamarsi era una cosa, mangiare per stupire gli ospiti era tutta un’altra faccenda.

Se esiste un elemento che oggi può sorprendere chi immagina la cucina romana come pesante o monotona, è l’uso sapiente dei condimenti. I romani amavano profondamente insaporire le pietanze e uno dei protagonisti assoluti era il garum, una salsa ottenuta attraverso la fermentazione di pesce e interiora di pesce in salamoia. Sebbene il procedimento possa sembrare brutale e l’odore intenso al nostro olfatto moderno, il risultato era ricercatissimo. Il liquido ottenuto possedeva una complessità salata incredibile e veniva utilizzato praticamente ovunque: sulle verdure, sulla carne, sul pesce, nelle salse e persino nelle zuppe. Accanto al garum, il grande collante della cucina era l’olio d’oliva. Serviva per condire, cuocere, conservare e dare corpo ai piatti, rappresentando uno dei prodotti fondamentali dell’economia mediterranea romana, insieme al vino e al grano.

Anche le olive stesse venivano consumate spesso, sia come pasto semplice che come ingrediente per paste e salse. L’aceto occupava a sua volta un ruolo centrale: rinfrescava, correggeva i sapori, rendeva più vibranti le insalate e veniva utilizzato nelle bevande. A questo si aggiungevano le erbe aromatiche: coriandolo, menta, aneto, finocchio, ruta, cumino, timo, origano e molte altre essenze venivano utilizzate per creare combinazioni di gusto che a volte risultano lontane dal palato moderno. I Romani amavano mescolare sapientemente il salato con l’acidulo, l’aromatico con la dolcezza naturale del miele, il grasso con la nota pungente delle erbe. In questa ricerca costante del contrasto si manifesta tutta la complessità della loro cucina: non era una gastronomia ingenua, ma un sistema di sapori preciso, raffinato e costruito su abitudini diverse dalle nostre, ma non per questo meno elaborate.

La tavola romana non si concludeva necessariamente con il salato. Frutta fresca e secca occupavano uno spazio di rilievo, in particolare fichi, uva, mele, pere, melograni, datteri, noci, nocciole, mandorle e castagne. Alcuni di questi frutti venivano consumati quotidianamente, mentre altri comparivano come elementi pregiati durante i banchetti. L’uva, in particolare, aveva un valore speciale, non solo come frutto fresco, ma come base per la produzione di vino, mosto e aceto, tutti fondamentali in cucina. Anche il formaggio era diffusissimo: di pecora, capra o vacca, compariva nella dieta di poveri e ricchi, mangiato fresco o stagionato, da solo, con il pane e il miele, o trasformato in creme e salse saporite.

Le uova erano altrettanto comuni e potevano essere bollite, fritte, cotte al forno o incorporate in molteplici preparazioni; per i Romani rappresentavano spesso l’apertura ideale del pasto. Quando si parla di dolci, bisogna dimenticare l’idea moderna di pasticceria. Lo zucchero era una sostanza rarissima e sostanzialmente marginale. La vera dolcezza del mondo romano era il miele. Esso donava rotondità ai dessert, alle focacce, alle palline di impasto fritto, ai formaggi e alla frutta. Esistevano dolci a base di farina, formaggio, miele e semi di papavero, oppure preparazioni stratificate di chiara origine greca, che i Romani avevano accolto e adattato al proprio gusto. È importante ricordare, però, che la frontiera tra dolce e salato era molto meno netta della nostra: miele, aceto, erbe aromatiche e sale potevano convivere nello stesso universo di sapori. Per questo la cucina romana, quando osservata da vicino, appare contemporaneamente familiare e profondamente straniante: molti ingredienti sono i medesimi, ma la loro logica di combinazione segue percorsi del tutto diversi.

Parlare di cibo romano senza soffermarsi sul vino sarebbe impossibile. Il vino era letteralmente onnipresente. Lo bevevano i ricchi e i poveri, i soldati e i cittadini, gli uomini e, pur con diverse regole e convenzioni sociali, anche le donne. Tuttavia, non dobbiamo immaginarlo come il vino moderno. Spesso veniva diluito con acqua, servito con aggiunte, corretto con miele, resine, erbe aromatiche o spezie. Bere vino puro, senza alcuna mescolanza, poteva essere giudicato rozzo o eccessivo in molti contesti culturali. Esistevano vini di qualità estrema, da quelli più ordinari destinati al consumo quotidiano fino ai celebri vini pregiati, conservati a lungo e riservati alle mense più elevate. Il vino non era solo una bevanda, ma una componente essenziale della convivialità, della sfera religiosa, del commercio, della medicina e persino dell’identità romana.

L’acqua, di per sé, non sempre veniva considerata sicura o sufficiente. In alcune situazioni, il vino opportunamente diluito era percepito come un’opzione più gradevole e affidabile per l’organismo. Esistevano anche bevande più semplici, basate su acqua e aceto, utili per rinfrescare e reintegrare le forze durante la giornata. Il gesto del bere, esattamente come quello del mangiare, rifletteva la posizione sociale di chi lo compiva. Nei convivia, il vino seguiva un rituale preciso, con tempi, coppe specifiche e modi di servizio che scandivano l’intera serata. Nella vita comune, invece, rimaneva soprattutto un compagno fedele del pane e del lavoro, meno teatrale, ma altrettanto centrale.

