Un’infermiera ha ricevuto 45 milioni di dollari da una paziente emiratina i cui 7 figli avevano avvelenato la sua torta nuziale.
Dina Sari, una giovane infermiera indonesiana di soli ventinove anni, trovò la morte a quattro ore di distanza dal momento in cui aveva assaporato la sua torta nuziale, all’interno di un lussuoso hotel di Dubai. I primi esami rilevarono nel suo sangue una dose letale di veleno, e le indagini successive portarono alla luce una verità agghiacciante: i mandanti dell’omicidio erano i sette eredi del suo ex paziente. La ragazza era arrivata ad Abu Dhabi nel marzo del duemilaventidue, firmando un contratto con una clinica privata specializzata in cure palliative per pazienti facoltosi.
A quel tempo Dina aveva ventisette anni, una laurea conseguita con ottimi voti presso la facoltà di medicina di Giacarta e un’esperienza di tre anni in un ospedale locale. La decisione di trasferirsi era nata da una motivazione puramente economica, dato che gli stipendi negli Emirati Erano dieci volte superiori rispetto a quelli del suo paese d’origine. Il suo piano era semplice e generoso: mettere da parte i soldi per aiutare i genitori rimasti nel villaggio e pagare gli studi universitari al fratello minore.
La clinica si trovava in un edificio moderno nel centro della città, una struttura esclusiva che ospitava non più di venti pazienti alla volta, garantendo a ciascuno di loro un team medico personale. Mansour Al Maktoum fu ricoverato in quella struttura una settimana dopo l’arrivo di Dina, quando l’uomo aveva ormai compiuto ottantun anni. I medici gli avevano diagnosticato un cancro al pancreas in stadio avanzato con metastasi diffuse al fegato, una condizione che rendeva inutile qualsiasi terapia.
L’unico obiettivo rimasto era quello di alleviare le sue sofferenze e offrirgli un’assistenza dignitosa negli ultimi mesi di vita, una cura che richiedeva costante attenzione. Mansour aveva costruito la sua immensa fortuna nell’industria petrolifera durante gli anni Settanta e Ottanta, l’epoca del grande boom economico degli Emirati. Possedeva quote in tre importanti compagnie petrolifere, una rete di stazioni di servizio e numerosi immobili commerciali situati tra Abu Dhabi e Dubai.
Il patrimonio complessivo dell’anziano era stimato intorno agli ottocento milioni di dollari, una cifra monumentale che faceva gola a molti, specialmente all’interno della sua stessa famiglia. Dina fu assegnata come infermiera primaria per gestire i turni più faticosi, che iniziavano alle sei del mattino e terminavano alle dieci di sera, per sei giorni alla settimana. Assisteva Mansour nell’igiene quotidiana, lo nutriva quando era troppo debole, controllava le flebo di analgesici e gli rimaneva accanto quando il dolore diventava insopportabile.
Durante la prima settimana di ricovero, Mansour non pronunciò quasi nessuna parola, limitandosi a fissare il soffitto e a lamentarsi solo quando le fitte si facevano più intense. Dina gli parlava in un inglese semplice, imparato per motivi di lavoro, raccontandoli del tempo meteorologico, delle notizie del giorno e dei pasti preparati nella cucina della clinica. Non sapeva se l’uomo la ascoltasse davvero, ma i medici le avevano spiegato che la voce umana aiutava i malati terminali a sentirsi meno soli.
Mansour aveva avuto sette figli da tre matrimoni diversi, una discendenza numerosa ma profondamente distante dal punto di vista affettivo ed emotivo. Il figlio maggiore, Ahmed, aveva cinquantaquattro anni e gestiva una delle compagnie petrolifere paterne, mentre la figlia minore, Fatima, trentaduenne, viveva a Londra lavorando come interior designer. Gli altri cinque figli, di età compresa tra i trentacinque e i quarantotto anni, ricevevano cospicui assegni mensili dal fondo di famiglia.
Tutti i figli occupavano posizioni di rilievo nelle aziende del padre o gestivano progetti personali finanziati interamente con il denaro del vecchio magnate. La prima moglie di Mansour era deceduta vent’anni prima, la seconda aveva divorziato trasferendosi a Parigi e la terza, più giovane di trent’anni, aveva chiesto il divorzio subito dopo aver appreso la diagnosi della malattia. I figli andavano a visitare il padre molto raramente, riducendo i contatti al minimo indispensabile.
Ahmed si presentava in clinica una volta ogni due settimane, trattenendosi per non più di quindici minuti, facendo domande formali sulla salute per poi andarsene accampando scuse di lavoro. Gli altri eredi apparivano ancora meno frequentemente, a volte in piccoli gruppi di tre o quattro persone, restando nella stanza per dieci minuti prima di tornare alle loro occupazioni. Dina notò fin dall’inizio che nessuno di loro si rivolgeva mai direttamente al vecchio genitore.
Parlavano esclusivamente con i medici, chiedendo informazioni sulla prognosi e sul tempo esatto che gli restava da vivere, ma con Mansour comunicavano in modo freddo e distaccato. Dopo ogni visita dei familiari, l’anziano si chiudeva in un silenzio assoluto e rifiutava persino il cibo che gli veniva offerto. La svolta nel loro rapporto avvenne circa un mese dopo il ricovero, durante un pomeriggio apparentemente uguale a tutti gli altri.
Dina stava leggendo le notizie dal suo tablet in inglese, quando Mansour la interruppe improvvisamente con un gesto debole della mano, chiedendole di raccontargli qualcosa della sua vita privata. L’infermiera rimase confusa da quella richiesta, essendo abituata a mantenere una rigida distanza professionale, ma la stanchezza sincera nella voce dell’uomo la spinse a rispondere. Parlò del suo villaggio nella provincia di Giava Centrale, dei suoi genitori che coltivavano il riso e del fratello che sognava di diventare ingegnere.
Mansour ascoltò quel racconto senza mai interromperla, e alla fine confessò che anche suo padre era stato un umile agricoltore in un’epoca di estrema povertà. Ricordò di quando, da bambino, trasportava l’acqua nei campi bruciati dal sole, pensando che non sarebbe mai riuscito a fuggire da quella miseria. Quella fu la prima volta che l’anziano aprì il cuore sul suo passato, e da quel giorno i due presero l’abitudine di chiacchierare ogni mattina.
