Quattromila anni fa, nel silenzio di una tenda battuta dal vento del deserto, una donna prese una decisione che avrebbe cambiato per sempre il corso della storia umana.
Non fu un gesto di guerra, né un atto di Stato, ma un errore nato dall’impazienza e dal dolore, le cui onde d’urto arrivano fino ai titoli dei giornali di oggi.
Oggi vediamo quelle conseguenze nelle strade di Gaza, nei rifugi di Tel Aviv e tra le rovine di Beirut, dove il sangue scorre per una ferita mai chiusa.
Non è un’esagerazione giornalistica, ma una realtà che la Bibbia ha predetto in una singola frase, scritta secoli prima che esistessero l’Islam, Maometto o il petrolio.
Quella frase continua a realizzarsi ogni notte sotto i nostri occhi, in un Medio Oriente che sembra prigioniero di un destino scritto su pergamene antiche e polverose.
Nelle prossime righe esploreremo esattamente cosa dice quella profezia, chi l’ha compiuta e perché nessun trattato di pace terreno sembra in grado di annullarne la forza.
Dobbiamo comprendere che ebrei e arabi non sono nati come nemici naturali, ma come fratelli, figli dello stesso padre, legati da un legame di sangue indissolubile.
La ferita che li separa non è stata aperta da una guerra moderna o da una risoluzione delle Nazioni Unite, ma da una decisione umana presa quaranta secoli fa.
Quella decisione fu presa dalla moglie di Abramo, Sara, una donna che portava il peso di decenni di sterilità in una cultura che misurava il valore dal grembo.
Abramo aveva settantacinque anni quando ricevette la promessa da Dio: sarebbe diventato il padre di una nazione numerosa come le stelle infinite del cielo notturno.
Ma gli anni passavano, i capelli diventavano bianchi e il grembo di Sara restava ostinatamente vuoto, trasformando quella promessa divina in quello che sembrava un crudele scherzo.
Con ogni mese che passava, Sara vedeva la sua vita fertile sfumare, e con essa la speranza di vedere realizzato il destino glorioso che Dio aveva prospettato al marito.
Finché una notte, Sara fece ciò che molti di noi sono tentati di fare ancora oggi: decise di “aiutare” Dio, convinta che il Creatore fosse troppo lento.
Pensò che se Dio non si fosse affrettato a mantenere la parola data, avrebbe dovuto pensarci lei, prendendo in mano le redini di un destino che le stava sfuggendo.
Offrì così suo marito a un’altra donna, una serva egiziana di nome Agar, convinta che una soluzione pragmatica potesse sostituire un miracolo divino che non arrivava mai.
È necessario fermarsi un istante per comprendere il contesto culturale di quel gesto, che ai nostri occhi moderni appare scioccante, ma che allora era la norma.
Nelle tavolette di Nuzi, scoperte nel 1925 in Mesopotamia, gli archeologi hanno trovato contratti matrimoniali che riflettono esattamente questa antica e accettata tradizione legale.
Se una moglie non poteva concepire, era tenuta a fornire al marito una schiava come madre surrogata, e il bambino nato sarebbe stato legalmente figlio della moglie principale.
Sara non stava inventando nulla di nuovo, stava semplicemente seguendo il manuale culturale del suo tempo, cercando una via d’uscita logica a un problema biologico.
Ma il Dio di Abramo non opera secondo i manuali culturali umani, né accetta scorciatoie nate dalla mancanza di fede o dalla fretta di vedere risultati immediati.
Dio aveva promesso un figlio attraverso Sara, attraverso il suo corpo ormai considerato impossibile, e non attraverso una soluzione diplomatica o un accordo contrattuale con una serva.
Quando un essere umano cerca di accelerare una promessa divina con metodi puramente terreni, il risultato è invariabilmente lo stesso: il caos per sé e per i posteri.
Questo caos non colpisce solo chi prende la decisione, ma si riverbera sui figli, sui nipoti e, come in questo caso, su interi millenni di discendenti futuri.
La schiava si chiamava Agar, un nome egiziano che Abramo aveva probabilmente ricevuto durante il suo soggiorno in Egitto, quando il Faraone lo aveva colmato di doni.
Alcune antiche tradizioni ebraiche suggeriscono addirittura che Agar non fosse una schiava comune, ma una principessa, figlia di un faraone minore, diventata serva per scelta.
