L’aria della sera a Stellenbosch, in Sudafrica, portava con sé un silenzio denso, quasi innaturale, mentre una Volkswagen blu entrava nel parcheggio di un appartamento situato in pieno centro. Il motore si spense, lasciando l’ambiente in una quiete apparente, quasi un preludio alla tempesta che stava per abbattersi su quella notte del maggio 2017. Sette minuti. Sette minuti di oscurità assoluta, prima che quattro ombre si stagliassero contro il buio della notte. Non erano passanti casuali, né vagabondi smarriti; i loro movimenti erano calcolati, gelidi. Passarono accanto al parcheggio, come se nulla fosse, per poi circondare l’edificio, riemergendo pochi istanti dopo con una determinazione feroce. Si diressero dritti verso la Volkswagen. Senza esitazione, spalancarono le portiere, strappando brutalmente i due occupanti dall’abitacolo. Una breve colluttazione, un ultimo disperato tentativo di resistenza, e poi il silenzio fu squarciato dall’urlo di una violenza che avrebbe segnato la vita di molti per sempre. I quattro uomini si impadronirono dell’auto e si dileguarono nel buio, portando con sé due vite innocenti. Questo non era solo un rapimento; era l’inizio di un orrore indicibile.
In Sudafrica, la criminalità è una piaga che morde la quotidianità con una frequenza che spesso sfugge alla comprensione di chi vive altrove. Non è raro, purtroppo, che un automobilista fermo a un semaforo rosso si veda frantumare il finestrino da una mano rapace, intenta a rubare una borsa appoggiata sul sedile posteriore. O che, camminando lungo una strada deserta, si venga avvicinati da uomini in motocicletta pronti a strappare il cellulare dalle mani del malcapitato. Ma questi, purtroppo, sono solo i casi più lievi. Ci sono episodi in cui l’orrore assume forme ancora più grottesche, come quando ignari proprietari di case, in attesa che il cancello automatico del garage si apra, vengono circondati e sequestrati da criminali che, non paghi del furto, arrivano a travestirsi da poliziotti, incappucciando le vittime e portandole via nel nulla, spesso per non restituirle mai più. Questa è la realtà brutale del Sudafrica, una terra dove il confine tra una serata normale e la fine della propria vita può assottigliarsi fino a svanire in pochi secondi.
Era la mattina del 27 maggio 2017, verso le sette e mezza. Nel piccolo villaggio rurale di Vernel, una telefonata di emergenza scosse la quiete mattutina. Una voce tremante supplicava aiuto, parlando di un uomo che sanguinava copiosamente davanti a una casa. Poco dopo, arrivarono altre segnalazioni: gli abitanti parlavano di un uomo che camminava per il villaggio con un aspetto spettrale, il volto completamente ricoperto di sangue, gli occhi incapaci di mettere a fuoco la realtà. Sembrava uno zombie, un corpo che si muoveva per pura forza di volontà. La gente, terrorizzata, si barricò in casa, serrando le porte a doppia mandata, paralizzata dalla paura che quegli aggressori potessero tornare a colpire ancora.
Quando finalmente la polizia arrivò sul posto, l’uomo crollò a terra. Era Cheslin Marsh, uno studente di soli ventidue anni. Mentre gli agenti cercavano disperatamente di soccorrerlo per portarlo in ospedale, Cheslin riuscì a emettere poche, strazianti parole, quasi un sussurro che gelò il sangue degli agenti.
«La mia amica… è stata rapita. Si chiama Hannah Cornelius. Per favore, vi prego, trovatela.»
Per capire come si fosse giunti a questo abisso, bisogna tornare indietro di dodici ore. La notte precedente, Cheslin aveva appena terminato gli esami finali e stava festeggiando con gli amici, tra giochi e risate davanti a una birra. Verso l’alba, gli amici iniziarono a tornare a casa. Anche Cheslin si preparava a incamminarsi; non abitava lontano e pensava che una passeggiata al fresco dell’aria notturna lo avrebbe aiutato a smaltire l’alcol. Ma Hannah, premurosa, si offrì di accompagnarlo.
«Non se ne parla, Cheslin. Anche se sei un uomo, camminare da solo a quest’ora in Sudafrica è pericolosissimo. Ti porto io in macchina. Così possiamo anche continuare a chiacchierare.»
