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IL MISTERO SCONVOLGENTE DIETRO “LET US MAKE MAN” CHE LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE HA FRAINTSO

IL MISTERO SCONVOLGENTE DIETRO “LET US MAKE MAN” CHE LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE HA FRAINTSO

La pioggia batteva furiosa contro le vetrate istoriate del salone principale della villa di famiglia, un’imponente e cupa dimora isolata sulle colline bagnate dal fango. All’interno, l’aria era densa di un rancore antico, pesante come il velluto delle tende sbiadite. Jean-Marc fissava suo padre, l’anziano e spietato patriarca Henri de Vance, con gli occhi colmi di un disprezzo che aveva impiegato decenni a maturare. Tra di loro, sul tavolo di mogano massiccio, giaceva un antico manoscritto rilegato in pelle umana, trafugato dalle segrete della biblioteca vaticana, un testo che recava sul frontespizio un’iscrizione che tormentava le notti dei teologi più radicali. L’atmosfera non era semplicemente tesa; era intrisa di quella crudeltà psicologica tipica dei drammi borghesi, dove ogni parola è una lama affilata concepita per distruggere l’anima dell’interlocutore.

«Hai speso l’intera tua miserabile vita a nascondere questa verità, padre,» disse Jean-Marc, la voce ridotta a un sussurro tagliente che sovrastava il rombo del tuono all’esterno. «Hai permesso che mia madre morisse nella follia, persuasa che la stirpe umana fosse il parto maledetto di un’alleanza tra l’Altissimo e l’angelo ribelle. L’hai rinchiusa in quel manicomio, lasciando che i topi le divorassero la mente, solo per proteggere il segreto del tuo culto eretico. Volevi farle credere che Lucifero avesse plasmato la nostra carne!»

Henri de Vance non si mosse. Il suo volto, una maschera di rughe profonde e severità marmorea, rimase impassibile, sebbene le sue dita nodose stringessero il pomello d’argento del bastone fino a far sbiancare le nocche. Dietro di lui, nell’ombra della stanza, la sorellastra di Jean-Marc, Hélène, stringeva tra le mani un calice di vino che tremava vistosamente, gli occhi sbarrati dal terrore e dalla rivelazione imminente. I segreti di famiglia non erano mai stati così vicini a implodere, minacciando di trascinare tutti loro nell’abisso dell’infamia e della dannazione spirituale.

«Tua madre era debole, Jean-Marc,» rispose infine Henri, con una calma glaciale che raggelò il sangue dei presenti. «La sua mente non poteva reggere il peso dell’abisso. Ha letto le parole della Genesi e vi ha visto l’ombra del male, come fanno tutti gli sciocchi che si fermano alla superficie del testo. Ha creduto alle menzogne dei catari, alle derive gnostiche che sussurrano di un demiurgo malvagio co-creatore dell’uomo. Ma tu, mio primogenito, non hai il diritto di essere così cieco. Guarda quel testo. Guarda cosa è scritto davvero nell’istante in cui l’eternità ha deciso di farsi tempo.»

Jean-Marc fece un passo avanti, sbattendo il pugno sul tavolo, facendo sussultare i cristalli. «Non giocare con me, vecchio! Quella frase della Scrittura ha diviso la cristianità per secoli. Quando Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine”, a chi stava parlando? Chi c’era con Lui in quella stanza vuota prima del tempo? Gli angeli? Lucifero era presente? C’era Satana ad assisterlo nel fango della creazione? Rispondimi, prima che io bruci questa casa e te dentro di essa!»

Hélène lasciò sfuggire un gemito soffocato, mentre la pioggia sembrava raddoppiare d’intensità, sigillando la villa in un isolamento claustrofobico. Questo dramma, che consumava le viscere di una dinastia un tempo gloriosa, non era che il riflesso di un’angoscia molto più vasta, un enigma che tormentava i circoli teologici, le cattedrali e le menti dei credenti di tutto il mondo. Era l’interrogativo fondamentale che minava la comprensione stessa della natura umana e divina, un mistero scioccante che la maggior parte delle persone aveva profondamente e tragicamente frainteso per generazioni.

Fermarsi un momento a riflettere profondamente su quel versetto della Genesi significava entrare in un territorio oscuro, dove l’interpretazione errata aveva partorito eresie distruttive e ossessioni familiari come quella dei de Vance. Se si esamina con attenzione il testo sacro, lasciando che sia la Scrittura stessa a interpretare la Scrittura, la confusione inizia a diradarsi e una verità potente, immacolata e travolgente emerge dalle tenebre dei secoli. Bisogna iniziare dalle fondamenta storiche e testuali per comprendere l’inganno in cui molti sono caduti.