Il vecchio raccontò di come negli anni Cinquanta negli Emirati non ci fossero altro che sabbia e piccoli villaggi di pescatori dediti alla raccolta delle perle. Spiegò che a vent’anni aveva trovato lavoro come operaio nel primo pozzo petrolifero e che in dieci anni era diventato dirigente. Dina ascoltava affascinata la storia del suo primo acquisto di azioni societarie, ottenuto ipotecando la casa, e del fallimento sfiorato durante la crisi energetica del millenovecentosettantatré.
Grazie a quei dialoghi, Mansour sembrò rianimarsi: ricominciò a mangiare con appetito, accennava a qualche sorriso e chiedeva all’infermiera di mettergli della musica di sottofondo. I medici constatarono un netto miglioramento del suo stato emotivo, sebbene il fisico continuasse inevitabilmente a indebolirsi a causa del tumore. Dina iniziò a trascorrere con lui molto più tempo rispetto a quanto previsto dal suo normale orario lavorativo.
Restava in stanza anche dopo la fine del turno se capiva che l’uomo si sentiva solo, gli portava la frutta fresca acquistata al mercato locale e cercava canzoni indonesiane su YouTube. Un giorno gli mostrò le fotografie della sua famiglia e Mansour le osservò a lungo, chiedendo dettagli sulla vita di ognuno di loro. Successivamente, l’uomo le chiese di scrivere al fratello a suo nome, annunciandogli che avrebbe pagato interamente i suoi studi universitari.
Dina rifiutò immediatamente quella proposta, ritenendola un’offerta eccessiva, ma Mansour insistette con fermezza, spiegando che il denaro non aveva valore se non serviva ad aiutare chi lo meritava. I figli del magnate non impiegarono molto a notare questi evidenti cambiamenti nell’atteggiamento del padre e nell’atmosfera della stanza. Ahmed decise di trattenersi oltre l’orario di visita per parlare privatamente con il primario della clinica.
Espresse una forte preoccupazione per il fatto che l’infermiera trascorresse troppo tempo da sola con il paziente, definendo tale comportamento del tutto inappropriato. Il medico rispose che Dina stava seguendo scrupolosamente i protocolli e che la sua dedizione stava portando enormi benefici psicologici all’anziano. Ahmed non replicò a quelle parole, ma pretese di essere informato tempestivamente su qualsiasi variazione significativa delle condizioni paterne.
Pochi giorni dopo, altri due figli si presentarono insieme per fare domande su Dina, chiedendo al personale quanto spesso parlasse con il padre e quali fossero gli argomenti trattati. La direzione della clinica li rassicurò, confermando che ogni attività si svolgeva nel pieno rispetto delle regole della struttura. Con l’arrivo dell’estate, Mansour si ritrovò quasi completamente costretto a letto, incapace di compiere anche i minimi movimenti.
I dolori si fecero devastanti, costringendo i medici ad aumentare le dosi di morfina, e il vecchio passava la maggior parte del tempo in uno stato di semi-incoscienza. Tuttavia, ogni volta che Dina entrava nella stanza, faceva uno sforzo immenso per rimanere sveglio e comunicare con lei. Parlavano meno rispetto a prima, ma lui le stringeva la mano, trovando in quel contatto umano una pace superiore a quella offerta dai farmaci.
Alla fine di giugno, Mansour chiese espressamente a Dina di convocare un notaio poiché era sua intenzione apportare delle modifiche sostanziali al proprio testamento. L’infermiera si spaventò e cercò in ogni modo di dissuaderlo, dicendogli che non voleva essere coinvolta e che la famiglia avrebbe potuto fraintendere le sue intenzioni. L’anziano rispose che i suoi figli pensavano solo alla sua morte per intascare l’eredità e che in un anno avevano passato meno tempo con lui di quanto lei avesse fatto in una settimana.
Il notaio si presentò in clinica due giorni dopo, accompagnato da un avvocato incaricato di redigere i documenti e da un medico indipendente per certificare la capacità di intendere e volere. L’intero colloquio venne registrato su supporto video per evitare future contestazioni legali da parte degli eredi esclusi. Mansour parlava lentamente, interrompendosi spesso per via delle fitte di dolore, ma si espresse in modo lucido e coerente.
Dichiarò di voler lasciare a Dina Sari la somma di quarantacinque milioni di dollari e una villa di lusso situata sull’isola di Saadiyat, stimata ventidue milioni di dollari. La restante parte del patrimonio, pari a circa settecentotrentatré milioni di dollari, doveva essere divisa in parti uguali tra i suoi sette figli legittimi. L’avvocato gli domandò se fosse pienamente consapevole delle conseguenze di tale atto, e Mansour rispose di sì senza alcuna esitazione.
Aggiunse che Dina gli aveva donato più calore umano negli ultimi mesi di quanto i suoi figli gli avessero concesso negli ultimi vent’anni della sua esistenza. Affermò che la ragazza meritava quel denaro per la sua straordinaria bontà e che voleva garantirle una vita priva delle sofferenze che lui medesimo aveva dovuto affrontare da giovane. Dina venne a conoscenza del contenuto del testamento solo a firma avvenuta, quando l’avvocato la convocò in disparte per informarla ufficialmente.
La giovane rimase letteralmente sotto shock e cercò nuovamente di convincere l’anziano a fare un passo indietro e a strappare quel foglio. Gli spiegò che quella decisione avrebbe scatenato l’ira dei figli e che nessuno le avrebbe mai perdonato un simile passaggio di ricchezze. Mansour si mostrò irremovibile, dichiarando che quella era la sua ultima volontà da uomo libero e che voleva morire sapendo di aver fatto del bene a qualcuno.
A metà agosto del duemilatentatré, le condizioni cliniche di Mansour subirono un tracollo improvviso e definitivo, spingendo i medici ad avvisare i parenti. I sette figli si stabilirono in clinica, organizzando dei turni per fare in modo che la stanza non rimanesse mai vuota. Ahmed impose la presenza di almeno un membro della famiglia ogni volta che Dina entrava per prestare le cure necessarie.
L’infermiera percepiva i loro sguardi pieni di odio e la tensione palpabile nella stanza, ma continuò a svolgere il proprio dovere con professionalità. Mansour non riprendeva quasi mai conoscenza, ma nei rari momenti di lucidità i suoi occhi cercavano la ragazza e non la presenza dei figli biologici. Il ventuno agosto, alle quattro del mattino, il cuore dell’anziano smise di battere in modo definitivo.
