Posted in

Se Dio ha creato ogni cosa, chi ha creato Dio? – Lui stesso ha spiegato da dove proviene.

Tre uomini guardarono direttamente il volto di Dio e ciò che accadde fu un evento che travalica ogni comprensione umana, un collasso istantaneo dell’essere.

Ciò che videro non fu solo una manifestazione di potere, ma la prova più brutale e definitiva che nessuno ha mai creato l’Elettorato dell’universo.

Ezechiele fu il primo a sperimentare questo squarcio nel velo della realtà, nell’anno cinquecentonovantatré avanti Cristo, mentre si trovava in esilio.

Il giovane sacerdote sedeva presso il fiume Chebar, lontano dalla sua Gerusalemme e dal tempio dove avrebbe dovuto servire la divinità del suo popolo.

Si trovava in una terra pagana, circondato da idoli babilonesi e immerso nel silenzio di una speranza che sembrava ormai svanita tra le sabbie del deserto.

All’improvviso il cielo si aprì sopra la sua testa, rivelando una tempesta di fuoco e di vento che non apparteneva a questo mondo fisico.

Un vento tempestoso avanzava dal settentrione, portando con sé una grande nube avvolta da un fuoco sfolgorante che irradiava una luce sovrannaturale.

Nel mezzo di quel turbine di fiamme, Ezechiele scorse qualcosa che somigliava a un bronzo splendente, una sostanza che sfida le leggi della materia conosciuta.

L’originale ebraico utilizza la parola Yashmal per descrivere questo splendore, un termine che compare solo tre volte in tutta la Bibbia e resta un mistero.

Gli antichi rabbini discussero per secoli sul significato di questo termine, avvertendo nel Talmud che insegnare pubblicamente lo Yashmal fosse estremamente pericoloso.

Non è una semplice parola, ma la descrizione di qualcosa che la mente umana può a malapena elaborare, una sorta di fuoco metallico vivente e vibrante.

Qualcosa che possiede simultaneamente la solidità del metallo e la fluidità del fuoco, un paradosso visivo che brucia e risplende in un’armonia impossibile da comprendere.

Ma questa era solo la cornice di una visione ancora più disturbante, poiché all’interno di quel fuoco emergevano quattro esseri viventi, ciascuno dotato di quattro facce.

Avevano il volto di un uomo, di un leone, di un bue e di un’aquila, rappresentando la totalità della creazione in un’unica forma angelica.

Ciascuno possedeva quattro ali e sotto di esse apparivano mani umane, mentre le loro gambe erano dritte come pilastri, splendenti come il bronzo più puro.

Si muovevano senza voltarsi, seguendo l’impulso dello spirito in una coordinazione perfetta che non richiedeva alcun tipo di comunicazione udibile o visibile tra loro.

Accanto a ogni creatura vivente c’era una ruota, ma non si trattava di un oggetto ordinario, bensì di una struttura color crisolito, ruota dentro la ruota.

Immaginate due cerchi che si intersecano ad angolo retto, permettendo un movimento multidirezionale istantaneo, senza la necessità di cambiare l’orientamento della struttura stessa.

I cerchi di queste quattro ruote erano pieni di occhi tutto intorno, centinaia di pupille che coprivano l’intera superficie di quelle macchine celestiali.

Erano occhi onniveggenti, sguardi che penetravano in ogni direzione simultaneamente, eliminando ogni angolo cieco e rendendo vano ogni tentativo di nascondersi a quella vista.

Sopra le teste di queste creature si stendeva un firmamento simile a un cristallo splendente, e sopra quell’estensione appariva un trono fatto di pietra di zaffiro.

Seduto sul trono c’era una figura che sembrava un uomo, ma Ezechiele usa un linguaggio cauto, parlando di una somiglianza che pareva tale alla vista.

Ogni sua parola è un tentativo disperato di approssimare una realtà che il vocabolario umano non può catturare, un’essenza che sfugge alla definizione dei sensi.

