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Macron incassa due porte in faccia: così l’asse Meloni-Merz lo mette definitivamente all’angolo

Macron incassa due porte in faccia: così l’asse Meloni-Merz lo mette definitivamente all’angolo

Il tradizionale e storico asse franco-tedesco, che per decenni ha rappresentato il motore indiscusso e la cinghia di trasmissione dell’integrazione europea, sembra essersi definitivamente rotto. Al suo posto sta emergendo un’alleanza geopolitica abbastanza inattesa quanto potenzialmente rivoluzionaria: quella siglata tra la premier italiana Giorgia Meloni e il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz. Questo inedito asse strategico sta provocando un vero e proprio terremoto a Bruxelles, lasciando il presidente francese Emmanuel Macron isolato e costretto a incassare due durissime “porte in faccia” che ne decretano il declino politico sul piano comunitario.

Macron incassa due porte in faccia. Così l'asse Meloni-Merz lo mette  all'angolo

Il punto di svolta di questa nuova intesa si è concretizzato a Roma, con un bilaterale culminato nella firma di un piano d’azione congiunto. Non si è trattato di un semplice gesto formale o di una passerella diplomatica, ma del segnale inequivocabile di un profondo cambio di paradigma. Meloni e Merz stanno cercando di sancire un’intesa che supera i confini tradizionali e punta a ridisegnare l’Unione Europea in chiave più pragmatica, nazionale e decisamente meno burocratica. Il focus è chiaro e si concentra su tre pilastri fondamentali: competitività industriale, difesa comune e gestione della migrazione.

Da un lato, l’Italia guidata da Giorgia Meloni, mossa da una visione sovranista e concreta, cerca partner affidabili nel continente per contrastare l’egemonia della Commissione di Bruxelles, spesso accusata di imporre regole asfissianti che penalizzano le imprese e il tessuto produttivo nazionale. Dall’altro lato, la Germania di Friedrich Merz vede nell’interlocuzione con Roma l’alleato perfetto per superare le continue frizioni con la Francia di Macron. Il protezionismo francese mascherato da retorica europeista e l’atteggiamento da novello leader globale del presidente francese non convincono più Berlino, risultando indigesti a una parte significativa degli Stati membri dell’Unione.

Il primo e più clamoroso fallimento che certifica l’isolamento della Francia riguarda il settore della Difesa, dove l’asse italo-tedesco rischia di assestare un colpo mortale alle ambizioni di Parigi. Il programma FCAS (Future Combat Air System), il super progetto franco-tedesco da 100 miliardi di euro per la costruzione di un caccia di sesta generazione lanciato in pompa magna nel 2017, è di fatto imploso. I disaccordi sulla proprietà intellettuale, sulla governance e la pretesa francese di accaparrarsi l’ottanta per cento delle quote industriali hanno paralizzato i negoziati. Di fronte allo stallo, la Germania ha iniziato a guardare con forte interesse al progetto rivale GCAP (Global Combat Air Programme), guidato da Italia, Gran Bretagna e Giappone. Roma ha già aperto le porte a una possibile adesione tedesca, una mossa che non solo accelererebbe i tempi tecnologici di Berlino, ma lascerebbe la Francia da sola a gestire un programma militare ormai moribondo.

La seconda e altrettanto dolorosa porta in faccia incassata da Macron riguarda la politica economica e la gestione delle risorse finanziarie. Nel tentativo di rilanciare la propria centralità e distrarre l’opinione pubblica dai problemi di produttività interni, il presidente francese ha nuovamente invocato l’emissione di eurobond, ovvero la creazione di debito comune europeo. La risposta arrivata da Berlino è stata un “no” secco e categorico. La leadership tedesca è convinta che il debito comune non sia la soluzione ai mali europei, ma solo un palliativo ideologico che non affronta il nodo reale della crescita e dell’efficienza dei mercati.

Eurobond e aiuti di Stato: l'asse Meloni-Merz conviene all'Italia?

Questi due schiaffi consecutivi messi a segno dall’intesa Meloni-Merz dimostrano come l’Europa stia scivolando verso un modello radicalmente diverso, schiacciato tra il protezionismo americano e l’aggressiva concorrenza cinese. La cura proposta da Roma e Berlino prevede una vera e propria deregulation soft: maggiore potere di veto per i governi nazionali contro i regolamenti comunitari eccessivi e un approccio più dinamico ai mercati globali. Mentre l’establishment europeista più ortodosso vede in questa svolta un attacco all’integrazione, i fatti dimostrano che il pragmatismo sta sostituendo l’utopia burocratica. Per Macron, ormai messo all’angolo, il tempo del comando solitario sembra essere giunto al capolinea.