Al momento del decesso erano presenti Ahmed, due delle sue sorelle e Dina, la quale gli stava stringendo la mano tesa sul letto. La morte arrivò in modo silenzioso, senza agonia, semplicemente l’uomo smise di respirare dopo un lungo e profondo sospiro. Ahmed chiamò immediatamente gli altri fratelli e nel giro di mezz’ora l’intera famiglia si radunò nei corridoi della struttura sanitaria.
I parenti presero possesso di tutti i documenti personali del defunto, mentre i medici firmavano il certificato ufficiale constatando il decesso. Il corpo venne trasferito all’obitorio cittadino per essere preparato alla sepoltura secondo i tradizionali rituali previsti dalla religione islamica. Dina lasciò la clinica alle sei del mattino e scoppiò in un pianto dirotto non appena salì a bordo del taxi che la riportava a casa.
In quei diciotto mesi, Mansour era diventato per lei molto più di un semplice paziente da accudire durante le ore di lavoro. Era un uomo che rispettava profondamente e per il quale provava una sincera e disinteressata compassione, data la sua immensa solitudine. La lettura ufficiale del testamento fu fissata tre giorni dopo la celebrazione del funerale, rispettando i tempi previsti dalla legge locale.
I membri della famiglia si riunirono presso uno studio legale situato in un grattacielo nel centro finanziario di Abu Dhabi. Anche Dina era stata invitata a partecipare all’incontro, sebbene non avesse ancora compreso appieno l’entità delle reazioni che si sarebbero scatenate. L’avvocato iniziò a leggere ad alta voce il documento e, quando arrivò al punto dei quarantasette milioni e della villa, nella stanza calò il gelo.
Ahmed si alzò in piedi con tanta foga da far ribaltare la sedia pesante dietro di lui, interrompendo bruscamente la lettura del professionista. Sbatté il pugno sul tavolo urlando che tutto ciò era inaccettabile e che suo padre era chiaramente incapace di intendere a causa della malattia. Anche gli altri fratelli scattarono in piedi contemporaneamente, coprendo le voci altrui e accusando Dina di aver manipolato il vecchio nei suoi ultimi giorni.
L’avvocato cercò di riportare l’ordine tra i presenti, spiegando che l’atto notarile era stato redatto nel pieno rispetto di ogni norma vigente. Ricordò che esisteva una registrazione video che provava la lucidità del testatore e una perizia medica firmata da un professionista indipendente. Ahmed pretese che il filmato venisse mostrato immediatamente su uno schermo per verificare l’effettivo stato del genitore al momento della firma.
Quando il video partì, l’intera stanza piombò in un silenzio di tomba, costretta a guardare il padre che spiegava i motivi del suo gesto. Al termine della visione, Ahmed si voltò verso Dina con sguardo truce, promettendole che avrebbe pagato caro quel furto ai danni della famiglia. La ragazza provò a difendersi spiegando che non aveva mai chiesto nulla, ma le sue parole vennero totalmente ignorate dalla furia dei presenti.
Fatima, la sorella minore, le urlò contro insulti pesanti, definendola una donna senza scrupoli che andava a caccia di vecchi miliardari per arricchirsi. L’avvocato si vide costretto a chiamare il servizio di sicurezza dell’edificio per scortare Dina fuori dall’ufficio e porre fine al violento alterco. Il giorno successivo, la famiglia Al Maktoum depositò un ricorso formale presso il tribunale di Abu Dhabi per chiedere l’annullamento immediato dell’atto.
Sostenevano che il padre si trovasse in uno stato di grave alterazione psichica dovuto ai forti dolori e all’uso massiccio di farmaci oppiacei. Affermavano inoltre che Dina lo avesse deliberatamente isolato dagli affetti familiari, manipolando i suoi sentimenti per estorcergli una quota enorme del patrimonio. Tra i documenti dell’accusa figuravano le deposizioni di alcuni dipendenti della clinica che confermavano l’insolita vicinanza emotiva esistente tra l’infermiera e l’anziano.
Dina comprese di non poter affrontare quella tempesta da sola e decise di affidarsi all’assistenza di un legale esperto in materia. La direzione della clinica, rimasta neutrale ma desiderosa di tutelare il proprio nome, le segnalò uno studio specializzato in dispute ereditarie internazionali. Il caso venne assunto da Karim Nasser, un avvocato libanese di trentacinque anni che lavorava per una prestigiosa firma internazionale ad Abu Dhabi.
Fin dal primo colloquio, Karim mise in guardia la ragazza sul fatto che la battaglia legale sarebbe stata estremamente complessa e priva di esclusione di colpi. Sottolineò che la famiglia rivale avrebbe utilizzato ogni briciolo di influenza e risorsa economica a disposizione per distruggerla mediaticamente e legalmente. Dina rispose raccontando ogni singolo dettaglio della vicenda, senza omettere nulla e mostrando una trasparenza che convinse immediatamente il giovane avvocato della sua totale innocenza.
Karim studiò attentamente i filmati del notaio, le cartelle cliniche e il registro delle visite, convincendosi che la loro posizione difensiva fosse solida. Il processo civile ebbe inizio nel novembre del duemilatentatré e si trascinò per i successivi otto mesi all’interno di un’aula blindata. I legali della famiglia Al Maktoum convocarono ben ventitré testimoni, tra cui parenti alla lontana, soci in affari e tre infermieri della clinica.
La strategia dell’accusa era evidente: dipingere la ragazza indonesiana come un’ammaliatrice fredda e calcolatrice che aveva sfruttato il camice per scopi personali. Il primo a salire sul banco dei testimoni fu Ahmed, il quale parlò con tono sicuro ed espresse apertamente il proprio disprezzo. Affermò che negli ultimi mesi il padre perdeva spesso la memoria, dimenticando i nomi dei figli e confondendo le date importanti del calendario.
Aggiunse che i familiari avevano assistito a diversi episodi in cui Dina si chiudeva a chiave nella stanza del malato per ore. Quando giunse il momento del controinterrogatorio, Karim iniziò a smontare la tesi accusatoria partendo proprio dai dati oggettivi contenuti nei diari medici. Presentò alla corte i risultati dei test cognitivi mensili a cui Mansour veniva sottoposto regolarmente per monitorare l’evoluzione della sua malattia.