Dalla sua vita in su appariva come Yashmal, quel fuoco metallico vivente, e dalla vita in giù sembrava puro fuoco circondato da un arcobaleno glorioso.

Di fronte a tale visione, Ezechiele fece l’unica cosa che un essere umano può fare: cadde faccia a terra, crollando sotto il peso dell’infinito.

Non fu una decisione consapevole di inginocchiarsi, né un atto di devozione religiosa, ma il collasso fisico di un corpo incapace di reggere tale pressione.

C’è qualcosa nella presenza diretta del Divino che disarma la struttura stessa del nostro essere, rendendo impossibile restare in piedi davanti alla maestà.

Il suono che accompagnava la visione era altrettanto schiacciante, paragonato dal profeta al fragore di grandi acque, come la voce stessa dell’Onnipotente Shaddai.

Ezechiele usa quattro comparazioni in un unico versetto, poiché nessuna di esse era sufficiente a descrivere il rumore di una moltitudine simile a un esercito.

Era come trovarsi ai piedi di una cascata immensa dove il ruggito riempie le orecchie e la vibrazione scuote il petto fin nelle profondità del cuore.

Immaginate di essere soli in un campo aperto e di vedere il cielo squarciarsi, mentre un uragano di fuoco discende verso di voi con creature mostruose.

Immaginate che quegli esseri abbiano ruote coperte di occhi che vi fissano tutti insieme e che il suono emesso faccia vibrare ogni atomo della realtà.

Ezechiele non aveva alcun quadro di riferimento per elaborare tutto questo, e per questo motivo il suo corpo attivò un meccanismo di protezione totale.

Quando la realtà eccede ciò che la mente può sopportare, il sistema nervoso si spegne, ed è qui che bisogna prestare la massima attenzione possibile.

Ciò che sto per mostrarvi si connette con qualcosa che probabilmente non vi è mai stato insegnato riguardo alla natura profonda e segreta di Dio.

Quasi centocinquant’anni prima di Ezechiele, un altro profeta, Isaia, ebbe una visione del trono, ma ciò che descrisse era radicalmente differente e quasi contrastante.

Isaia vide i serafini con sei ali, mentre Ezechiele vide i cherubini con quattro ali e quattro facce distinte, udendo suoni che non coincidevano affatto.

Isaia udì il canto “Santo, Santo, Santo”, mentre Ezechiele percepì il rumore delle ali come il fragore di un’armata in marcia verso la battaglia finale.

Sono due profeti che osservano lo stesso trono, eppure le loro descrizioni non corrispondono, suggerendo una complessità che supera la nostra limitata capacità di osservazione.

Esiste però una terza visione nell’Antico Testamento che pochi collegano alle prime due, ed è quella di Daniele presso il grande fiume Tigri.

Daniele aveva digiunato per ventuno giorni, astenendosi da carne, vino e unguenti, portando il suo corpo in uno stato di totale e assoluta privazione.

Poi alzò gli occhi e ciò che descrisse fa venire la pelle d’oca: un uomo vestito di lino con i fianchi cinti d’oro purissimo di Ufaz.

Il suo corpo era come il berillo, una pietra preziosa che sembra contenere il mare al suo interno, e il suo volto brillava come la folgore.

I suoi occhi erano come torce di fuoco e le sue braccia e gambe avevano il colore del bronzo brunito, mentre la voce era un boato.

Prestate attenzione ai dettagli sensoriali: il volto non era come un fuoco costante, ma come un fulmine che acceca e lascia macchie nell’oscurità della mente.

Le parole non avevano il suono di una singola persona, ma il ruggito di una folla che parla all’unisono in una perfetta e terrificante unità.

Sentite cosa accadde al corpo di Daniele: egli racconta di essere rimasto senza forze, il suo splendore si mutò in debolezza e il vigore svanì.

Non fu un indebolimento graduale, ma una trasformazione istantanea nel suo opposto, come se tutta la sua energia fosse stata assorbita dalla visione stessa.