In Genesi 1:26, il testo recita inequivocabilmente: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…» Immediatamente, nell’analisi filologica di queste parole, due elementi saltano all’occhio dell’osservatore attento: i termini “Facciamo” e “Nostra”. Questa non è affatto una struttura linguistica singolare; si tratta di un plurale esplicito, un’affermazione collettiva che sembra presupporre un dialogo, un confronto, un’azione concertata. Ma questo significa forse, come sostenevano le sette oscure che avevano affascinato la madre di Jean-Marc, che Dio stesse consultando altri esseri spirituali per farsi aiutare nella creazione dell’essere umano? Significa che l’Onnipotente sedeva a un tavolo di consiglio con le sue creature celesti per decidere la forma e il destino dell’umanità?

La risposta è assolutamente negativa, e la difesa di questa unicità assoluta è il fulcro attorno al quale ruota l’intero impianto della rivelazione biblica. Per comprendere l’errore millenario, è necessario spingersi più in profondità, abbandonando le suggestioni mitologiche e i drammi della mente umana per abbracciare la coerenza interna dei testi sacri.

La Bibbia è estremamente chiara e categorica nello stabilire una verità fondamentale che non ammette eccezioni o sfumature: Dio solo è il Creatore del cielo, della terra e di tutto ciò che essi contengono. Nel libro del profeta Isaia 44:24, si legge una dichiarazione che azzera qualunque speculazione sincretica o collaborativa: «Io sono il Signore che fa tutte le cose; che da solo ha spiegato i cieli, che ha disteso la terra da me stesso.» Queste parole non lasciano spazio a interpretazioni ambigue. Il testo originale utilizza espressioni che significano letteralmente “senza alcuno accanto a me”, “in assoluta solitudine operativa”.

Questo passaggio cancella immediatamente e in modo definitivo l’idea che gli angeli, Lucifero o qualsiasi altro essere creato abbiano partecipato, anche solo in veste di spettatori attivi o consiglieri, all’atto sublime e geloso della creazione. Nessuna mano angelica ha modellato l’argilla dell’Adamo, nessun intelletto creato ha suggerito le proporzioni dell’anima umana.

Eppure, il dilemma persiste nell’intelletto umano: se l’isolamento creativo di Dio è così assoluto, perché allora Egli ha usato il pronome plurale “noi”? Perché dire “Facciamo” invece di “Faccio”? È qui che si svela il profondo mistero che molti, accecati da letture superficiali o da visioni demonologiche distorte, non riescono a cogliere. Quel “Noi” non è affatto una conversazione con l’esterno, non è una tavola rotonda con gli eserciti celesti, né tantomeno una discussione con Lucifero, il quale, prima della sua caduta, rimaneva pur sempre una creatura sottomessa e limitata.

Il “Noi” della Genesi è la natura eterna di Dio che rivela Se stessa nella sua intima pluralità. Fin dal principio, la divinità non è presentata come una monade solitaria e sterile, ma come un’unità complessa e feconda, un’essenza in cui sussiste una pluralità di relazioni. Non si tratta di una molteplicità di dei, il che cadrebbe nel politeismo pagano, ma dell’unico vero Dio che esprime Se stesso in una comunione divina intrinseca e perfetta. Questo è il fulcro che sfugge a coloro che cercano spiegazioni mitologiche o cospirazioniste nella teologia.

Prima che l’uomo fosse creato, prima ancora che il tempo iniziasse a misurare lo scorrere dei giorni, Dio non soffriva di solitudine. La creazione non è il frutto di un bisogno affettivo di un Creatore isolato che cercava compagnia nel vuoto cosmico. Egli esisteva in una comunione perfetta, assoluta e autosufficiente all’interno di Se stesso. Questa realtà teologica profonda trova il suo parallelo e la sua spiegazione definitiva nel Nuovo Testamento, dove il velo sul mistero viene sollevato completamente.

Nel Vangelo di Giovanni 1:1, si afferma con geometrica chiarezza: «Nel principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio.» E proseguendo al versetto 1:3, l’evangelista sigilla la questione dell’attività creativa: «Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui, e senza di lui nessuna cosa fatta è stata fatta.» Questo testo rivela in modo inconfutabile che il Verbo, la Parola vivente, era attivamente presente e operante nell’atto della creazione.

