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Auto elettriche: la Francia e altri sei paesi si oppongono a Germania e Italia

Auto elettriche: la Francia e altri sei paesi si oppongono a Germania e Italia

Coloro che sono favorevoli a una rapida elettrificazione del parco veicoli si oppongono fermamente ai tentativi di Berlino e Roma di rivedere al ribasso gli obiettivi fissati per il 2035. Per loro, la flessibilità concessa ai produttori deve rimanere “strettamente limitata”.

Per i sette paesi firmatari del testo, rallentare l'elettrificazione sarebbe "un errore strategico".

La Francia non accetterà una revisione al ribasso della traiettoria di elettrificazione del parco veicoli europeo, e non è la sola a pensarla così. In un documento firmato da altri sei Paesi, visionato da Les Echos, Parigi ritiene che mettere in discussione le recenti proposte della Commissione sull’obiettivo del 2035 sarebbe “un errore strategico” e delinea diverse linee rosse nei negoziati in corso.

Questo testo rappresenta una risposta all’attivismo di diversi paesi, tra cui Italia e Germania, che ritengono insufficienti gli emendamenti proposti dalla Commissione a metà dicembre all’obiettivo del 100% di energia elettrica entro il 2035. Tali paesi intendono sfruttare l’esame del testo in seno al Consiglio e al Parlamento europeo per ottenere le concessioni finora mancate.

Il cuore politico ed economico dell’Unione Europea è scosso da una delle faglie più profonde e complesse degli ultimi decenni. Al centro della disputa si trova il destino dell’industria automobilistica, un settore che non rappresenta solo una fetta monumentale del Prodotto Interno Lordo del vecchio continente, ma che definisce l’identità stessa della manifattura occidentale. La decisione di azzerare le emissioni di anidride carbonica per le nuove vetture entro il 2035 ha smesso di essere un semplice traguardo ecologico per trasformarsi in un terreno di scontro geopolitico e industriale senza precedenti. Da un lato, un’alleanza guidata da Francia e Spagna, sostenuta da altre cinque nazioni, spinge per un’applicazione rigorosa e senza sconti del bando ai motori a combustione interna. Dall’altro, i giganti storici della produzione automobilistica tradizionale, Germania e Italia, lottano strenuamente per ridefinire i confini di questa rivoluzione, invocando flessibilità e il principio della neutralità tecnologica.

La posizione del blocco intransigente, capitanata da Parigi, si fonda sulla necessità di dare certezze definitive al mercato e agli investitori. Secondo la visione dei sostenitori della linea dura, qualsiasi esitazione o rinvio della scadenza del 2035 rischierebbe di mandare un segnale profondamente errato a una filiera che ha già stanziato miliardi di euro per la riconversione all’elettrico. Modificare le regole del gioco in corsa, secondo i rappresentanti francesi e spagnoli, significherebbe condannare l’Europa all’irrilevanza strategica, lasciando campo libero ai colossi asiatici, in particolare a quelli cinesi, che godono già di un vantaggio competitivo stimato tra i cinque e i dieci anni nello sviluppo e nella produzione di batterie di ultima generazione. La difesa dell’ambiente si sposa così con una precisa strategia di sopravvivenza economica: accelerare per non essere travolti.

La resistenza opposta da Roma e Berlino si muove invece su binari profondamente diversi, legati alla tutela del tessuto produttivo interno e alla salvaguardia dei livelli occupazionali. I governi di Italia e Germania sottolineano come una transizione forzata verso una sola ed esclusiva tecnologia, quella delle batterie elettriche pure, rappresenti un rischio enorme per un comparto che impiega milioni di lavoratori e che si basa su una catena di fornitura altamente specializzata nella meccanica di precisione. La richiesta comune avanzata dai due paesi non è un rifiuto della decarbonizzazione, bensì la richiesta di un approccio più morbido, che includa e valorizzi i carburanti alternativi e rinnovabili, come gli e-fuel e i biocarburanti. Questa soluzione permetterebbe di mantenere in vita i motori a combustione interna azzerando l’impatto climatico complessivo, salvando al contempo un patrimonio industriale inestimabile.

Le tensioni istituzionali sono emerse con forza durante i tavoli di negoziazione a Bruxelles, dove il fronte dei sette paesi contrari a ogni forma di proroga ha espresso una netta chiusura verso i tentativi italo-tedeschi di riaprire i dossier già concordati. Sebbene la Presidenza della Commissione Europea abbia mostrato in passato segnali di apertura verso una parziale revisione tecnica del regolamento sulle emissioni, l’ostruzionismo dei paesi favorevoli al “tutto elettrico” rischia di creare uno stallo istituzionale dalle conseguenze imprevedibili. La disponibilità a valutare piccole flessibilità da parte di Francia e Spagna è subordinata a una condizione non negoziabile: tali concessioni devono servire unicamente a rafforzare la competitività europea complessiva e non possono in alcun modo indebolire o diluire gli obiettivi ambientali originari.

Il paradosso di questa frattura interna risiede nel fatto che entrambe le fazioni invocano la competitività economica come argomento principale a sostegno delle proprie tesi. Da una parte, l’asse franco-spagnolo accusa Roma e Berlino di miopia industriale, sostenendo che l’unico modo per competere a livello globale sia accettare la sfida dell’elettrificazione totale, spingendo marchi storici come Renault e Stellantis a completare un percorso coraggioso già avviato. Dall’altra parte, i ministeri dello sviluppo economico di Italia e Germania avvertono che imporre scadenze troppo rigide, specialmente per le flotte aziendali e i veicoli commerciali pesanti, finirà per gravare su cittadini e imprese con costi insostenibili, distruggendo la competitività del sistema produttivo europeo prima ancora che la rete infrastrutturale sia pronta ad accogliere una mobilità interamente elettrificata.

Mentre la politica discute e si divide in fazioni contrapposte, il mercato reale si trova a fare i conti con un forte rallentamento della domanda di veicoli elettrici da parte dei consumatori, frenati da prezzi di listino ancora elevati e da una rete di ricarica che viaggia a velocità drammaticamente diverse tra il nord e il sud dell’Europa. Questo scenario rende il dibattito attuale ancora più acceso e urgente. La decisione che l’Unione Europea prenderà nelle prossime sessioni non determinerà soltanto quali automobili guideremo nei prossimi decenni, ma sancirà quale visione economica e sociale guiderà il continente: un’accelerazione ecologica radicale e centralizzata o una transizione pragmatica guidata dalle logiche di mercato e dalla pluralità tecnologica.