La parola ebraica Hod, tradotta come splendore o vigore, suggerisce che la gloria dell’essere visto abbia svuotato Daniele di ogni sua bellezza residua.

I traduttori spesso addolciscono il dettaglio più crudo: Daniele dice che il suo aspetto divenne simile a quello di un cadavere in decomposizione sulla terra.

L’espressione suggerisce che la sua forma esteriore si corruppe, rendendolo simile a un morto vivente che non riesce a elaborare ciò che i suoi occhi vedono.

Eppure, anche Daniele vide solo un frammento della verità, e seicento cinquant’anni dopo un terzo uomo vide lo stesso trono dall’isola di Patmos.

Giovanni, l’apostolo, descrive una visione che combina elementi di Isaia e di Ezechiele, ma aggiunge dettagli che nessuno dei due aveva mai menzionato prima.

Le quattro creature di Giovanni hanno sei ali come i serafini, ma possiedono i volti dei cherubini e sono piene di occhi davanti e dietro.

È come se ogni profeta avesse colto una faccia diversa di un diamante infinito, un frammento di una realtà che nessun occhio umano può contenere interamente.

Giovanni vide uno simile a un Figlio d’Uomo, con i capelli bianchi come la lana e gli occhi simili a una fiamma di fuoco ardente.

Dalla sua bocca usciva una spada affilata a doppio taglio, perché la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di qualsiasi arma terrena.

Il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza, non filtrato dalle nuvole, ma come il sole del deserto a mezzogiorno.

Giovanni, che aveva camminato con Gesù per tre anni e aveva posato il capo sul suo petto, cadde come morto ai suoi piedi vedendolo.

L’uomo che lo amava e che lo aveva visto morire e risorgere non riuscì a restare cosciente davanti alla gloria regale priva del velo umano.

Tre profeti, tre ere diverse, tre visioni dello stesso Dio che non somigliano affatto l’una all’altra se analizzate superficialmente dalla nostra logica umana.

Ezechiele vide metallo vivente e ruote, Daniele vide un corpo di berillo e fulmini, Giovanni vide un uomo con gli occhi di fuoco e la spada.

Nessuno di loro sbagliava, ma nessuno aveva il quadro completo, perché l’infinità di Dio non può essere racchiusa in una singola immagine o mente creata.

Tutto ciò che è stato creato può essere compreso da qualcosa di più grande di sé: l’orologio dall’orologiaio, la sinfonia dal compositore, l’universo dalla mente umana.

Ma ciò che questi tre uomini videro non può essere compreso da nessuno, poiché essi stessi crollarono nell’istante in cui cercarono di fissare lo sguardo su di Lui.

Se un essere umano non può nemmeno stare in piedi davanti a una frazione della Sua gloria, quale essere avrebbe mai potuto creare una tale potenza?

La grandezza stessa di ciò che i profeti hanno testimoniato elimina ogni possibilità logica di un creatore antecedente a quel Dio che si manifesta.

Non serve la filosofia per capirlo, basta guardare il terrore e la meraviglia di coloro che hanno sfiorato il confine dell’eternità senza esserne distrutti del tutto.

Ma ecco la sfida vera, quella che scuote le fondamenta: se qualcuno avesse creato Dio, gli avrebbe tolto una capacità specifica, quella di soffrire profondamente.

Nessun progettista darebbe alla propria creazione la capacità di essere ferita dalle sue stesse opere, eppure la Bibbia dice che Dio piange e soffre.

Dice che Dio ride, canta e persino si pente, come leggiamo nel sesto capitolo della Genesi, dove il Signore si addolorò nel Suo cuore.

Fermatevi a riflettere: lo stesso Dio descritto come fuoco metallico vivente prova un dolore lancinante nel petto a causa del comportamento della sua umanità.

L’ebraico qui è devastante: la parola usata per descrivere il pentimento è Naham, che evoca l’atto di respirare profondamente o sospirare per il dolore estremo.

