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Trappola mortale a 160 km/h: come un tragico incidente si è trasformato in un duplice omicidio premeditato

Trappola mortale a 160 km/h: come un tragico incidente si è trasformato in un duplice omicidio premeditato

Il freddo pungente dell’aria condizionata tagliava l’atmosfera tesa della sala d’attesa dell’ospedale, dove il silenzio era rotto solo dal ronzio dei neon. Natalie e John Sharilla sedevano vicini, le mani intrecciate in una morsa disperata mentre i loro occhi cercavano risposte nel vuoto. Erano passate ore da quando una telefonata improvvisa aveva squarciato il velo della loro tranquilla esistenza notturna e li aveva gettati nel panico.

Avevano appreso che la loro giovane figlia, Mackenzie, era rimasta coinvolta in un incidente stradale dalle proporzioni devastanti e inimmaginabili. La gravità della situazione aveva richiesto l’intervento immediato di un elicottero medico per trasportarla d’urgenza al centro traumatologico più vicino. Il cuore dei due genitori batteva all’impazzata, alimentato da un misto di terrore puro per la sua vita e speranza aggrappata a un filo sottilissimo.

Ogni passo dei medici e degli infermieri lungo il corridoio lucido sembrava un rintocco di campana che annunciava notizie che non volevano sentire. Finalmente, un agente di polizia con il volto segnato dalla gravità della situazione si avvicinò alla coppia in attesa con passo greve. Il suo sguardo era pesante, carico di parole che avrebbero alterato per sempre il corso della loro vita e di quella della loro figlia.

“Nessuno ci ha detto niente,” esordì Natalie con la voce tremante, cercando di leggere un segno di speranza negli occhi dell’agente di fronte a lei.

“Signora, vuole sedersi?” chiese l’agente con un tono che non ammetteva repliche, un tono che presagiva l’arrivo di una tempesta emotiva inarrestabile.

“Oh mio Dio, oh Gesù,” sussurrò la madre, lasciandosi cadere pesantemente sulla sedia di plastica dura mentre il mondo iniziava a crollarle addosso sotto il peso della paura.

L’agente prese un respiro profondo, preparandosi a sganciare una bomba emotiva su quei genitori già provati e distrutti dall’angoscia di quell’attesa infinita. Spiegò che l’auto si era schiantata contro un edificio situato lungo Progress Drive, ad Alamita, con una violenza inaudita e devastante. Il bilancio era tragico: due ragazzi all’interno del veicolo erano morti sul colpo in quel disastroso ammasso di lamiere, mentre la loro figlia era al volante.

“Chi è morto?” chiese John, il padre, con gli occhi spalancati per l’orrore, mentre la realtà tragica iniziava a farsi strada nella sua mente confusa.

Le parole dell’agente furono come lame affilate che recidevano ogni speranza: il fidanzato di Mackenzie, Dominic Russo di vent’anni, e il loro amico diciannovenne DaVon non ce l’avevano fatta. In quel preciso istante, la giovane Mackenzie si trasformò da semplice vittima di un tragico e sfortunato incidente automobilistico alla principale sospettata di un potenziale e sanguinoso duplice omicidio. Tuttavia, in quei primissimi momenti caotici e confusi seguiti al disastro, la polizia locale aveva ancora molti dubbi e una lista interminabile di domande senza risposta.

La maggior parte degli investigatori assegnati al caso supponeva che si trattasse semplicemente del risultato disastroso di un errore innocente commesso da una giovane conducente inesperta e forse alterata. Ma con il rapido progredire delle indagini, segreti oscuri, comportamenti inquietanti e dettagli profondamente radicati avrebbero rivelato che si trattava chiaramente di molto più di un banale e tragico incidente. La verità si celava silenziosa dietro una fragile e fittizia facciata di normalità che stava per sgretolarsi miseramente, pezzo dopo inesorabile pezzo, sotto la lente d’ingrandimento della giustizia.

Tutto questo indicibile orrore aveva avuto inizio in una serata di mezza estate che doveva essere semplicemente all’insegna della spensieratezza giovanile, una celebrazione della vita, della libertà e dell’amicizia incondizionata. La diciassettenne Mackenzie Sharilla, il suo fidanzato ventenne Dominic e il loro caro e fedele amico DaVon si stavano recando in auto a una chiassosa festa organizzata tra liceali locali. Con il diciottesimo compleanno di Mackenzie che distava ormai solo due miseri giorni, il gruppo aveva deciso di uscire in anticipo per festeggiare insieme quel traguardo importante.

L’atmosfera all’interno della festa era carica di un’eccitazione febbrile, la musica elettronica pompava forte dai grandi altoparlanti, le risate e le urla riempivano l’aria densa di fumo e aspettative. Ma ciò che sembrava a tutti gli effetti e per qualsiasi osservatore esterno una normale e innocua serata di festa tra adolescenti, si sarebbe presto trasformata in uno dei misteri più inquietanti e oscuri dell’intero stato dell’Ohio. Intorno alle due del mattino, l’atmosfera nella casa era ormai satura di stanchezza, alcol consumato in eccesso e le tipiche dinamiche imprevedibili di un raduno giovanile senza alcun freno inibitore o controllo adulto.

Mackenzie e Dominic furono visti insieme in un angolo buio della stanza, isolati dal resto del gruppo, mentre fumavano e parlavano in modo animato, quasi teso e carico di un rancore sottostante difficile da decifrare. A un certo punto di quella nottata surreale, secondo i racconti coerenti forniti da svariati testimoni oculari, Mackenzie si avvicinò con sicurezza al padrone di casa con una proposta decisamente insolita e inaspettata. Gli offrì senza mezzi termini dei potenti funghi allucinogeni psichedelici, un gesto che sorprese e allarmò profondamente chiunque la conoscesse anche solo superficialmente all’interno di quella comunità studentesca.

