Due infermiere ucraine assunte da un ospedale saudita vengono rinchiuse nel seminterrato di una villa come schiave personali.
Parte 1
Ventotto mesi senza mai poter varcare la soglia di casa, ventotto mesi senza vedere la luce diretta del sole, senza poter fare una singola telefonata alla propria famiglia. Due infermiere ucraine hanno trascorso più di due anni rinchiuse nel seminterrato di una villa saudita, costrette a lavorare sedici ore al giorno per i membri della famiglia reale. Per quei padroni assoluti, abituati a comprare tutto, le due donne non erano altro che oggetti di proprietà, beni materiali da sfruttare fino all’esaurimento.
Liza e Oksana si erano conosciute nel millenovecentoventuno a Kharkov, una città che allora ignorava il destino che l’attendeva. Entrambe lavoravano presso l’Ospedale Cittadino Numero Diciotto, prestando servizio come infermiere nel reparto di terapia intensiva, dove i ritmi erano già frenetici. Liza era la più anziana delle due, aveva trentadue anni, mentre Oksana ne aveva ventotto, due età diverse ma destinate a incrociarsi.
Non erano amiche intime, ma semplici colleghe che condividevano la fatica dei turni e i corridoi asettici della struttura. A volte si incrociavano durante i cambi della guardia, scambiandosi un cenno di saluto o un sorriso stanco prima di correre via. Un tipico rapporto di lavoro in un grande ospedale, dove il personale cambia continuamente e pochi hanno il tempo di approfondire i legami.
Liza era sposata e aveva una bambina di sette anni che cresceva circondata dall’affetto di una famiglia normale. Oksana, invece, viveva da sola in un piccolo appartamento, poiché i suoi genitori si erano trasferiti a Kiev già da molto tempo. Entrambe guadagnavano pochissimo, una miseria, proprio come la maggior parte dei professionisti sanitari in Ucraina a quei tempi.
Quello stipendio mensile bastava a malapena a coprire il costo dell’affitto, delle bollette e della spesa quotidiana per sopravvivere. Non si parlava certo di mettere da parte dei risparmi per il futuro o di concedersi una vacanza all’estero. Quando la guerra ebbe inizio nel febbraio del millenovecentoventidue, le loro vite cambiarono radicalmente nel giro di una sola giornata.
Kharkov si trovò improvvisamente catapultata nell’epicentro delle operazioni militari, diventando un bersaglio primario per le forze nemiche. I bombardamenti iniziarono quasi immediatamente, scuotendo la terra e mandando in frantumi la vecchia normalità dei cittadini. L’ospedale fu messo in stato di allerta militare e tutto il personale fu precettato per l’emergenza.
I medici e le infermiere iniziarono a lavorare ventiquattr’ore su ventiquattro, senza poter usufruire di turni di riposo regolari. Ogni ora che passava arrivavano sempre più feriti, civili e militari, con traumi che mettevano a dura prova la tenuta psicologica. Spesso mancava la luce elettrica a causa dei raid, e persino l’acqua potabile scarseggiava nei reparti.
Liza, comprensibilmente terrorizzata per la sorte della figlia, decise di portarla dai genitori del marito nell’Ucraina occidentale, un luogo ritenuto più sicuro. Lei, però, scelse di rimanere a Kharkov per fare il suo dovere di infermiera, nonostante il pericolo costante. Anche Oksana decise di non andarsene durante le prime settimane, mossa da un forte senso di responsabilità verso i pazienti.
In quel periodo iniziale videro cose orribili che avrebbero preferito cancellare per sempre dalla propria memoria e dai propri incubi. Ferite da schegge di proiettile, ustioni devastanti, arti amputati di netto e bambini adagiati sui letti della terapia intensiva. A marzo la situazione divenne davvero disperata, poiché la città veniva bombardata sistematicamente ogni singolo giorno, senza sosta.
Molti operatori sanitari, non riuscendo più a sopportare la pressione e la paura, iniziarono a fuggire verso l’ovest. Il marito di Liza la chiamava continuamente al telefono, urlando e pretendendo che si licenziasse per salvarsi la vita. Gridava nella cornetta che non riusciva più a dormire la notte, sapendo la moglie in una città che veniva metodicamente distrutta.
Anche Oksana prese la decisione definitiva di andarsene dopo che un missile ad alto potenziale colpì in pieno la casa vicina. Fu svegliata di colpo da un’esplosione terrificante alle tre del mattino, che fece tremare le fondamenta del suo palazzo. Le finestre del suo appartamento andarono in frantumi e le pareti si riempirono di profonde crepe minacciose.
Entrambe le donne iniziarono a cercare attivamente delle opzioni per rifarsi una vita lontano da quell’inferno di fuoco. Lasciare l’Ucraina era una decisione ovvia dal punto di vista della sicurezza, ma estremamente difficile da attuare sul piano pratico. Nessuno in Europa possedeva il denaro necessario per garantire un alloggio dignitoso ai milioni di profughi in arrivo.
Era inoltre quasi impossibile trovare un impiego qualificato senza conoscere la lingua locale del paese ospitante, un ostacolo enorme. Liza guardava alla Polonia come meta possibile, poiché il marito aveva dei lontani parenti che vivevano nei pressi del confine. Oksana, dal canto suo, passava le ore a cercare qualsiasi opportunità sul web, navigando senza sosta.
Esaminava forum di discussione e gruppi sui social media dove le persone condividevano informazioni utili per aiutare i rifugiati ucraini. Fu proprio in uno di questi spazi virtuali che si imbatté in un annuncio apparentemente perfetto per le sue competenze. L’inserzione era stata pubblicata in un gruppo di supporto per medici e infermieri che avevano abbandonato le zone di combattimento.
Il testo dell’annuncio era breve, conciso e formulato in modo da attirare immediatamente l’attenzione di chi era disperato. Si cercavano urgentemente infermiere qualificate per lavorare presso una rinomata clinica privata situata in Arabia Saudita, a Riad. Era richiesta una comprovata esperienza nel settore della terapia intensiva e la conoscenza di base della lingua inglese.
Lo stipendio offerto era straordinario per i loro standard: quattromila dollari netti al mese, una cifra impensabile in patria. Il visto d’ingresso, i biglietti aerei e l’alloggio erano totalmente a carico del datore di lavoro, che pagava ogni spesa. Il contratto d’impiego proposto aveva una durata di due anni, rinnovabile in caso di reciproca soddisfazione delle parti.
Oksana fissò lo schermo del computer per diversi minuti, rileggendo quel numero che sembrava la risposta a tutte le sue preghiere. Quattromila dollari al mese rappresentavano una somma enorme rispetto alla miseria che riceveva per i suoi turni a Kharkov. In un solo anno avrebbe potuto mettere da parte una somma considerevole, sufficiente a cambiare il proprio destino.
Con quei soldi avrebbe potuto affittare una casa confortevole in Europa e aiutare i suoi anziani genitori a iniziare una nuova vita. Decise quindi di scrivere al numero di messaggistica indicato nell’annuncio per chiedere maggiori dettagli sulla selezione. Ricevette una risposta formale quasi immediatamente, come se qualcuno stesse aspettando proprio lei dall’altra parte dello schermo.
Gli interlocutori si presentarono come i responsabili di un’importante agenzia di reclutamento internazionale che collaborava con le migliori strutture del Medio Oriente. Chiesero l’invio immediato del curriculum vitae, delle copie autenticate dei diplomi di laurea e di alcune fotografie recenti in camice. Oksana, entusiasta dell’opportunità, preparò i file e inviò tutto il materiale richiesto nel corso della stessa giornata.
Una settimana dopo, l’agenzia si fece nuovamente viva al telefono per comunicarle l’esito positivo della prima valutazione. Una donna che parlava con un lieve e indistinguibile accento straniero disse che una clinica di Riad era molto interessata. Era necessario compilare un modulo dettagliato, firmare un accordo preliminare e inviare la copia del passaporto per il visto.
Oksana, pur essendo elettrizzata, volle fare alcune domande precise riguardanti le condizioni logistiche e i turni lavorativi. La reclutatrice la rassicurò dicendo che il lavoro si svolgeva in una clinica moderna, con un programma di cinque giorni a settimana. I turni erano di dodici ore, l’alloggio era garantito nella residenza del personale e i pasti erano completamente inclusi nel pacchetto.
Era prevista anche una copertura assicurativa medica totale, e la partenza era fissata tassativamente entro un mese dalla firma. Oksana, sentendo il bisogno di metabolizzare la notizia, chiese gentilmente qualche giorno di tempo per riflettere bene sulla scelta. Le furono concessi tre giorni, dopodiché la proposta sarebbe scaduta e passata a un’altra candidata in lista d’attesa.
Chiamò subito Liza per raccontarle nei minimi dettagli la straordinaria proposta economica e lavorativa che aveva ricevuto dall’agenzia. Liza si mostrò scettica e diffidente fin dai primi istanti della conversazione, sollevando dubbi legittimi sulla destinazione. L’Arabia Saudita era un paese islamico ultraconservatore, e le cose per le donne occidentali non erano affatto semplici lassù.
Oksana ribatté prontamente che si trattava di una grande clinica privata internazionale, non di una realtà locale sperduta. Lì lavorava moltissimo personale straniero proveniente da tutto il mondo, e le condizioni di vita erano assolutamente eccellenti. Inoltre, sottolineò con enfasi il dettaglio cruciale: quattromila dollari al mese erano una cifra che non avrebbero mai più rivisto.
Liza rimase in silenzio a riflettere, lasciando che quelle parole scendessero nel profondo della sua mente stanca. Viveva separata dalla sua famiglia ormai da diverse settimane e la solitudine cominciava a farsi sentire pesantemente. La sua bambina le chiedeva continuamente al telefono quando la mamma sarebbe tornata da lei per non lasciarla più.
Il marito voleva che Liza li raggiungesse nell’ovest, ma non c’erano abbastanza soldi per pagare l’affitto di un appartamento autonomo. Lui lavorava duramente in un cantiere edile locale e veniva pagato pochissimo, una paga da fame che bastava appena. Se lei avesse accettato quel lavoro in Arabia Saudita, avrebbero potuto affittare una casa sicura in Europa in pochi mesi.
Avrebbero finalmente potuto togliere la figlia dalla casa dei parenti, dove viveva come ospite seppur amata. Chiese quindi a Oksana se l’agenzia fosse disposta ad accettare una seconda candidatura per coprire un altro posto vacante. Oksana promise che avrebbe chiarito la questione con la referente il mattino seguente, sperando in una risposta positiva.
Il giorno successivo, l’agenzia di reclutamento confermò che la clinica era disposta a valutare un’altra infermiera esperta. Liza non perse tempo, preparò i suoi documenti accademici e professionali e li spedì tramite posta elettronica alla responsabile. Una settimana più tardi chiamarono anche lei, confermando l’interesse e ripetendo le medesime condizioni contrattuali già illustrate a Oksana.
Il contratto scritto, la richiesta del visto governativo e la partenza erano confermati per la fine del mese di marzo. Entrambe le donne firmarono i documenti cartacei digitalizzati senza approfondire troppo le clausole scritte in piccolo sui fogli. Il contratto era redatto interamente in lingua inglese, era lunghissimo e presentava numerosi articoli e commi legali complessi.