È il suono di chi non ha più parole, un sospiro che nasce dalla parte più profonda dell’essere quando la sofferenza è diventata ormai troppo pesante.

La frase “lo addolorò profondamente” usa il termine Atsav, lo stesso vocabolo usato per descrivere il dolore lancinante del parto che piega il corpo.

Non è un fastidio o una piccola irritazione, ma un dolore viscerale che rompe l’anima dall’interno, una ferita che sanguina nel silenzio dell’eternità.

Dio guardò l’umanità e vide la violenza che distruggeva le creature formate dalle Sue stesse mani, e ciò non lo fece solo infuriare, lo spezzò.

Prima dell’ira venne il dolore, e prima del giudizio venne il lutto, perché l’essere più potente che esiste possiede un cuore capace di frantumarsi.

Dio prova dolore non perché sia debole, ma perché ha scelto di amare, e l’amore apre sempre e inevitabilmente la porta alla vulnerabilità più estrema.

Non c’è amore senza la possibilità del dolore, e Colui che non aveva bisogno di nulla scelse di creare esseri capaci di spezzargli il cuore.

Le emozioni di Dio scorrono in tutta la Scrittura come un fiume sotterraneo che molti lettori distratti ignorano, preferendo un’immagine di fredda e distante perfezione.

Il salmista afferma crudelmente che Colui che siede nei cieli riderà, ma non è una risata di gioia, è la reazione all’assurdità del male.

I re della terra complotteranno contro di Lui credendosi potenti, e Dio, che sostiene ogni atomo del loro corpo, osserva la sproporzione e scoppia a ridere.

È come osservare una formica che dichiara guerra all’oceano: l’oceano non la odia, ma non può prenderla sul serio a causa della differenza di scala.

Ma se pensate che questo Dio terrificante sia incapace di tenerezza, le parole del profeta Sofonia vi lasceranno senza fiato e cambieranno la vostra prospettiva.

Egli dice che il Signore gioirà per te con grida di gioia, ti quieterà con il Suo amore e esulterà per te con canti.

Dio canta, e non canta per Sé stesso, ma canta di te, usando un’intensità di gioia che l’ebraico descrive come un movimento fisico rotatorio.

Yaguil è una gioia così intensa che implica il ballare o il girare su se stessi, mentre Rinnà non è un inno solenne, ma un grido.

C’è però una frase misteriosa nel mezzo: “Egli rimarrà in silenzio nel Suo amore”, un silenzio che dice più di mille parole o tuoni.

È il silenzio di chi guarda ciò che ama e non trova termini sufficienti, perché ciò che prova è troppo profondo per qualsiasi linguaggio creato.

Avete mai guardato qualcuno che amate così tanto da restare senza parole, sentendo che il silenzio comunica l’essenza stessa della vostra presenza amorosa?

Il Dio dell’universo sperimenta questo verso di te, restando in silenzio non per assenza, ma per l’intensità di una vicinanza che le parole limiterebbero.

Il silenzio di Dio non è sempre un vuoto, a volte è la forma più densa della Sua presenza, un mistero che l’Esodo approfondisce ulteriormente.

Dio rivelò a Mosè che il Suo nome è Geloso, non come un’emozione passeggera, ma come la Sua identità essenziale, la Sua natura più intima.

La gelosia di Dio non nasce dall’insicurezza umana, ma dal senso di appartenenza totale, come quella di un padre verso un figlio in pericolo.

È un amore territoriale che dice: “Tu sei mio e non ti dividerò con ciò che ti distrugge”, un concetto portato all’estremo dal profeta Osea.

Dio ordinò a Osea di sposare una prostituta di nome Gomer come atto profetico, un ordine che richiedeva un sacrificio d’amore umano quasi inimmaginabile.

Gomer lo tradì e tornò alla prostituzione, lasciandolo per altri uomini, ma Dio disse a Osea di andare a ricomprarla dal mercato degli schiavi.

Provate a sentire il peso di quell’ordine: Osea dovette pagare quindici sicli d’argento per riavere la donna che lo aveva umiliato pubblicamente davanti a tutti.