Chi è questo Verbo che abita l’eternità accanto al Padre? Giovanni 1:14 risponde senza lasciare spazio a dubbi: «E il Verbo si è fatto carne e ha abitato fra noi.» Quel Verbo è Gesù Cristo. Pertanto, la cristologia rivela che il Figlio era presente alla creazione dell’uomo, non come un assistente esterno, non come un’entità separata o secondaria che prestava la propria opera al Padre, ma come Dio Egli stesso che esprimeva la propria Parola creatrice nell’unione perfetta della sostanza divina.

Se si scava ancora più a fondo nei primi versetti della Genesi, prima ancora che la figura dell’uomo prenda forma dalla polvere, si incontra un altro elemento vitale. In Genesi 1:2 è scritto: «E lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.» Il quadro teologico si ricompone allora con una potenza e una coerenza straordinarie: Dio il Padre come fonte originaria, Dio il Verbo come espressione generatrice, e Dio lo Spirito come forza vitale e ordinatrice. Tutti e tre erano pienamente presenti, attivi e uniti nell’unico atto creativo.

Questo, e nessun altro, è il “Noi” primordiale. Non gli angeli, non Lucifero, non qualche misteriosa entità spirituale esterna alla deità. È la pienezza di Dio nella sua espressione trinitaria, che si manifesta non come un dogma astratto inventato dai concili successivi, ma come una realtà operante fin dal primo istante della Genesi.

È fondamentale, a questo punto, affrontare e smantellare il malinteso pericoloso e fuorviante che ha alimentato le fobie di intere generazioni e che nel dramma della famiglia de Vance ha prodotto frutti così avvelenati. Molte persone, affascinate da letterature apocrife o da interpretazioni speculative, continuano a domandarsi se Lucifero abbia avuto un ruolo, anche minimo o indiretto, nella creazione dell’essere umano, quasi come se l’imperfezione della nostra carne o la nostra inclinazione al peccato fossero il risultato di una contaminazione genetica o spirituale operata dal maligno durante la nostra formazione.

La risposta teologica e scritturale è un no categorico e inflessibile. Lucifero è, per sua stessa natura, una creatura. Egli appartiene all’ordine delle cose create, non a quello dei creatori. Tutto ciò che esiste, visibile e invisibile, deve la sua esistenza esclusivamente a Dio. Lucifero stesso è stato portato all’esistenza dal nulla per volontà divina; egli non possiede, né ha mai posseduto, il potere ontologico di creare la vita o di infondere lo spirito in un corpo.

La lettera ai Colossesi 1:16 lo ribadisce con una chiarezza che non lascia scampo a interpretazioni eretiche: «Poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili…» Di conseguenza, Lucifero rientra interamente nella categoria delle “cose create”, dei soggetti sottomessi alla sovranità del Creatore, e non ha alcuna autorità o capacità di partecipare alla progettazione o all’esecuzione dell’essere umano.

Inoltre, quando Dio pronuncia le parole «Facciamo l’uomo a nostra immagine», vi è un dettaglio di capitale importanza che taglia alla radice ogni pretesa angelica: l’essere umano è dichiarato esplicitamente fatto a immagine di Dio, e non a immagine degli angeli. Questo implica che le creature celesti non condividono con l’uomo quell’identità creativa specifica che costituisce la dignità umana. Gli angeli sono ministri, spiriti servitori, creature di immensa dignità e potenza spirituale, ma essi non portano l’immagine e la somiglianza di Dio nel modo unico e profondo in cui la porta l’essere umano. Questo elemento da solo è sufficiente a dimostrare che gli angeli non potevano in alcun modo far parte di quel “Noi” che definiva l’archetipo dell’umanità.

Vi è poi una rivelazione ancora più profonda che molti trascurano nella loro analisi. Quando Dio si esprime al plurale all’interno della propria essenza, Egli non sta chiedendo il permesso a nessuno, né sta consultando un consiglio per raccogliere idee o suggerimenti sul modo migliore di strutturare la sua opera. Dio stava semplicemente esprimendo l’intenzione divina intrinseca a Se stesso. Proprio come un sovrano assoluto, nel pieno esercizio delle sue funzioni ufficiali, può utilizzare il plurale maiestatico dicendo “Noi decretiamo” o “Noi costruiamo”, pur essendo l’unico detentore dell’autorità decisionale, così Dio parla dalla pienezza della sua maestà e della sua natura trinitaria. Non si trattava di una discussione segnata dall’incertezza, né di una ricerca di consenso tra le sue creature, ma di una dichiarazione solenne di un proposito divino eterno e immutabile.