Liza provò a leggere attentamente ogni singola pagina, ma il linguaggio giuridico utilizzato era troppo complicato per i non esperti. Chiese all’agenzia se fosse possibile ottenere una traduzione ufficiale in lingua ucraina per essere sicura al cento per cento. La referente le rispose seccamente che si trattava di un modulo standard internazionale che firmavano tutti i medici stranieri.
Assicurò che non c’era nulla di insolito o di pericoloso nascosto tra quelle righe fitte di testo legale. C’erano scritte le responsabilità del ruolo, il programma dei turni, lo stipendio pattuito e le condizioni per la rescissione. Tutto era assolutamente regolare ed equo, una prassi consolidata per i lavoratori che si trasferivano in Medio Oriente.
Liza scelse di credere a quelle parole rassicuranti, poiché aveva un disperato bisogno di credere in un futuro migliore. Anche Oksana non volle complicarsi la vita con troppi controlli incrociati, mossa dalla fretta di fuggire dalla guerra. Firmò semplicemente l’ultima pagina del documento con una penna nera, fece una scansione nitida e la inviò via mail.
Alla fine di marzo del millenovecentoventidue, le due infermiere presero il volo che le avrebbe portate a Riad. La partenza dell’aereo era programmata dall’aeroporto di Varsavia, che raggiunsero dopo un viaggio estenuante in autobus attraverso il confine. Fu un percorso lungo, logorante e interrotto da continui controlli doganali che misero a dura prova i loro nervi.
Oksana non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte precedente il volo, tormentata da un’ansia sottile che non la lasciava. Anche Liza era visibilmente tesa, ma cercava con tutte le sue forze di non darlo a vedere alla sua compagna. Sedevano l’una accanto all’altra nella cabina dell’aereo di linea, parlando pochissimo durante le ore di volo ad alta quota.
Ognuna delle due era immersa nei propri pensieri, spaventata ma determinata a portare a termine quella missione economica. Entrambe comprendevano perfettamente che dietro di loro non era rimasto nulla a cui fare ritorno in tempi brevi. Kharkov era ormai lontana migliaia di chilometri, una città ferita dove la guerra continuava a mietere vittime innocenti.
Davanti a loro c’era un’incertezza assoluta, un mondo sconosciuto, ma sembrava comunque migliore rispetto all’inferno che si erano lasciate alle spalle. L’aereo di linea atterrò sulla pista dell’aeroporto internazionale di Riad nelle prime ore di una mattina limpida. Il caldo era soffocante e percepibile, persino all’interno del moderno terminal passeggeri dotato di aria condizionata potente.
Superarono i severi controlli passaporti della polizia di frontiera, ritirarono i loro pesanti bagagli e si diressi verso gli arrivi. Un rappresentante ufficiale della clinica privata avrebbe dovuto attenderle subito fuori dai cancelli della dogana aeroportuale. L’agenzia aveva assicurato che l’uomo avrebbe avuto in mano un cartello con i loro nomi scritti a grandi lettere.
Liza e Oksana si fermarono nei pressi dell’uscita principale, guardandosi intorno con circospezione in mezzo alla folla di viaggiatori. Pochi minuti dopo, un uomo alto si avvicinò a loro con passo deciso e sguardo fisso sui loro volti. Era vestito con il tradizionale abito bianco saudita, il thobe, e portava sul capo la tipica sciarpa a scacchi, la ghitra.
Teneva in mano un foglio di cartone bianco con i loro nomi di battesimo scritti in caratteri latini neri. Le salutò usando un inglese stentato e sgrammaticato, presentandosi semplicemente come l’autista incaricato del loro trasferimento privato. Disse che le avrebbe condotte direttamente sul luogo di lavoro dove erano attese dai responsabili della struttura sanitaria.
Liza gli chiese con cortesia dove fosse ubicata esattamente la clinica e quanto tempo ci sarebbe voluto per arrivare. L’uomo rispose in modo sbrigativo che la struttura si trovava a circa quaranta minuti di auto, fuori dal centro cittadino. Salirono a bordo del veicolo, un enorme SUV nero con i vetri posteriori completamente oscurati che impedivano la visuale.
I loro bagagli vennero caricati rapidamente nel capiente bagagliaio posteriore dall’autista, che poi si mise al volante. Il conducente guidava a forte velocità lungo un’ampia autostrada a più corsie che tagliava il territorio desertico circostante. Grattacieli avveniristici, paesaggi desertici desolati e imponenti svincoli autostradali scorrevano rapidi dietro i vetri scuri della vettura.
Liza cercava di prestare attenzione al percorso e di memorizzare i punti di riferimento, ma tutto appariva identico. Oksana, sopraffatta dalla stanchezza accumulata nei giorni precedenti, sonnecchiava appoggiando la testa contro lo schienale in pelle del sedile. Un’ora più tardi, l’auto svoltò bruscamente lasciando l’arteria stradale principale per immettersi su una carreggiata più stretta.
Attorno a loro non c’era altro che sabbia finissima a perdita d’occhio e pochissimi edifici isolati dal mondo. Liza divenne improvvisamente diffidente, sentendo un brivido di inquietudine, e chiese all’autista quanta strada mancasse ancora alla destinazione. L’uomo si limitò a rispondere con un tono freddo che sarebbero arrivati a destinazione nel giro di pochi minuti.
Dopo altri venti minuti di guida nel nulla, la vettura si arrestò davanti a un imponente cancello di ferro battuto. Oltre la recinzione si intravedeva una gigantesca villa padronale, circondata da un alto muro di cinta in cemento armato. Il cancello si aprì automaticamente con un sibilo elettrico e il SUV nero entrò lentamente all’interno della proprietà privata.
L’autista spense il motore, scese dall’auto e aprì la portiera per farle scendere nel cortile assolato della villa. Disse loro in tono perentorio di prendere gli effetti personali e di seguirlo senza fare domande verso l’ingresso. Liza e Oksana si scambiarono uno sguardo carico di reciproca preoccupazione, comprendendo che qualcosa non quadrava in quella situazione.
Quello splendido edificio non assomigliava affatto a una clinica medica, era chiaramente una lussuosa dimora privata per famiglie facoltose. Liza si impose e chiese ad alta voce spiegazioni su cosa stesse accadendo e dove fossero finite le altre infermiere. L’autista si voltò e rispose che quella era la residenza ufficiale della famiglia per la quale avrebbero lavorato da allora.
Aggiunse che la clinica proprietaria del loro contratto apparteneva direttamente alla famiglia del principe regnante di quella provincia. Il loro compito specifico sarebbe stato quello di accudire la madre malata del principe, che viveva stabilmente in quella casa. Liza iniziò a protestare vigorosamente, sventolando i fogli del contratto e alzando il tono della voce per farsi valere.
Ricordò all’uomo che l’agenzia aveva parlato di una clinica, di turni regolari, di altre colleghe e di un dormitorio comune. L’autista si limitò a scrollare le spalle con indifferenza, affermando di essere un semplice dipendente e di non sapere nulla. Suggerì loro che sarebbe stato molto meglio entrare per parlare direttamente con il manager responsabile della gestione della casa.
Oksana, presa dal panico, cercò di estrarre il telefono dalla borsa per chiamare immediatamente i soccorsi o l’agenzia. L’autista la bloccò con un movimento fulmineo del braccio, dicendo che all’interno avrebbero ricevuto ogni tipo di spiegazione necessaria. Aggiunse poi, con un tono che non ammetteva repliche, che dovevano consegnargli immediatamente i loro telefoni cellulari personali.
Affermò che quella era una regola ferrea e invalicabile della casa, valida per tutto il personale di servizio della villa. Nessun telefono era ammesso all’interno della struttura per ovvie ragioni legate alla sicurezza e alla privacy della famiglia reale. Liza si rifiutò categoricamente di consegnare il suo apparecchio, facendo un passo indietro e stringendo la borsa al petto.
A quel punto l’autista fece un cenno verso l’ingresso e chiamò altri due uomini robusti che uscirono prontamente dalla casa. Erano due individui di corporatura massiccia, silenziosi, che si posizionarono minacciosamente l’uno accanto all’altro di fronte alle donne. L’autista ripeté la richiesta di consegna dei dispositivi con una calma glaciale che metteva i brividi a guardarla.
Oksana si spaventò a morte di fronte a quella dimostrazione di forza fisica e cedette per prima il telefono. Anche Liza, percependo la minaccia concreta di una violenza fisica imminente, capitolò e consegnò l’apparecchio nelle mani dell’uomo. Vennero quindi fatte entrare all’interno della lussuosa villa, lasciandosi alle spalle il caldo soffocante del cortile d’ingresso.
Si ritrovarono in un immenso salone caratterizzato da pavimenti in marmo pregiato, mobili d’antiquariato e un impianto di climatizzazione potente. Tuttavia, non vennero condotte nella zona residenziale principale della casa, ma verso una porta secondaria situata in fondo. Quella porta si apriva su una rampa di scale buie che scendeva direttamente verso i sotterranei della villa.
Oksana provò a fermarsi sui primi gradini, chiedendo con un filo di voce dove le stessero conducendo in quel modo. Uno dei due uomini di guardia la spinse in avanti afferrandola per la spalla, non con brutalità eccessiva, ma con fermezza. Discesero le scale fino a raggiungere un lungo e buio corridoio sotterraneo sul quale si affacciavano diverse porte di legno.
L’autista aprì una di quelle porte e mostrò loro l’interno della stanza destinata al loro soggiorno forzato. Era una stanza minuscola e spoglia, contenente soltanto due letti singoli, un piccolo tavolino di legno e una sedia. Non c’erano finestre che dessero sull’esterno, l’impianto di ventilazione era attivo ma l’aria appariva comunque viziata e pesante.
L’autista disse che quella sarebbe stata la loro stanza e che avrebbero iniziato il lavoro l’indomani mattina presto. Aggiunse che per quel giorno potevano riposarsi dal viaggio e che la cena sarebbe stata portata più tardi da una serva. Liza cercò disperatamente di porre domande su dove fossero finiti i loro passaporti e su quando avrebbero potuto telefonare.
L’uomo rispose che i passaporti erano stati presi dalla direzione per avviare le pratiche burocratiche dei visti di lavoro. Assicurò che sarebbero stati restituiti non appena pronti, ma non disse nulla riguardo alla possibilità di effettuare delle chiamate. Uscì dalla stanza senza aggiungere altro e chiuse pesantemente la porta di legno alle sue spalle con un rumore secco.
Le due donne compresero la gravità della situazione quando sentirono il rumore inconfondibile della chiave che girava nella toppa dall’esterno. Liza si avventò immediatamente contro la porta blindata, stringendo la maniglia e iniziando a battere i pugni con forza. Cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in gola chiedendo di aprire, ma nessuno rispose dall’esterno.
Oksana si lasciò cadere sul letto, fissando il vuoto e non riuscendo a credere a ciò che stava realmente accadendo. Cercavano disperatamente di razionalizzare l’accaduto e di trovare una spiegazione logica che non fosse un sequestro di persona. Pensarono che potesse trattarsi di un colossale malinteso o di una misura di sicurezza temporanea dovuta al loro arrivo.
Forse in Arabia Saudita le procedure di accoglienza del personale straniero prevedevano quell’iter iniziale così rigido e strano. Si dissero che l’indomani avrebbero chiarito tutto parlando con un dirigente e che ogni cosa sarebbe andata a posto. Cercavano in tutti i modi di calmarsi a vicenda, ma il terrore cresceva nei loro cuori a ogni minuto.