I grafici dimostravano che le funzioni cerebrali dell’anziano erano rimaste perfettamente nella norma fino alle ultime due settimane prima del decesso. Successivamente, Karim mostrò la copia di uno scambio di messaggi avvenuto tra Ahmed e il capo contabile della holding di famiglia. In quella chat, datata un mese prima della morte del padre, Ahmed discuteva la vendita di un grosso asset immobiliare post-eredità.
L’avvocato domandò come fosse possibile che un figlio così preoccupato per la salute mentale del padre stesse già pianificando la spartizione dei beni. Ahmed tentò di difendersi dicendo che si trattava di normale programmazione aziendale, ma la sua spiegazione apparve debole agli occhi della giuria. Un altro testimone chiave dell’accusa fu Yusef, un infermiere della clinica che dichiarò di aver sentito Dina lamentarsi dei suoi problemi economici.
Karim prese la parola e chiese al testimone di specificare le date esatte in cui sarebbero avvenuti quei presunti colloqui privati. Yusef indicò un periodo generico risalente alla metà di maggio del duemilaventitré, mostrandosi sicuro della propria memoria davanti al giudice. A quel punto, l’avvocato difensore produsse i fogli di presenza ufficiali della clinica, dimostrando che in quei giorni Yusef era in congedo.
Come colpo finale, Karim esibì gli estratti conto bancari del testimone, evidenziando un bonifico di ventimila dollari ricevuto una settimana prima. Il denaro proveniva direttamente da una delle società satellite controllate dalla famiglia Al Maktoum e non era giustificato da alcuna prestazione. Yusef entrò in confusione balbettando che si trattava di una consulenza privata, ma il giudice ammonì severamente gli avvocati della famiglia.
Il testimone successivo fu Leila, la seconda moglie di Mansour, la quale aveva divorziato otto anni prima e risiedeva stabilmente a Parigi. La donna era volata ad Abu Dhabi appositamente per il processo, e le sue parole lasciarono l’intera aula profondamente sorpresa e spiazzata. Leila raccontò di aver vissuto con l’ex marito per oltre trent’anni e lo descrisse come un uomo incapace di mostrare affetto.
Spiegò di averlo lasciato proprio a causa di quel vuoto emotivo, nonostante la vita agiata e i privilegi derivanti dal suo status. Poi, la donna pronunciò una frase che cambiò radicalmente l’orientamento del processo e l’opinione dei presenti in aula. Confessò che Mansour le aveva confidato la sua profonda amarezza per il fatto che i figli fossero interessati esclusivamente al suo immenso patrimonio.
L’anziano si era pentito di aver dato loro troppo benessere senza mai insegnare il reale valore del lavoro e del sacrificio quotidiano. Quello sfogo era avvenuto poco prima del divorzio, e Leila lo ricordava bene perché era stata l’unica volta in cui l’uomo si era aperto. Gli avvocati degli eredi tentarono di screditare la testimonianza di Leila, insinuando che stesse cercando una vendetta tardiva contro l’ex coniuge.
La donna mantenne una calma serica, replicando di non avere alcun interesse economico nella causa poiché il suo accordo di divorzio era milionario. Affermò che se Mansour aveva scelto di donare una parte dei suoi beni all’unica persona che lo aveva accudito, era un suo diritto. Definì quella scelta come l’unica decisione saggia e onesta che l’uomo avesse preso negli ultimi vent’anni della sua intera esistenza terrena.
Verso la fine di febbraio del duemilaventiquattro, apparve chiaro a tutti gli osservatori che l’accusa non disponeva di prove sufficienti per vincere. Il video del notaio si era rivelato un elemento probatorio insormontabile, mostrando un uomo che rispondeva alle domande in modo logico. I referti tossicologici della clinica confermarono che durante la stipula del testamento il paziente non era sotto l’effetto di sostanze alteranti.
Dina affrontò il suo esame sul banco dei testimoni rispondendo a ogni domanda posta dai giudici senza mostrare esitazioni o incertezze. Rievocò i lunghi dialoghi avuti con l’anziano, i suoi rimpianti legati alla famiglia e la solitudine che lo attanagliava in quella stanza. Ammise candidamente di aver provato un forte timore quando aveva scoperto la verità sul lascito e di aver tentato di dissuaderlo.
Karim depositò agli atti un ultimo faldone contenente i tabulati telefonici della clinica relativi agli ultimi diciotto mesi di ricovero. I dati mostravano che Mansour aveva cercato i figli al telefono per quarantasei volte, ricevendo risposta solo in quattordici occasioni complessive. Quando i figli richiamavano, le conversazioni telefoniche avevano una durata media che non superava mai i tre minuti di orologio.
I registri degli ingressi della struttura rivelarono che in un anno e mezzo i sette eredi avevano trascorso con il padre venti ore. Nello stesso identico arco di tempo, Dina Sari aveva passato nella stanza dell’ammalato oltre quattromila ore tra turni e straordinari. Il giudice dichiarò chiusa la fase istruttoria e invitò i rappresentanti delle due parti a esporre le rispettive arringhe conclusive.
Il legale degli Al Maktoum insistette sulla sacralità delle tradizioni locali, secondo cui i patrimoni familiari dovevano rimanere all’interno della dinastia. Affermò che consentire a un’infermiera straniera di appropriarsi di tali cifre avrebbe costituito un precedente pericoloso per l’intero sistema degli Emirati. Karim replicò ricordando che la legge scritta tutela prima di tutto il diritto individuale di disporre dei propri beni in piena coscienza.
Sottolineò che i figli avevano comunque ereditato oltre cento milioni di dollari a testa e che la causa era mossa dall’avidità. Il nove luglio del duemilaventiquattro, il tribunale civile di Abu Dhabi emanò la sua sentenza definitiva respingendo in toto il ricorso. Il giudice dichiarò il testamento valido, confermando che l’atto rispondeva a tutti i requisiti formali richiesti dall’ordinamento giuridico del paese.
Dina Sari venne riconosciuta come legittima proprietaria dei quarantasette milioni di dollari e della splendida proprietà immobiliare situata sull’isola di Saadiyat. La famiglia Al Maktoum subì una dura sconfitta e i loro legali sconsigliarono il ricorso in appello per via dei costi. All’uscita dal tribunale, la giovane infermiera si ritrovò assediata da decine di giornalisti e telecamere arrivati da ogni parte del mondo.