Vide la donna con cui aveva dormito e mangiato, nuda e in vendita come un oggetto, e tirò fuori il denaro per portarla a casa.

La riaccolse non con un contratto di comportamento, ma con l’amore puro, perché questo è ciò che Dio fa con noi ogni volta che scappiamo.

Immaginate la scoperta di un tradimento, le bugie accumulate e il senso di vuoto, e poi l’ordine di andare a riprendere chi vi ha distrutto.

Questo è ciò che Dio fa ogni volta che scambiamo la Sua gloria con gratificazioni immediate che brillano ma non durano, vendendo la nostra dignità spirituale.

Egli va al mercato, paga il prezzo e ci riporta a casa, chiedendosi nel libro di Osea: “Come potrei mai abbandonarti, o Efraim?”.

Non è una domanda retorica, ma il grido di un padre che vede il figlio camminare verso un precipizio e non può forzarlo a fermarsi.

Il cuore di Dio si rivolge dentro di Lui e tutta la Sua compassione si infiamma, usando la parola Nehpash, che descrive un rovesciamento totale.

Lo stesso termine usato per la distruzione di Sodoma viene applicato al cuore di Dio, che si agita per il dolore di perdere chi ama.

Se avete bisogno di una pausa, restate qui, perché ciò che segue collega tutto questo a un momento del Nuovo Testamento che molti ignorano.

Il versetto più breve della Bibbia dice semplicemente: “Gesù pianse”, ma il termine greco implica un pianto visibile, udibile e impossibile da nascondere al pubblico.

Gesù stava davanti alla tomba di Lazzaro e sapeva perfettamente che lo avrebbe riportato in vita da lì a pochi minuti senza alcun rischio.

Perché piangere se sai che la storia avrà un lieto fine? Perché il dolore delle persone che amava era reale e presente in quel momento.

Maria e Marta erano devastate, e Gesù, che era Dio in carne umana, non osservò il dolore da una distanza divina, ma lo assorbì interamente.

Il testo rivela che Egli si indignò profondamente, usando un verbo che descrive il fremito di un cavallo prima di caricare il nemico in battaglia.

Era indignato contro la morte stessa, l’intrusa che stava rubando le persone amate, e pianse per ogni funerale e ogni tomba della storia umana.

C’è una madre che ha sepolto suo figlio mesi fa e che sorride quando deve farlo, ma alle tre del mattino resta a fissare il buio.

Si chiede dove sia Dio in quel silenzio di pietra, senza sapere che il dolore che prova è una frazione del dolore che Dio sente.

Dio amava quel bambino prima ancora che la madre sapesse di essere incinta, e la Sua capacità di soffrire è proporzionale al Suo amore infinito.

Dio non ha eliminato istantaneamente la morte perché ha un piano che include un giorno in cui ogni lacrima sarà asciugata dai Suoi stessi occhi.

L’Apocalisse lo promette: non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, perché le cose di prima sono passate e la gloria ha vinto.

Se Dio fosse solo un essere terrificante senza cuore, la religione sarebbe solo obbedienza terrorizzata, un sottomettiti o muori privo di ogni vera speranza.

Ma la Bibbia presenta un Dio che piange per il tuo dolore, che canta per la tua gioia e che resta in silenzio nel Suo amore.

Un essere creato non ama così, e un prodotto di design non prova un dolore paragonabile alla distruzione di una città per le sue creature.

Quelle emozioni non sono programmate, sono il marchio di un essere che esiste per Se stesso e ama perché amare è la Sua stessa essenza.

Dio ti stava pensando specificamente prima ancora che l’universo esistesse, non come concetto astratto, ma proprio te, con il tuo nome e cognome.

Paolo scrive agli Efesini che Dio ci ha scelti in Cristo prima della fondazione del mondo, prima della materia, dell’energia o del tempo.

In quello stato eterno in cui esisteva solo la Trinità, Dio aveva già preso una decisione deliberata e personale riguardo alla tua esistenza futura.