Non possiamo confermarlo storicamente, ma la simmetria narrativa è sorprendente e aggiunge un peso drammatico a ogni interazione tra queste due donne divise dal destino.
Abramo accettò la proposta di Sara senza replicare, e il testo biblico non ci dice se abbia esitato o se abbia provato a discutere quella scelta così rischiosa.
Si dice solo che Abramo ascoltò la voce di Sara, una formula linguistica che in ebraico porta con sé un peso terribile e un presagio di sventura imminente.
È la stessa formula usata da Dio con Adamo nel giardino dell’Eden: “Hai ascoltato la voce di tua moglie”, ponendo il desiderio umano sopra il comando divino.
Quando un uomo mette la voce di una creatura davanti alla voce del Creatore, le conseguenze raramente rimangono confinate all’interno delle mura domestiche o del matrimonio.
Agar rimase incinta al primo tentativo, e fu in quel preciso momento che iniziò la spaccatura che rimane aperta e sanguinante ancora oggi, dopo quattromila lunghi anni.
Se pensate che questa sia solo una favola antica su patriarchi disturbati, preparatevi, perché la storia sta per diventare estremamente scomoda e profondamente attuale per noi.
Il primo atto di ostilità in questa saga millenaria non fu commesso da un esercito o da un re, ma da una donna contro un’altra sotto lo stesso tetto.
Quando Agar si rese conto di essere incinta, iniziò a guardare la sua padrona con disprezzo, sentendosi improvvisamente superiore alla donna che non poteva dare figli.
In ebraico viene usata la parola qal, che significa “rendere piccolo”, sminuire, ridurre il valore dell’altro fino a farlo sentire insignificante e privo di dignità.
La schiava si sentiva improvvisamente una regina grazie al suo grembo fertile, mentre la vera regina si sentiva ridotta al rango di una serva inutile e dimenticata.
Sara esplose di rabbia e si rivolse ad Abramo con una furia che il testo biblico registra con una crudezza che non lascia spazio a interpretazioni benevole.
“La mia offesa ricada su di te!”, gridò, chiedendo che Dio giudicasse tra lei e il marito per quella situazione che lei stessa aveva inizialmente orchestrato.
Abramo, in un gesto di debolezza, si lavò le mani della faccenda, dicendo a Sara di fare di Agar ciò che meglio credeva, abbandonandola al suo destino.
Sara, trasformata in una donna ferita, umiliata e vendicativa, iniziò a trattare Agar con una tale durezza che la serva incinta fu costretta a fuggire nel deserto.
Immaginate una donna sola, con un bambino in grembo, senza acqua e senza protezione, che cammina verso una morte quasi certa tra le dune roventi del Sinai.
Ma è qui che accade qualcosa che cambia la storia del mondo: Dio non abbandona la schiava egiziana, ma decide di andare a cercarla proprio lì, nel deserto.
L’angelo del Signore trovò Agar presso una sorgente d’acqua sulla strada di Sur, la via che portava verso l’Egitto, la sua terra d’origine dove cercava rifugio.
Dio le rivolse una domanda che è forse la più tenera e profonda di tutto l’Antico Testamento: “Agar, serva di Sarai, da dove vieni e dove vai?”.
Dio conosceva perfettamente la risposta, ma voleva che Agar ascoltasse se stessa, che desse voce al suo dolore e alla sua disperazione davanti a Lui.
Agar rispose con brutale onestà: “Fuggo dalla presenza della mia padrona”, ammettendo la sua sconfitta e la sua totale mancanza di una meta sicura o di un futuro.
Allora l’angelo fece tre cose che ogni credente dovrebbe rileggere con attenzione: le ordinò di tornare, le fece una promessa immensa e diede un nome al bambino.
Le disse di tornare nella casa dove era stata maltrattata, di sottomettersi di nuovo a Sara, tornando esattamente nel luogo da cui cercava disperatamente di scappare.
Poi arrivò la promessa: “Moltiplicherò la tua discendenza in modo che non si possa contare”, una frase quasi identica a quella rivolta ad Abramo riguardo a Isacco.
Dio promise ad Agar che da suo figlio sarebbe nata una nazione numerosa, potente e indimenticabile, dando valore a quel bambino che Sara considerava un errore.
