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Un principe saudita le promise una favola, ma la seppellì viva nella sua stessa base…

Un principe saudita le promise una favola, ma la seppellì viva nella sua stessa base…

Il silenzio che avvolgeva il quartiere di Al-Muruj, a Riad, era interrotto soltanto dal ronzio monotono dei condizionatori d’aria, sordi testimoni del calore soffocante che stringeva la capitale saudita. Oltre le alte mura di cinta di una delle residenze private del principe Sultan bin Saud, la realtà si scomponeva in frammenti di un orrore indicibile, rimasto sepolto per mesi nell’oscurità. Quando gli investigatori, scortati dai diplomatici, riuscirono infine a varcare la soglia di quel palazzo, non immaginavano che la sfarzosa architettura di marmo e oro nascondesse un abisso di perversione e violenza, un teatro di morte meticolosamente allestito.

Il fulcro del mistero si trovava nei sotterranei, in una stanza che non figurava in nessuna delle planimetrie ufficiali dell’edificio, una prigione segreta la cui porta era celata dietro un massiccio armadio di legno pregiato. Discese le scale di pietra, gli inquirenti si trovarono davanti a una scena che appariva a metà tra un macabro rituale e una macabra messinscena teatrale, illuminata dalla luce tremolante di decine di candele. Anastasia Kravets era seduta su una sedia di legno, immobile, con le mani legate e il corpo irrigidito in una posizione che sembrava studiata per richiamare una sottomissione eterna di fronte a un imponente trono che dominava la stanza.

La pelle della giovane donna recava i segni inconfondibili di una prolungata costrizione, solchi profondi lasciati da manette metalliche che le avevano stretto i polsi per giorni, se non per settimane. L’ispezione preliminare rivelò dettagli agghiaccianti: la cassa toracica appariva visibilmente deformata a causa della rottura di numerose costole, e sul viso erano evidenti le tracce di un’agonia violenta. Il proprietario del palazzo, il principe Sultan bin Saud, quarantenne membro della famiglia reale, continuava ad affermare con freddezza che la ragazza fosse deceduta a causa di un’improvvisa e fulminante malattia.

Eppure, ogni singolo elemento presente in quella stanza sotterranea smentiva categoricamente le parole dell’esponente della dinastia reale, indicando una realtà ben più sinistra. Per comprendere come una giovane e brillante ragazza ucraina fosse finita in quel sepolcro di candele e cera, era necessario fare un passo indietro, ritornando ai giorni della sua giovinezza a Kiev. Anastasia Kravets era nata e cresciuta nella capitale ucraina, in una famiglia della classe media che, pur non navigando nell’oro, non le aveva mai fatto mancare nulla.

Fin dai tempi della scuola, la ragazza si era distinta per l’impegno, l’energia contagiosa e una naturale predisposizione per lo studio delle lingue straniere, diplomandosi con ottimi voti. Successivamente, mossa dal desiderio di esplorare il mondo, si era laureata in turismo, vedendo in quel settore la chiave per evadere dalla routine e viaggiare oltre i confini nazionali. Il coronamento di quel sogno era arrivato con l’assunzione come assistente di volo presso una delle maggiori compagnie aeree internazionali, un ruolo che le calzava a pennello.

Le colleghe e gli amici più cari la descrivevano come una persona solare, estremamente disciplinata sul lavoro, ma anche incredibilmente fiduciosa nei confronti del prossimo e della vita. Volare su rotte internazionali rappresentava per lei non solo un impiego stabile e un buon guadagno, ma l’opportunità di immergersi in culture diverse e fare incontri straordinari. All’inizio del 2020, ad Anastasia venne assegnato il servizio sulla tratta che collegava direttamente Kiev a Riad, un volo che per lei doveva essere di routine.

Su quel volo, tra i passeggeri della prima classe, viaggiava il principe Sultan bin Saud, un uomo che a Riad godeva di un’influenza immensa dovuta ai suoi legami di sangue. Per Anastasia si trattava di un turno di lavoro ordinario, durante il quale profuse la sua consueta gentilezza e professionalità, ignara del fatto che quegli occhi scuri la stessero fissando. Il principe rimase folgorato dalla bellezza e dall’eleganza della giovane assistente di volo ucraina, decidendo fin da subito che quella donna doveva entrare a far parte del suo mondo.