La cena promessa venne effettivamente recapitata all’interno della stanza qualche ora più tardi, confermando la loro prigionia. La porta si aprì e una donna anziana con il volto coperto da un velo nero entrò portando un vassoio. Poggiò sul tavolino del riso bianco, del pollo speziato, alcune verdure cotte e una bottiglia d’acqua minerale naturale.
Non pronunciò una singola parola durante l’operazione, mantenendo lo sguardo basso e l’espressione del volto totalmente imperscrutabile. Liza provò a parlarle in inglese, implorandola di spiegarle dove si trovassero e cosa volessero fare di loro due. La donna si limitò a scuotere la testa per indicare che non capiva la lingua, poi uscì richiudendo a chiave.
Liza e Oksana non toccarono il cibo presente sul vassoio, troppo sconvolte dall’angoscia per avvertire lo stimolo della fame. Rimasero sedute sui rispettivi letti fino a tarda notte, stringendosi le ginocchia e chiedendosi cosa le aspettasse l’indomani mattina. Al mattino presto, la sveglia scattò inesorabile alle sei precise, quando la porta venne aperta bruscamente dall’autista del giorno prima.
L’uomo disse loro di alzarsi immediatamente, di lavarsi la faccia e di salire al piano superiore per iniziare il lavoro. Le condusse attraverso le scale fino a una lussuosa camera da letto situata al secondo piano della grande villa. Su un enorme letto a baldacchino giaceva un’anziana donna immobile, che dimostrava all’incirca ottantacinque anni d’età cronologica.
Parte 2
Era completamente paralizzata a causa di un vecchio ictus, non poteva muovere gli arti e riusciva a emettere solo suoni. L’autista spiegò in un inglese spezzettato che quella donna era la madre del proprietario della villa, ovvero il principe. Era gravemente ammalata da diversi anni e necessitava di un’assistenza medica e infermieristica costante, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il loro compito principale consisteva nel nutrirla, cambiarle le lenzuola, provvedere alla sua igiene personale e farle i massaggi. Dovevano inoltre girarla sul fianco ogni due ore esatte, sia di giorno che di notte, per evitare le piaghe. Liza e Oksana avrebbero dovuto alternarsi nei turni di guardia accanto al letto per coprire l’intera giornata lavorativa.
In aggiunta a queste mansioni mediche, l’uomo spiegò che avrebbero dovuto aiutare nei lavori domestici generali della grande casa. Questo significava pulire i pavimenti, lavare i cumuli di biancheria e cucinare i pasti per l’intera famiglia del principe. Una famiglia numerosa composta da ben dodici persone, tra cui le mogli del nobile, i figli e vari parenti.
Tutti loro esigevano un servizio impeccabile e immediato da parte del personale domestico presente all’interno della lussuosa struttura. Liza provò nuovamente a opporsi con fermezza, dicendo che loro erano infermiere professionali e non donne delle pulizie o schiave. L’autista la fissò con uno sguardo talmente freddo e tagliente da farle mozzare il fiato in gola per la paura.
Disse che lì dentro avrebbero fatto esattamente tutto ciò che veniva loro ordinato, senza osare discutere o protestare mai più. Aggiunse che se la situazione non era di loro gradimento, erano liberissime di tentare la fuga e andarsene via. Ricordò loro, con un sorriso beffardo, che non possedevano i passaporti, non avevano denaro e non conoscevano la lingua.
Il loro visto d’ingresso era sponsorizzato interamente dalla famiglia reale, senza il cui consenso scritto era impossibile lasciare il paese. Concluse la frase dicendo con ironia di dare il benvenuto alla loro nuova vita e alle loro nuove mansioni quotidiane. I giorni successivi alla partenza si trasformarono rapidamente in un incubo a occhi aperti, una spirale di fatica e umiliazioni.
Liza e Oksana lavoravano senza sosta dalla mattina presto fino alla notte fonda, con i corpi doloranti per la stanchezza. Prendersi cura di una donna anziana e completamente paralizzata richiedeva un’attenzione costante e sforzi fisici non indifferenti ogni ora. La donna non era in grado di deglutire autonomamente, quindi doveva essere alimentata artificialmente tramite un sondino naso-gastrico delicato.
Era necessario monitorare continuamente lo stato della sua pelle sensibile, medicare le piaghe da decubito esistenti e cambiare i pannoloni. Girare un corpo inerte ogni due ore esatte per evitare la formazione di nuove ulcere era un lavoro massacrante. Oltre a questo calvario medico, dovevano spolverare le stanze, lavare montagne di vestiti e preparare i pasti per tutti.
Nessuno dei membri della famiglia chiedeva mai se fossero stanche o se avessero bisogno di un momento di riposo. Nessuno si sognava di ringraziarle per il lavoro svolto con dedizione all’interno della camera della vecchia madre malata. Se qualcosa veniva eseguito in modo non perfetto secondo i loro standard capricciosi, venivano rimproverate aspramente dai padroni di casa.
Spesso i membri della famiglia urlavano contro di loro parole incomprensibili in arabo, mostrando un disprezzo totale per la dignità. Una volta, una delle mogli del principe colpì Oksana con un violento schiaffo in pieno volto davanti agli altri. La colpa della ragazza era stata quella di non averle portato un bicchiere d’acqua fresca con la dovuta rapidità richiesta.
Oksana scoppiò in un pianto dirotto, ferita nell’orgoglio e umiliata profondamente da quel gesto di gratuita e inaudita violenza. Liza cercò coraggiosamente di intercedere in difesa della collega, gridando contro la donna per farla smettere immediatamente di colpire. Le guardie del corpo intervennero subito, afferrandola brutalmente per le braccia e trascinandola fuori dalla stanza da letto reale.
La avvertirono con tono minaccioso che se avesse osato opporre ulteriore resistenza, la punizione sarebbe stata molto più severa e dolorosa. La loro vita quotidiana si svolgeva interamente tra il piano superiore della villa e il seminterrato buio della struttura. Non era loro concesso in nessun caso di uscire nel cortile esterno o di guardare oltre le mura di cinta.
Durante il giorno si consumavano le loro energie lavorando di sopra, e la sera venivano fatte scendere nel loro alloggio sotterraneo. La porta della stanza veniva puntualmente chiusa a chiave dall’esterno non appena entravano per la notte, senza eccezione alcuna. Un guardiano armato era sempre presente in servizio nel corridoio sotterraneo, vigilando affinché non tentassero colpi di testa assurdi.
La totale assenza di finestre nella stanza faceva sì che non vedessero la luce del sole per intere settimane consecutive. Persero presto il conto esatto dei giorni che passavano, non sapendo più quale fosse la data sul calendario della vita. Non possedevano orologi da polso o calendari per orientarsi nel tempo che scorreva in modo così informe e alienante.
Il tempo veniva scandito unicamente dal momento in cui venivano svegliate la mattina e da quello in cui potevano dormire. Il cibo veniva consegnato in modo del tutto irregolare e imprevedibile da parte dei domestici della lussuosa cucina reale. A volte ricevevano il vassoio due volte al giorno, altre volte una sola volta nelle ventiquattr’ore, con porzioni scarse.
Le razioni alimentari erano talmente ridotte che entrambe iniziarono a perdere peso in modo visibile, con i corpi che dimagrivano. Non vennero mai forniti loro indumenti di ricambio o divise pulite per svolgere le mansioni quotidiane all’interno della villa. Erano costrette a lavare l’unico abito che possedevano durante la notte, stendendolo all’interno della stanza umida per l’indomani.
Durante il primo mese di prigionia, Liza continuò a sperare disperatamente che quella situazione assurda fosse solo una fase temporanea. Pensava che l’agenzia di reclutamento si sarebbe accorta della loro assenza dai registri della clinica e avrebbe avviato le ricerche. Sperava che qualcuno in patria si rendesse conto della loro misteriosa sparizione nel nulla e decidesse di lanciare l’allarme generale.
Tuttavia, nessuno venne mai a cercarle all’indirizzo della villa e nessuna telefonata di controllo giunse mai da parte dei reclutatori. L’agenzia criminale aveva evidentemente intascato la cospicua commissione pattuita per la vendita di carne umana e si era dimenticata. Nemmeno le loro rispettive famiglie in Ucraina possedevano gli strumenti necessari per rintracciarle in quel paese così lontano.
Liza non era più riuscita a mettersi in contatto con il marito fin dal giorno del suo arrivo a Riad. L’uomo era sicuramente tormentato dall’ansia per la sorte della moglie, provando a chiamare ogni giorno quel numero spento. Scriveva centinaia di messaggi disperati che non avrebbero mai ricevuto risposta, temendo il peggio in mezzo al caos della guerra.
Anche Oksana non aveva dato più notizie di sé ai genitori, lasciandoli in una condizione di angosciante e totale silenzio. I suoi genitori a Kiev potevano aver pensato inizialmente che fosse semplicemente troppo impegnata con i nuovi turni di lavoro. Forse immaginavano che la connessione telefonica internazionale in quel paese arabo fosse pessima o che lei non volesse disturbare continuamente.
Non avrebbero mai potuto immaginare la terrificante verità che si nascondeva dietro quel silenzio prolungato e innaturale della figlia. Dopo alcuni mesi di sofferenze, sia Liza che Oksana smisero di cullarsi nella speranza di un salvataggio rapido e provvidenziale. Compresero pienamente di essere cadute in una trappola mortale dalla quale non esisteva alcuna via d’uscita semplice o indolore.
Le giornate iniziarono a fondersi l’una con l’altra, dando vita a un’unica e infinita routine fatta di fatica. La sveglia scattava alle sei del mattino, seguita immediatamente dall’assistenza medica alla vecchia donna paralizzata nel letto matrimoniale. Poi si passava alla pulizia accurata delle immense stanze della villa, al lavaggio della biancheria e alla preparazione del cibo.
Subito dopo si ricominciava da capo con l’assistenza, poi ancora con le pulizie, in un ciclo continuo che spezzava. Non esistevano pause di riposo autorizzate durante le sedici ore di servizio obbligatorio all’interno della grande casa padronale. Se provavano a sedersi un istante per riprendere fiato, un membro della famiglia trovava subito un nuovo compito da svolgere.
Ordinavano di lavare nuovamente i pavimenti di marmo, stirare le lenzuola di seta o pulire a fondo i servizi igienici. Spesso dovevano preparare pietanze supplementari per gli ospiti improvvisi che il principe amava invitare nella sua lussuosa dimora. La famiglia del nobile riceveva frequentemente visite di parenti e amici altolocati, e in quelle occasioni il lavoro triplicava.
Era necessario allestire tavolate principesche, servire le portate con sottomissione e ripulire tutto dopo cene che duravano fino a mezzanotte. Soltanto al termine di questi banchetti estenuanti venivano finalmente riaccompagnate nel seminterrato dalle guardie armate della villa reale. Si lasciavano cadere sui rispettivi letti, distrutte dalla fatica accumulatesi nei muscoli, riuscendo a dormire solo quattro ore.