Infine, le diede il nome per il nascituro: Ismaele, che in ebraico significa “Dio ascolta”, perché Dio aveva udito il grido dell’afflizione di quella donna sola.
Ma subito dopo arrivò la frase che avrebbe definito quattro millenni di conflitti geopolitici: “Egli sarà come un asino selvatico, la sua mano contro tutti e tutti contro di lui”.
Per capire questa profezia, dobbiamo guardare l’ebraico originale, dove l’espressione pere Adam dipinge l’immagine di un uomo che non accetterà mai di essere domato.
La radice pere descrive qualcuno che corre libero, che sfugge a ogni controllo, che non si sottomette a nessun giogo straniero o autorità che voglia schiacciarlo.
È la descrizione di un lignaggio che non accetterà mai di essere colonizzato, una stirpe impossibile da soggiogare, indipendente fino alla morte e fiera della propria libertà.
Il libro di Giobbe descrive l’asino selvatico come colui che ride del frastuono della città, che non ode le grida del mulattiere e che vaga per le montagne.
Questa è la profezia su Ismaele: un uomo del deserto, un beduino, un nomade, un guerriero indipendente che trova la sua casa nella solitudine e nella terra salata.
Ma il versetto continua con una parte che dovrebbe far venire i brividi a chiunque osservi le mappe del Medio Oriente oggi: “Abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli”.
In ebraico, “di fronte alla faccia”, suggerisce una tensione perpetua, una presenza che non è armonia, ma un confronto costante, viso a viso, senza possibilità di fuga.
Se aprite una mappa oggi, vedrete Israele, una piccola striscia sul Mediterraneo, circondata da ventidue nazioni a maggioranza araba che lo guardano dritto negli occhi.
Quaranta secoli fa, un testo scritto su pergamena predisse la geografia, la politica e la guerra di un mondo che nessuno allora poteva nemmeno lontanamente immaginare.
Senza droni, senza missili, senza le Nazioni Unite e senza internet, quella parola antica sta trovando il suo compimento stasera, mentre le sirene suonano nelle città.
Mentre guardiamo queste righe, qualcuno in Cisgiordania sta rinforzando un tetto e qualcuno a Sderot sta correndo verso un rifugio, prigionieri di una frase millenaria.
Se questo non scuote qualcosa dentro di voi, non è per colpa del testo, ma perché abbiamo smesso di leggere la Bibbia come un libro vivo che respira ancora.
Ma la storia non finisce con Ismaele nel deserto; la spaccatura si approfondisce ulteriormente nel capitolo successivo, quando Abramo ha ormai ottantasei anni compiuti.
Per tredici anni, Abramo credette sinceramente che Ismaele fosse il figlio della promessa, il suo unico erede, l’unico su cui riporre tutte le sue speranze future.
Immaginate tredici anni passati a crescere un figlio, a insegnargli a tendere l’arco, a leggere le stelle del deserto e a riconoscere le impronte delle greggi.
Tredici anni di amore, di progetti e di sogni condivisi tra un padre anziano e un adolescente che era diventato il centro del suo intero universo affettivo.
Finché un giorno, Dio visitò di nuovo la tenda e disse qualcosa che spezzò il cuore di Abramo: “Sara, tua moglie, ti darà un figlio e lo chiamerai Isacco”.
Dio dichiarò che avrebbe stabilito il Suo patto eterno con Isacco e con la sua discendenza, escludendo apparentemente Ismaele dalla linea principale della redenzione promessa.
Abramo, quasi cadendo a terra, implorò Dio con un grido che ancora oggi risuona di dolore paterno: “Oh, possa Ismaele vivere davanti a Te!”.
È la supplica di un padre che ama entrambi i figli e che non può accettare che uno venga messo da parte a favore di un altro non ancora nato.
In ebraico, c’è un gioco di parole silenzioso e quasi crudele tra i nomi dei due fratelli che definisce la loro intera esistenza e il loro rapporto futuro.
Ismaele contiene la radice shamá, “ascoltare”, mentre Isacco deriva da tsachaq, “ridere”, creando un contrasto tra chi grida per essere udito e chi è segno di gioia.
Dio rispose ad Abramo con una sottigliezza divina: benedisse Ismaele, promise che lo avrebbe reso una grande nazione e che dodici principi sarebbero nati da lui.
