C’è qualcuno nello scenario politico italiano che sta facendo tremare l’attuale maggioranza di governo. Quel messaggio lanciato mesi fa da Roberto Vannacci oggi sembra pesare molto di più. L’eurodeputato e generale attacca frontalmente una certa idea di destra, mette in discussione le scelte strategiche dei leader storici e solleva un interrogativo che sta dividendo l’opinione pubblica: sta semplicemente dando voce a ciò che molti pensano o si sta spingendo oltre il limite consentito? Con la nascita del suo movimento politico, Vannacci non usa mezzi termini per definire lo stato di salute della coalizione che guida il Paese, tracciando una linea di demarcazione netta tra la sua proposta e quella degli ex alleati.
L’affondo contro la “destra scolorita” e il tradimento dei valori
Il cuore della critica di Vannacci risiede in quella che definisce una totale perdita di identità da parte dei partiti tradizionali del centrodestra. L’eurodeputato descrive l’attuale maggioranza come una “destra scolorita, sbiadita”, che sembra quasi vergognarsi delle proprie radici e finisce per scimmiottare una sinistra ormai fuori moda. Secondo il Generale, la differenza macroscopica tra i due schieramenti storici si è assottigliata al punto che la destra odierna gioca a fare la sinistra non alla moda, invitando persino esponenti dell’ideologia gender e del mondo LGBTQ ai propri congressi di partito, nonostante si sia sempre professata paladina della famiglia tradizionale.
Questo atteggiamento, a detta di Vannacci, ha generato un profondo senso di tradimento in una larga fetta di elettori. La politica, secondo la sua visione, deve rimettere al centro l’interesse esclusivo dei cittadini italiani e della patria. Obiettivi globali come la salvezza del pianeta, la tutela della natura o gli aiuti internazionali devono passare in secondo piano rispetto ai bisogni concreti della nazione. L’apertura ai mercati internazionali, come nel caso del trattato Mercosur, viene vista come un danno diretto per gli agricoltori, considerati i veri custodi dell’identità e dell’eccellenza enogastronomica italiana. Di fronte a queste incongruenze dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, Vannacci si candida a essere quello “squillo di tromba” capace di risvegliare quel 52% di italiani che ha scelto la via dell’astensionismo perché non si riconosce più in una politica sbiadita. Nonostante le chiusure nette di Matteo Salvini a ogni possibile dialogo futuro, il Generale si mostra sicuro: “Conoscendo l’uomo, cambierà idea”, ricordando come l’attuale leader della Lega avesse escluso in passato alleanze poi regolarmente realizzate.
Un perimetro politico senza veti: da Borghezio a CasaPound
Nella costruzione della sua squadra e delle sue alleanze, Vannacci dimostra di non avere preclusioni ideologiche, preferendo concentrarsi sui concetti e sui principi piuttosto che sulle etichette. Interpellato su figure storiche della politica come Mario Borghezio, il Generale ne riconosce l’ampia esperienza accumulata negli ultimi venticinque anni, definendolo una risorsa con cui è fondamentale dialogare. Valutazioni positive arrivano anche per figure non prettamente politiche ma di forte impatto mediatico e sociale, come Simone Cicalone, apprezzato per il suo approccio pragmatico, e Mario Adinolfi, con cui condivide l’idea di una famiglia naturale ancorata alle tradizioni.
Il discorso si fa ancora più inclusivo quando si parla di movimenti della destra radicale come Forza Nuova o CasaPound. Di fronte alle polemiche nate in Parlamento per la presentazione di una proposta di legge sulla remigrazione sostenuta da queste realtà, Vannacci difende il principio democratico: se si tratta di cittadini liberi che non hanno commesso reati e portano avanti una proposta di legge popolare, le porte devono rimanere aperte. Per spiegare la sua posizione, il Generale utilizza una metafora culinaria: “A me interessa la pasta asciutta, mi interessano i concetti. Il sapore della pasta non cambia a seconda del cameriere che la porta al tavolo”. La democrazia, secondo questa visione, non può applicare discriminazioni basate su etichette come quella di “fascista”, specialmente se a giudicare sono avversari politici anziché la magistratura. Un pragmatismo che lo porta a dialogare con chiunque, persino con la sinistra, come dimostrato da alcuni suoi voti favorevoli a emendamenti dell’opposizione ritenuti coerenti con i propri sogni e principi.