Il mattino seguente, alle sei precise, la porta si riapriva e tutto ricominciava con la medesima spietata e geometrica precisione. Oksana provò inizialmente a tenere il conto dei giorni trascorsi in quella prigione, graffiando delle linee sulla parete di cemento. Ogni linea incisa con un chiodino rappresentava un giorno di vita sottratta, ma dopo qualche settimana perse il filo logico.
Saltò alcuni giorni a causa della troppa stanchezza o, al contrario, calcolò la medesima giornata due volte per errore mentale. Decise quindi di smettere di graffiare la parete, sopraffatta dall’inutilità di quel macabro conteggio del tempo che passava lento. Quale reale differenza poteva mai fare sapere quanti giorni fossero trascorsi, se non esisteva alcuna speranza concreta di uscirne vive?
Liza parlava sempre meno con il passare dei mesi, chiudendosi in un silenzio assoluto e impenetrabile che spaventava Oksana. Si era rifugiata nel proprio mondo interiore, pensando continuamente alla sua bambina lontana e immaginando la sua vita senza mamma. Immaginava la piccola che chiedeva al padre quando sarebbe tornata la sua mamma, e l’uomo costretto a inventare scuse plausibili.
Forse il marito le rispondeva che la mamma era scomparsa nel nulla, che non dava notizie o che era morta. Questi pensieri atroci la laceravano dall’interno, tormentandola durante le lunghe ore passate accanto al letto della donna paralizzata. Tuttavia, non riusciva nemmeno più a piangere, poiché non le erano rimaste le forze fisiche per versare delle lacrime.
Il trattamento che ricevevano da parte dei membri della famiglia reale era di gran lunga peggiore di quello riservato alle bestie. Non venivano mai chiamate con i loro veri nomi di battesimo, ma apostrofate con epiteti disprezzativi o cenni del capo. I padroni indicavano loro le cose da fare puntando il dito con arroganza e impartendo ordini con tono tagliente.
Non esistevano parole come per favore o grazie nel vocabolario di quella famiglia abituata a pretendere tutto da tutti. Se commettevano il minimo errore nella preparazione di un piatto o nella stiratura di un abito, scattava la punizione immediata. Un giorno, un amico del principe colpì Liza alla schiena per aver accidentalmente versato qualche goccia d’acqua sul pavimento lucido.
Un’altra moglie spinse Oksana contro il muro perché non era stata abbastanza rapida nel portarle un asciugamano caldo in bagno. Anche le guardie del corpo che vigilavano sulla struttura si permettevano atteggiamenti volgari e provocazioni verbali di ogni tipo. Una di loro afferrò più volte Oksana per il braccio mentre transitava nel corridoio, sussurrandole parole d’effetto in arabo.
L’uomo rideva in modo sguaiato guardandola negli occhi, godendo della sua evidente condizione di sottomissione e di terrore psicologico. La ragazza non comprendeva il significato letterale di quelle parole straniere, ma l’intonazione utilizzata era chiaramente umiliante e squallida. Cercava in tutti i modi di stargli alla larga, ma evitare gli incontri in quella casa era un’impresa quasi impossibile.
Il guardiano era spesso in servizio proprio nel corridoio sotterraneo, accogliendole con lo stesso sorriso viscido quando scendevano la sera. Una notte, lo stesso uomo cercò persino di entrare con la forza all’interno della loro stanza da letto chiusa. Liza sentì il rumore della chiave che girava nella serratura, balzò in piedi sul letto e iniziò a urlare.
Il guardiano si fermò sulla soglia, le fissò per qualche istante con uno sguardo torvo, sorrise con disprezzo e uscì. Dopo quel terrificante episodio, le due donne presero l’abitudine di spostare il pesante letto di legno contro la porta. Sapevano che quel fragile ostacolo non avrebbe potuto fermare un uomo robusto e armato, ma offriva un’illusione di protezione.
Il cibo che veniva loro somministrato era misero, ripetitivo e privo di qualsiasi elemento nutritivo fresco ed equilibrato. Riso in bianco, focaccine di pane azzimo, a volte rari pezzi di pollo o verdure rimaste sui piatti dei padroni. Mangiavano letteralmente gli avanzi che i membri della famiglia reale non avevano consumato durante i loro ricchi e sfarzosi banchetti.
Le porzioni erano talmente ridotte che le due infermiere avvertivano i morsi della fame per l’intera giornata di lavoro. Oksana perse ben dieci chilogrammi di peso corporeo durante i primi tre mesi di quella durissima prigionia all’interno della villa. Anche Liza subì lo stesso drastico dimagrimento, e i loro abiti civili pendevano dai loro corpi come sacchi vuoti.
I vestiti originali si usuravano rapidamente a causa dei lavaggi continui effettuati a mano con saponi di scarsa qualità. Dopo sei mesi di quel trattamento, i loro indumenti personali si erano ridotti a dei veri e propri stracci bucati. Chiesero quindi alla governante della casa di fornire loro almeno un cambio d’abito dignitoso per lavorare nelle stanze.
La donna portò loro dei vecchi vestiti dismessi che erano stati utilizzati in passato da altre serve della casa. Erano abiti logori, scoloriti dal tempo e pieni di macchie indelebili di unto, ma non avevano altra scelta disponibile. Non veniva fornito loro alcun tipo di assistenza medica o farmaceutica in caso di malattia o di spossatezza fisica.
Quando Oksana contrasse una brutta influenza con febbre alta, non le fu concesso nemmeno un giorno di riposo dal servizio. Continuò a lavorare con la temperatura a trentanove gradi, tossendo continuamente e reggendosi in piedi a fatica sui pavimenti. Liza implorò la governante di concedere alla collega almeno ventiquattr’ore di riposo assoluto per evitare complicazioni polmonari gravi.
La donna rifiutò seccamente la richiesta, affermando che la madre del principe non poteva rimanere senza le cure delle infermiere. Nessun altro all’interno della villa avrebbe svolto quelle mansioni così delicate e disgustose al posto delle due ucraine sequestrate. Oksana dovette quindi lavorare nonostante i brividi di febbre, e la malattia guarì da sola dopo una settimana d’inferno.
Successivamente, Liza iniziò ad avere gravissimi problemi odontoiatrici a causa della mancanza di igiene e della cattiva alimentazione quotidiana. Uno dei suoi molari inferiori si infettò gravemente, provocandole un dolore lancinante che le impediva persino di masticare il cibo. Chiese disperatamente il permesso di essere condotta da un dentista per una visita medica urgente a spese proprie, se necessario.
I padroni rifiutarono la richiesta con totale indifferenza, limitandosi a farle recapitare un flacone di antidolorifici generici tramite la governante. La donna assunse quelle pillole per una settimana intera, ma il dolore diminuiva solo temporaneamente per poi riprendere più forte. Il dente stava letteralmente marcendo all’interno della sua bocca, ma nessuno si prese la briga di aiutarla in quel frangente.
Dovette sopportare quel calvario per un mese intero, finché il nervo del dente morì definitivamente ponendo fine alle fitte. Il dente divenne completamente nero e iniziò a sgretolarsi lentamente a pezzi all’interno della bocca, lasciando un vuoto visibile. Non veniva mai concesso loro di mettere piede fuori dalle mura perimetrali della grande e lussuosa proprietà del principe.
La villa era circondata da un muro altissimo, sulla cui sommità era stato installato del filo spinato elettrificato a lame. I cancelli d’ingresso erano presidiati stabilmente dalle guardie armate della famiglia reale, attive ventiquattr’ore su ventiquattro con i cani. Anche se avessero tentato una fuga disperata nel cuore della notte, sarebbero state catturate nel giro di pochissimi minuti.
Inoltre, ricordavano a se stesse di non possedere documenti d’identità, denaro contante o telefoni per chiedere aiuto all’esterno. Non avevano la minima idea di dove si trovasse la villa rispetto alla città di Riad, sperduta nel deserto. L’Arabia Saudita era un paese straniero e ostile per due donne sole, dove i diritti femminili erano quasi inesistenti.
Avevano sentito raccontare storie terribili di poliziotti locali che riconsegnavano le serve fuggitive direttamente nelle mani dei loro padroni. Sapevano che i migranti sprovvisti di documenti regolari venivano gettati in prigioni sotterranee in attesa di un processo formale. L’espulsione dal paese poteva avvenire soltanto dopo che il datore di lavoro originale firmava il documento di nulla osta ufficiale.
Un datore di lavoro saudita non concedeva mai quel permesso, poiché significava perdere della preziosa manodopera gratuita per la casa. Liza provò diverse volte a parlare con i guardiani del corridoio, implorandoli di lasciarle fare una sola telefonata a casa. Voleva soltanto comunicare alla sua bambina e al marito che era ancora viva, nonostante quel silenzio totale di mesi.
Gli uomini rifiutarono ogni singola volta, ripetendo in modo meccanico che era severamente vietato dai regolamenti della casa principesca. Affermavano che quelle erano le regole imposte dal principe e che nessuno poteva trasgredirle senza rischiare il licenziamento immediato. La donna cercò di spiegare che aveva una bambina piccola che piangeva e che il marito era disperato per lei.
I guardiani si limitarono a scrollare le spalle con totale indifferenza, mostrando chiaramente come non importasse loro nulla della cosa. Liza arrivò persino a offrire loro del denaro, promettendo che avrebbe pagato il disturbo in un secondo momento, in futuro. Gli uomini scoppiarono a ridere sguaiatamente in faccia alla povera donna, prendendola in giro per quella proposta assurda e irrealizzabile.
Chiesero con ironia dove pensasse di trovare i soldi, dato che non riceveva alcuno stipendio per il suo operato. Quella era in assoluto la parte più dolorosa e frustrante di tutta l’intera e drammatica vicenda che stavano vivendo. Non ricevevano un solo centesimo bucato per le sedici ore di lavoro massacrante che svolgevano ogni giorno nella villa.
Il contratto originale firmato a Varsavia prevedeva una cifra astronomica di quattromila dollari al mese, ma non videro un dollaro. Quando Liza trovò finalmente il coraggio di chiedere spiegazioni alla governante riguardo al pagamento dei loro stipendi arretrati da mesi. La donna la fissò negli occhi con un’espressione di autentico stupore, come se stesse parlando con una persona pazza.
Chiese con tono arrogante di quale stipendio stesse parlando, visto che vivevano gratis in quella splendida e lussuosa dimora. Disse che ricevevano del cibo ogni giorno, avevano un tetto sopra la testa e non pagavano le utenze domestiche. Affermò che quello era il loro reale pagamento e che dovevano ritenersi molto fortunate per il trattamento ricevuto lì.
Liza ribatté parlando del contratto scritto in inglese firmato prima di partire, che stabiliva regole diverse e cifre precise. La governante rispose che quel foglio non aveva alcun valore legale all’interno della legislazione vigente in quel paese arabo. Disse che avevano firmato un accordo interno di sottomissione familiare, secondo le consuetudini tradizionali in uso in quel luogo.
Aggiunse che se la situazione non era di loro gradimento, erano liberissime di fare i bagagli e andarsene via subito. Tuttavia, prima di poter varcare il cancello, avrebbero dovuto restituire alla famiglia tutti i soldi spesi per loro. Soldi utilizzati per il visto d’ingresso, il biglietto aereo di linea e le spese di vitto e alloggio maturate.