Dio disse: “Riguardo a Ismaele, ti ho ascoltato”, usando la stessa radice del nome del ragazzo, confermando che il suo sguardo non si era mai allontanato da lui.
Ma il patto, quello del Messia, della terra promessa e dell’altare del sacrificio che sarebbe venuto secoli dopo, rimase fermamente stabilito con Isacco, il figlio di Sara.
Qui la ferita diventa teologica: uno riceve la benedizione materiale, l’altro riceve la promessa redentrice che avrebbe cambiato per sempre il destino spirituale dell’umanità.
Un padre dovette vivere il resto dei suoi giorni sapendo di amare i suoi figli allo stesso modo, ma sapendo anche che solo uno avrebbe portato il peso del destino.
Se pensate che la rivalità sia finita lì, vi sbagliate, perché il colpo finale arrivò nel capitolo ventuno, durante una festa che doveva essere solo di gioia.
Isacco nacque miracolosamente quando Sara aveva novant’anni, riempiendo la casa di risate ma anche di una tensione sotterranea pronta a esplodere al primo pretesto.
Passarono tre anni e, durante il banchetto per lo svezzamento di Isacco, Sara vide Ismaele, ormai diciassettenne, che rideva o scherzava in modo ambiguo verso il piccolo.
La parola ebraica metzacheq suggerisce un gioco che sconfina nello scherno, un adolescente geloso che si fa beffe del bambino che gli ha tolto il posto d’onore.
Sara esplose per la seconda volta e sentenziò: “Il figlio di questa schiava non erediterà con mio figlio!”, chiedendo l’espulsione immediata di Agar e Ismaele.
Abramo provò un dolore immenso, perché Ismaele era ancora suo figlio, parte della sua carne, ma Dio gli confermò che doveva lasciarli andare, promettendo di proteggerli.
Immaginate Abramo all’alba, che prepara un otre d’acqua e un po’ di pane, caricandoli sulle spalle della donna che aveva amato e che gli aveva dato il primo figlio.
Senza una parola registrata, senza un bacio o una benedizione d’addio, li mandò verso il deserto di Bersabea, in uno dei silenzi più densi e tragici di tutta la Scrittura.
Bersabea è una regione arida e polverosa, dove le temperature estive superano i quarantacinque gradi e dove un otre d’acqua dura al massimo due giorni per due persone.
Agar camminava in cerchio, smarrita, senza una meta e senza una tribù che la proteggesse, vedendo la vita di suo figlio spegnersi lentamente sotto il sole implacabile.
Quando l’acqua finì, lei abbandonò il ragazzo sotto un cespuglio e si allontanò per non vederlo morire, alzando la voce in un pianto disperato che squarciò il cielo.
Ma Dio udì la voce del fanciullo, non solo quella della madre, e l’angelo chiamò Agar dal cielo dicendole: “Non temere, Dio ha udito il ragazzo dov’è”.
Dio aprì i suoi occhi e lei vide un pozzo d’acqua che prima non c’era, salvando entrambi e riaffermando che Ismaele non era né maledetto né dimenticato dal Creatore.
È fondamentale capire questo: la Bibbia non presenta Ismaele come un personaggio negativo, ma come un figlio amato, ascoltato e sostenuto da Dio nel deserto.
La differenza non sta nell’affetto divino, ma nel compito storico; la linea della redenzione passa per Isacco, ma la benedizione della vita appartiene anche a Ismaele.
Quando la teologia cristiana caricaturizza gli arabi come un popolo maledetto, sta leggendo male il testo, ignorando che Dio stesso si è preso cura del loro capostipite.
C’è un dettaglio quasi sempre omesso: alla morte di Abramo, Isacco e Ismaele si ritrovarono insieme, fianco a fianco, per seppellire il padre nella grotta di Macpela.
Quel momento di silenzio davanti alla tomba del padre fu un segno di riconciliazione che però durò poco, poiché i loro discendenti scelsero strade divergenti e ostili.
Ciò che non viene guarito in una generazione viene ereditato dalla successiva, moltiplicandosi in conflitti che diventano identitari e impossibili da risolvere con la sola ragione.
La gelosia di Sara e il sospetto di Isacco si trasformarono nei secoli in guerre tribali, in tensioni geopolitiche e nel conflitto più antico e radicato del nostro pianeta.