Cheslin, grato per quella dimostrazione di amicizia, accettò di buon grado e salì sulla Volkswagen blu di lei. Arrivarono all’appartamento di lui intorno alle tre e mezza del mattino. Decisero di restare ancora qualche minuto in macchina, a parlare del più e del meno, degli esami, della serata appena trascorsa. Non sapevano che quello era l’ultimo momento di pace della loro vita. All’improvviso, quattro uomini li circondarono, armati di cacciaviti e coltelli.
«Dateci tutto quello che avete. Non fate i matti.»
Hannah e Cheslin, conoscendo bene la pericolosità di trovarsi in una situazione simile, tentarono di restare calmi, obbedendo ciecamente agli ordini per preservare la propria vita. Aprirono le portiere, consegnarono cellulari e portafogli. Hannah, sperando che bastasse, offrì loro le chiavi della macchina, implorando solo di essere lasciati andare. Ma i criminali non erano soddisfatti. Strapparono entrambi dall’abitacolo. Cheslin cercò di proteggere Hannah, ma contro quattro uomini, ventenni e brutali, non c’era speranza. Hannah fu spinta sul sedile posteriore, Cheslin infilato a forza nel bagagliaio.
L’auto partì sgommando. Dopo una quindicina di minuti, ci fu una breve sosta in cui si sentì confusione all’esterno, poi il veicolo riprese la marcia. Passò circa un’ora prima che il motore si spegnesse definitivamente. Il bagagliaio si aprì e Cheslin fu trascinato fuori, con un coltello puntato alla gola.
«Dacci la password della tua carta di credito. Ora.»
Cheslin guardò rapidamente attorno a sé. Erano in una zona isolata, davanti a un distributore di benzina deserto, verso le cinque del mattino. Non c’era nessuno. In quel momento, capì con lucidità che le loro intenzioni non erano solo rapina. Non avevano intenzione di lasciarli vivi. Pensò a Hannah, a ciò che le avrebbero fatto, e prese una decisione disperata.
«La password è 3730.»
Aveva mentito. Aveva dato loro un numero falso, sperando di creare confusione e trovare il momento propizio per scappare insieme a Hannah. I criminali, confusi, si voltarono verso il bancomat. Cheslin colse l’attimo, cercò di aprire la portiera posteriore per liberare l’amica, ma fu scoperto. I rapitori, furiosi per l’inganno, lo assalirono. Non potendo più fuggire con lei, Cheslin fu trascinato via verso un bosco profondo.
«Ti prego, mi dispiace! Posso darti la password vera, ti prego, non farmi del male!»
Ma le sue suppliche cadevano nel vuoto. I criminali, accecati da una furia bestiale, lo sbatterono contro una roccia e iniziarono a colpirlo con un mattone. Colpo dopo colpo. Il sangue schizzava ovunque, il volto di Cheslin diventava una maschera di sofferenza. Continuarono a infierire finché lui non perse conoscenza, crollando esanime al suolo. Pensandolo morto, lo abbandonarono lì e tornarono da Hannah.
Tuttavia, un’ora o due dopo, Cheslin riprese conoscenza per un miracolo inspiegabile. Il suo volto era devastato, il cranio fratturato, l’orecchio interno danneggiato, il braccio rotto. Non riusciva a sentire, non riusciva quasi a muoversi. Ma nella sua mente c’era un unico, ossessivo pensiero: Hannah. Doveva salvarla. Si trascinò fuori dal bosco, superando persino un muro di due metri, spinto da una forza che trascendeva i limiti fisici. Arrivò al villaggio alle sette e mezza, ma la sua apparizione era così spaventosa, così intrisa di sangue, che i residenti, temendo si trattasse di un membro di una gang, non aprivano le porte. Finché qualcuno non chiamò la polizia. E quando finalmente vide gli agenti, il suo unico desiderio fu ancora una volta per lei.
«Trovate Hannah.»
Ma per Hannah, purtroppo, era già troppo tardi. Era stata trovata un’ora prima, esanime. Il suo corpo raccontava una storia di violenza atroce. Era stata torturata, accoltellata con cacciaviti, brutalmente violentata. E poi, come atto finale di una crudeltà inaudita, i suoi assassini avevano sollevato una pietra di quaranta chili e gliel’avevano fatta cadere sulla testa due volte. Il suo cranio era stato frantumato. Non c’era più nulla da fare.