La cifra complessiva stimata dalla donna ammontava a circa quindicimila dollari a testa, una somma enorme e del tutto indisponibile. Chiese retoricamente se possedessero quella cifra in contanti nei loro stracci, e alla loro risposta negativa disse di tacere. Ordinò loro di tornare immediatamente al lavoro e di non osare mai più sollevare la questione degli stipendi monetari.
Oksana comprese in quel preciso istante che erano state ingannate e raggirate fin dal primo giorno in cui avevano letto l’annuncio. Non era mai esistita alcuna clinica privata internazionale a Riad interessata alle loro competenze professionali di terapia intensiva. L’agenzia di reclutamento di Varsavia le aveva letteralmente vendute come schiave a quella potente e ricca famiglia reale saudita.
Quello che stavano vivendo sulla propria pelle aveva un nome ben preciso nel mondo moderno: schiavitù del ventunesimo secolo. Lavoravano senza ricevere alcuna retribuzione economica, senza poter usufruire di giorni di riposo settimanale e senza alcun diritto umano. Erano trattenute con la forza fisica, minacciate costantemente di ritorsioni gravi e picchiate selvaggiamente in caso di minima disobbedienza.
Non potevano abbandonare la struttura, non potevano chiedere aiuto alle autorità e non potevano nemmeno lamentarsi delle condizioni subite. Erano diventate a tutti gli effetti una proprietà privata di quella famiglia reale, che ne disponeva a proprio totale piacimento. Verso la fine del primo anno di prigionia forzata, le condizioni di salute di Oksana peggiorarono in modo preoccupante.
La ragazza iniziò ad avvertire dei dolori lancinanti e improvvisi localizzati nella parte inferiore destra dell’addome, che la facevano piegare. Inizialmente pensò che potesse trattarsi di una semplice colica dovuta al cibo di cattiva qualità o al forte stress psicologico. Tuttavia, con il passare dei giorni, il dolore divenne sempre più acuto, costante e del tutto insopportabile per lei.
Non riusciva più a dormire in modo regolare, svegliandosi nel cuore della notte con i brividi e gemendo sul letto. Liza iniziò a preoccuparsi seriamente per la vita della collega, comprendendo, grazie alla sua esperienza medica, la gravità dei sintomi. Capì che poteva trattarsi di una patologia acuta e potenzialmente mortale, come un’appendicite perforata o un’ulcera gastrica perforata.
Si recò nuovamente al piano superiore per parlare con la governante, implorandola di chiamare un medico o un’ambulanza privata. La donna liquidò la faccenda con un gesto infastidito della mano, affermando che si trattava di un banale mal di pancia. Consegnò a Liza alcune compresse di un farmaco antidolorifico generico, dicendo che il disturbo sarebbe passato da solo in pochi giorni.
Oksana assunse regolarmente le compresse prescritte, ma non ottenne alcun beneficio tangibile o sollievo dal dolore che la tormentava ogni ora. Dopo una settimana di sofferenze indicibili, la situazione divenne assolutamente disperata e non più gestibile all’interno del seminterrato. La ragazza non era più in grado di alzarsi dal letto per svolgere le mansioni quotidiane richieste dai padroni.
Giaceva rannicchiata in posizione fetale sul materasso, emettendo dei deboli lamenti e avendo il viso imperlato di sudore freddo. Liza ebbe il terrore concreto che la sua compagna di sventura stesse per morire sotto i suoi occhi impotenti. Corse su per le scale della villa come una furia, iniziando a urlare e a pretendere un intervento medico immediato.
Le guardie di servizio nel corridoio la afferrarono prontamente e la spinsero indietro con forza all’interno delle scale del seminterrato. Fortunatamente, qualche ora più tardi, la governante decise di scendere personalmente nel sotterraneo per verificare le reali condizioni della serva. Trovò Oksana in uno stato pietoso: era pallidissima, coperta da un sudore freddo e quasi del tutto priva di conoscenza.
La donna comprese che la situazione era estremamente grave e che non si poteva più attendere oltre senza rischiare il peggio. Se una ragazza straniera fosse morta all’interno della villa principesca, avrebbero potuto sorgere dei seri problemi burocratici con la polizia. Chiamò quindi l’autista di fiducia e gli ordinò di caricare immediatamente la giovane in auto per portarla in ospedale.
Oksana venne sollevata a fatica e adagiata sul sedile posteriore del grande SUV nero che la attendeva nel cortile interno. Liza non venne fatta salire a bordo della vettura, nonostante le sue accorate preghiere di poter accompagnare la collega ammalata. Le guardie le dissero in tono secco che lei doveva rimanere lì all’interno della struttura per continuare a lavorare.
La ragazza venne condotta d’urgenza presso un rinomato ospedale privato situato nel centro della città di Riad, non lontano. I medici del pronto soccorso la visitarono immediatamente, comprendendo la gravità del quadro clinico e procedendo con gli accertamenti diagnostici. La diagnosi dei sanitari fu rapida, precisa e non lasciò spazio a dubbi di alcun genere sulla gravità.
Si trattava di un attacco acuto di appendicite, con un principio di peritonite diffusa all’interno della cavità addominale della giovane. Era assolutamente necessario procedere con un intervento chirurgico d’urgenza nel giro di poche ore per salvarle la vita dal decesso. Venne preparata e trasferita d’urgenza nella sala operatoria del reparto, mentre l’autista rimase in attesa nel corridoio esterno.
L’operazione chirurgica durò circa due ore consecutive e fortunatamente tutto andò per il meglio grazie alla perizia dei medici. L’appendice infiammata venne rimossa con successo e l’infezione interna venne bloccata prima che potesse estendersi al resto del corpo. Oksana venne quindi trasferita nel reparto di degenza post-operatoria, svegliandosi dagli effetti dell’anestesia generale soltanto verso la sera.
Accanto al suo letto era presente una flebo per l’idratazione e la somministrazione dei farmaci antibiotici necessari alla guarigione. Oltre a lei, nella stanza d’ospedale era presente un’altra paziente araba, separata soltanto da una sottile tenda di stoffa bianca. Poco dopo, un’infermiera del reparto entrò nella stanza per controllare i parametri vitali indicati sui monitor dei macchinari.
L’infermiera era una donna originaria delle Filippine, che dimostrava all’incirca quarant’anni d’età e aveva un volto molto dolce. Parlava un inglese fluente e chiese a Oksana come si sentisse e se avesse bisogno di qualcosa per il dolore addominale. Oksana rispose con un filo di voce che avvertiva molto dolore, ma che era comunque un fastidio sopportabile rispetto a prima.
La professionista sistemò con cura il tubicino della flebo e annotò i dati clinici sulla cartella medica appesa al letto. Oksana la fissò intensamente negli occhi, lasciando che nei suoi occhi emergesse uno sguardo carico di disperata e assoluta supplica. Sussurrò in lingua inglese, mantenendo il tono della voce bassissimo per evitare che l’autista potesse sentire dal corridoio esterno.
“Aiutami, ti prego. Sono tenuta prigioniera contro la mia volontà all’interno della villa del principe. Non ci pagano gli stipendi e non ci permettono mai di uscire. Ti imploro, aiuta me e la mia amica.”
L’infermiera filippina si immobilizzò all’istante, interrompendo l’operazione che stava compiendo e fissando la giovane con attenzione e partecipazione emotiva. Notò i vistosi lividi violacei presenti sulle braccia magre della ragazza e osservò il suo corpo gravemente emaciato dalla denutrizione. Scorse il terrore puro che brillava nei suoi occhi spalancati e comprese immediatamente la drammaticità di quella muta richiesta d’aiuto.
Fece un leggero cenno con il capo per farle capire di aver compreso la situazione, dicendole sottovoce di non aggiungere altro. Le raccomandò di rimanere calma e le promise solennemente che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarla a uscire da lì. Uscì quindi dalla stanza con passo felpato, lasciando Oksana in uno stato di profonda e comprensibile agitazione interiore in reparto.
La ragazza non sapeva se potesse realmente fidarsi di quella sconosciuta, ma quella rappresentava l’unica vera occasione dopo due anni. L’infermiera, il cui nome di battesimo era Maria, lavorava all’interno di quella moderna struttura sanitaria da ben sette anni consecutivi. Lei stessa era una lavoratrice migrante proveniente dalle Filippine e conosceva benissimo le dinamiche interne di quel paese mediorientale.
Sapeva perfettamente che in Arabia Saudita esistevano migliaia di donne straniere che vivevano nelle medesime condizioni di totale schiavitù domestica. Donne che lavoravano nelle dimore delle famiglie più ricche e potenti del paese, trattate alla stregua di veri oggetti. Aveva sentito raccontare moltissime storie analoghe e aveva visitato personalmente pazienti arrivate in ospedale con evidenti segni di percosse.
Donne sfinite dalla fatica, ammalate e terrorizzate all’idea di aprire la bocca per denunciare i propri datori di lavoro aguzzini. Avevano paura dei loro potenti padroni, temevano l’arresto da parte della polizia locale, la deportazione o tremende vendette trasversali. Maria comprese che se non avesse teso la mano a quella sfortunata ragazza in quel momento, la giovane sarebbe tornata là.
Sarebbe stata ricondotta all’interno di quella villa infernale e non avrebbe mai più avuto un’altra possibilità concreta di salvarsi la vita. Fortunatamente, Maria era a conoscenza dell’esistenza di un’organizzazione internazionale clandestina che si occupava proprio di aiutare i migranti in difficoltà. Si trattava di un gruppo umanitario per i diritti umani che possedeva una cellula operativa segreta proprio nella città di Riad.
Questi attivisti lavoravano costantemente con le vittime dello sfruttamento lavorativo estremo, cercando di sottrarre le persone a quelle condizioni di schiavitù. Fornivano inoltre assistenza legale gratuita e protezione sicura all’interno di alloggi segreti dislocati sul territorio prima del rimpatrio nei paesi. Maria trascrisse rapidamente il numero di telefono segreto di questa associazione su un piccolo pezzetto di carta bianca recuperato in reparto.
Fece ritorno all’interno della camera di degenza circa mezz’ora più tardi, approfittando del fatto che l’autista stesse dormendo sulla sedia. L’uomo si era appisolato nel corridoio esterno della struttura, stanco per la lunga attesa e rilassato dalla quiete del reparto. Con un movimento rapidissimo delle mani, l’infermiera infilò il foglietto sotto il cuscino sul quale poggiava la testa della ragazza ucraina.
Le sussurrò all’orecchio che quello era il recapito telefonico dell’organizzazione umanitaria che avrebbe potuto organizzare la loro fuga dalla villa. Le raccomandò caldamente di effettuare quella chiamata non appena si fosse presentata l’occasione propizia all’interno della casa del principe. Oksana fece un cenno d’intesa con il capo e, non appena rimase sola, nascose il prezioso foglietto all’interno della biancheria.
Venne dimessa dalla struttura sanitaria tre giorni più tardi, dopo che i medici ebbero verificato la corretta guarigione della ferita. L’autista della famiglia reale venne a prenderla direttamente in reparto, facendola salire a bordo del solito SUV nero per il ritorno. Oksana strinse quel pezzetto di carta nella mano per tutto il viaggio, terrorizzata dall’idea che potessero scoprirlo all’ingresso della villa.