I reporter le urlavano domande sulla sua nuova condizione di milionaria, ma la ragazza preferì mantenere il silenzio assoluto dietro gli occhiali. Karim la prese per mano, guidandola verso un’uscita secondaria dell’edificio per farla salire a bordo della sua automobile lontano dalla folla. In quel momento, il rapporto tra l’avvocato e la sua assistita era già andato ben oltre il semplice legame di tipo professionale.
Durante gli otto mesi del processo, i due avevano trascorso insieme diverse ore della giornata all’interno dello studio del centro cittadino. Avevano analizzato ogni singola carta, preparato le deposizioni e cenato insieme nei ristoranti della zona per sfuggire alla forte pressione mediatica. Dina gli aveva confessato le sue paure più profonde, il senso di colpa inspiegabile che provava e il desiderio di fuggire.
Karim l’aveva ascoltata con pazienza, rassicurandola sul fatto che la gentilezza dimostrata verso un moribondo non era una colpa da espiare. Con il passare delle settimane, i loro incontri erano diventati sempre più intimi e slegati dalle scadenze processuali del tribunale di Abu Dhabi. L’avvocato, cresciuto a Beirut e laureatosi in un prestigioso college americano, si era trasferito negli Emirati circa dieci anni prima.
Era divorziato, non aveva figli e viveva da solo in un appartamento moderno a Dubai, dedicando ogni energia alla carriera legale. Confessò a Dina di non aver mai incontrato una persona dotata di una sensibilità così pura e priva di secondi fini materiali. La sua vicenda con Mansour gli aveva ridato fiducia nell’esistenza di sentimenti sinceri in un mondo dominato dall’interesse economico personale.
Anche Dina vedeva in Karim un uomo speciale, capace di guardare oltre lo schermo del denaro che le era piovuto addosso. Lo considerava una roccia a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto, qualcuno che la capiva senza giudicare le sue fragilità emotive. Dopo la lettura della sentenza, i due iniziarono a frequentarsi alla luce del sole, apparendo insieme durante gli eventi pubblici staccati dal lavoro.
Karim la portò a conoscere la sua cerchia di amici e organizzarono un viaggio di pochi giorni tra le montagne dell’Oman. Fu in quel contesto che la ragazza indonesiana ritrovò il sorriso, lasciandosi alle spalle i mesi di angoscia vissuti dentro l’aula di tribunale. Nell’ottobre del duemilaventiquattro, a tre mesi dalla conclusione della vicenda legale, Karim le chiese ufficialmente di diventare sua moglie.
Si trovavano sulla spiaggia di Ras Al Khaimah al tramonto, quando l’uomo estrasse un anello di diamanti facendole la proposta di matrimonio. Dina scoppiò in un pianto di pura gioia e pronunciò il suo sì prima di telefonare ai genitori in Indonesia. La madre e il padre faticarono a credere che la figlia fosse diventata ricca e promessa sposa di un celebre avvocato.
Tuttavia, mentre la coppia pianificava i dettagli della cerimonia, i sette figli di Mansour si riunirono segretamente in un ufficio privato. L’incontro avvenne di notte nel centro di Abu Dhabi, senza la presenza di segretarie, assistenti personali o telefoni cellulari accesi sul tavolo. Ahmed bloccò la porta d’ingresso e attivò un dispositivo per disturbare eventuali frequenze radio o microspie ambientali nascoste nelle pareti della stanza.
Prese la parola spiegando ai fratelli che la via legale era fallita, ma che non potevano accettare la perdita di quel denaro. Affermò che l’infermiera aveva rubato una parte del loro patrimonio e che avevano il dovere di farsi giustizia da soli con ogni mezzo. Salih, il fratello quarantenne che gestiva il fondo d’investimento di famiglia, domandò quale fosse la strategia alternativa da mettere in atto immediatamente.
Ahmed rispose che esistevano altri metodi per risolvere definitivamente il problema della sparizione di quei fondi dal conto di famiglia. La riunione segreta durò più di due ore, durante le quali i presenti valutarono diverse opzioni, alcune delle quali scartate perché rischiose. Qualcuno propose di corrompere dei funzionari di banca per congelare i conti correnti di Dina, ma l’azione avrebbe destato troppi sospetti legali.
Si parlò anche di assoldare dei malavitosi locali per minacciare la ragazza e costringerla a firmare una rinuncia scritta all’eredità ricevuta. Ahmed bocciò l’idea, spiegando che il denaro era già stato trasferito sul conto dell’indonesiana e che le minacce avrebbero attirato la polizia. Fu a quel punto che il fratello maggiore propose un piano radicale: eliminare fisicamente la giovane prima che potesse fare testamento.
Secondo le leggi vigenti, in assenza di un testamento scritto o di figli, l’intero patrimonio sarebbe passato ai genitori in Indonesia. Ahmed spiegò che sarebbe stato facile raggiungere un accordo transattivo con due vecchi contadini spaventati dalle complicazioni legali internazionali in un paese straniero. Quella prospettiva convinse anche i fratelli più titubanti, i quali temevano le conseguenze di un’indagine penale per omicidio premeditato.
Amina, la figlia di mezzo, espresse il timore di finire in prigione, ma Ahmed la rassicurò dicendo che l’operazione sarebbe apparsa naturale. Promise che si sarebbero affidati a professionisti del settore capaci di agire nell’ombra senza lasciare alcuna traccia visibile dietro di loro. Salih appoggiò il piano del fratello, definendo l’eliminazione della ragazza come un atto di giustizia nei confronti della memoria del padre defunto.
A uno a uno, tutti i membri del gruppo diedero il loro assenso formale all’esecuzione del progetto criminoso proposto da Ahmed. Fatima fu l’ultima a esprimersi, ponendo come unica condizione che l’evento sembrasse un tragico incidente stradale o una fatalità domestica. Esigette inoltre che nessun membro della famiglia Al Maktoum venisse coinvolto direttamente nelle fasi operative della preparazione del delitto stragiudiziale.
Ahmed sapeva esattamente a chi rivolgersi per mettere in pratica il piano senza correre il rischio di essere ricattato in futuro. Attraverso il suo autista personale, un uomo che lavorava per la famiglia da vent’anni, contattò un consulente per la sicurezza privata. Quest’uomo si chiamava Zayed, aveva circa cinquant’anni e si muoveva negli ambienti sotterranei della criminalità organizzata degli Emirati Arabi Uniti.
