Garlasco, spuntano i video inediti dell’interrogatorio di Alberto Stasi: i dettagli mai raccontati sulla porta della cantina e i segreti di quella casa
Il delitto di Garlasco rimane uno dei casi di cronaca nera più divisivi, discussi e profondamente impressi nella mente dell’opinione pubblica italiana. Nonostante i tre gradi di giudizio si siano conclusi, la vicenda continua a sollevare interrogativi e a mostrare lati d’ombra rimasti parzialmente inesplorati. Di recente, la trasmissione televisiva Quarta Repubblica ha riacceso i riflettori sul caso, trasmettendo alcune clip esclusive e inedite di un lungo e teso interrogatorio a cui Alberto Stasi è stato sottoposto da parte del Pubblico Ministero Gianubaldo Napoleone. Questo confronto diretto fa emergere elementi di forte contrasto rispetto alle ricostruzioni storiche, in particolare su due aspetti specifici: lo scambio di video intimi tra i due fidanzati e la complessa dinamica legata alla porta della cantina della villetta di Via Pascoli, il luogo in cui venne ritrovato il corpo senza vita di Chiara Poggi.
Il mistero dell’impronta palmare e il sospetto su Andrea Sempio
L’interrogatorio si apre toccando uno dei temi scientifici più complessi dell’intera indagine: il ritrovamento di un’impronta classificata dagli inquirenti con il numero 33. Il Pubblico Ministero fa notare a Stasi che gli accertamenti tecnici hanno evidenziato la presenza di quindici punti di corrispondenza, un numero che per la metodica investigativa attribuisce l’impronta in modo certo al palmo di una mano specifica. L’attenzione si sposta rapidamente sulla figura di Andrea Sempio, un giovane che all’epoca era entrato nel raggio delle verifiche della Procura di Vigevano.
Sollecitato dal PM Napoleone su eventuali sospetti maturati prima di accedere agli atti ufficiali, Alberto Stasi risponde con chiarezza, affermando di non aver mai saputo dell’esistenza di Sempio prima di leggere le sommarie informazioni testimoniali messe a disposizione dalla dottoressa Muscio. Stasi sottolinea un dettaglio che, nella sua prospettiva di comune cittadino, lo aveva incuriosito e insospettito: la conservazione accurata di uno scontrino del parcheggio da parte di Sempio, esibito a distanza di anni come alibi. Stasi dichiara al magistrato che, secondo la sua esperienza personale, nessuno conserva un banale scontrino per così tanto tempo per poi mostrarlo al momento del bisogno. Prima di quella lettura, l’imputato ribadisce di non aver mai incrociato il nome o la persona di Sempio.
I video intimi e le discrepanze con la versione di Marco Poggi
Un altro passaggio centrale e psicologicamente intenso dell’interrogatorio riguarda l’esistenza di filmati privati girati da Stasi insieme a Chiara. Il PM interroga l’intervistato sulla circolazione di questi video all’interno della cerchia familiare o tra conoscenti. Stasi esclude categoricamente che tali file possano essere usciti dalla sua esclusiva sfera di controllo, confermando di averli sempre custoditi all’interno del proprio computer, di hard disk esterni o chiavette personali.
Il punto di rottura logica emerge quando il magistrato mette a confronto le dichiarazioni di Stasi con quelle rilasciate nel 2007 da Marco Poggi, fratello della vittima. Nella sua deposizione ufficiale dell’epoca, Marco Poggi aveva raccontato che, durante una visita al cimitero successiva all’omicidio, aveva preso in disparte Alberto chiedendogli una copia di quel video come ricordo della sorella, suggerendogli di tagliare le scene esplicitamente intime. Secondo Marco, Alberto avrebbe risposto di non essere in grado di effettuare il montaggio, promettendo comunque di consegnare il file originale affinché fosse lo stesso Marco a modificarlo.