La polizia, compresa la gravità della situazione, si mobilitò immediatamente. I quattro criminali non avevano alcun legame con le vittime; era un atto di violenza gratuita e organizzata. Grazie alla descrizione di Cheslin, le autorità misero sotto controllo la Volkswagen di Hannah. Poche ore dopo, il veicolo fu intercettato e i due uomini a bordo, Vuyolwethu Ncedani e Geraldo Parsons, furono arrestati.
Tuttavia, c’era un problema: i rapitori erano quattro. In interrogatorio, Ncedani scoppiò in lacrime, cercando di impietosire gli agenti.
«Ho due figli piccoli, devo pagare gli alimenti. Ma giuro, non ho partecipato all’omicidio!»
Dopo un’ora di pianti e suppliche, appena gli agenti uscivano dalla stanza, il suo atteggiamento cambiava repentinamente. Quando capì che la sua sceneggiata non funzionava, cambiò strategia, puntando il dito contro i suoi complici: Eben van Niekerk e Nashwill Johnson. Tutti e quattro erano criminali noti, con precedenti per furto e droga.
Secondo la confessione di Ncedani, avevano passato la giornata a fumare marijuana e a pianificare il colpo. Dopo aver rapito Hannah e Cheslin, si erano diretti verso Kraaifontein, una zona malfamata nota come covo di spacciatori e gang. Lì avevano acquistato droga, costringendo anche Hannah a consumarne. Poi si erano diretti al distributore, dove era avvenuto il fallito tentativo di prelievo e il brutale pestaggio di Cheslin. Dopo averlo creduto morto, si erano spostati in un parco isolato per abusare sessualmente di Hannah, e infine in una fattoria abbandonata, dove avevano perpetrato l’orrore finale.
La ferocia non si fermò lì. Quella stessa notte, prima di separarsi, i criminali avevano tentato di rapire altre due donne, riuscendo fortunatamente solo a derubarle. Quando finalmente i quattro furono catturati, il processo mostrò la loro totale mancanza di rimorso. Durante le udienze, arrivarono addirittura ad accusare Hannah di aver dato il suo consenso, deridendo le prove video in aula. Il giudice non ebbe pietà: Ncedani, van Niekerk e Parsons furono condannati all’ergastolo per omicidio e stupro, con pene aggiuntive per rapimento e rapina. Johnson, meno coinvolto nei reati di sangue, ricevette ventidue anni.
La tragedia si abbatté anche sulle famiglie. La madre di Hannah, avvocato, non riuscì a sopravvivere al dolore e, otto mesi prima della conclusione del processo, si tolse la vita. Il padre di Hannah, logorato dallo stress, morì di cancro nel 2022. Oggi, solo il fratello autistico di Hannah resta a ricordare quella famiglia spezzata, mentre Cheslin Marsh, sopravvissuto a un inferno che pochi avrebbero potuto sopportare, rimane l’unico testimone di un coraggio sovrumano in un mondo abitato da ombre troppo scure.
Questa oscurità, però, non è confinata al Sudafrica. È un velo che si estende in ogni angolo dove la rete diventa lo strumento di menti perverse. Nel 2003, in Giappone, il web iniziò a fiorire di forum e comunità online, e tra questi emerse un sito sinistro, soprannominato “L’Agenzia di Collocamento dell’Oscurità”. Il nome portava con sé una doppia valenza: un luogo misterioso, nascosto, ma soprattutto un posto dove si offrivano lavori che la luce del sole non avrebbe mai dovuto vedere. Si cercavano complici per truffe telefoniche, o peggio, persone disposte a disfarsi di cadaveri in cambio di denaro. Era un luogo dove la moralità veniva sospesa e l’anonimato proteggeva i mostri.
In un forum della regione di Tokai, il 16 agosto 2007, un uomo di quarant’anni, Kenji Kawagishi, pubblicò un messaggio: «Ho appena finito di scontare la mia pena. Cerco qualcuno nella regione di Tokai per fare un lavoro insieme.»
A rispondergli fu Yoshitomo Hori, di trentadue anni. Poi si unì Tsukasa Kanda, trentaseienne. Si incontrarono di persona, un trio che, sotto la maschera dell’anonimato online, aveva deciso di trasformare le proprie fantasie criminali in realtà tangibili. Inizialmente pianificarono di derubare clienti di sale pachinko o famiglie facoltose, ma fallirono ripetutamente. La frustrazione cresceva, insieme al desiderio di dimostrare la propria “bravura” nel crimine.