Zayed accettò di incontrare il committente in un caffè isolato alla periferia di Dubai, un luogo frequentato da lavoratori stranieri di passaggio. Ahmed si presentò all’appuntamento da solo, esponendo i dettagli della situazione e l’obiettivo finale da colpire nel più breve tempo possibile. Il sicario ascoltò l’intera esposizione senza interrompere il racconto, limitandosi a prendere appunti mentali sulle abitudini della vittima designata dalla famiglia.
Al termine del colloquio, Zayed domandò quale fosse il budget a disposizione e la scadenza temporale entro cui compiere l’azione criminosa. Il mandante rispose che il denaro non costituiva un problema, ma pretese che il decesso avvenisse prima della fine dell’anno in corso. Il professionista spiegò che il metodo più pulito consisteva nell’utilizzo di un veleno chimico capace di simulare un arresto cardiaco fulmineo.
Esistevano sostanze che si dissolvevano nei tessuti corporei in pochi minuti, rendendo quasi impossibile l’identificazione durante un esame autoptico di routine. Il problema principale restava quello di individuare il canale corretto per somministrare la sostanza alla ragazza senza destare alcun tipo di sospetto. Per tre settimane, Zayed pedinò Dina nei suoi spostamenti quotidiani tra la casa, l’ufficio di Karim e i negozi del centro.
Scoprì che la giovane conduceva una vita estremamente metodica: non frequentava locali notturni, non fumava e non consumava bevande alcoliche a cena. Mangiava quasi sempre all’interno della propria abitazione oppure in compagnia del fidanzato all’interno di ristoranti dotati di sistemi di videosorveglianza complessi. Avvelenare il cibo in quelle circostanze appariva estremamente rischioso a causa dei troppi testimoni oculari presenti all’interno delle sale da pranzo.
La svolta per il sicario arrivò quando scoprì che la coppia stava organizzando il proprio ricevimento di nozze per il febbraio successivo. Karim aveva prenotato una delle sale del prestigioso hotel Burj Al Arab di Dubai, inviando le partecipazioni a oltre duecento invitati. Zayed comprese immediatamente che quella festa rappresentava l’occasione perfetta per agire in modo mirato contro i due futuri sposi stetti.
Il fulcro del piano si sarebbe concentrato sulla torta nuziale, il dolce che i due sposi avrebbero tagliato davanti agli ospiti presenti. Se il veleno fosse stato inserito esclusivamente nel livello superiore della torta, solo la sposa e lo sposo lo avrebbero ingerito. La morte di entrambi avrebbe confuso le indagini della polizia, rendendo difficile stabilire chi fosse il reale bersaglio dell’attacco chimico premeditato.
Zayed presentò il progetto ad Ahmed nel dicembre del duemilavandiquattro, ricevendo l’approvazione entusiastica da parte di tutti i sette fratelli Al Maktoum. Fatima domandò se il decesso del noto avvocato libanese potesse creare ulteriori complicazioni di natura politica o indagini più approfondite a Beirut. Ahmed rispose che la morte del legale avrebbe depistato gli inquirenti, spostando le colpe su ipotetici nemici legati alle sue vecchie cause civili.
Ottenuto il via libera definitivo e i primi fondi, Zayed si mise al lavoro per trovare un complice all’interno della filiera. Scoprì che il dolce era stato ordinato presso un laboratorio di pasticceria d’élite specializzato in creazioni monumentali per clienti facoltosi. La torta doveva essere una struttura a cinque piani, decorata con foglie d’oro zecchino e dal costo complessivo di quindicimila dollari.
Nel laboratorio lavoravano stabilmente otto persone: il titolare della pasticceria, due maestri decoratori e cinque assistenti addetti alla preparazione delle basi. Il sicario impiegò due settimane per studiare il profilo dei dipendenti, cercando l’anello debole da poter corrompere con il denaro liquido. La scelta cadde su Rashid, un assistente pakistano di trentadue anni che lavorava in quella cucina da circa quattro anni consecutivi.
L’uomo percepiva uno stipendio di milleduecento dollari al mese, viveva in un dormitorio comune e inviava i risparmi alla famiglia a Karachi. In Pakistan lo aspettavano una madre gravemente malata e tre fratelli minori le cui spese scolastiche dipendevano interamente dalle sue rimesse mensili. Zayed lo approcciò all’uscita dal lavoro, presentandosi come un intermediario d’affari interessato a fare uno scherzo memorabile a dei conoscenti ricchi.
Offrì a Rashid la somma di duecentomila dollari in contanti per eseguire una semplice operazione all’interno del laboratorio durante la preparazione del dolce. L’operaio rifiutò immediatamente la proposta, spaventato dall’illegalità della richiesta e dal rischio di perdere il posto di lavoro e il visto. Il sicario non insistette, ma si ripresentò una settimana dopo con una nuova offerta economica pari a duecentocinquantamila dollari complessivi e puliti.
Assicurò il giovane che la polvere bianca non era un veleno, bensì un potente lassativo destinato a fare uno scherzo agli sposi. Rashid non credette interamente a quella versione dei fatti, ma la vista delle mazzette di denaro contante sgretolò ogni sua resistenza. Centoventicinquemila dollari gli vennero consegnati subito come anticipo, mentre la restante parte sarebbe stata versata a operazione felicemente conclusa.
Quella cifra astronomica rappresentava la sicurezza per la sua famiglia: avrebbe potuto comprare una casa a Karachi e curare la madre. Rashid accettò l’accordo a condizione che nessuno subisse danni fisici permanenti a causa di quella sostanza misteriosa inserita nella crema pasticcera. Il sicario gli consegnò un sacchetto di plastica contenente la polvere, spiegandogli esattamente in quale punto esatto del dolce versarla la sera prima.
La sostanza doveva essere mescolata solo ed esclusivamente nella panna destinata alla copertura del piano più alto della struttura a piani sovrapposti. Gli altri quattro livelli della torta monumentale dovevano rimanere perfettamente puliti per evitare che gli invitati avvertissero malori durante il banchetto. Il matrimonio tra Dina e Karim venne celebrato il quindici febbraio del duemilaventicinque all’interno di una delle sale più esclusive del Burj Al Arab.