I discendenti di Ismaele si stabilirono nel deserto arabico, formando dodici tribù guidate da dodici principi, proprio come Dio aveva promesso solennemente ad Abramo.
I nomi di questi figli — Nebaiot, Kedar, Adbeel e gli altri — non sono solo nomi biblici, ma compaiono negli annali assiri, babilonesi e nelle cronache persiane dell’epoca.
La tribù di Kedar, in particolare, divenne così potente da dominare l’Arabia settentrionale per secoli, lasciando tracce profonde nei registri dei grandi imperi del passato.
Ogni nome scritto nella Genesi è stato verificato sulla pietra, nell’argilla cotta e negli archivi imperiali, a dimostrazione che la promessa fatta in quella tenda era reale.
I discendenti di Nebaiot furono probabilmente gli antenati dei Nabatei, i costruttori della città di Petra, scolpita nella roccia rosa nel cuore del deserto giordano.
Persino nel Nuovo Testamento troviamo tracce di questo conflitto: l’apostolo Paolo dovette fuggire da Damasco calandosi in una cesta per sfuggire a un governatore di re Areta.
Re Areta era un discendente di Ismaele, e Paolo un figlio di Isacco; quattromila anni dopo, il conflitto familiare continuava a influenzare i destini degli apostoli.
La tradizione islamica, scritta secoli dopo, traccia la genealogia di Maometto direttamente fino a Ismaele attraverso la linea di Kedar, il figlio potente del deserto.
Secondo l’Islam, la Kaaba alla Mecca fu costruita originariamente da Abramo e Ismaele insieme, come segno della loro sottomissione al Dio unico e vero.
L’Islam, fede di oltre due miliardi di persone, affonda le sue radici spirituali nel figlio “rifiutato” del patto, colui che ha ricevuto la promessa dell’asino selvatico.
La tensione tra ebrei e musulmani non è dunque una disputa tra religioni estranee, ma una lite ereditaria tra fratelli che rivendicano lo stesso primato spirituale.
È una lotta per l’eredità di Abramo, per stabilire chi sia il vero custode della promessa e chi sia il figlio prediletto agli occhi del Dio di Israele.
Dall’altra parte, la linea di Isacco portò a Giacobbe, alle dodici tribù di Israele, a Davide e infine a un povero falegname di Nazaret chiamato Gesù, il Messia.
L’apostolo Paolo spiega che la scelta di Isacco non fu un atto di favoritismo etnico, ma il mezzo necessario per portare la salvezza a tutte le nazioni della terra.
Attraverso la discendenza di Isacco doveva venire Colui che avrebbe aperto le porte del cielo anche ai gentili, agli egiziani, ai romani e agli stessi figli di Ismaele.
La scelta di uno non era contro l’altro, ma a favore di tutti, affinché la benedizione originale di Abramo potesse raggiungere ogni angolo del globo terrestre.
Tuttavia, la linea di Isacco ha ereditato anche una costante ostilità da parte dei suoi fratelli, che vediamo manifestarsi in ogni crisi registrata nelle pagine della Bibbia.
Quando Giuseppe fu venduto dai suoi fratelli, fu una carovana di ismaeliti a comprarlo, portandolo verso l’Egitto con carichi di gomma aromatica, balsamo e mirra.
La mirra, resina preziosa dell’Arabia controllata dalle tribù di Ismaele, viaggiò sul dorso di un cammello ismaelita per accompagnare uno schiavo ebreo verso il suo destino.
Diciotto secoli dopo, quella stessa sostanza sarebbe stata deposta ai piedi di un bambino ebreo a Betlemme da uomini venuti dall’Oriente, seguendo una stella nel cielo.
La Bibbia è un libro incredibilmente intrecciato, dove i discendenti di Ismaele sono stati, senza saperlo, strumenti per il compimento del destino della stirpe di Isacco.
Gedeone combatté contro i Madianiti, un ramo ismaelita; Davide si rifugiò tra i Filistei ma lottò contro gli Amaleciti, anch’essi legati ai popoli nomadi del deserto.
Quando Neemia cercò di ricostruire le mura di Gerusalemme, i suoi principali avversari furono un ammonita e un arabo di nome Gesem, contrari al ritorno degli ebrei.