Sultan bin Saud era una figura controversa all’interno della stessa cerchia reale: pur non ricoprendo cariche di governo attive, gestiva enormi flussi di denaro e godeva di totale immunità. Tra i suoi conoscenti era noto per i repentini sbalzi d’umore, la smodata passione per il lusso esibito e, soprattutto, per una concezione distorta e possessiva delle relazioni umane. Da anni circolavano voci riservate sul suo conto, sussurrate nei corridoi del potere, riguardanti la sua abitudine di usare la propria ricchezza per attirare giovani donne straniere.

Le testimonianze raccolte successivamente tra il personale della sua sicurezza dipingevano il ritratto di un uomo ossessionato dal controllo, che considerava le donne come oggetti di sua proprietà. Nel suo schema mentale, i regali costosi, i gioielli e l’ospitalità nei suoi palazzi non erano atti di generosità, bensì il prezzo del riscatto per la libertà di chi li accettava. Durante quel fatidico volo, il principe si prodigò in complimenti lusinghieri e, prima di sbarcare, riuscì tramite i suoi assistenti a ottenere i contatti personali di Anastasia.

Inizialmente, la ragazza considerò quelle attenzioni come i soliti e innocui tentativi di corteggiamento da parte di un passeggero facoltoso, qualcosa a cui le hostess sono abituate. Tuttavia, la settimana successiva al volo si trasformò in un vero e proprio assedio romantico: il principe iniziò a inviarle mazzi di fiori giganteschi, regali e messaggi continui. Le scriveva della sua ammirazione, della sua solitudine e della ferma intenzione di intraprendere una relazione seria, manifestando il desiderio di un legame duraturo che potesse sfociare nel matrimonio.

Nelle chat con le sue amiche di Kiev, Anastasia esprimeva stupore e una comprensibile eccitazione per quel corteggiamento così serrato proveniente da un membro di una famiglia reale. Vedeva in quell’uomo affascinante e potente la possibilità di dare una svolta definitiva alla propria vita, di garantire un futuro radioso a se stessa e ai propri genitori. Un mese dopo il loro primo incontro, lusingata e ormai conquistata dalle promesse di un amore da favola, la ragazza accettò l’invito a trascorrere qualche giorno a Riad.

Ai genitori spiegò che si trattava di un viaggio decisivo, un’opportunità unica per approfondire la conoscenza con l’uomo che le aveva promesso di farla diventare sua moglie. Il principe l’aveva rassicurata sul fatto che nel suo palazzo di Al-Muruj avrebbe avuto a disposizione un’intera ala riservata, con servitù personale e ogni comfort possibile. Anastasia partì per l’Arabia Saudita con il cuore pieno di speranze, convinta di stare per varcare la soglia di un sogno, ignara della trappola che stava per scattare.

I primi giorni nella residenza del principe Sultan sembrarono confermare le aspettative più rosee della giovane ucraina, immersa in un’atmosfera di sfarzo che superava ogni immaginazione. Le vennero donati gioielli d’oro e pietre preziose, e l’ala del palazzo a lei destinata era un trionfo di marmi bianchi, specchi intarsiati e arredi di altissimo pregio. Anastasia inviò messaggi entusiasti alla madre, descrivendo l’immensità della struttura e dicendo che tutto assomigliava a un grande albergo di lusso, dove l’unica stranezza era la sicurezza costante.

C’erano infatti guardie armate a ogni angolo, un dettaglio che all’inizio la ragazza interpretò come una normale misura di protezione legata all’alto rango del suo ospite. Tuttavia, con il passare dei giorni, quell’idillio dorato iniziò a mostrare le prime, inquietanti crepe, e l’atmosfera all’interno della residenza si fece pesante e opprimente. Il principe cominciò a manifestare i primi segni della sua natura ossessiva, esigendo di sapere con chi parlasse al telefono e limitando le sue passeggiate nei giardini.