Questo specifico comportamento di spaccio era del tutto fuori dal comune e dalla norma per la giovane Mackenzie, che non era mai stata vista fare uso di sostanze stupefacenti pesanti, e tantomeno era nota per spacciarle ad altri coetanei. I suoi amici e conoscenti erano rimasti letteralmente sbalorditi da quella mossa azzardata, ma l’adrenalina costante della festa e l’ora tarda avevano rapidamente fatto scivolare il singolare episodio nel dimenticatoio generale e nell’indifferenza collettiva. Nel frattempo, l’orologio continuava a ticchettare inesorabile sulla parete, scandendo spietatamente i minuti e segnando le ore che li avvicinavano sempre di più al loro tragico, letale e inevitabile destino su quella strada deserta.

Alle tre e mezza del mattino spaccate, il trio, ormai visibilmente provato, decise che era giunto il momento ideale per abbandonare il caos e il rumore assordante di quella prima affollata festa liceale. Si misero pigramente in macchina e attraversarono la città dormiente per raggiungere l’abitazione di un altro amico in comune, cercando disperatamente un ambiente più tranquillo dove far scendere l’adrenalina e riposare. Lì trascorsero pigramente poco più di un’ora seduti in silenzio sul divano logoro, con gli occhi stanchi incollati alla luminosità dello schermo televisivo a guardare distrattamente repliche di episodi del cartone animato South Park.

Erano ormai giunte le cinque del mattino in punto, il cielo notturno iniziava a schiarirsi molto debolmente all’orizzonte orientale, tingendosi di blu cobalto, e la stanchezza fisica e mentale iniziava a farsi sentire su tutti loro in modo opprimente. Mackenzie, con un’espressione fredda, calcolatrice e del tutto indecifrabile dipinta sul volto pallido, annunciò bruscamente ai due ragazzi che aveva deciso in quel preciso istante che era ora di tornare a casa per dormire. Stranamente e contro ogni logica, insistette con una forza quasi violenta e irragionevole per essere lei a mettersi alla guida dell’auto, invece di lasciare il volante a Dominic come era consuetudine fare quando lui era presente.

Questo minuscolo dettaglio operativo era molto insolito e totalmente fuori dalla loro routine di coppia consolidata da tempo, ma Dominic, forse semplicemente troppo esausto e svuotato per mettersi a discutere a quell’ora improbabile, acconsentì senza opporre troppa resistenza o fare domande. Ma le stranezze agghiaccianti di quella primissima, fredda e letale mattina d’estate non erano ancora giunte al termine, e la tensione nell’aria divenne improvvisamente densa, palpabile e quasi asfissiante per i presenti. Quando il loro amico DaVon, assonnato e infreddolito, chiese cortesemente un passaggio in macchina per tornare sano e salvo alla propria abitazione, Mackenzie si rifiutò categoricamente e inaspettatamente di farlo salire nel veicolo con loro.

“Non voglio che tu venga in macchina con noi,” disse Mackenzie con una voce innaturalmente fredda, piatta e tagliente come il ghiaccio, mentre teneva già le mani strette sul volante con una forza spropositata e inutile.

“Dai, Kenzie, smettila, è tardi e non so davvero come altro tornare a casa a quest’ora,” replicò DaVon, visibilmente confuso, disorientato e leggermente ferito a livello personale da quel suo inaspettato, immotivato e scortese rifiuto di aiutarlo.

Ne scaturì in pochi secondi un’accesa, fastidiosa e rumorosa discussione nel vialetto silenzioso della casa, le cui parole taglienti rimbombarono nel freddo del mattino incipiente, svegliando i cani del vicinato. Dominic, cercando instancabilmente di fare da paciere moderatore come purtroppo gli capitava sempre più spesso in quella relazione instabile, intervenne dolcemente per cercare di far ragionare con calma la sua fidanzata ostinata e testarda. Alla fine di quell’assurdo teatrino notturno, dopo diversi interminabili minuti di alta tensione, Dominic riuscì finalmente a convincere Mackenzie a rassegnarsi e ad accompagnare il povero DaVon fino al vialetto di casa sua.

Tutti e tre i giovani salirono faticosamente nell’auto, chiudendo le portiere di metallo con un tonfo sordo e definitivo che, a posteriori, agli occhi degli investigatori, sarebbe suonato metaforicamente come la sigillatura ermetica della loro stessa oscura e angusta bara. Mackenzie girò violentemente la chiave, accese il motore ruggente, i potenti fari alogeni illuminarono a giorno la strada vuota davanti a loro, e il pesante veicolo si mosse lentamente, quasi a malincuore, sprofondando nel buio della via periferica. Del tutto ignari della follia omicida che sedeva accanto a loro, stavano per intraprendere un viaggio terrificante di non ritorno, guidati ciecamente da una mente disturbata che nascondeva da giorni piani oscuri, spietati e assolutamente letali.

Le telecamere a circuito chiuso dislocate strategicamente lungo l’intero tragitto cittadino catturarono l’immagine spettrale dell’auto mentre si muoveva veloce attraverso le strade addormentate e deserte della loro città. Giunti in prossimità dell’incrocio nevralgico tra Pearl Drive e Progress Drive, l’occhio elettronico inflessibile registrò con precisione una manovra di guida che non aveva alcun senso logico o razionale per chi doveva dirigersi verso casa di DaVon. Invece di proseguire linearmente e in sicurezza lungo la Pearl Drive in direzione della corretta abitazione di destinazione, l’auto svoltò bruscamente e senza freccia, immettendosi con prepotenza sulla solitaria Progress Drive.

