Kostyantynivka sotto assedio: la verità che la propaganda non vuole ammettere
La narrazione mediatica degli ultimi giorni sta disegnando un quadro dell’Ucraina come un Paese in ripresa, capace di ribaltare le sorti del conflitto a proprio favore. Tuttavia, chiunque si prenda la briga di guardare oltre le veline della propaganda ufficiale — leggendo direttamente i rapporti dell’ISW o analizzando i movimenti tattici reali — si accorgerà di una realtà ben più cruda e allarmante. La città di Kostyantynivka è ormai praticamente sotto assedio, un disastro tattico che viene sistematicamente minimizzato per evitare di incrinare l’immagine di un’Ucraina inarrestabile.
L’attacco massiccio di droni su San Pietroburgo, che ha visto centinaia di velivoli sorvolare diverse regioni russe, non può essere interpretato solo come una manovra militare strategica. È, innegabilmente, una clamorosa operazione di distrazione. Serve una cortina fumogena per nascondere il crollo delle linee di difesa ucraine al fronte. Serve tenere alta l’attenzione mediatica per evitare che l’opinione pubblica dei Paesi finanziatori si renda conto dell’inefficacia delle strategie adottate finora. Zelensky invia lettere, invoca incontri, ma la sostanza resta una guerra che prosegue con intensità sempre maggiore, nonostante le rassicurazioni di Kiev.
E mentre il fronte cede, la politica europea annaspa. La recente pantomima della Presidente del Consiglio italiana Meloni, che ha disertato il vertice sull’Ucraina per dedicarsi ad altre questioni — evitando così di allinearsi acriticamente con il gruppetto composto da Francia, Germania e Gran Bretagna — è sintomatica di un’Europa divisa e priva di una strategia unitaria. Questi leader, i cui consensi interni sono ai minimi storici, si incontrano tra loro — escludendo persino gli Stati Uniti — per negoziare una “verità” che possa essere venduta alle rispettive popolazioni come un successo diplomatico, quando in realtà è solo una foto-opportunità utile a coprire un fallimento strutturale.
La situazione sul campo è testimoniata da una terminologia sempre più creativa utilizzata per non ammettere l’avanzata russa. Ora non si parla più di “avanzate”, ma di “infiltrazioni”, un termine scelto ad hoc per sminuire la perdita di territori strategici. Si racconta che le forze ucraine stiano rispondendo bene, che la logistica russa sia sotto controllo, che i rifornimenti nemici siano stati tagliati; ma sono le stesse storielle che venivano raccontate per Pokrovsk, poco prima che la situazione precipitasse definitivamente.

La verità è che l’opinione pubblica è stata imboccata per troppo tempo con la narrazione del “buono che vince contro il cattivo”. Una narrazione che oggi, di fronte alla realtà del terreno, sta crollando miseramente. L’attacco su San Pietroburgo è arrivato quasi in contemporanea con il rifiuto di Putin di accettare la lettera diplomatica di Zelensky: come se il leader ucraino sapesse già che la sua mossa sarebbe stata respinta, utilizzandola come nuovo pretesto per legittimare un’escalation nei bombardamenti. È un gioco cinico, in cui la diplomazia viene ridotta a un semplice strumento di propaganda, mentre la guerra vera — quella fatta di trincee e distruzione — continua a consumare vite umane, lontano dai riflettori del consenso politico. In questo scenario di caos, la lucidità resta l’unica arma per comprendere cosa accadrà domani.
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