Non sembra strano che un popolo perseguitato per millenni, disperso in tutto il mondo, torni nella sua terra nel 1948 e trovi esattamente gli stessi vicini ostili?
Non è una coincidenza statistica, è una profezia che respira, un capitolo di una saga familiare che non accenna a chiudersi con mezzi puramente umani o diplomatici.
Paolo, scrivendo ai Galati, sblocca un ulteriore livello di comprensione definendo la storia di Sara e Agar come un’allegoria spirituale di portata universale.
Sara rappresenta il patto della libertà e della grazia, mentre Agar rappresenta il patto della schiavitù e della legge, una distinzione che supera i confini del sangue.
Paolo ribalta la prospettiva: chi confida nelle proprie opere è figlio di Agar, anche se ebreo, mentre chi confida nella promessa di Cristo è figlio di Sara.
Questo significa che un arabo che crede in Gesù diventa spiritualmente un figlio di Isacco, erede della promessa e partecipe della libertà dei figli di Dio.
Al contrario, un ebreo che rifiuta il Messia rimane, in senso spirituale, nella condizione di schiavitù simboleggiata da Agar, nonostante la sua discendenza fisica da Abramo.
Questo spiega perché oggi, nel mondo musulmano, migliaia di persone stiano incontrando Cristo attraverso sogni, visioni e scoperte segrete del Nuovo Testamento.
Mentre i telegiornali mostrano missili e distruzione, Dio sta silenziosamente abbracciando i figli di Ismaele uno ad uno, proprio come fece con la madre nel deserto.
Nelle montagne dell’Algeria, nelle città segrete dell’Iran e persino in Arabia Saudita, rinasce una chiesa sotterranea formata da figli di Agar che diventano figli di Sara.
Questi credenti trovano in Gesù quella pace che nessun accordo di Oslo o trattato di Abramo potrà mai garantire, perché la loro ferita è guarita alla radice.
Le Nazioni Unite non potranno mai sanare un conflitto che è teologico e familiare prima ancora che politico; solo un intervento divino può chiudere una ferita divina.
Esiste una profezia in Isaia che parla di un giorno futuro in cui ci sarà una strada aperta tra l’Egitto, l’Assiria e l’Israele, senza confini armati o odio.
Dio dirà: “Benedetto sia il mio popolo, l’Egitto, l’opera delle mie mani, l’Assiria, e la mia eredità, Israele”, descrivendo tre antichi nemici che camminano insieme.
Sembra un sogno impossibile, come il parto di una novantenne o un asino selvatico che accetta il morso, ma il Dio che mantiene le promesse lo ha giurato.
Paolo, nella lettera ai Romani, usa l’immagine dell’olivo per spiegare che i rami naturali tagliati saranno un giorno innestati di nuovo nel loro albero originale.
Ci sarà un giorno in cui il figlio di Sara e il figlio di Agar si siederanno alla stessa tavola, non per un funerale, ma per celebrare il Messia comune.
Gesù è l’unica figura della storia che compie le promesse fatte ad entrambi i figli, riconciliando in se stesso tutto il sangue umano versato in questi millenni.
In Lui, la mano di Ismaele non è più contro tutti, ma è tesa verso il fratello, e la risata di Isacco non è più di scherno, ma di pura e condivisa gioia.
Riguardate ora i titoli dei giornali: i missili, i muri e le madri che piangono in due lingue diverse non sono solo cronaca nera, sono il dolore del parto di una nuova era.
Ora sapete che non state guardando solo una guerra per la terra, ma una ferita aperta una notte in una tenda per mancanza di pazienza verso una promessa.
Nessuna conferenza internazionale chiuderà ciò che un solo Dio ha aperto, e quel Dio ha già iniziato il Suo lavoro di guarigione nei cuori di chi Lo cerca.
Dai deserti di sabbia ai troni del cielo, il viaggio iniziato quattromila anni fa sta giungendo alla sua conclusione, attraverso fiumi di sangue e deserti di lacrime.
Genesi 16 ci ha mostrato il conflitto dell’asino selvatico, ma l’Apocalisse ci mostra una moltitudine immensa di ogni tribù e lingua davanti al trono dell’Agnello.
Tra questi due versetti ci sono quaranta secoli di storia e voi, proprio ora, state vivendo il capitolo intermedio, testimoni di una profezia che non smette di ardere.