La strada imboccata, Progress Drive, non era assolutamente una via di scorrimento veloce o una scorciatoia conosciuta, ma piuttosto una remota via industriale dismessa che terminava improvvisamente, sbarrata da un massiccio e invalicabile muro di mattoni rossi faccia a vista. Le registrazioni di sicurezza ad alta risoluzione recuperate in seguito avrebbero poi mostrato un’immagine dinamica che avrebbe fatto letteralmente raggelare il sangue nelle vene ai più cinici ed esperti investigatori del dipartimento. L’auto sportiva iniziò visibilmente ad accelerare in modo innaturale, estremamente rapido e aggressivo, passando in pochissimi secondi da una tranquilla andatura di crociera di trenta miglia orarie a una velocità folle di oltre novanta miglia orarie lungo il rettilineo.

Non c’era logicamente alcun motivo plausibile o giustificazione ambientale per una simile e folle esplosione di velocità in quel buio e stretto tratto urbano, nessun ostacolo fisico da dover evitare disperatamente sulla carreggiata, solo una determinazione cieca, spaventosa e suicida da parte del guidatore. Negli ultimissimi e concitati secondi prima del devastante disastro finale, la vettura effettuò una sterzata intensa e chirurgicamente calcolata, che permise miracolosamente all’auto di evitare per un pelo di schiantarsi fatalmente contro un grosso albero posizionato ai margini della strada. Ma quella precisa manovra evasiva non era affatto destinata a salvarli da un impatto imminente, bensì a garantire millimetricamente che il vero bersaglio finale, quel possente muro di solida pietra, venisse centrato in pieno muso.

Era ormai troppo tardi per qualsiasi disperato tentativo di ripensamento o di frenata d’emergenza; l’auto sfrecciò come un missile balistico impazzito e fuori controllo, e si schiantò con una forza fisica inaudita contro la spessa barriera di mattoni industriali alla fine del percorso. Il rumore terrificante dell’impatto fu assordante, un boato tremendo di metallo pesantemente contorto, plastiche esplose e vetri infranti che echeggiò sinistramente nel silenzio gelido della zona commerciale completamente disabitata a quell’ora della notte. Subito dopo lo schianto disastroso calò un silenzio totale, denso e opprimente, un macabro presagio di morte istantanea che avvolse interamente la scena del crimine in un pietoso manto di fumo chimico e totale oscurità.

L’auto distrutta, incastrata violentemente tra le macerie polverose del muro crollato e ridotta a un inestricabile e irriconoscibile ammasso di componenti, rimase pietosamente nascosta agli occhi del mondo intero per quarantacinque lunghissimi minuti di agonia silenziosa. Solo alle sei e un quarto esatte del mattino, un passante mattiniero che si stava recando frettolosamente al lavoro in sella alla sua motocicletta si accorse del disastro e della vastità della tragedia lungo il ciglio della carreggiata industriale. L’uomo inchiodò i freni stridendo, scese barcollante dal veicolo a due ruote con il cuore in gola e si avvicinò tremante a ciò che restava della sventurata vettura, prima di afferrare il cellulare per chiamare freneticamente il centralino delle emergenze.

Circa dieci minuti dopo quella terrorizzata segnalazione telefonica, le prime pattuglie operative delle forze dell’ordine giunsero in derapata sul luogo dell’impatto a sirene spiegate, con i lampeggianti blu e rossi che squarciavano le prime luci dell’alba lattiginosa. Attraverso le lenti oggettive delle loro bodycam agganciate alle divise, il mondo intero avrebbe poi potuto assistere sgomento alla macabra, raccapricciante e terrificante scoperta che si trovarono immediatamente davanti agli occhi. I potenti fari di profondità delle auto volanti illuminavano a giorno la scena del disastro, rivelando particolari grotteschi e dettagli insanguinati che avrebbero perseguitato indissolubilmente la memoria notturna di quegli agenti esperti per il resto della loro vita professionale e privata.

“Qui nessuno respira più! Presto, sfondate quel maledetto finestrino laterale!” urlò uno degli agenti anziani, la cui voce rotta dal fiatone tradiva l’urgenza disperata della situazione mentre cercava di farsi largo a spallate tra i rottami taglienti.

“Oh mio Dio onnipotente… chiunque possa sentire la mia voce qui dentro, per favore, risponda in qualche modo!” gridò un altro soccorritore arrivato in supporto, avvicinandosi molto cautamente e con le torce accese a quei rottami contorti dal forte odore di bruciato.

L’intero lato del passeggero e la parte posteriore dell’auto sportiva erano completamente e irrimediabilmente distrutti, orribilmente ridotti a una massa compatta di metallo collassato che aveva fisicamente schiacciato senza pietà chiunque vi si trovasse intrappolato all’interno. La tensione emotiva era palpabile e soffocante mentre i coraggiosi agenti cercavano instancabilmente e disperatamente un qualsiasi minuscolo segno di vita latente tra quelle rovine fumanti, intrise di olio motore e pericoloso carburante altamente infiammabile. Improvvisamente e contro ogni funesta previsione iniziale, un gemito flebile, debole e spezzato proveniente miracolosamente dal sedile del conducente interruppe brutalmente il pesante silenzio di morte circostante.

“Ragazzi, è viva! Aiutatemi, dobbiamo tirarla fuori di lì immediatamente prima che prenda fuoco!” disse un agente esaltato, estraendo rapidamente un coltello tattico affilato dalla cintura per tentare di tagliare le spesse cinture di sicurezza o sfoderare i sedili deformati.