Il salmo centotrentanove afferma che i Suoi occhi videro il tuo corpo ancora informe e che tutti i tuoi giorni erano scritti nel Suo libro.

In ebraico, la parola Golem indica una massa senza forma, un embrione che non ha ancora una struttura definita ma è già noto.

Prima che tu avessi un volto o una voce, esisteva già un registro dettagliato, un piano d’amore scritto con un inchiostro che precede la luce.

Davide racconta che Dio conosce i suoi pensieri da lontano e che esamina ogni dettaglio della sua routine con l’attenzione di chi ama.

La parola ebraica Jacar è usata nel contesto minerario per descrivere uno scavo profondo alla ricerca di oro o di pietre preziose nell’oscurità.

Dio ti ha scavato, ha cercato negli strati più profondi del tuo essere e ciò che ha trovato non lo ha allontanato, ma lo ha avvicinato.

I tuoi giorni sono stati formati come un vasaio modella l’argilla con intenzione, design e scopo, senza che nulla fosse lasciato al puro caso.

Nessun giorno della tua vita manca da quel libro, inclusi i peggiori, quelli che vorresti cancellare e che Dio ha invece incluso nel disegno.

Geremia udì che Dio lo conosceva prima ancora di formarlo nel grembo materno, usando il termine Yadà, che indica una conoscenza intima e relazionale.

Nel libro dei Proverbi, la Sapienza personificata parla di un tempo in cui non c’era nessuno con cui parlare, spiando così l’eternità stessa.

Essa racconta di essere stata con Dio all’inizio delle Sue opere, quando formava i cieli e stabiliva le fondamenta della terra e del mare.

La Sapienza era con Lui come un architetto, essendo la Sua delizia quotidiana e rallegrandosi nel mondo abitabile e tra i figli dell’uomo.

Prima che esistessero gli uomini, la Sapienza già gioiva per loro, provando un diletto che i padri della Chiesa identificarono con il Figlio eterno.

Cristo, il Verbo che era con Dio, è la Sapienza che giocava davanti al Padre e che trovava la Sua felicità nel pensiero di te.

La parola ebraica Mesajeeket significa ridere, giocare o danzare, descrivendo un’atmosfera di gioia pura e senza alcuna pressione esterna o necessità produttiva.

Shauim implica un piacere profondo che si rinnova costantemente, un diletto che Dio ha provato guardando te prima che tu facessi qualunque cosa.

Un padre torna a casa stanco e il figlio gli corre incontro chiamandolo per nome; in quel momento ogni fatica scompare per la pura gioia.

Moltiplicate questo per l’infinito e avrete la descrizione di Dio che ti guarda e viene riempito da una felicità che non ha spiegazioni umane.

Il tuo posto nel regno era già riservato prima che il sole esistesse, con il tuo nome sulla sedia dell’eternità già pronto da sempre.

Ci sono tre prove bibliche devastanti che rispondono alla domanda su chi ha creato Dio: le visioni, le emozioni e la preconoscenza eterna.

Niente in questo universo produce l’effetto visto dai profeti, e niente di creato possiede un potere che riduce l’uomo a un cadavere.

Dio si pente, ride, canta e piange con un’intensità che nessuna creatura progettata potrebbe mai possedere verso i propri inferiori gerarchici di creazione.

Se Dio ti amava prima che esistessero materia e tempo, allora Dio esisteva già prima di ogni cosa che avrebbe potuto mai crearlo.

Non serve un argomento filosofico, basta leggere cosa faceva Dio quando non esisteva assolutamente nulla: Egli ti stava amando con tutto Se stesso.

Se qualcuno ti ama prima che tu esista, è perché quel qualcuno esiste già oltre i confini della stessa esistenza misurabile dal nostro tempo.

Immaginate chi siede al buio alle tre del mattino chiedendosi se Dio sappia della sua esistenza o se sia solo un concetto vuoto.