Temeva che le guardie potessero sottoporla a una perquisizione personale accurata prima di farle varcare la soglia del seminterrato buio. Fortunatamente nessuno si prese la briga di perquisirla al suo arrivo, considerandola ormai del tutto inoffensiva e debilitata dall’intervento chirurgico. Venne ricondotta all’interno del corridoio sotterraneo e spinta all’interno della solita stanza da letto comune che condivideva con la collega.
Liza le si avventò incontro non appena la vide entrare, stringendola in un abbraccio caloroso e scoppiando in lacrime di gioia. Era felice di constatare che la sua amica fosse ancora viva e fosse ritornata da lei in quella cella sotterranea. Oksana le raccontò tutto nei minimi dettagli usando un sussurro appena percettibile, parlandole dell’infermiera filippina e mostrandole il foglietto nascosto.
Inizialmente Liza si mostrò incredula e diffidente, temendo potesse trattarsi di una trappola ordita dai padroni per testare la loro fedeltà. Tuttavia, poco dopo, decise di aggrapparsi a quella fragile speranza come un naufrago si aggrappa a un salvagente in mezzo alla tempesta. La domanda cruciale che tormentava le loro menti era come avrebbero potuto effettuare quella telefonata di soccorso all’organizzazione umanitaria.
Non possedevano alcun telefono cellulare, non potevano uscire dalla villa e la stanza era costantemente chiusa a chiave dall’esterno ogni notte. Oksana rispose che avrebbero dovuto attendere con pazienza il momento propizio, che prima o poi si sarebbe presentato all’interno della casa. Sapeva che prima o poi una delle guardie del corpo avrebbe commesso una leggerezza lasciando il proprio dispositivo incustodito su un tavolo.
O magari uno dei tanti figli viziosi del principe avrebbe dimenticato il suo smartphone di ultima generazione in giro per le stanze. La villa era costantemente frequentata da moltissime persone diverse e i telefoni cellulari erano ovunque all’interno dei saloni del piano superiore. Si trattava soltanto di saper aspettare il momento giusto con estrema pazienza e freddezza mentale, senza commettere errori che potessero costare caro.
Dovettero attendere un tempo lunghissimo prima che si presentasse una reale e concreta opportunità di agire all’interno della grande dimora reale. Passarono interi mesi a osservare ogni minimo movimento dei guardiani e dei membri della famiglia, ma i dispositivi erano sempre sorvegliati. Le guardie del corpo tenevano i telefoni saldamente infilati nelle tasche delle loro divise e non li lasciavano mai incustoditi a terra.
I figli del principe trascorrevano le ore a giocare con costosi tablet elettronici, ma questi venivano prontamente ritirati dalla governante della casa. Sembrava quasi che non esistesse alcuna possibilità residua di riuscire a fare quella benedetta e salvifica telefonata di soccorso all’esterno. Tuttavia, una sera d’estate, mentre Oksana stava terminando la pulizia accurata di uno dei saloni principali della villa reale, notò qualcosa.
Il suo sguardo cadde su uno smartphone di ultima generazione abbandonato sul cuscino di seta di uno dei grandi divani del salone. Il dispositivo era stato dimenticato lì da uno dei figli adolescenti del principe, un ragazzo di circa sedici anni molto distratto. Il giovane era uscito dalla stanza per recarsi in giardino, lasciando l’apparecchio acceso e privo di blocco dello schermo sul divano.
Oksana si guardò freneticamente intorno per verificare che non vi fossero testimoni oculari all’interno o nei pressi della grande stanza da pranzo. La guardia del corpo in servizio quella sera si trovava nel corridoio adiacente, voltando le spalle all’ingresso del salone principale della villa. Il cuore della ragazza iniziò a battere con una violenza tale che temette che l’uomo potesse udire i battiti a distanza.
Con un movimento rapidissimo della mano afferrò lo smartphone dal divano ed estrasse il foglietto spiegazzato dalla tasca del grembiule consumato. Le sue mani tremavano in modo vistoso a causa della fortissima tensione emotiva che stava provando in quel preciso istante del furto. Digitò rapidamente il numero di telefono indicato sul pezzetto di carta e portò l’apparecchio all’orecchio in attesa della risposta dall’altro capo.
Il telefono emise il primo squillo, poi il secondo e infine il terzo, dopodiché una voce maschile rispose parlando in lingua inglese. Oksana iniziò a parlare a raffica, mantenendo il tono della voce bassissimo e soffocando per il terrore di essere scoperta da un momento. Comunicò rapidamente il proprio nome di battesimo, specificando di essere una cittadina di nazionalità ucraina sequestrata all’interno della città di Riad.
Disse che lei e la sua collega erano tenute prigioniere contro la loro volontà all’interno della villa di una famiglia reale saudita. Spiegò che erano prive di documenti d’identità, non ricevevano stipendi da anni, venivano picchiate selvaggiamente e non potevano uscire in cortile. Aggiunse che erano in due e che anche la sua compagna era un’infermiera ucraina che necessitava di un aiuto immediato per salvarsi.
Purtroppo non fece in tempo a terminare la frase e a fornire indicazioni più precise sulla localizzazione esatta della grande villa padronale. Il figlio adolescente del principe rientrò bruscamente nella stanza alla ricerca del proprio dispositivo dimenticato sul divano di seta pochi minuti prima. Vide l’infermiera ucraina con l’apparecchio in mano, iniziò a urlare infuriato e le strappò violentemente il telefono dalle mani tremanti.
Parte 3
La guardia del corpo, attirata dalle urla del ragazzo, accorse immediatamente all’interno del salone per verificare cosa stesse accadendo in quel momento. Afferrò brutalmente Oksana per un braccio, la trascinò a forza lungo le scale che conducevano al seminterrato buio della proprietà reale. Una volta raggiunto il corridoio sotterraneo, l’uomo le sferrò un violento pugno in pieno volto, facendola stramazzare al suolo dolorante sul pavimento.
Non contento del gesto violento, le sferrò un calcio d’intensità nello stomaco mentre la ragazza si trovava ancora distesa a terra. Liza iniziò a urlare disperatamente dall’interno della stanza da letto, implorando l’uomo di smetterla di colpire la sua povera amica inerme. Il guardiano si voltò con indifferenza, uscì dal corridoio sotterraneo e chiuse pesantemente la porta blindata a chiave dall’esterno come sempre.
Oksana rimase distesa sul pavimento di cemento per diversi minuti, piangendo per il forte dolore fisico e per il terrore psicologico subiti. Liza le si avvicinò lentamente, la aiutò a sollevarsi a fatica e la adagiò sul letto singolo per prestarle le prime cure. Entrambe le donne pensarono che quella fosse la fine definitiva dei loro giorni e che i padroni avrebbero preso provvedimenti drastici.
Immaginarono che sarebbero state punite in modo ancora più crudele, segregate in isolamento o persino uccise nel cuore della notte dalle guardie. Tuttavia, un’ora passò lentamente senza che accadesse nulla di insolito all’interno del corridoio sotterraneo della lussuosa villa del principe. Successivamente trascorse l’intera giornata successiva e nessuno dei membri della famiglia reale o delle guardie si fece vivo per torcerle un capello.
Evidentemente i padroni avevano ritenuto che le percosse inflitte dalla guardia fossero una punizione più che sufficiente per l’infrazione commessa dalla serva. O forse non avevano dato troppa importanza a quel tentativo disperato di telefonata, pensando si trattasse di una chiamata a un parente lontano. Le due infermiere non potevano sapere se quella comunicazione interrotta fosse andata a buon fine e se l’uomo avesse compreso le parole.
Fortunatamente per loro, la telefonata disperata era andata a buon fine e le parole erano state registrate chiaramente dall’operatore dell’associazione umanitaria. L’uomo che aveva risposto dall’altro capo del telefono era un funzionario esperto dell’organizzazione internazionale per la tutela dei diritti dei lavoratori. Aveva provveduto ad annotare sul suo taccuino ogni singola parola che la ragazza era riuscita a pronunciare prima che la linea cadesse.
Aveva registrato il nome, la nazionalità ucraina, il riferimento esplicito a una famiglia reale saudita, la villa e la presenza di due donne. Questi elementi informativi erano certamente insufficienti per individuare con precisione la posizione geografica esatta della lussuosa struttura nel deserto di Riad. Tuttavia, erano più che sufficienti per consentire agli attivisti di avviare un’indagine formale e approfondita presso gli uffici governativi del paese.
L’organizzazione umanitaria possedeva fortunatamente ottimi contatti interni alla polizia locale, ai servizi d’immigrazione e all’interno dei vari circoli diplomatici stranieri. Gli attivisti iniziarono a spulciare minuziosamente i registri d’ingresso nel paese di tutte le cittadine di nazionalità ucraina negli ultimi tre anni. Scoprirono così i documenti ufficiali relativi all’ingresso in Arabia Saudita delle due infermiere professionali, Liza e Oksana, registrate tempo prima.
Il visto d’ingresso era stato rilasciato regolarmente tramite un’agenzia di Varsavia e lo sponsor ufficiale risultava essere un membro della famiglia reale. L’indirizzo esatto della lussuosa villa principesca era fortunatamente riportato in chiaro all’interno dei documenti d’immigrazione depositati presso il ministero competente. L’organizzazione umanitaria decise quindi di contattare immediatamente i responsabili del consolato generale ucraino presente sul territorio per informarli dei fatti.
Il personale del consolato ucraino provvide a sollevare formalmente la delicata questione diplomatica di fronte ai dirigenti del Ministero degli Affari Esteri saudita. Il Ministero degli Affari Esteri si vide costretto ad avviare un’indagine interna riservata per verificare la veridicità delle gravi accuse sollevate. Purtroppo l’intera procedura burocratica richiese diversi mesi di tempo prima di giungere a una svolta concreta e decisiva per le prigioniere.
Le autorità governative saudite non mostravano alcuna fretta nel procedere con gli accertamenti, trattandosi di una faccenda spinosa e molto riservata. Il caso vedeva coinvolto in prima persona un influente e potente membro della famiglia reale del paese, un soggetto intoccabile per legge. Preferivano di gran lunga gestire la cosa in modo estremamente discreto, evitando di sollevare inutili polveroni mediatici a livello internazionale.
Tuttavia, la pressione diplomatica esercitata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani cresceva di giorno in giorno, diventando intollerabile per il governo. L’associazione umanitaria decise di depositare una denuncia formale scritta direttamente presso gli uffici del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Anche il governo della repubblica ucraina decise finalmente di interessarsi alla vicenda delle due connazionali rapite, seppur con comprensibile lentezza burocratica.
Dopotutto in patria si stava consumando una guerra sanguinosa e distruttiva, e l’esecutivo aveva ben altre priorità geopolitiche da gestire ogni giorno. Nonostante i ritardi, il drammatico caso delle due infermiere ucraine ricevette un’improvvisa e massiccia attenzione da parte dei principali media europei. Diversi giornalisti d’inchiesta pubblicarono articoli dettagliati riguardanti la misteriosa sparizione delle due donne e il loro presunto stato di schiavitù in Arabia.
Il governo di Riad non gradì affatto quella pessima pubblicità mediatica che rischiava di danneggiare gravemente l’immagine internazionale del paese nel mondo. Le autorità centrali iniziarono quindi a esercitare forti pressioni interne sulla famiglia del principe, pretendendo che la questione venisse risolta al più presto. Trascorsero altri quattro mesi consecutivi prima che si arrivasse a un intervento concreto delle forze dell’ordine all’interno della grande proprietà privata.