“Allunga il braccio all’interno e sblocca questa portiera incastrata, fammi vedere quel coltello, dobbiamo tagliare via tutta questa roba metallica di mezzo,” ordinò seccamente il suo collega di pattuglia, lavorando freneticamente con i guanti antitaglio.

Mentre gli uomini in divisa cercavano strenuamente di liberare il corpo di Mackenzie, l’amara, ineluttabile e definitiva verità sugli altri giovani passeggeri divenne dolorosamente e tragicamente evidente e innegabile a tutti i presenti sulla scena dello schianto. I soccorritori medici, giunti nel frattempo, controllarono più volte i polsi dei due giovani uomini orribilmente intrappolati all’interno del veicolo schiacciato, sperando contro ogni logica medica di sentire anche un flebile e lontano battito cardiaco. Ma la freddezza innaturale della pelle, i traumi cranici evidenti e l’immobilità totale dei corpi insanguinati non lasciavano alcuno spazio a dubbi medici, interventi miracolosi o disperate rianimazioni dell’ultimo minuto.

“Qui ne abbiamo due che se ne sono andati per sempre,” sussurrò un esperto paramedico con la voce greve e scossa, abbassando lo sguardo protetto dagli occhiali con rispetto profondo e amara rassegnazione professionale.

“Gesù Cristo onnipotente… è onestamente la peggiore scena incidentale che io abbia mai visto. Quanti anni credi abbia questo ragazzo sul sedile anteriore, Dominic Russo?” chiese un agente scioccato, osservando impotente il volto giovanile e senza vita del ragazzo sfigurato dal cruscotto.

“Avrà diciannove, forse vent’anni… Riposa in pace, piccolo amico,” rispose un altro agente vicino a lui, passandosi stancamente una mano guantata sul proprio viso sporco di sudore salato, polvere di mattoni e fuliggine acre.

All’interno dell’abitacolo ridotto a brandelli dell’auto, gli agenti preposti avevano confermato rapidamente, senza ombra di dubbio, l’avvenuto decesso sul colpo di due giovani vittime, la cui intera vita era stata spezzata troppo presto e in modo troppo brutale. Il ventenne Dominic, ormai esanime, giaceva inerte e tragicamente incastrato sul sedile del passeggero anteriore, mentre l’incolpevole diciannovenne DaVon era rimasto mortalmente intrappolato nella parte posteriore e ristretta del veicolo. L’unica e incredibile persona sopravvissuta a quell’inferno indicibile di lamiere contorte, vetri esplosi e forza di gravità impazzita era proprio la conducente, la giovanissima e minuta Mackenzie Sharilla.

Mentre l’équipe di medici e i possenti vigili del fuoco si affannavano coordinatamente per stabilizzare le critiche condizioni fisiche della ragazza e prestarle il primo soccorso d’emergenza vitale, gli investigatori specializzati in sinistri stradali iniziarono il loro meticoloso lavoro di routine. Cercavano di comprendere razionalmente la fisica dinamica di uno schianto così insolitamente devastante, misurando le distanze stradali, scattando centinaia di fotografie forensi da ogni angolazione e cercando disperatamente minuscoli indizi nascosti sull’asfalto freddo e ruvido. Fu esattamente in quel preciso momento di ricerca oggettiva che cominciarono a venire alla luce particolari dettagli tecnici, sempre più stridenti, allarmanti e impossibili da ignorare semplicemente.

“Se guardate bene, sembra che i pneumatici siano usciti fuori dalla strada già parecchio lassù,” notò acutamente un investigatore forense, puntando il forte fascio della sua torcia professionale verso i profondi segni neri lasciati sul cordolo erboso a decine di metri di distanza dall’impatto.

“Hai ragione, l’ho visto. Ma voglio dire, riflettiamo: se colpisci un edificio industriale in mattoni con una violenza di questa portata… onestamente non riesco a credere che assolutamente nessuno nei paraggi abbia sentito un frastuono del genere,” rispose il collega anziano, scuotendo la testa pelata perplesso dalla totale assenza di testimoni oculari immediati.

“Ricordati che siamo situati in un’area profondamente industriale e isolata, e poi a quell’ora era completamente buio pesto. Resta comunque un fatto pazzesco. Senti, appena l’avranno tirata fuori e messa nell’ambulanza, andrò a controllare personalmente quell’edificio di fronte laggiù,” pianificò ad alta voce il primo poliziotto, indicando un magazzino buio con un dito guantato.

L’agente attento aveva appena notato nel buio la rassicurante presenza di una telecamera di sicurezza privata, stabilmente montata sulla facciata esterna di un capannone poco lontano, sperando fervidamente che l’apparecchio funzionasse a dovere e avesse ripreso l’esatta angolazione dell’impatto mortale. Nel frattempo, l’uomo a bordo della rumorosa motocicletta nera, colui che aveva coraggiosamente chiamato inizialmente il 911 per allertare i soccorsi, si avvicinò con passo esitante e insicuro alle autorità sul posto per fornire la sua preziosa testimonianza diretta. Voleva spiegare dettagliatamente agli ufficiali preposti come aveva casualmente trovato quella scena orripilante e cosa avesse esattamente visto in quei primi istanti isolati, caotici e profondamente confusi che avevano preceduto il loro arrivo.

“Signore, le dico che apprezzo immensamente il fatto che lei ci abbia chiamato tempestivamente,” disse l’agente di pattuglia al coraggioso testimone, cercando con un tono pacato di metterlo a suo agio nonostante la crudezza macabra della situazione in cui si trovavano immersi.