La stanza era stata decorata con orchidee bianche importate dall’estero e drappeggi dorati che creavano un’atmosfera da mille e una notte. La sposa indossava un abito sartoriale realizzato da un noto stilista libanese, impreziosito da perle e cristalli cuciti a mano sul tessuto. La torta nuziale venne consegnata alle due del pomeriggio dallo stesso Rashid, il quale aiutò il proprietario del laboratorio nel montaggio.
Il giovane pakistano evitò di guardare negli occhi il personale dell’hotel, desideroso solo di terminare il lavoro e allontanarsi il prima possibile. Aveva incassato la seconda tranche del denaro il giorno precedente e aveva già acquistato un biglietto aereo per un volo serale. Non appena lasciò l’albergo, si diresse verso il proprio alloggio, prese le valigie pronte e si recò all’aeroporto per fuggire per sempre.
La cerimonia nuziale si svolse in un clima di grande commozione alla presenza dei duecento invitati arrivati da diversi paesi del mondo. I genitori di Dina erano scoppiati in lacrime nel vedere la figlia coronare il suo sogno d’amore accanto a un uomo stimato. Il padre di Karim tenne un discorso toccante sul valore dell’amore sincero, capace di resistere alle tempeste della vita e della cupidigia.
Al termine della cena, verso le nove della sera, i camerieri della struttura portarono al centro della pista il monumentale dolce nuziale. Dina e Karim si posizionarono dietro il tavolo, impugnarono insieme il coltello d’argento e tagliarono la prima fetta del livello superiore. Come da tradizione, i due sposi si imboccarono a vicenda tra gli applausi scroscianti e i flash delle macchine fotografiche degli invitati.
La ragazza commentò che quella era la crema più deliziosa che avesse mai assaporato in vita sua, e Karim si disse pienamente d’accordo. I camerieri procedettero a tagliare gli altri piani del dolce, distribuendo le porzioni a tutti gli ospiti presenti nella sala da ballo. Verso le undici di sera, Dina iniziò ad avvertire una strana sensazione di vertigine e una spossatezza che attribuì allo stress accumulato.
Chiese al marito di accompagnarla nella suite privata prenotata per la notte, desiderando riposare qualche minuto prima dei saluti finali agli amici. Karim si accorse del pallore improvviso sul volto della moglie e si offrì di chiamare immediatamente l’assistenza medica interna della struttura alberghiera. La sposa rifiutò, convinta che un po’ di silenzio sarebbe bastato a far svanire quel senso di nausea che si faceva strada.
Non appena entrarono nella camera, Dina corse in bagno colpita da violenti attacchi di vomito che le toglievano le forze e il respiro. L’avvocato, spaventato dalla gravità della situazione, allertò la reception richiedendo l’intervento urgente di un’ambulanza attrezzata per il pronto soccorso rianimatorio. Quando la ragazza uscì dal bagno, era incapace di reggersi in piedi da sola e lamentava fortissimi dolori localizzati nella zona toracica.
Il medico dell’hotel arrivò dopo cinque minuti, riscontrando parametri vitali decisamente allarmanti: la pressione arteriosa era crollata e il polso segnava centoquaranta battiti. Dina perse conoscenza tra le braccia del marito proprio mentre i sanitari del servizio di emergenza facevano il loro ingresso nella stanza d’albergo. L’ambulanza corse a sirene spiegate verso il Corniche Hospital, mentre i paramedici tentavano disperatamente di stabilizzare la respirazione della giovane donna indonesiana.
Durante il tragitto, il cuore di Dina smise di battere una prima volta, costringendo i medici a praticare il massaggio cardiaco. Nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione effettuati anche tramite l’uso del defibrillatore, la ragazza non riprese mai più conoscenza sul mezzo di soccorso. Il decesso ufficiale venne registrato alle ore dodici e quarantatré della notte del sedici febbraio del duemilaventicinque, gettando Karim nella disperazione.
L’avvocato rimase seduto sul pavimento del corridoio dell’ospedale con l’abito da sposo ancora addosso, incapace di accettare quella tragica e assurda realtà. I genitori della vittima arrivarono poco dopo, e la madre crollò a terra urlando il nome della figlia davanti ai medici impotenti. La diagnosi preliminare parlava di un arresto cardiocircolatorio acuto, ma Karim pretese che venisse eseguita un’autopsia completa con esami tossicologici approfonditi.
Sottolineò che la moglie era una donna giovane e perfettamente sana, che aveva superato tutti i controlli medici aziendali pochi mesi prima. L’esame autoptico venne eseguito il giorno successivo dal patologo forense, il quale riscontrò lesioni interne tipiche dell’avvelenamento da sostanze chimiche industriali. I campioni di sangue e i tessuti gastrici vennero inviati a un laboratorio specializzato di Dubai per identificare la natura esatta del composto.
I risultati delle analisi tossicologiche giunsero dopo due settimane, rivelando la presenza massiccia di un potente insetticida organofosforato all’interno del sangue della vittima. La concentrazione rilevata superava di ben quindici volte la dose minima considerata letale per un essere umano di quella corporatura fisica leggera. La polizia di Dubai aprì immediatamente un fascicolo d’indagine per omicidio premeditato, affidando il caso a una squadra di investigatori esperti della omicidi.
Karim rilasciò una lunghissima deposizione in cui ricostruì l’intera vicenda del processo legato all’eredità del defunto magnate del petrolio Mansour Al Maktoum. Indicò chiaramente i sette figli come unici possibili mandanti del delitto, ricordando le minacce di morte ricevute al termine della lettura del testamento. Gli inquirenti iniziarono a verificare le liste del personale dell’hotel e i filmati registrati dalle telecamere di sicurezza della cucina interna.
L’analisi dei resti del dolce nuziale confermò che le tracce di veleno erano presenti esclusivamente nella crema del livello superiore della torta. Ciò spiegava perché Karim non fosse morto: l’uomo aveva solo assaggiato un briciolo di panna per poi lasciare la fetta sul piatto. Dina, al contrario, aveva consumato l’intera porzione a lei destinata, introducendo nel proprio organismo l’intera dose letale di composto chimico.
Nel corso degli interrogatori al personale della pasticceria, emerse l’assenza ingiustificata di Rashid a partire dalla mattina successiva alla celebrazione del matrimonio. Il titolare spiegò che il dipendente aveva inviato un messaggio di scuse prima di imbarcarsi su un volo diretto in Pakistan. I controlli sui visti d’uscita confermarono che l’assistente pakistano era decollato poche ore dopo aver consegnato la torta monumentale al Burj Al Arab.