Se quella persona potesse vedere le ruote di Ezechiele e sapere che quegli occhi la fissano con amore, ogni dubbio svanirebbe come fumo.

Un buon padre prepara la stanza per il figlio che deve nascere, dipinge le pareti e compra vestiti che serviranno solo tra molti mesi.

Pianifica un’intera vita per qualcuno che non ha ancora preso il primo respiro, e quando il bambino piange, egli corre a consolarlo.

Ora togliete ogni limite umano e stanchezza: avrete il Dio che ha preparato la tua esistenza prima che il concetto di esistenza esistesse.

Egli non ti ha amato perché eri utile o speciale secondo i criteri del mondo, ma ti ha amato perché amare è la Sua natura.

Dio non ha amore, Dio è amore in ogni Sua essenza e fibra, e splendere Gli è inevitabile come lo è per il sole.

Quegli occhi sulle ruote non sono sguardi di un giudice freddo che cerca difetti, ma gli occhi di un padre che non si stanca.

Il fuoco che scorre dal trono in Daniele non è solo potere distruttivo, ma è l’infiammazione di una compassione che brucia senza mai consumarsi.

La voce che ruggisce come l’oceano è la stessa che sussurra “ti amo” con una dolcezza che squarcia il silenzio delle notti più buie.

Daniele vide milioni di angeli che servivano il trono, ma in mezzo a quella moltitudine gloriosa, Dio stava pensando esattamente e solo a te.

Egli ha creato l’universo per avere una relazione con te, nonostante avesse già milioni di adoratori che non hanno mai smesso di cantare.

Gli angeli Lo vedono nella Sua gloria e non possono fare altro che adorare, ma tu scegli di credere anche quando cammini nell’oscurità.

Quando nel dolore scegli di fidarti, dai a Dio qualcosa che nessun angelo potrà mai offrirGli: la libera scelta di un amore provato.

Paolo dice di non rattristare lo Spirito Santo, usando un termine greco che implica il causare un dolore emotivo profondo e quasi insopportabile.

Lo Spirito può essere addolorato perché ti ama abbastanza da sentire la ferita del tuo allontanamento volontario verso ciò che ti distrugge l’anima.

Dio si è rivelato come fuoco e tuono, ma anche come un neonato in una mangiatoia e come un falegname che conosceva la fatica.

La gloria di Ezechiele e la lacrima di Giovanni sono le due facce dello stesso diamante infinito che nessun uomo potrà mai possedere interamente.

Dio è così grande che l’universo non Lo contiene, ma così personale da contare ogni singolo capello che cade dalla tua testa oggi.

Le tue cicatrici erano già nel libro e Dio, vedendole, non ha cambiato idea su di te, ma ha provato una compassione infiammata.

Egli piange e canta allo stesso tempo, provando dolore e gioia in una sintesi divina che supera ogni nostra categoria mentale o emotiva terrena.

Ogni occhio sulle ruote ti sta guardando in questo istante, non con scrutinio freddo, ma con l’intensità di un Dio il cui nome è Geloso.

Se hai sentito che Dio è un concetto distante o un’idea per la domenica che non funziona per te, oggi quell’immagine viene distrutta.

Il Dio che non rispondeva ai tuoi gridi non era assente, ma era in un silenzio d’amore, sostenendo la tua vita con la Sua mano.

Egli aspettava questo momento per farti capire che il Suo silenzio era la forma più intensa di vicinanza che un essere potesse mai sperimentare.

C’è differenza tra un Dio che non parla perché non Gli importa e un Dio che tace perché ciò che prova supera ogni parola.

Questo Dio proprio ora sta gioendo per te, restando in silenzio nel Suo amore e cantando sopra la tua vita con grida di giubilo.

Lo fa ora, con tutto ciò che sei e che non sei, con ogni tuo fallimento e ogni ferita che cerchi disperatamente di nascondere.

Quei canti sono iniziati prima della fondazione del mondo e non si fermeranno mai, perché nessuno ha creato Dio: Egli è l’amore eterno.