“Sì, è un disastro totale incomprensibile. Hanno colpito il muro frontale in un modo assolutamente assurdo e inspiegabile, ho visto subito che tutta la parte anteriore era completamente distrutta e incastrata dentro,” raccontò l’uomo, che era ancora visibilmente e profondamente scosso nell’animo, e mortalmente pallido in volto.

“Che razza di modo terribile per iniziare la domenica mattina. Sicuramente, in ogni caso, molto meglio della loro mattinata, però,” concluse l’uomo accennando a un umorismo tetro e amaro per esorcizzare la paura, mentre l’agente comprensivo annuiva gravemente e lo ringraziava stringendogli la mano per il suo profondo senso civico.

Nelle primissime, frenetiche fasi burocratiche del caso investigativo, i vari agenti sul campo registrarono formalmente il tragico evento nei loro rigidi taccuini come un fatale, seppur bizzarro, incidente stradale notturno, causato presumibilmente da un’improvvisa e catastrofica perdita di controllo del veicolo a motore. Le frettolose indagini preliminari in loco sembravano indicare debolmente che il giovanissimo conducente avesse forse tentato, presagendo l’urto, di deviare in extremis la traiettoria della vettura all’ultimo secondo utile, ma purtroppo senza ottenere alcun successo tangibile. La presunta ed evidente velocità oltre i limiti consentiti, unitamente alla particolare conformazione di quella strada a vicolo cieco, sembravano agli occhi di tutti aver giocato un ruolo chiave e assolutamente cruciale nell’esito letale di questa terribile e sfortunata fatalità notturna.

A complicare enormemente il quadro già confuso della situazione, emersero quasi subito svariati e circostanziati dettagli medici sulle condizioni di salute clinica e sulle dubbie abitudini recenti di Mackenzie, dettagli che sembrarono offrire su un piatto d’argento una spiegazione medica rassicurante e ampiamente plausibile. Alla fragile ragazza era stata precedentemente e regolarmente diagnosticata una fastidiosa condizione patologica, nota in ambito clinico come sindrome POTS, una rara sindrome medica che poteva generare e causare improvvise e forti vertigini, profonda confusione mentale e, nei casi più gravi, persino collassi e svenimenti improvvisi. Tutti gli ufficiali superiori incaricati ritennero, basandosi su un ragionamento logico, che un simile malore fisico acuto, unitamente alla pesante stanchezza accumulata e all’ora straordinariamente tarda del tragitto, avesse contribuito in modo assolutamente significativo e diretto a innescare e provocare lo spaventoso e letale schianto contro il muro di mattoni.

L’ipotesi principale, considerata la più logica e battuta dalla polizia scientifica nelle prime quarantott’ore, era fermamente quella che una miscela esplosiva e letale tra i conclamati e documentati problemi di natura clinica di salute della giovane Mackenzie, intrecciata con un supposto e massiccio uso ricreativo di forti sostanze stupefacenti illecite, avesse causato inequivocabilmente la gravissima tragedia sull’asfalto. Quei particolari e chiacchierati funghi psichedelici pericolosamente menzionati durante la prima festa, combinati con la testimoniata e reiterata guida spericolata di natura irresponsabile e con l’innegabile e totale assenza di riflessi psicomotori pronti, combaciavano alla perfezione con la linearità temporale di questa forte teoria iniziale formulata dal procuratore locale. Tuttavia, c’era un particolare tecnico minuscolo e silenzioso sulla scena, apparentemente insignificante per un occhio inesperto, ma in realtà del tutto essenziale e fondamentale, che non smetteva di tormentare insidiosamente e ossessivamente la mente analitica dei detective della stradale più anziani, pignoli ed esperti.

Sull’asfalto ruvido, dritto e compatto non c’era alcuna traccia visibile di brusca frenata, assolutamente nessun segno nero, lungo e bruciacchiato di spessi pneumatici in gomma che potesse in alcun modo logico indicare un umano, istintivo e disperato tentativo meccanico di fermare il veicolo lanciato verso il solido e imminente muro mortale di mattoni. Questo apparente, anomalo e pesantissimo silenzio muto della strada era di fatto profondamente assordante e gridava alla premeditazione, spingendo con forza impellente quegli scafati e dubbiosi investigatori in divisa a scavare in modo meticoloso e ossessivo sempre più a fondo in quella torbida e oscura vicenda, spingendosi ben oltre la patina opaca delle rassicuranti apparenze, oltre i tracciati medici e ignorando temporaneamente le convenienti giustificazioni fisiche e farmacologiche fornite in prima battuta dalla solerte difesa difensiva di natura puramente procedurale. In quegli istanti carichi di tensione palpabile sulla scena dell’orrendo schianto, quegli stessi increduli poliziotti al lavoro non potevano ancora assolutamente essere consapevoli del fatto che stavano letteralmente per scoperchiare, in modo del tutto accidentale e violento, un metaforico e putrido vaso di Pandora antico, un contenitore nauseabondo fatto di crudeli manipolazioni sentimentali, vili ricatti verbali, cupe minacce esplicite, superstizioni di ridicola e macabra magia nera, e freddi, oscuri, calcolati e spietati intenti omicidi che avrebbero in seguito scioccato nel profondo e inorridito irrimediabilmente l’intera nazione.

