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Perché l’Italia corre il rischio di andare in crisi in pochi giorni

Perché l’Italia corre il rischio di andare in crisi in pochi giorni

Il mito di Cassandra, la figlia di Priamo a cui fu concesso il dono della profezia ma negata la possibilità di essere creduta, è la metafora perfetta per descrivere la condizione attuale dell’Italia. Un Paese che, nonostante il suo status di ottava economia mondiale e seconda potenza manifatturiera d’Europa, vive in una condizione di vulnerabilità sistemica che la politica preferisce ignorare finché non si trasforma in un’emergenza conclamata.

La crisi della raffineria ISAB di Priolo nel 2022, che ha rischiato di paralizzare gran parte del Sud Italia, è solo l’ultimo di una lunga serie di campanelli d’allarme rimasti inascoltati per vent’anni. La nostra economia, definita come “paese trasformatore”, si regge su un paradosso fondamentale: importiamo quasi la totalità delle materie prime e dell’energia per trasformarle in prodotti ad alto valore aggiunto che tutto il mondo ci invidia. È un modello di successo straordinario, a patto che il mondo rimanga stabile. Ma cosa succede quando le catene di approvvigionamento si spezzano o le rotte si chiudono?

L’energia rimane il tallone d’Achille più scoperto. Dall’abbandono della visione strategica di Enrico Mattei, che cercava un’autonomia energetica diretta, l’Italia ha progressivamente sostituito la pianificazione di lungo periodo con il criterio del “compriamo dal più conveniente”. Oggi dipendiamo per l’80% dal fabbisogno energetico estero, con un’esposizione al gas naturale che ci rende ostaggi di fornitori politicamente instabili, dall’Algeria al Qatar, passando per l’Azerbaigian. Il tutto in un contesto dove il nucleare è stato archiviato da due referendum emotivi, costringendoci a importare energia elettrica prodotta dai vicini, pagandola a prezzi che non controlliamo.

Non va meglio sul fronte logistico. L’Italia, cuore del Mediterraneo, non controlla i passaggi chiave di questo bacino. Il Canale di Suez, vitale per il 45% del nostro commercio marittimo, è diventato una variabile incontrollabile, come dimostrato dai blocchi della Evergiven o dagli attacchi degli Houthi. Quando le rotte si ingolfano, i prezzi dei noli salgono e la nostra industria, che lavora “senza magazzino”, subisce lo shock immediatamente. A differenza di Paesi come la Francia o la Germania, che hanno sbocchi su più mari o rotte terrestri sicure, noi siamo intrappolati in un corridoio marittimo la cui sicurezza dipende da decisioni prese a Washington, Teheran o Pechino.

Il vero dramma non è la mancanza di soluzioni, ma la “sindrome di Cassandra”: le vulnerabilità sono documentate, note ai ministeri, analizzate nei report tecnici da decenni. Eppure, le riforme necessarie sono costose e, soprattutto, impopolari. Nessun governo ragiona oltre l’orizzonte dei 4-5 anni della legislatura. Si preferisce la versione rapida e scenografica della soluzione — un accordo di facciata, un sussidio temporaneo — piuttosto che investire in un mix energetico serio o in una politica industriale di lungo termine.

Mentre il mondo si polarizza e le tensioni geopolitiche trasformano le catene di fornitura in armi politiche, la finestra di relativa stabilità che ha protetto l’Italia dagli anni ’90 a oggi si sta chiudendo. Continuare a ignorare i segnali non è più solo una scelta politica; è un rischio esistenziale. Le “anticassandre” di turno, che promettono soluzioni semplici e immediate per conquistare il consenso, sono il pericolo più grande: ci vendono rassicurazioni mentre il sistema scricchiola. È giunto il momento di smettere di cercare risposte facili e iniziare, finalmente, a costruire una strategia Paese che sopravviva oltre la prossima campagna elettorale.