I contatti tra Anastasia e la sua famiglia a Kiev iniziarono a diradarsi in modo preoccupante, allarmando i genitori che erano abituati a sentirla quotidianamente. La ragazza rispondeva ai messaggi con crescente ritardo, e le sue risposte erano diventate brevi, telegrafiche, prive di quella spontaneità e gioia che l’avevano sempre contraddistinta. L’ultima vera conversazione telefonica con la madre avvenne a metà del mese di marzo del 2020, in un clima di palpabile tensione emotiva.

Durante quella telefonata, Anastasia cercò di rassicurare la madre dicendo che andava tutto bene, ma la sua voce era insolitamente bassa e interrotta da lunghi silenzi. Disse che aveva molte cose da fare, che i preparativi per il futuro la assorbivano completamente, e interruppe bruscamente la comunicazione prima che la madre potesse fare domande. Da quel preciso momento, il telefono della giovane assistente di volo risultò perennemente spento o irraggiungibile, e il silenzio inghiottì ogni traccia della sua esistenza.

A Kiev, i parenti inizialmente cercarono di non cedere al panico, pensando che la ragazza fosse semplicemente molto impegnata con la sua nuova e complessa vita da principessa. Ma il tempo passava, le settimane si accumulavano e l’assenza di notizie divenne un macigno insopportabile per i genitori, convinti che fosse accaduto qualcosa di grave. Contattarono la compagnia aerea per cui Anastasia lavorava, ricevendo la conferma ufficiale che la ragazza non si era presentata ai turni e non rispondeva ai richiami.

I genitori si rivolsero quindi al consolato ucraino, chiedendo disperatamente aiuto per rintracciare la figlia in un paese le cui leggi e usanze rendevano tutto maledettamente difficile. Le prime richieste formali di informazioni inviate dalle autorità diplomatiche ucraine ai ministeri competenti a Riad si scontrarono con un muro impenetrabile di silenzi e dinieghi. Nessuno sembrava intenzionato a ficcare il naso negli affari privati del principe Sultan bin Saud, la cui residenza ad Al-Muruj era considerata un territorio sacro.

Le indagini ufficiali non partivano, frenate dal timore reverenziale che il nome della famiglia reale incuteva nei funzionari di polizia e nei magistrati locali. Per due mesi interi, la sparizione di Anastasia Kravets rimase un segreto confinato all’interno delle mura del palazzo e negli uffici della diplomazia ucraina a Kiev. La svolta arrivò soltanto grazie alla caparbietà della famiglia e alle incessanti pressioni esercitate dagli ambasciatori ucraini, che minacciarono di sollevare un caso internazionale.

Di fronte alla prospettiva di uno scandalo che avrebbe potuto danneggiare l’immagine del regno all’estero, le autorità di Riad concessero infine un’autorizzazione limitata per un’ispezione. Un ristretto gruppo di inquirenti, accompagnato da un rappresentante diplomatico, ottenne il permesso di varcare i cancelli della lussuosa e blindata residenza del principe Sultan. L’ispezione della superficie del palazzo non rivelò nulla di anomalo: le stanze dell’ala est erano vuote, perfettamente in ordine, prive di qualsiasi traccia della ragazza.

Fu l’intuito di uno degli investigatori, che notò un’incongruenza nella disposizione dei mobili di un corridoio di servizio, a fare svoltare radicalmente il corso delle ricerche. Spostando un enorme armadio a muro che sembrava fisso, la squadra scoprì l’esistenza di una pesante porta di legno massiccio, dotata di una serratura elettronica blindata. Una volta forzata la porta, una scala di pietra umida e buia si diramò verso le viscere della terra, conducendo gli uomini in un ambiente spettrale.

L’aria in quel sotterraneo era viziata, satura dell’odore dolciastro e soffocante della cera bruciata di decine di candele che consumavano la loro luce negli angoli. Al centro della stanza, di fronte a un imponente trono di legno scuro intagliato, giaceva il corpo senza vita di Anastasia Kravets, seduto su una sedia. La giovane indossava un abito lungo, elegante, ma la bellezza del vestito contrastava orribilmente con la violenza che era stata perpetrata sul suo corpo martoriato.