La geopolitica del Generale: la Russia e il vicolo cieco ucraino
Uno dei temi più caldi e controversi riguarda la politica estera e il posizionamento dell’Italia nel conflitto tra Russia e Ucraina. Vannacci, forte della sua conoscenza diretta di Mosca, respinge con forza l’etichetta di “filo-putiniano”, definendosi unicamente “pro-italiano e pro-europeo”. La sua lettura del conflitto è netta: la guerra deve finire perché sta distruggendo l’Ucraina sul piano sociale, economico e industriale, penalizzando al contempo la competitività dell’intera Europa.
Il Generale lancia una dura critica alla gestione diplomatica passata, attaccando l’operato dell’ex premier Mario Draghi, colpevole a suo dire di aver usato toni duri e di aver creduto che le sanzioni economiche avrebbero piegato la Russia. Al contrario, l’esercito russo continua ad avanzare inesorabilmente. Secondo Vannacci, l’unica alternativa alla sconfitta inevitabile dell’Ucraina sarebbe un intervento diretto della NATO e dell’Unione Europea sul campo di battaglia, uno scenario che definisce inaccettabile: “Chi è pronto a mettersi gli scarponi, lo zaino in spalla e mandare i propri figli a versare il sangue?”. Con oltre la metà della popolazione ucraina favorevole alla fine delle ostilità e un alto numero di disertori, la via del negoziato diventa l’unica percorribile. Inoltre, smonta l’idea diffusa dall’intelligence occidentale secondo cui la Russia avrebbe mire espansionistiche verso la Polonia o i Paesi Baltici, definendola una tesi infondata: occupare l’Europa richiederebbe un esercito di cinque milioni di uomini che Mosca non può permettersi. La reazione russa, spiega il Generale, nasce dal senso di assedio percepito fin dal 2008, quando si ipotizzò l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, trasformando il Mar Baltico in un “lago della NATO” e limitando gli sbocchi strategici di una superpotenza che vede questa guerra come una questione esistenziale.
Sicurezza, immigrazione e il nodo della società multiculturale
Il giudizio sull’operato del governo in materia di sicurezza interna è altrettanto severo. Nonostante i proclami della maggioranza, Vannacci ritiene che non sia stato fatto abbastanza, evidenziando un legame diretto tra l’immigrazione incontrollata e l’aumento della criminalità. La soluzione non risiede nella creazione di nuovi corpi speciali sul modello statunitense, ma nella re-legittimazione delle forze di polizia italiane, private negli ultimi vent’anni degli strumenti necessari per operare efficacemente. Il Generale si dice favorevole all’uso dell’esercito all’interno delle città, conscio del fatto che tale misura certifichi una situazione di eccezionalità assimilabile a un’invasione interna, scenario in cui l’Italia si troverebbe già.
Le critiche più aspre sono dirette al modello della società multiculturale, definita un fallimento storico che cancella il concetto stesso di patria e genera conflitti sociali, portando l’esempio degli Stati Uniti e della Francia. Per Vannacci, l’integrazione deve essere totale e trasformarsi in assimilazione: chi desidera la cittadinanza italiana deve amare il Paese, parlarne la lingua e adottarne le tradizioni. Da qui la difesa della proposta di “remigrazione volontaria”, un sistema volto a favorire il rientro dei migranti nei paesi d’origine riducendo i benefici assistenziali sul territorio nazionale per ristabilire l’equità sociale a favore dei cittadini nativi. La conclusione del Generale è un ribaltamento della retorica sui diritti umani: “Il primo diritto di ogni persona è quello di crescere e prosperare nella propria terra d’origine. I veri eroi sono quelli che restano a lottare nel proprio Paese, non quelli che scappano”.