Il tremore invisibile dietro la solidità del Palazzo
Se c’è una verità che la storia repubblicana italiana ci ha consegnato dal 1946 a oggi, è che a Roma nulla è mai come appare. Camminando lungo il Transatlantico o osservando i volti tirati che lasciano Palazzo Chigi nelle notti di Consiglio dei Ministri, si percepisce un’elettricità sottile, un nervosismo che sembra non sposarsi affatto con i numeri apparentemente trionfali della maggioranza. Sulla carta, il governo di Giorgia Meloni appare blindato, forte di un consenso che, caso raro in Europa, non ha subìto l’erosione tipica di metà mandato. Eppure, guardando oltre la cortina fumogena della propaganda, si scorge una Premier che non dorme sonni tranquilli, che reagisce con veemenza sproporzionata a sollecitazioni che un leader sicuro lascerebbe cadere nel vuoto. Dove nasce questa paura? Chi sta davvero minacciando la sopravvivenza dell’esecutivo?
L’illusione dell’opposizione: Schlein, Conte e Landini
L’errore madornale che compiono gran parte degli osservatori è guardare nella direzione indicata dal dito della Meloni. È il classico trucco da illusionista: la mano destra attira l’attenzione su nemici esterni — le piazze, le opposizioni — mentre la sinistra compie il vero movimento. La narrazione dominante vorrebbe farci credere che il pericolo numero uno sia Elly Schlein, la “nemesi perfetta”. Tuttavia, la segretaria del PD rappresenta, paradossalmente, la migliore assicurazione sulla vita per la Premier: finché esiste questa polarizzazione, Meloni può chiamare a raccolta il suo elettorato agitando lo spettro del “ritorno dei comunisti”.
Lo stesso vale per Giuseppe Conte, il camaleonte della politica italiana. Sebbene il Movimento 5 Stelle cerchi di intercettare il malcontento del Sud, appare oggi come un’ombra di se stesso, un generale senza un esercito coeso. E che dire di Maurizio Landini? Il segretario della CGIL occupa gli schermi televisivi con la sua retorica massimalista, ma il rumore sindacale in Italia ha smesso di far cadere governi nel secolo scorso. Anzi, l’intransigenza di Landini finisce spesso per irritare proprio quel ceto produttivo che costituisce la spina dorsale dell’elettorato meloniano. La Meloni non teme le piazze; le conosce, le gestisce e, spesso, le neutralizza con una scrollata di spalle.
Il vero nemico è dentro le mura
Se i nemici esterni sono armi spuntate, dobbiamo guardare altrove. Il nervosismo a Palazzo Chigi deriva da una consapevolezza terrificante: il nemico è già dentro le mura. La politica è una questione di spazi e, a destra, lo spazio è finito. Per crescere ancora, qualcuno deve “morire” politicamente. Meloni ha cannibalizzato i suoi alleati alle elezioni, riducendo la Lega a percentuali di sofferenza e Forza Italia a una realtà che deve fare i conti con la propria identità post-berlusconiana.
L’analisi rivela tre attori principali che stanno giocando la loro partita per logorare la Premier. Primo, Matteo Salvini. Il leader della Lega è un animale ferito che non può permettersi cinque anni di pax meloniana. La sua strategia — applicare la tecnica del carciofo, togliendo una foglia alla volta alla credibilità della Premier — è sottile e velenosa. Vuole trasformare Meloni in una figura di establishment, isolandola dal suo popolo.
Secondo, l’ala moderata di Forza Italia legata agli interessi economici del Nord. Per loro, la Premier è tollerata finché non tocca i “santuari” come le banche o gli extraprofitti. Se Meloni dovesse sbandare per necessità di bilancio, questi moderati sarebbero i primi a sfilarsi, pronti a sostenere un eventuale governo tecnico “di scopo” per mettere in sicurezza i conti.
Terzo, e forse il più letale, il cosiddetto “cerchio magico” di Meloni. La fedeltà alla “generazione Atreu” è la radice affettiva della Premier, ma si sta dimostrando la sua debolezza strutturale. Il dilettantismo di alcuni fedelissimi, costantemente al centro di gaffe comunicative o inchieste, dissangua il capitale politico della leader, costretta a un micro-management estenuante per coprire le leggerezze dei suoi pretoriani.
La maledizione della Destra italiana
Il destino del governo non si deciderà in piazza San Giovanni, ma nelle dinamiche sotterranee della maggioranza. Siamo di fronte a una “guerra civile fredda”. Se Meloni non avrà il coraggio di tagliare i rami secchi — i fedelissimi incompetenti — e non troverà il modo di disinnescare la bomba a orologeria chiamata Salvini, il suo destino sarà segnato. Non cadrà domani, ma scivolerà lungo un piano inclinato fatto di veti incrociati e litigi quotidiani.
La storia della destra italiana — da Fini a Berlusconi — ci insegna che il potere viene spesso perso per fuoco amico. Giorgia Meloni sa benissimo che mentre combatte contro i fantasmi della Schlein, nella stanza accanto qualcuno sta già provando la giacca da leader. A pensar male si fa peccato, ma a Palazzo Chigi, in questi giorni, si pensa malissimo dei vicini di banco. E, purtroppo per il governo, il vecchio adagio democristiano raramente sbaglia.