La versione fornita da Alberto Stasi davanti al PM Napoleone è radicalmente diversa. Stasi ricorda l’episodio collocandolo temporalmente prima del suo fermo, durante una visita in cui l’intera famiglia Poggi si era recata a casa sua. Nel cortile dell’abitazione, Marco si sarebbe attardato rispetto ai genitori per fare una domanda diretta: voleva sapere se fosse vera l’esistenza di video sessuali tra Alberto e Chiara. Stasi spiega al PM di aver interpretato quel quesito come una richiesta di conferma legata alle indiscrezioni giornalistiche che stavano iniziando a circolare sui media in quei giorni difficili. L’imputato nega che Marco gli avesse manifestato una conoscenza diretta dei file basata sulla visione del computer di Chiara, computer che si trovava nella camera da letto della ragazza e al quale il fratello avrebbe potuto potenzialmente avere accesso. Stasi aggiunge inoltre che Chiara non gli aveva mai confidato alcuna preoccupazione riguardante intrusioni nella propria privacy da parte dei familiari.
Le anomalie della casa: la cenere nel posacenere e il muretto spezzato
Nel corso del colloquio con il magistrato, Stasi si sofferma su alcuni dettagli della scena del crimine che ritiene non siano mai stati approfonditi in modo adeguato dalle indagini preliminari. Il primo elemento riguarda un pezzo del muretto di cinta della villa, situato in corrispondenza del cancello d’ingresso, trovato abbattuto verso l’interno del giardino. Stasi fa notare che i genitori di Chiara avevano dichiarato che al momento della loro partenza per le vacanze il muro era perfettamente integro, e che i Carabinieri avevano escluso di averlo danneggiato durante i primi sopralluoghi. L’ipotesi avanzata da Stasi è che qualcuno possa aver scavalcato la recinzione per introdursi nella proprietà, oppure che un militare possa aver provocato il crollo con il proprio peso dimenticandosi poi di segnalarlo.
Il secondo dettaglio insolito riguarda il ritrovamento di cenere all’interno di un posacenere della casa. Stasi sottolinea con forza che né lui né Chiara avevano mai fumato in vita loro, e che i genitori della ragazza erano assenti da oltre una settimana. La presenza di cenere fresca in un’abitazione vuota suggerisce, secondo la linea difensiva esposta al PM, che una terza persona si fosse trattenuta all’interno degli spazi domestici nei giorni immediatamente precedenti o coincidenti con il delitto.
La verità sulla porta della cantina: la smentita delle perizie tecniche
L’ultimo e più rilevante blocco dell’interrogatorio affronta la dinamica del ritrovamento del corpo e le modalità con cui Stasi riuscì ad accedere alla cantina. Fino a quel momento, diverse consulenze tecniche di parte e ricostruzioni peritali avevano ipotizzato che Stasi avesse aperto l’infisso esercitando una forte pressione centrale o facendo leva sui bordi della struttura scorrevole.
Davanti al PM Napoleone, Alberto Stasi chiarisce la dinamica dell’azione, descrivendo un meccanismo puramente empirico. Racconta di aver trovato la porta della cantina completamente chiusa e di aver provato inizialmente a tirarla lateralmente, pensando si trattasse di un classico modello a scomparsa su binari interni al muro, simile a uno presente nella sua abitazione. Non ottenendo alcun movimento, Stasi spiega di aver appoggiato la mano sulla superficie generando una leggera pressione istintiva. Essendo la porta un modello a libro (un’infisso le cui ante si piegano l’una sull’altra), quella minima spinta perpendicolare ha provocato l’immediato sblocco del meccanismo, facendo ripiegare i pannelli verso l’interno e aprendo il varco. Nel video dell’interrogatorio viene mostrato come un tentativo di apertura basato esclusivamente sulla pressione centrale, senza comprendere la natura pieghevole dell’anta, avrebbe bloccato definitivamente l’ingranaggio anziché aprirlo, dimostrando la spontaneità e la casualità del gesto compiuto da Stasi la mattina del ritrovamento.
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