Liza e Oksana continuavano a vivere nella totale ignoranza di tutto ciò che si stava muovendo all’esterno delle spesse mura della villa. Continuavano a lavorare duramente ogni giorno per soddisfare i capricci dei padroni, consumando le ultime e residue forze rimaste nei corpi. Oksana non era mai riuscita a riprendersi completamente dai postumi dell’intervento chirurgico subito all’addome a causa della mancanza di riposo adeguato.
La cicatrice le faceva ancora molto male durante gli sforzi fisici e si sentiva costantemente debole, ma doveva comunque lavorare ai ritmi. Anche Liza era giunta ormai sull’orlo di un gravissimo crollo psicofisico definitivo a causa delle continue privazioni e delle umiliazioni quotidiane. Aveva quasi smesso di parlare persino con la collega, limitandosi a eseguire in modo del tutto meccanico gli ordini della governante.
Entrambe le donne avevano ormai smarrito ogni residua speranza di poter riabbracciare un giorno i propri cari e fare ritorno a casa. Una mattina del mese di agosto del millenovecentoventiquattro, diverse vetture SUV nere con i vetri oscurati fecero il loro ingresso nel cortile. Dall’interno dei veicoli discesero numerosi uomini vestiti in abiti civili, agenti della polizia saudita e funzionari dei servizi d’immigrazione del paese.
Insieme a loro era presente anche un funzionario diplomatico di alto livello inviato direttamente dal consolato generale ucraino per assistere alle operazioni. Gli agenti mostrarono ai guardiani della villa un mandato ufficiale d’ispezione governativa volto a verificare le reali condizioni dei lavoratori stranieri. I membri della famiglia del principe non poterono opporre alcun rifiuto di fronte a quel provvedimento firmato dalle massime autorità giudiziarie.
Gli ispettori vennero fatti entrare all’interno del grande salone d’onore e chiesero di poter visionare immediatamente l’elenco completo di tutto il personale. La governante fece quindi radunare nel salone tutti i domestici presenti: alcune ragazze filippine, un uomo di nazionalità indiana e un pakistano. Tutti i lavoratori apparivano visibilmente terrorizzati, mantenevano un silenzio assoluto e non osavano incrociare lo sguardo dei poliziotti presenti nella stanza.
Il rappresentante del consolato ucraino chiese espressamente dove fossero finite le due cittadine di nazionalità ucraina che risultavano registrate a quell’indirizzo. La governante cercò di minimizzare la cosa, affermando che le due donne erano impegnate ad accudire l’anziana madre malata del principe. Disse che si trovavano nella camera da letto al piano superiore e che non potevano assolutamente interrompere il loro delicato lavoro medico.
Il capo della delegazione della polizia saudita pretese con tono perentorio che le due infermiere ucraine venissero condotte immediatamente al suo cospetto. Una delle guardie del corpo ricevette l’ordine, scese rapidamente le scale del seminterrato, aprì la porta blindata e disse loro di salire. Liza e Oksana si alzarono a fatica dai letti, apparendo sporche, incredibilmente magre e con addosso quegli abiti logori presi in prestito.
Si presentarono nel salone d’onore davanti agli occhi dei funzionari governativi e dei poliziotti che le stavano attendendo in silenzio sul marmo. Il diplomatico del consolato ucraino, non appena le vide entrare in quelle pietose condizioni fisiche, sbiancò visibilmente in volto per lo shock. Si avvicinò a loro e chiese parlando in lingua ucraina se fossero effettivamente Liza e Oksana, le infermiere scomparse da Kharkov.
Le due donne si limitarono a fare un leggero cenno d’intesa con il capo, non riuscendo a credere che quel miracolo stesse accadendo. L’uomo disse loro con un tono di voce rassicurante che da quel momento erano finalmente libere e che le avrebbe portate via. A quel punto, l’avvocato personale della famiglia del principe, che era stato allertato d’urgenza, cercò di opporsi legalmente al trasferimento immediato.
Affermò che le due infermiere stavano lavorando regolarmente in base a un contratto scritto e che avevano accumulato ingenti debiti con la casa. Disse che non potevano abbandonare la struttura privata senza aver prima estinto ogni pendenza economica legata alle spese sostenute per i visti. Il capo della polizia saudita lo interruppe bruscamente, dicendo che da quel momento la faccenda era di competenza esclusiva della procura generale.
Aggiunse che sarebbe stata avviata un’ispezione ministeriale approfondita volta a verificare il rispetto dei diritti umani e delle leggi sul lavoro subordinato. Se fosse emerso che i diritti fondamentali delle lavoratrici erano stati violati, la famiglia del principe avrebbe dovuto affrontare gravissime conseguenze penali. Il principe comprese immediatamente che la situazione rischiava di trasformarsi in un gigantesco scandalo internazionale che avrebbe danneggiato la sua reputazione e credibilità.
Non voleva in nessun modo che il suo nome venisse associato a una vicenda così squallida di sfruttamento e sequestro di persona. Fece un cenno al suo legale d’ufficio, ordinandogli di trovare una soluzione transattiva immediata per chiudere definitivamente la faccenda in silenzio. Un’ora più tardi, l’avvocato presentò una proposta formale di risarcimento economico in cambio della rinuncia a qualsiasi azione legale futura.
Offrì la considerevole somma di centomila dollari netti a testa come indennizzo per tutti i mesi di lavoro svolti all’interno della villa. In cambio di quella cifra, le due donne avrebbero dovuto firmare un accordo di riservatezza tombale e assoluto sui fatti accaduti. Liza e Oksana ricevettero i documenti cartacei redatti in lingua inglese, ma non riuscivano a comprendere appieno il significato del testo legale.
Il funzionario del consolato ucraino provvide a spiegare loro nei minimi dettagli il reale significato pratico di quel documento contrattuale proposto. Disse che avrebbero intascato immediatamente una cifra molto importante, ma non avrebbero mai più potuto parlare pubblicamente di ciò che avevano subito. Non avrebbero potuto intentare cause legali nei tribunali internazionali o rilasciare interviste giornalistiche menzionando i nomi dei membri della famiglia reale.
Liza e Oksana si guardarono a lungo negli occhi, valutando i pro e i contro di quella scelta così difficile per il futuro. Avrebbero certamente desiderato ottenere giustizia formale e vedere quella spietata famiglia reale condannata in un tribunale per i crimini commessi contro di loro. Tuttavia, erano anche perfettamente consapevoli della dura realtà politica del paese arabo nel quale si trovavano ancora in quel momento storico.
L’Arabia Saudita era una monarchia assoluta dove i membri della famiglia reale godevano di un potere immenso, quasi divino e del tutto incontrollabile. Anche se avessero rifiutato quel denaro decidendo di intentare una causa legale, le probabilità di ottenere una condanna formale erano nulle. Il processo si sarebbe trascinato per anni interi nei tribunali locali, esaurendo le loro già fragili risorse psicologiche e fisiche residue.
Rischiavano seriamente di essere espulse dal paese senza ricevere un solo dollaro di indennizzo per il lavoro svolto in quei ventisette mesi. Gli avvocati del principe avrebbero certamente trovato il modo di accusarle di qualche infrazione contrattuale o di violazione delle leggi sull’immigrazione. Centomila dollari rappresentavano invece un’opportunità concreta e immediata per ricostruire una nuova vita e aiutare le proprie famiglie in Europa dopo la guerra.
Liza pensò intensamente alla sua bambina di sette anni che la attendeva in Ucraina occidentale e alle sue necessità economiche future. Con quella somma avrebbe potuto affittare un appartamento confortevole, garantire un’istruzione eccellente alla figlia e offrirle un futuro sereno lontano dalle bombe. Oksana pensò ai suoi anziani genitori che vivevano a Kiev e che probabilmente la ritenevano ormai deceduta da tempo nel silenzio totale.
Sapeva che con quei soldi avrebbe potuto garantire loro una vecchiaia dignitosa e protetta dalle sofferenze della guerra che continuava in patria. Decisero quindi di accettare la proposta transattiva, apponendo le loro firme in calce ai fogli dell’accordo di riservatezza davanti ai testimoni. La somma di denaro pattuita venne interamente accreditata sui loro conti correnti bancari personali aperti d’urgenza tramite i funzionari del consolato.
Nel corso della stessa giornata vennero finalmente restituiti i loro passaporti originali e vennero acquistati i biglietti aerei per il primo volo. La partenza per Varsavia era programmata per i due giorni successivi, lasciando loro il tempo di riposare all’interno del consolato ucraino. Lasciarono l’aeroporto internazionale di Riad quarantott’ore più tardi, salendo a bordo dell’aereo che le avrebbe riportate finalmente verso il continente europeo.
Mentre l’aereo si staccava dalla pista, le due donne guardarono fuori dal finestrino il deserto che si allontanava sotto le ali del velivolo. Non avvertirono alcuna forma di rabbia o di gioia trionfale nei loro cuori, ma soltanto un immenso e profondo senso di sollievo. Erano riuscite a sopravvivere a quell’inferno sotterraneo, erano scampate alla morte, erano finalmente libere e stavano tornando a casa dai cari.
Al loro arrivo presso l’aeroporto di Varsavia, vennero accolte calorosamente da un gruppo di volontari appartenenti alla numerosa diaspora ucraina in Polonia. Queste persone squisite offrirono loro un supporto logistico immediato, provvedendo a sistemarle provvisoriamente all’interno di alcuni alloggi messi a disposizione gratuitamente. Liza non perse un solo istante di tempo e cercò immediatamente di mettersi in contatto telefonico con il proprio marito in Ucraina.
L’uomo, non appena sentì la voce della moglie risuonare all’interno della cornetta del telefono, scoppiò in un pianto dirotto e incredulo. Gridava nel telefono che la stava cercando disperatamente da più di due anni consecutivi, avendo contattato inutilmente la polizia e il consolato. Nessuno era stato in grado di fornirgli la minima informazione utile sul destino della donna, lasciandolo nell’angoscia più totale ogni giorno.
Aveva ormai iniziato a pensare, con il passare dei mesi di silenzio, che la moglie fosse deceduta a causa della guerra. Liza decise di non scendere nei dettagli di quell’orrore vissuto durante la conversazione telefonica, per evitare di sconvolgerlo ulteriormente a distanza. Si limitò a dirgli con dolcezza che tutto era finalmente terminato e che si sarebbero riabbracciati nel giro di pochissimi giorni a Varsavia.
Una settimana più tardi, l’intera famiglia riuscì finalmente a riunirsi all’interno del piccolo appartamento preso in affitto in territorio polacco. Liza strinse forte a sé la sua bambina, non riuscendo a staccarsi da lei per diverse ore consecutive tra le lacrime. La piccola era cresciuta molto nel frattempo, era cambiata nei tratti del viso, ma riconobbe immediatamente la sua mamma dopo tanto tempo.
Le chiese con l’innocenza tipica dei bambini dove fosse stata per così tanto tempo e perché non le avesse mai scritto nulla. La madre rispose con un sorriso malinconico che aveva dovuto lavorare molto lontano e che non aveva avuto la possibilità di viaggiare. Aggiunse che adesso ogni cosa era andata a posto e che non si sarebbero lasciate mai più per nessuna ragione al mondo.