I polsi della ragazza mostravano solchi scuri e lacerazioni profonde, la prova inequivocabile che era stata tenuta legata con pesanti manette di metallo per un tempo lunghissimo. L’esame autoptico preliminare, eseguito sul posto dai medici legali, rivelò la frattura di diverse costole, causata da traumi violenti e ripetuti al torace. Sul viso e sul collo erano presenti ecchimosi che indicavano una morte avvenuta per asfissia, un soffocamento brutale che aveva messo fine alla sua giovane vita.

Il principe Sultan, convocato immediatamente dagli inquirenti nel sotterraneo, mantenne un atteggiamento di assoluta indifferenza e distacco, privo di qualsiasi accenno di rimorso o pietà. Sostenne fermamente che la ragazza fosse morta a causa di un malore improvviso e che lui avesse voluto preservarne il corpo in quel modo per onorarne la memoria. Ma i segni evidenti sul cadavere, i legacci e le costole spezzate gridavano una verità opposta, confermando che Anastasia era stata vittima di un omicidio.

La macchina del potere saudita si attivò immediatamente per arginare i danni, cercando di secretare i risultati dell’ispezione e di far passare l’accaduto come una tragedia privata. Per la famiglia di Anastasia a Kiev, l’inizio di quella che speravano fosse una ricerca di giustizia si trasformò in un incubo burocratico e diplomatico. Le autorità di Riad classificarono il caso come decesso per cause naturali, ignorando deliberatamente il verbale redatto dai medici che avevano aperto quella stanza d’albergo sotterranea.

L’ambasciata ucraina a Riad presentò una nota ufficiale di protesta al Ministero degli Interni saudita, esigendo l’apertura di un’inchiesta indipendente e l’invio del referto autoptico completo. La risposta ufficiale del regno fu un gelido comunicato in cui si ribadiva che la morte della cittadina ucraina era da attribuirsi a un arresto cardiaco. Questa versione ufficiale cozzava violentemente con i dettagli contenuti nel rapporto medico riservato che alcuni funzionari erano riusciti a trasmettere clandestinamente alla parte ucraina.

In quel documento segreto si leggeva chiaramente che le fratture alle costole erano compatibili con colpi sferrati con eccezionale violenza, come calci o ginocchiate sul petto. Le lesioni ai polsi testimoniavano una prolungata immobilizzazione, incompatibile con lo stato di una persona libera di muoversi e colpita da un malore improvviso. L’asfissia meccanica, indicata come causa primaria del decesso, confermava che qualcuno le aveva premuto un cuscino o le mani sulla bocca fino a ucciderla.

Forti di questi dati agghiaccianti, i genitori di Anastasia decisero di rompere il silenzio, parlando ai media ucraini e chiedendo che il caso fosse trattato come omicidio. Una successiva e più approfondita perquisizione del palazzo, pretesa dai diplomatici, portò alla luce ulteriori e inquietanti elementi che delineavano la prigionia subita dalla ragazza. Nella stanza sotterranea, oltre alle candele e al trono, furono rinvenuti sul pavimento numerosi pezzi di corda, tracce fresche di cera e ganci metallici.

In un armadio situato in un locale adiacente del seminterrato, gli inquirenti trovarono gli effetti personali di Anastasia: i suoi vestiti civili, le scarpe e la borsa. Ma il ritrovamento più significativo avvenne in un cassetto della scrivania privata del principe, dove erano custoditi il passaporto della ragazza e alcuni biglietti aerei. Quei biglietti, acquistati settimane prima e mai utilizzati, dimostravano che Anastasia aveva cercato una via di fuga, un modo per sottrarsi a quella prigione dorata.

Il principe le aveva sottratto i documenti e il telefono, isolandola completamente dal mondo esterno e privandola di qualsiasi possibilità di chiedere aiuto o scappare da Riad. Gli interrogatori dei membri della servitù e delle guardie giurate in servizio al palazzo si rivelarono poco più di una farsa preconfezionata dai legali della famiglia. Molti domestici dichiararono di non aver mai visto la ragazza o di non essere a conoscenza dell’esistenza di quel livello sotterraneo sotto l’edificio.

Altri lavoratori, messi alle strette dagli investigatori, ammisero a mezza bocca di non poter rilasciare alcuna dichiarazione che potesse in qualche modo danneggiare la figura del principe. Spiegarono, terrorizzati, che testimoniare contro un membro della casa reale avrebbe significato mettere a immediato repentaglio la propria vita e l’incolumità delle rispettive famiglie. Questo clima di omertà e paura rese le indagini interne del tutto unilaterali, sbilanciate a favore del potentissimo e intoccabile sospettato principale di quel delitto.