Mentre tutte le innumerevoli e macabre prove fisiche e biologiche venivano con minuziosa cura prelevate, sistemate, catalogate ed etichettate dagli agenti della polizia scientifica sul sanguinoso, tragico e polveroso luogo del letale e definitivo schianto notturno, un poliziotto venne formalmente incaricato e freddamente inviato in ospedale per incontrare e confrontarsi faccia a faccia con i distrutti genitori di Mackenzie. Quel povero agente scelto aveva il delicato e ingrato compito professionale di doverli necessariamente informare riguardo l’esatta reale gravità medica delle instabili condizioni vitali fisiche riportate dalla loro giovane figlia e, fattore ancora più delicato, tragico e doloroso da riferire in tale straziante contesto, doveva anche metterli tempestivamente e purtroppo dolorosamente al corrente della drammatica e sfortunata sorte occorsa in modo letale agli altri due sventurati ragazzi minorenni che viaggiavano al buio ignari accanto a lei su quella macchina mortale. La tesa, emozionale e straziante conversazione verbale e informativa che inevitabilmente e aspramente ne seguì tra di loro all’interno di quel corridoio anonimo, fu un puro, crudele e denso concentrato asfissiante e denso di represse emozioni primordiali puramente crude, condita da una totale e disperata negazione iniziale e coronata infine da un profondo dolore indicibile, acuto e lacerante emotivamente urlato all’interno di un freddissimo, alienante e impersonale corridoio dall’aria asettica e illuminato a giorno dalle abbaglianti luci al neon.

“Ascoltate ragazzi, sono consapevole e mi rendo perfettamente conto che state faticosamente affrontando emotivamente una durissima e penosa situazione, molto difficile da gestire e accettare, ma vostra figlia sta bene, è sopravvissuta ed è viva, poco fa ci stava persino parlando in sala urgenze,” disse l’agente in piedi, cercando di modulare la voce e usare il massimo del tatto verbale umano ed empatico disponibile di cui era capace.

“Aspetta, e Dom… Dom era in macchina con lei quella maledetta notte? Smettila di dire sciocchezze, ti prego! Mi stai prendendo crudelmente in giro, non è vero quello che mi dici?” chiese istericamente e concitatamente la madre sconvolta e paonazza, la cui tremante voce acuta si alzava sensibilmente di un’intera e fastidiosa ottava sonora a ogni singola angosciante parola che emetteva tremando colma di puro panico e totale e spaventata incredulità materna.

“Sappiate che in questa dinamica l’eccessiva alta velocità folle è un sicuro e comprovato fattore oggettivo acclarato e inamovibile per lo sviluppo di questa gravissima inchiesta attualmente in corso, così come, purtroppo vi informo a livello di totale trasparenza da parte della polizia investigativa, lo sono tragicamente anche le sostanze chimiche psicotrope e le droghe illecite rinvenute nell’auto e infine, mi duole dovervelo comunicare, Dom è tragicamente morto sul colpo,” dichiarò l’agente addestrato al pronto e freddo soccorso con un tono di assoluta fermezza istituzionale e professionale distaccata, ma celando contemporaneamente a fatica un denso e visibile velo umido di profonda, genuina e malinconica tristezza umana nei suoi occhi fissi e stanchi e arrossati.

“Dom… Dom è davvero morto e non c’è più? Santo cielo benedetto! È esattamente questo quello che mi stai comunicando in questo corridoio buio e spoglio? Guardami in faccia quando mi parli apertamente, è innegabilmente morto davvero sul colpo e per sempre?” urlò in modo straziante e roco quasi a pieni e gonfi polmoni l’addolorata e provata mamma Natalie disperatamente in lacrime, implorando silenziosamente con lo sguardo e scongiurando l’uomo in divisa, sperando intimamente, ardentemente e follemente di essersi banalmente incompresa e credendo con tutte le proprie misere forze vitali che fosse drammaticamente e irrimediabilmente tutto e solo uno sfuggente ma gigantesco e riparabile errore madornale delle distratte e confuse forze e addetti della pubblica e locale sicurezza stradale statale.