La polizia di Dubai attivò i canali dell’Interpol e l’uomo venne rintracciato dalle autorità pakistane all’interno di una villa a Karachi. Durante la perquisizione dell’immobile, gli agenti rinvennero duecentocinquantamila dollari in contanti nascosti all’interno di una borsa da viaggio nell’armadio della camera. Rashid crollò sotto il peso delle accuse quando comprese che rischiava la pena di morte per complicità in un omicidio pluripremediato.
Confessò di aver mescolato la polvere su ordine di un intermediario arabo che gli aveva assicurato trattarsi di un innocuo scherzo nuziale. Fornì il nome di Zayed, descrivendo i dettagli dei loro incontri segreti avvenuti nei caffè della periferia industriale di Dubai. La cattura del sicario si rivelò complessa poiché l’uomo era un professionista abile nel far sparire i propri dati dai registri pubblici.
Tuttavia, i tabulati telefonici della scheda sim utilizzata da Rashid permisero di localizzare la cella telefonica del mandante nei pressi di Sharjah. Zayed venne arrestato all’interno di un appartamento privato e la polizia sequestrò il suo computer e diversi telefoni cellulari non registrati. All’interno di una chat crittografata, gli agenti trovarono i messaggi scambiati con l’autista personale del figlio maggiore di Mansour, l’anziano Ahmed.
I testi facevano riferimento al completamento di un lavoro importante e al pagamento della seconda tranche dei fondi destinati all’operazione estera. Di fronte alla prospettiva dell’ergastolo senza sconti di pena, Zayed scelse di collaborare pienamente con i magistrati inquirenti della procura di Dubai. Rivelò che l’ordine di eliminare l’infermiera indonesiana proveniva direttamente da tutti i sette figli legittimi del magnate del petrolio Al Maktoum.
Il sicario consegnò agli inquirenti una chiavetta usb contenente la registrazione audio integrale della riunione segreta avvenuta nell’ufficio privato di Ahmed. In quel file si sentivano distintamente le voci dei sette fratelli mentre discutevano le modalità per far sembrare il decesso naturale. Fatima esprimeva dubbi sulla sicurezza del piano, mentre Salih insisteva sulla necessità di agire in fretta prima del trasferimento dei fondi.
Il due marzo del duemilaventicinque, scattò un’operazione simultanea che portò all’arresto dei sette eredi all’interno delle loro ville di lusso. I loro avvocati tentarono di invalidare la registrazione ambientale, definendola una prova illegale poiché raccolta senza il preventivo consenso dei presenti in stanza. Il tribunale respinse l’eccezione difensiva, ritenendo il file audio un elemento fondamentale per la ricostruzione del reato di cospirazione finalizzata all’omicidio.
Il processo penale ebbe inizio nel giugno del duemilaventicinque, trasformandosi in un evento mediatico seguito dalle televisioni di tutto il mondo. La difesa cercò di far passare la tesi che i fratelli stessero discutendo solo in modo teorico di fare pressioni psicologiche. Tuttavia, la precisione dei dettagli emersi dai flussi finanziari bancari smontò ogni tentativo di salvare gli imputati dalle loro gravissime responsabilità penali.
I periti contabili dimostrarono che la somma di trecentomila dollari era stata prelevata dai conti dei sette imputati attraverso triangolazioni societarie estere. Il denaro era servito a pagare le prestazioni di Zayed e il silenzio dell’assistente pasticcere fuggito subito dopo il delitto della sposa. L’undici novembre del duemilaventicinque, la corte penale di Dubai pronunciò la sentenza di condanna per tutti i membri del gruppo criminale.
Ahmed, individuato come la mente e il principale organizzatore del piano di avvelenamento, venne condannato alla pena dell’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Salih ricevette una condanna a venticinque anni di reclusione per il suo ruolo attivo nella gestione dei fondi e dei contatti. Gli altri cinque fratelli Al Maktoum vennero condannati a pene comprese tra i quindici e i venti anni di carcere ciascuno.
Il sicario Zayed ottenne uno sconto di pena grazie alla sua piena collaborazione, venendo condannato a trent’anni con possibilità di revisione futura. Rashid, l’assistente pakistano, venne condannato a venticinque anni per aver accettato il denaro pur sapendo di compiere un atto del tutto illecito. I quarantasette milioni di dollari e la proprietà immobiliare di Saadiyat passarono di diritto ai genitori della sfortunata ragazza indonesiana per successione.
I due anziani coniugi scelsero di vendere immediatamente la villa araba e fecero ritorno definitivo al loro piccolo villaggio a Giava Centrale. Il padre di Dina istituì una fondazione benefica intitolata alla memoria della figlia, finanziando cliniche mediche gratuite nelle zone rurali più povere. La madre, stroncata dal dolore per la perdita della sua primogenita, subì un gravissimo ictus cerebrale e si spense due anni dopo.
Karim Nasser rassegnò le dimissioni dal prestigioso studio legale di Abu Dhabi, incapace di continuare a vivere nei luoghi della tragedia nuziale. Decise di fare ritorno nella sua città natale, Beirut, dove avviò un’attività di consulenza legale gratuita a tutela dei lavoratori migranti. In un’intervista rilasciata alla televisione britannica, l’avvocato dichiarò che l’avidità umana aveva distrutto l’unica persona pura che avesse mai conosciuto in vita sua.
Affermò che lui e la moglie avevano pianificato di devolvere la metà dell’eredità ricevuta in beneficenza per la costruzione di un ospedale moderno. Sottolineò che la vicenda dimostrava come l’ossessione per il denaro possa cancellare ogni briciolo di empatia e umanità all’interno delle famiglie facoltose. Promise che avrebbe dedicato il resto della sua esistenza terrena a proteggere gli ultimi, portando avanti i valori di generosità di Dina Sari.
Il caso giudiziario venne dichiarato chiuso definitivamente nel dicembre del duemilaventicinque, con il respingimento di tutti i ricorsi presentati dai legali degli Al Maktoum. Tutti i condannati si trovano attualmente reclusi all’interno delle carceri di massima sicurezza degli Emirati Arabi Uniti per scontare le loro lunghe pene. La storia dell’infermiera indonesiana rimarrà negli annali della cronaca nera mediorientale come uno dei più dolorosi esempi di quanto possa essere distruttiva la cupidigia.
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