Tutto il potere politico, economico e legale era concentrato nelle mani di Sultan bin Saud, lasciando la parte ucraina priva di veri strumenti di rivalsa giuridica. Il governo di Kiev cercò di internazionalizzare la vicenda, coinvolgendo le strutture diplomatiche dell’Unione Europea e presentando un esposto dettagliato alle principali organizzazioni per i diritti umani. Nelle piazze di Kiev si tennero manifestazioni spontanee di cittadini e colleghi di Anastasia, che chiedevano a gran voce verità e l’estradizione del principe.

Ma le risposte formali provenienti da Riad rimasero sorde a qualsiasi sollecitazione esterna, continuando a ripetere l’ormai logora versione dell’improvvisa malattia della giovane donna. Il sistema giudiziario saudita, basato su codici rigidi e impermeabile alle interferenze straniere, protesse l’esponente reale, impedendo che venisse iscritto nel registro degli indagati. Emerse con forza il passato del principe Sultan, già al centro di vicende poco chiare riguardanti sparizioni di altre giovani donne straniere negli anni precedenti.

In almeno tre occasioni, storie di ragazze europee e asiatiche entrate nel suo entourage e poi svanite nel nulla erano state messe a tacere. I rapporti segreti degli emissari occidentali descrivevano un preciso e inquietante schema comportamentale adottato dall’uomo nei confronti delle sue sfortunate e giovani amanti. Le donne venivano inizialmente ricoperte d’oro, per poi essere private della libertà di movimento e sottoposte a pesanti e progressive violenze psicologiche e fisiche.

Nel caso di Anastasia Kravets, questo sadico rituale di controllo assoluto aveva raggiunto il suo apice più tragico e brutale, lasciando tracce impossibili da cancellare. Le autorità locali imposero un rigido blocco editoriale sulla vicenda, vietando ai giornalisti del posto di pubblicare qualsiasi articolo o accenno alle indagini nel palazzo. Anche i corrispondenti della stampa estera che chiesero visti speciali per seguire il caso a Riad ricevettero netti e ingiustificati rifiuti da parte del ministero.

Per tutta l’estate del 2020, il fascicolo sulla morte di Anastasia rimase oggetto di tesi e discussioni esclusivamente all’interno di ristretti e felpati circoli diplomatici. Mentre a Riad il silenzio calava come una pesante pietra tombale sulla vicenda, a Kiev la rabbia dei familiari e dell’opinione pubblica cresceva di giorno in giorno. Oltre alla richiesta di giustizia, si aprì una dolorosa e complessa trattativa diplomatica riguardante la restituzione della salma della ragazza alla sua terra natia.

La famiglia reale saudita insistette a lungo per celebrare i funerali direttamente a Riad, offrendosi di coprire tutte le spese e di seppellirla in un cimitero locale. Questa mossa avrebbe di fatto impedito ai genitori di vedere per l’ultima volta il corpo della figlia e di far eseguire un’autopsia indipendente in Ucraina. Fu solo grazie all’intervento di organizzazioni umanitarie internazionali che il governo saudita cedette, autorizzando il rimpatrio del corpo dopo tre mesi di estenuanti rinvii.

Un altro dettaglio agghiacciante emerse dall’analisi dei rilievi effettuati nella stanza sotterranea: le pareti e il pavimento mostravano segni di un utilizzo prolungato nel tempo. Vecchi strati di cera stratificata, ganci arrugginiti fissati alla pietra e brandelli di tessuti diversi indicavano che Anastasia non era stata la prima prigioniera in quel luogo. Questo sospetto rimase confinato nei faldoni secretati dell’indagine, un’ombra spaventosa che suggeriva l’esistenza di una scia di vittime rimaste senza nome e senza giustizia.

La ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Anastasia, effettuata dagli inquirenti ucraini incrociando i diari e le poche testimonianze, svelò l’inferno subito dalla ragazza. Nel suo alloggio dorato, la giovane aveva iniziato a comprendere la reale natura della sua situazione quando le guardie le avevano vietato di varcare la porta principale. Durante le sue ultime telefonate alla madre, i guardaspalle del principe rimanevano nella stanza, ascoltando ogni parola e costringendola a parlare solo in lingua inglese.