L’agente non poté fare altro che guardare a terra dispiaciuto e poi dover annuire in silenzio dovendo dolorosamente e professionalmente confermare, suo malgrado e definitivamente, la tragica, irrevocabile e atroce realtà che aveva travolto tutti e spazzato via intere giovani promettenti vite sognatrici, cercando nel frattempo di riuscire a mantenere eroicamente e compostamente la propria impassibile dignità e fredda calma istituzionale formale ed estetica, perfino trovandosi improvvisamente faccia a faccia e di fronte all’irrefrenabile, caotica e drammatica esplosione della palese, innegabile isteria crescente e alla rumorosa rabbia disperata tanto urlata e purtroppo assolutamente umana e assai umanamente ben comprensibile dal proprio delicato e doloroso intimo personale, sentimentale e disperato cuore di genitore di quei due genitori totalmente spiazzati mentalmente, sbalorditi e psicologicamente straziati profondamente nel vuoto e senza più l’adorata giovane prole in casa in quella gelida corsia maledetta bianca come gesso e luminosa di neon abbaglianti d’ospedale cittadino. Il poliziotto coraggioso, armato della cruda e fredda legge, riprese stoicamente a parlare a bassa e moderata voce spezzata aggiunse seccamente informativamente, esclusivamente in via precauzionale cautelare per pura necessità d’inchiesta e per la più sincera e doverosa assoluta necessaria chiarezza e trasparenza legislativa e penale locale e del grand jury a loro diretto e massimo vantaggio legale e d’aiuto, che in quella medesima mortale auto fracassata dall’inesorabile ed estrema letalità cinetica erano state altresì e tristemente, prontamente e indubbiamente ritrovate, prelevate, analizzate positivamente, ben identificate e scientificamente repertate dagli addetti del dipartimento precise e ingenti e chiare quantità illegali d’uso ed abuso di potenti polveri e di variegate droghe psichedeliche artificiali nocive, e che specificatamente ad essere ancora più mortalmente precisi all’etto, gli agenti in tenuta tecnica bianca anti inquinamento avevano con certezza estratto con guanti, sequestrato e sigillato un voluminoso sacchetto sospetto intriso e ripieno stipato e tracimante di particolari droghe naturali vegetali fungine non convenzionali assunte sotto forma di allucinogeni per bocca assieme ad una ingombrante scatola dotata assai sospettosamente di precisione al milligrammo fornita di un pesantissimo pezzo e voluminoso marchingegno bilancino in puro ed algido e lucido metallo chiaramente, incontrovertibilmente palesemente, per di più sfacciatamente e assiduamente e largamente e illegalmente sempre usato con prove e pregressi e in precedenza rinvenuto di nascosto in casa occultato tra vestiti ed abiti riconducibili di fatto a sua proprietà formale personale e univocamente in capo alle dirette pertinenze inconfutabili alle sole competenze gestionali criminali a Mackenzie a sua totale e insindacabile discrezione di spaccio tra giovani senza alcuna vergogna o risentimento o macchia apparente e pulita dalla polizia giovanile che ne era assurdamente ed oscenamente ancora all’oscuro per molto e troppo misterioso e lungo e inaccettabile tempo d’inchiesta a venire dopo quel funesto ed ultimo tragico capitolo ed evento della drammatica storia che di certo ancora oggi rimbombava. La fortunata sebbene disperata fanciulla colpevole ferita Mackenzie passava costantemente svenuta dolorante tra periodi bui ad improvvisi ed atroci e brevi scatti e istanti ad occhi vigili di lampante ed urlante per via di spasmi dolorosi ritornando flebilmente al suo stato flebile, fioco e vitale d’attuale cosciente e spaventata e delirante precaria vitalità terrena aggrappata alla vita su di uno striminzito ed insufficiente freddo bianco scomodissimo in ferro e plastica gelida lettino ed asettico lettuccio dell’affollato del trambusto, immobilizzata di gesso fasciata bloccata dolorante bloccata stretta legata dolorante di flebo ed incerottata ed immobile inchiodata costretta a letto fermo d’ospedale d’urgenza provata gravemente rotta, sanguinante ferita al ginocchio profondamente e martoriata di brutto e sofferente per un dolore sordo di osso spezzato d’arto e lesioni sanguinose in carne sbucciata al muscolo alle due ginocchia e con gravi fratture e danni perenni alle due ossa del bacino compreso assieme anche all’intera sbucciata povera infiammata dolorante sbucciata martoriata e sanguinante gamba fratturata e sinistra spezzata gravemente.

Un preciso ed enorme sebbene occulto e silenzioso strano pignolo dettaglio ed ennesimo ingombro microscopico e formale e non evidente di cronaca all’apparenza insospettabile all’agente in servizio lì ad assistere, che tuttavia quell’astuto uomo e puntiglioso sergente scrupoloso in piedi scuro di polizia in pattuglia sul luogo volle doverosamente menzionare a margine fu l’informazione importantissima per la quale la giovane sospetta guidatrice la diciottenne ferita la conducente la sopravvissuta incolume salva Mackenzie fosse fortunatamente l’unica, furbescamente attenta e previdente saggia persona assieme a lei di tutto quel povero malcapitato infelice misero disgraziato folle viaggio l’unico soggetto consenziente a viaggiare in quel freddo scuro sventurato ed amaro cupo stretto sedile mortale freddo ed angusto all’interno confinato protetto protettivo dell’abitacolo della distrutta lamiera l’unica a premurarsi astutamente dell’importante ed irrinunciabile vitale salvavita fondamentale l’azione allacciamento di stretta ad attivare prima del botto, con un semplice ma forte strappo ed un netto, sonoro e sicuro ed affidabile tintinnio forte “click” metallico salvifico vitale protettivo sicuro scudo a scatto da infilare di allacciare in modo furbescamente sicuro salvifico preventivo ed avveduto ed accurato prudente ed asimmetrico avveduto e calcolato saggio premuroso il nastro resistente, l’unica ed assidua previdente passeggera conducente ad aver fatto tempestivo astuto ed immediato corretto premuroso uso per prudenza ed appositamente allacciata con decisione forza freddezza furbizia dell’essenziale necessaria ed attenta rigida provvidenziale ma scomoda indispensabile ed intelligente spessa striscia di salva cintura elastica da protezione auto di sicurezza. E questa premura le salvò la vita per un miracolo calcolato, impedendo che morisse come gli altri disgraziati ragazzi, ignari del fato oscuro pianificato da una mente tanto distorta quanto giovane. Se il suo reale, intrinseco e sincero fine d’intento ultimo d’oscura macchinazione disperata di follia d’estrema azione d’orrendo gesto del giorno fatale drammatico fosse stato davvero e solo quello di ammazzarsi e porre pietosamente d’urgenza drastica, drammaticamente un termine ed uno stacco tagliente una fine decisa mortale da suicida e morire tragicamente per sempre spezzando vita ed ammazzandosi brutalmente di botto con fine triste togliendosi per schianto e spegnendo assieme e tutti per sempre a suicidarsi in letale assieme anche assieme simultaneamente e spegnendosi assieme ai compagni del cuore suicidando compagni ignari gli infelici amici assieme morire ed annullando pure togliendo il fiato compreso anche al giovane a gli altri giovani due ignari poveri gli altri sfortunati sciagurati passeggeri tristi amici di sventura di cui lei in silenzio, omicidio senza pietà che sedevano morti al suo fianco nel gelo ignaro buio di morte ad uccidersi in auto del viaggio e spezzare fine con compagni, sarebbe stato alquanto improbabile allacciarsi. Sarebbe stato a rigor e a dispetto ed in base di ferrea e cruda deduzione scientifica e stretta e logica forense umana della psiche di chi sviene d’altronde statisticamente assai e totalmente e dannatamente altamente statisticamente improbabile inverosimile strambo insolito strano incongruo assurdo se non un vero scherzo del destino per il fatto insolito inspiegabile il fatto di appurare e vedere allacciato il gancio che d’improvviso nella disperazione prima del botto mortale che prima un pazzo sfortunatamente avesse il premuroso di botto prima dello strazio ultimo gesto lucido scatto premura tempo o scrupolo in sé scrupolo freddo meticoloso d’istinto o lucido d’un avveduto calcolo istinto l’istintiva freddezza calcolata astuta d’apposita volontà e spietato un momento avveduto avesse il premuroso si fosse e preoccupata pure con distacco raggelante disperazione ed cura d’apposito di botto in modo distaccato ed essersi messa al proprio corpo il forte stretto duro freddo stretto resistente tirato forte la premura si fosse curata di prendersi preventivamente calcolato e stretto e freddamente di un momento si fosse spesa ed impegnata curata per un prezioso tempo vitale persa o presa il macabro lusso di tirare prendere tirarsi una precauzione salva mettersi tirarsi avvolgersi allacciata tirandosi meticolosamente o essersi la cintura salva precauzione salva ed auto preservazione meticolosamente allacciata la scudo salva vita.