Se la tavola del popolo raccontava le necessità quotidiane, quella delle élite narrava il prestigio. Nei banchetti delle classi alte, il cibo cessava di essere mero nutrimento e si trasformava in un messaggio politico e sociale. Gli ospiti non si sedevano come in una cena moderna, ma si disponevano sdraiati, secondo un ordine gerarchico che rifletteva lo status, l’onore e il potere. Le portate si susseguivano con estrema lentezza e ogni dettaglio comunicava la potenza del padrone di casa: la qualità pregiata delle stoviglie, la rarità degli ingredienti provenienti dai confini dell’impero, il numero impressionante dei servitori, la raffinatezza delle salse, l’originalità delle ricette e la capacità del padrone di casa di sorprendere, o addirittura scandalizzare, gli invitati.

Gli autori antichi, non di rado, osservano questo lusso sfrenato con un misto di fascino irresistibile e disgusto morale. Da un lato, la straordinaria disponibilità di prodotti provenienti da ogni angolo del mondo conosciuto dimostrava l’invincibile potenza di Roma. Dall’altro, l’eccesso appariva come un sintomo inequivocabile di decadenza morale. In tal modo, la cucina aristocratica diventava un vero e proprio campo di battaglia ideologico. Molti scrittori contrapponevano la semplicità severa degli antenati alla raffinatezza molle dei contemporanei. In questa tensione si percepisce un tratto distintivo della cultura romana: l’ammirazione per la grandezza imperiale unita al timore ancestrale che la ricchezza potesse corrodere le virtù che avevano edificato la Repubblica. I banchetti delle élite, dunque, non sono solo curiosità gastronomiche, ma specchi della politica, della moralità e della competitività sociale. Mangiare bene, in quei contesti, significava soprattutto essere visti mentre si mangiava meglio di tutti gli altri.

Nessuna civiltà che concentri una tale massa di popolazione in un unico spazio urbano può permettersi di sottovalutare il problema dell’approvvigionamento alimentare. Roma dipendeva da una macchina logistica gigantesca. Il grano arrivava con regolarità dalla Sicilia, dal Nord Africa, dall’Egitto e da molte altre regioni dell’impero. Navi cariche solcavano il Mediterraneo, i magazzini venivano riempiti, i funzionari controllavano meticolosamente le scorte e gli imperatori intervenivano personalmente nelle dinamiche del mercato. Tutto questo perché un’interruzione nei rifornimenti non avrebbe significato solo una temporanea scarsità, ma avrebbe potuto innescare agitazione sociale, disordine pubblico e la rabbia violenta del popolo.

Ecco perché la distribuzione del grano ai cittadini assumeva un valore politico di proporzioni enormi. Non si trattava di semplice assistenza, ma di una chiara strategia di governo. Distribuire il pane significava acquistare stabilità, costruire consenso e presentarsi come garanti assoluti della sopravvivenza collettiva. A Roma, il cibo era politica in forma visibile. L’impero, in un certo senso, finiva ogni giorno sulla tavola dei romani sotto forma di pane, olio, vino, salsa di pesce, spezie, frutta secca e animali importati da province lontane. La cucina, quindi, non era un dettaglio privato, ma uno degli spazi in cui la vastità imperiale si traduceva in esperienza quotidiana vissuta. Persino il cittadino più povero, mangiando il pane della distribuzione pubblica o acquistando alimenti arrivati da migliaia di chilometri, partecipava inconsapevolmente a una rete economica immensa e complessa. Per questo motivo, la storia del cibo è, a tutti gli effetti, la storia stessa dell’impero.

In definitiva, osservare la dieta dell’antica Roma significa osservare la natura stessa di Roma. Nella sua cucina convivono austerità e lusso, memoria contadina e spirito cosmopolita, semplicità quotidiana e desiderio incessante di stupire. Il pane racconta la dipendenza dai cereali e il ruolo dello Stato; i legumi e gli ortaggi parlano della sobrietà di fondo che caratterizzava la dieta; la carne e il pesce rivelano le incolmabili disuguaglianze sociali; il garum e le erbe mostrano una cultura del gusto sorprendentemente complessa; il vino accompagna ogni livello della società; il banchetto aristocratico trasforma il momento del mangiare in una rappresentazione teatrale.

Tuttavia, l’aspetto forse più interessante risiede altrove. La cucina romana dimostra che, anche in un impero di dimensioni ciclopiche, la vita concreta si giocava su gesti elementari e universali: impastare, bollire, salare, conservare, dividere, offrire e distribuire. Il cibo fungeva da ponte tra il contadino e il senatore, tra la provincia lontana e la capitale centrale, tra il sacrificio rituale e la fame urbana, tra la ricchezza privata e l’intervento pubblico. In questo intreccio inscindibile di necessità materiale e significato simbolico si rivela la forza duratura della civiltà romana. Molti sapori si sono persi nel tempo, molte abitudini ci risultano estranee, ma la logica profonda che guidava il rapporto tra l’uomo e il nutrimento ci è ancora incredibilmente vicina. Anche oggi, infatti, il cibo continua a definire l’identità, lo status, la memoria, il potere e il senso di appartenenza. Per questo motivo, la tavola di Roma non appartiene soltanto a un passato remoto. È uno specchio antico e mai appannato, nel quale il Mediterraneo e, in parte, anche noi stessi, possiamo ancora riconoscerci.