Quando la ragazza si rifiutò di sottostare a quel regime di totale isolamento, pretendendo la restituzione del passaporto, l’atteggiamento del principe Sultan mutò radicalmente, diventando feroce. In un piccolo taccuino rinvenuto nella sua camera, Anastasia era riuscita a scrivere alcune brevi e disperate frasi in lingua russa, datate ai primi di marzo. Le note dicevano testualmente che le era vietato telefonare, che le parlavano di un imminente matrimonio ma che, di fatto, non la lasciavano uscire.

Quell’esile quaderno rappresentava l’ultimo e straziante grido d’aiuto di una ragazza che vedeva il proprio sogno trasformarsi nel più atroce degli incubi. Il principe iniziò a condurla con frequenza sempre maggiore nei sotterranei, costringendola a rimanere immobile per ore davanti al suo trono, come un trofeo inanimato. Secondo la ricostruzione medica, i colpi violenti che le spezzarono le costole furono inferti proprio durante una di queste sessioni di sadica coercizione fisica.

Il punto di rottura definitivo si consumò nei primi giorni di aprile del 2020, quando Anastasia tentò un’ultima, disperata resistenza verbale contro il suo carceriere. La ragazza pretese con fermezza di poter chiamare la madre e di voler fare i bagagli per ritornare immediatamente a Kiev, scatenando la furia dell’uomo. Una guardia del palazzo, sentita successivamente in via confidenziale, confermò di aver udito chiaramente urla disperate e rumori di colpi provenire dal sotterraneo quella sera.

Il giorno successivo, nessuno dei domestici vide più la ragazza muoversi nell’ala del palazzo, e il silenzio più assoluto avvolse la struttura di Al-Muruj. L’autopsia confermò che la morte per soffocamento era sopravvenuta pochi minuti dopo il pestaggio, mentre Anastasia si trovava probabilmente ancora legata alla sedia di legno. Il principe, anziché disporre una sepoltura clandestina, decise di lasciare il corpo in quella posizione allestendo intorno ad esso il macabro scenario scoperto dagli inquirenti.

Accese le candele, dispose le vesti della vittima e chiuse la porta blindata, continuando a vivere la sua vita quotidiana nei piani superiori del palazzo. Quando il corpo fu finalmente rimpatriato in Ucraina nell’estate del 2020, i funerali si svolsero in un clima di profondo e straziante dolore in un cimitero di Kiev. Amici, colleghi in divisa da assistenti di volo e semplici cittadini si strinsero attorno ai genitori, distrutti dal dolore e dalla consapevolezza dell’impunità del colpevole.

I genitori rilasciarono una breve e dignitosa dichiarazione pubblica, chiedendo che il mondo non dimenticasse il volto di Anastasia e l’orrore che le era stato inflitto. Sapevano che la giustizia degli uomini non avrebbe mai varcato i confini di quel regno mediorientale per arrestare l’assassino della loro unica e amata figlia. Alcuni documenti diplomatici trapelati successivamente sui media occidentali confermarono che l’immunità di Sultan bin Saud aveva spento sul nascere ogni reale possibilità di processo.

Il principe Sultan bin Saud continuò a frequentare i salotti dell’alta società e a gestire le sue immense ricchezze, protetto dal sangue reale. La storia di Anastasia Kravets rimane come un monito doloroso, la cronaca di una favola promessa che si è trasformata in un brutale e spietato omicidio. Sulle carte ufficiali del governo di Riad il caso è stato definitivamente archiviato sotto la cinica e falsa dicitura di decesso per cause naturali.

Ma la verità storica, scritta nei verbali segreti, nelle costole spezzate e in quella stanza sotterranea illuminata dalle candele, racconterà per sempre un’altra e drammatica storia. La storia di una ragazza che cercava la felicità nei cieli del mondo e che ha trovato la morte nel buio di un palazzo reale.

Disclaimer : This content may be created by AI for entertainment purposes. Any resemblance to real persons, events, or places is coincidental.