Comprendere questo aspetto apre l’intelletto a una prospettiva straordinaria sui motivi per cui Dio ha scelto di esprimersi in quel modo specifico. Perché formulare l’intenzione creativa attraverso il linguaggio della comunione e della pluralità interiore? La risposta risiede nella natura stessa dell’essere che stava per essere plasmato. L’uomo stava per essere creato come un essere capace di relazione, di amore, di comunione e di dialogo. E poiché la capacità di relazione era già perfettamente presente e vissuta all’interno della natura divina stessa – nella relazione eterna tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – l’uomo è stato strutturato sul modello di quella comunione.

Ciò significa che l’essere umano cerca per natura la connessione, la comunità, l’amicizia e l’amore perché porta nel proprio DNA spirituale l’impronta di un Dio che è in Se stesso relazione e comunione. Non siamo stati creati da un Dio solitario che cercava un rimedio alla propria noia o al proprio isolamento; siamo stati formati e portati all’esistenza a partire da una comunione divina preesistente, gioiosa e perfetta. Questa è una verità di una potenza straordinaria, capace di sanare le ferite dell’anima e di restituire all’umanità il senso della propria dignità originaria.

Risulta quindi evidente e definitivo chi sia quel “Noi”. Non gli angeli, non Lucifero, non uno spirito esterno alla divinità. È Dio che rivela la sua natura intima nella sua unità essenziale e nella sua articolazione personale: il Padre, il Verbo e lo Spirito. Un solo Dio, non tre divinità distinte; un solo Creatore, non una collaborazione tra forze contrapposte o complementari.

Qualunque insegnamento, dottrina o speculazione che suggerisca che Satana, Lucifero o le schiere angeliche abbiano cooperato alla creazione dell’uomo è non solo falsa, ma estremamente pericolosa e fuorviante. Essa mina alla base l’autorità assoluta e l’unicità di Dio, attribuisce ingiustamente una gloria e una capacità divina a esseri creati e introduce una confusione devastante nella comprensione della verità salvifica. Dio solo ha creato l’uomo; Egli ha parlato, e la realtà è venuta all’esistenza. Senza assistenza, senza partnership di alcun tipo, senza alcun contributo esterno. Solo Dio nella sua maestosa e trinitaria solitudine.

Nel salone della villa de Vance, mentre le parole di questa spiegazione teologica sembravano quasi materializzarsi nell’aria, Henri guardò suo figlio negli occhi, vedendo la rabbia di Jean-Marc tramutarsi lentamente in uno stupore profondo. Il silenzio che seguì fu rotto soltanto dal ticchettio regolare di un antico orologio a pendolo. Jean-Marc abbassò lo sguardo sul manoscritto, comprendendo finalmente che la follia di sua madre non era stata causata da una verità mostruosa, ma dall’incapacità di comprendere la bellezza di quel mistero divino, distorto dalle menzogne dell’eresia.

«Quindi…» sussurrò Jean-Marc, la voce non più colma di odio, ma di una comprensione nuova e liberatoria, «non c’è alcuna traccia del male nella nostra origine. Non siamo i figli di un compromesso tra Dio e il diavolo.»

«Mai lo siamo stati,» rispose Henri, posando la mano sul volume con un gesto di rispetto solenne. «La creazione non è mai stata un progetto di gruppo. È stata l’espressione pura dell’amore perfetto che esiste da sempre all’interno della Trinità. Il Padre ha voluto, il Verbo ha operato, lo Spirito ha dato la vita. E quell’armonia è la nostra vera eredità.»

Gli anni che seguirono quella notte di tempesta videro una trasformazione profonda nella dinastia dei de Vance. Jean-Marc e Hélène decisero di non seppellire quella rivelazione tra le mura di quella villa maledetta dai segreti, ma di farne il centro di una rinascita spirituale e intellettuale. La dimora di famiglia fu restaurata, le ombre del passato vennero scacciate e la biblioteca, un tempo luogo di occultamento e di paura, divenne un centro di studi teologici aperto a studiosi provenienti da ogni parte del mondo.

I discendenti di Jean-Marc crebbero respirando un’aria di libertà mentale e spirituale, liberi dall’ossessione che aveva distrutto le generazioni precedenti. La consapevolezza che l’essere umano è stato creato non dalla solitudine o dal conflitto, ma da una comunione divina perfetta e amorevole, divenne il fondamento della loro etica familiare e sociale. La storia della loro famiglia, un tempo segnata dal dramma e dal sospetto, si trasformò in una testimonianza vivente di come la verità biblica, quando viene compresa nella sua purezza originaria, possieda il potere intrinseco di spezzare le catene dell’errore, di dissipare le tenebre dell’anima e di guidare l’umanità verso una comprensione autentica e luminosa del proprio destino eterno.