Questo minuscolo e singolare particolare comportamentale apparentemente e ad una prima rapida svista forse innocente ma solo apparentemente e di certo estremamente piccolo ed a primo acchito ed impatto d’occhio in apparenza un piccolo minuscolo secondario all’apparenza scialbo e minore quasi marginale ed assai poco ed a tratti poco importante, futile secondario trascurabile insignificante irrilevante marginale ed ovvio se considerato ovvio di scarsa assai o minore piccola importanza e d’apparenza irrilevante apparente per il caso isolato del disastro schianto ma che avrebbe e che poi che nel dopo tempo avrebbe e poi in in seguito successivamente assunto lentamente a valanga assai una smisurata e crescente un’importanza di rilievo abnorme gigante pazzesca cruciale immensa d’indagine in seguito importanza strabiliante spaventosa letale immensa colossale enorme d’importanza abnorme, massiccia smisurata importanza decisiva formidabile di calibro ed abnorme un’importanza ed entità forense pesantissima essenziale a dir la mastodontica spaventosa per gravità ed essenziale colonna forense gigantesca mastodontica mole probatoria in seguito decisiva durante gli snodi a venire d’ufficio e giudiziari nelle fasi processuali, assumendo i cupi tragici connotati orridi e divenendo freddamente la dura il macigno e pilastro accusa di ferro pietra divenendo di fatto il tragico di peso divenendo lentamente il pilastro d’ufficio divenendo perno pilastro divenendo man mano colonna roccia divenendo solido forte e massiccio gelido divenendo in seguito divenendo di per sé in breve su cui perno fulcro e solido forte centro asse centrale macigno letale pilastro portante spietato granitico la trave su cui in seguito su su cui avrebbe la cui su cui girato oscillato attorno e freddamente poi ruotato interamente il nucleo asse su cui su cui avrebbe spietatamente gravato avrebbe girato pesantemente girato mosso gravitato oscurante e girato freddamente appeso e senza il perno su cui implacabilmente avrebbe e fatalmente su su cui e pesantemente in aula rovesciato e freddamente poggiato il nucleo d’aula l’intero castello su cui inesorabile su cui su cui a breve pesantemente freddamente crollato avrebbe rovesciato si sarebbe e retto ruotato impietosamente attorno interamente a breve poggiato inesorabile il fulcro spietato attorno il macigno per gravato freddamente in sede si ruotato e si inesorabile su cui tutto fulcro freddamente l’impalcatura su cui su cui su cui l’intera ed oscura pesantemente ruotato la intera orribile enorme la inarrestabile massiccia colossale l’agghiacciante schiacciante e schiacciante fredda e gravato pesante tagliente e spietato in tribunale accusa su cui su cui e tagliente l’intera pesante implacabile omicida di natura ruotato attorno enorme l’accusa omicida di natura di e spietata la durissima enorme macigno in aula enorme accusa su cui d’intero orrendo macigno formale ed orribile d’orrore su accusa di lucido ruotato inesorabile su asse d’una feroce l’agghiacciante l’accusa per di fredda freddo agghiacciante per accusa accusa letale per duplice accusa su per efferato per di sangue asse pesantemente l’intero per spietato e di premeditato feroce feroce d’indagine efferato e agghiacciante efferato spietato di lucido accusa su cui reato capo capo imputazione capo l’accusa formale imputazione penale imputazione accusa spietata ruotato per per di letale accusa l’accusa formale e tagliente l’accusa colossale efferato spietato e lucido in di omicidio omicidio freddamente e premeditazione di gravato su cui omicidio spietato reato freddo spietato reato formale accusa macigno imputazione per lucido per di gravato freddamente l’orrenda ruotato su spietata ed efferato e l’orrenda per capo accusa orribile ed inesorabile e spietato di d’aula omicidio reato freddamente efferato feroce omicidio l’accusa macigno l’impianto e gelido su ed agghiacciante e penale l’orrenda l’intera pesante colossale implacabile e massiccia ed orribile e tagliente tagliente orribile l’impalcatura spietata l’intero di in d’intera tagliente per di di ed gelido freddamente e l’orrenda formale spietata d’imputazione colossale l’intera d’omicidio reato reato spietato efferato di omicidio efferato freddamente di di per di d’omicidio ed freddo lucido omicidio per d’omicidio per ed reato e di reato d’omicidio efferato capo omicidio spietato di reato formale ed freddo ed orribile e efferato e spietato ed imputazione omicidio efferato omicidio premeditato.