«Sono un ex yakuza,» disse Kanda un giorno. «So maneggiare armi, so come procurarmi droga. Possiamo fare un sacco di soldi.»
Il loro piano divenne più oscuro. Non volevano più solo rubare; volevano rapire donne giovani, renderle dipendenti dalla droga e venderle alla prostituzione. Ma il rischio era alto. Decisero di ripiegare su un piano più “semplice”: rapire una donna, derubarla, ucciderla e far sparire il corpo.
Il giorno del destino, salirono sulla macchina di Kawagishi. Lui guidava, Hori e Kanda seduti dietro, con guanti da lavoro e nastro adesivo. Cercavano un obiettivo vicino a un bancomat. La videro: Airi Isogai, una trentenne, una donna in carriera che aveva appena lasciato il lavoro per inseguire il suo sogno di diventare chef. Era uscita da una festa d’addio con i colleghi.
Appena si avvicinò alla macchina, fu afferrata. Non ci fu tempo per urlare. La trascinarono dentro e iniziarono le minacce.
«Dacci i soldi, la password della carta. Altrimenti ti uccidiamo.»
Airi consegnò tutto ciò che aveva, circa sessantamila yen, ma quando le chiesero la password, la sua resistenza fu granitica. Non voleva cedere i risparmi che aveva accumulato con fatica per il suo futuro da cuoca. Kawagishi, spazientito, le puntò un coltello alla gola.
«Hai cinque minuti, o muori.»
Kanda, rivolgendosi a Hori, disse: «Puniscila.»
Airi, terrorizzata ma coraggiosa, diede loro una password. Ma era falsa. I criminali, ignorandolo, passarono alla fase successiva: l’omicidio. Cercarono di strangolarla a mani nude, poi con una corda, ma non erano abili. Allora Hori usò una mazza di metallo. Colpì Airi alla testa più volte, finché il sangue non schizzò nell’abitacolo. Quando si fermarono, pensando fosse morta, lei riprese conoscenza e iniziò a supplicare, implorando di non morire.
Fu il momento più crudo. I tre, scioccati dal fatto che fosse ancora viva, le misero del nastro adesivo sulla bocca, ma lei riusciva ancora a respirare. Le misero un sacchetto di plastica sulla testa, fissandolo col nastro, e alla fine, per essere certi che non soffrisse più, la picchiarono con la mazza altre trenta volte. Ci vollero tre ore di agonia prima che Airi Isogai, la donna che voleva solo cucinare, trovasse la pace.
Dopo l’omicidio, i tre assassini, con una freddezza disumana, si fermarono a un distributore automatico per comprare dell’acqua, si pulirono il sangue dagli abiti e si cambiarono. Portarono il corpo in una zona montana isolata e lo abbandonarono. Poi, tornarono a cercare un bancomat, ma la password di Airi non funzionava. Provarono diverse combinazioni basate sulla sua data di nascita, ma invano.
«Non fa niente, ne prenderemo un’altra stasera,» dissero, separandosi.
Ma Kawagishi, rimasto solo in auto, fu colto dalla paura. Sapeva di essere schedato dalla polizia per i suoi precedenti. Capì che quella volta non sarebbe finita bene. Il rimorso o la paura della cattura lo spinsero a costituirsi la mattina seguente. Grazie a lui, la polizia arrestò Hori e Kanda.
Il processo fu rapido e implacabile. Kawagishi fu condannato all’ergastolo. Hori e Kanda furono condannati a morte. Kanda accettò la sentenza e fu giustiziato nel 2015. Hori, invece, continuò a lottare per commutare la pena, ma ulteriori indagini rivelarono altri omicidi commessi in precedenza, assicurandolo al braccio della morte a tempo indeterminato.
La storia di Airi Isogai, come quella di Hannah Cornelius, rimane una ferita aperta. Le loro madri, ancora oggi, portano il peso di un dolore che non conosce fine, mentre il mondo, connesso e veloce, continua a ignorare che, nel buio di una rete che spesso definiamo progresso, possono nascondersi le intenzioni più oscure dell’animo umano. Ricordare questi nomi non è solo un atto di giustizia per chi non c’è più, ma un monito necessario per chi resta: in un mondo dove tutto è accessibile, dobbiamo imparare a riconoscere l’oscurità prima che essa si presenti alla nostra portiera, proprio mentre stiamo cercando di tornare a casa.