Non voleva in alcun modo traumatizzare la mente sensibile della figlia raccontandle la terribile e cruda verità di quel sequestro nel seminterrato. Anche Oksana provò a mettersi in contatto telefonico con i propri anziani genitori che vivevano ancora all’interno della città di Kiev. La madre ebbe un vero e proprio svenimento per l’emozione non appena riconobbe la voce della figlia che credeva ormai perduta.
Il padre, visibilmente scosso e commosso, pretese immediatamente delle spiegazioni dettagliate su dove fosse stata e sul perché del silenzio prolungato. Oksana si limitò a rispondere che c’erano stati dei gravissimi problemi burocratici legati al lavoro e che era stata impossibilitata a telefonare. Assicurò che adesso ogni pendenza era stata risolta nel migliore dei modi e che la situazione era tornata sotto controllo per lei.
I genitori presero il primo treno disponibile e la raggiunsero a Varsavia nel giro di pochi giorni per riabbracciare la loro figlia. L’incontro fu estremamente toccante, ma anche molto difficile e doloroso per tutti i membri della famiglia a causa dei vistosi cambiamenti. Videro chiaramente come la ragazza fosse profondamente cambiata nell’aspetto fisico e nello sguardo rispetto al giorno della sua partenza per l’estero.
Era visibilmente dimagrita, dimostrava molti più anni di quelli che aveva all’anagrafe e nei suoi occhi era presente un senso di vuoto. Tuttavia, i genitori decisero saggiamente di non porre domande superflue o indiscrete, limitandosi a manifestare il loro affetto e la loro presenza. Durante i primi mesi di soggiorno in Polonia, entrambe le donne cercarono faticosamente di riadattarsi ai ritmi di una vita normale e civile.
Provvedettero ad affittare degli appartamenti autonomi grazie ai soldi del risarcimento e iniziarono a cercare un impiego lavorativo regolare sul territorio. Liza riuscì a trovare quasi subito un posto come infermiera professionale all’interno di una rinomata clinica medica privata di Varsavia. Il lavoro si rivelò essere estremamente leggero e confortevole se paragonato al calvario infernale che aveva dovuto subire in Arabia Saudita.
I turni erano di sole otto ore al giorno, i fine settimana erano totalmente liberi e lo stipendio era assolutamente dignitoso. Soprattutto, il personale medico e i pazienti la trattavano con il dovuto rispetto e con profonda umanità, riconoscendo il suo valore. Nonostante queste ottime condizioni di contorno, la donna non riusciva in nessun modo a rilassarsi completamente e a ritrovare la serenità interiore.
Ogni volta che un medico o un collega le si rivolgeva utilizzando un tono di voce leggermente più aspro o fermo, sussultava. Quando i suoi superiori le chiedevano la cortesia di fermarsi qualche minuto oltre l’orario del turno, veniva assalita da attacchi di panico. Decise quindi di farsi seguire da uno psicoterapeuta esperto in traumi da stress per cercare di superare quel blocco emotivo invalidante.
Il professionista le diagnosticò una gravissima forma di disturbo da stress post-traumatico cronico derivante dalle violenze subite all’interno della villa. Le prescrisse una terapia psicologica di supporto e una cura a base di farmaci ansiolitici, avvertendola che il percorso sarebbe durato anni. Oksana, purtroppo, non fu assolutamente in grado di fare ritorno al mondo della medicina e dell’assistenza infermieristica all’interno degli ospedali.
Provò inizialmente a candidarsi per un posto di infermiera presso una struttura ospedaliera locale, ma non riuscì a resistere nemmeno una settimana. La sola vista dei corridoi asettici, l’odore tipico dei medicinali e i camici bianchi dei medici la catapultavano indietro nel tempo. La riportavano immediatamente all’interno di quella lussuosa villa reale dove aveva trascorso due anni e mezzo della sua giovinezza in catene.
Decise quindi di rassegnare le dimissioni immediate e trovò un impiego molto più semplice come commessa all’interno di un negozio di abbigliamento. Si trattava di un lavoro privo di grosse responsabilità gestionali, che le consentiva di mantenere la mente occupata durante le ore diurne. Anche lei decise di rivolgersi a uno psicologo e di assumere regolarmente i farmaci prescritti, ma i benefici tardavano ad arrivare.
Non riusciva quasi mai a dormire in modo regolare durante la notte, svegliandosi continuamente preda di terribili e angoscianti incubi notturni. Nel sonno rivedeva chiaramente i volti minacciosi delle guardie del corpo del principe, sentiva le loro urla in arabo e avvertiva i colpi. Durante il giorno cercava in tutti i modi di distrarsi attraverso il lavoro e le commissioni, ma i brutti pensieri ritornavano sempre.
Comprendeva perfettamente che quell’esperienza traumatica vissuta in Arabia Saudita l’aveva spezzata per sempre all’interno della sua anima e della sua mente. Sapeva che non sarebbe mai più tornata a essere la ragazza allegra, solare e fiduciosa che era stata prima di quel viaggio. Un anno dopo la loro liberazione dal seminterrato della villa, una giornalista d’inchiesta di una nota testata europea si mise in contatto.
La donna era venuta a conoscenza della loro drammatica vicenda personale attraverso i canali riservati dell’organizzazione umanitaria che le aveva salvate. Propose loro di rilasciare un’intervista giornalistica approfondita per raccontare al mondo intero i dettagli di quella terribile forma di schiavitù moderna. L’intervista sarebbe stata totalmente anonima, senza menzionare il nome del principe o l’ubicazione esatta della villa per non violare l’accordo firmato.
Il vero obiettivo del servizio era quello di svelare la drammatica realtà dello sfruttamento subito dai lavoratori migranti all’interno dell’Arabia Saudita. Liza e Oksana non accettarono immediatamente la proposta della giornalista, mostrando forti riserve, dubbi e una grandissima paura di subire ritorsioni. Temevano che la potente famiglia del principe potesse in qualche modo scoprire l’origine dell’articolo, rintracciarle in Polonia e mettere in atto vendette.
Tuttavia, la giornalista riuscì col tempo a rassicurarle pienamente sulla garanzia assoluta dell’anonimato che sarebbe stato mantenuto all’interno del pezzo. Spiegò che sarebbe stato del tutto impossibile per chiunque risalire alle loro reali identità anagrafiche attraverso i pochi dettagli generici pubblicati. Aggiunse che la testimonianza della loro drammatica esperienza avrebbe potuto aiutare moltissime altre donne straniere a non cadere nella medesima trappola.
Il lungo articolo d’inchiesta venne finalmente pubblicato nel mese di febbraio del millenovecentoventicinque, riscuotendo un grandissimo interesse da parte dell’opinione. Il pezzo intitolato in modo emblematico “Siamo fuggite dalla guerra e siamo cadute nella schiavitù” scosse nel profondo le coscienze dei lettori. All’interno delle pagine, Liza e Oksana descrissero nei minimi dettagli il colossale inganno ordito ai loro danni dall’agenzia di reclutamento criminale.
Raccontarono come al loro arrivo in aeroporto fossero state accolte dall’autista privato del principe invece che dai responsabili della clinica medica. Descrissero le pessime condizioni igieniche del seminterrato buio nel quale erano state segregate per ben due anni e mezzo della loro vita. Parlarono dei turni di lavoro massacranti di sedici ore giornaliere, svolti senza poter usufruire di un solo giorno di riposo settimanale.
Denunciarono le continue violenze fisiche, i morsi della fame dovuti alle scarse razioni alimentari ricevute e le continue umiliazioni verbali subite. Ricordarono come fossero state private dei passaporti e dei telefoni, costrette a vivere isolate dal resto del mondo per mesi interi. Spiegarono come la ricca famiglia reale saudita le considerasse alla stregua di semplici oggetti materiali di sua assoluta ed esclusiva proprietà privata.
Sottolinearono con forza come la loro liberazione finale fosse avvenuta soltanto grazie a una fortunatissima catena di coincidenze e di eventi fortuiti. Coincidenze legate alla grave malattia addominale contratta da Oksana e alla disperata telefonata di soccorso che era riuscita a effettuare dall’ospedale. Se non ci fosse stato quel ricovero d’urgenza e l’aiuto dell’infermiera filippina, a quest’ora sarebbero ancora rinchiuse in quel seminterrato.
Il governo centrale dell’Arabia Saudita si vide costretto a replicare in modo ufficiale alla pubblicazione di quell’articolo così lesivo dell’immagine. Le autorità di Riad dichiararono pubblicamente che avrebbero avviato un’indagine interna rigorosa per fare piena luce su eventuali violazioni dei diritti. Promisero solennemente che i responsabili di tali abusi sarebbero stati severamente puniti a norma di legge e che il sistema contrattuale kafala sarebbe stato riformato.
Tuttavia, come spesso accade in questi casi politicamente delicati, alle altisonanti promesse formali dei ministri non seguì alcuna modifica reale. La potente e influente famiglia del principe non subì alcun tipo di sanzione amministrativa o di condanna penale da parte delle autorità. Non venne mai avviata alcuna indagine ufficiale degna di nota da parte della magistratura locale all’interno della villa dello scandalo.
La cospicua somma di denaro contante versata a titolo di risarcimento alle due infermiere aveva di fatto chiuso la faccenda. L’accordo di riservatezza firmato dalle due donne tutelava pienamente i membri della famiglia reale da qualsiasi rischio di scandalo pubblico futuro. All’interno del testo giornalistico non era stato fatto alcun nome proprio e nessuna villa era stata identificata in modo preciso e inequivocabile.
Di conseguenza, dal punto di vista puramente legale e probatorio, non esisteva alcun elemento concreto che potesse dare il via a un processo. Liza e Oksana continuano a vivere stabilmente all’interno del territorio polacco, cercando faticosamente di guardare avanti e ricostruire il loro futuro. È trascorso ormai più di un anno intero dalla pubblicazione di quell’articolo d’inchiesta e le loro vite procedono su binari paralleli.
Liza si dedica anima e corpo alla crescita e all’educazione della sua amata bambina, lavorando duramente e mettendo da parte i risparmi. Oksana si trova ancora in terapia psicologica specialistica, lottando ogni giorno contro i demoni della depressione cronica e gli incubi notturni. Le due donne si sentono e si incontrano molto raramente ormai, nonostante il forte legame nato da quella terribile e comune esperienza.
C’è semplicemente troppo dolore e troppa sofferenza associati a quei due anni e mezzo trascorsi all’interno del seminterrato della villa reale. Ogni singolo incontro di persona o conversazione telefonica finisce inevitabilmente per risvegliare in loro ricordi terribili che stanno cercando di dimenticare. Nonostante tutto, dichiarano di non pentirsi affatto di aver trovato il coraggio di raccontare pubblicamente la loro drammatica storia alla giornalista.
Nutrono la profonda speranza che almeno una donna straniera, dopo aver letto le loro sofferenze, possa evitare di commettere lo stesso errore. Sperano sinceramente che le potenziali lavoratrici ci pensino due volte prima di fidarsi delle agenzie che promettono guadagni facili in Medio Oriente. Si augurano con tutto il cuore che il dolore immenso che hanno dovuto subire non sia risultato del tutto vano per il prossimo.
Tuttavia, le due infermiere sono anche perfettamente consapevoli del fatto che, in realtà, nulla è cambiato all’interno di quel sistema di potere. Proprio in questo preciso istante in cui viviamo, migliaia di altre donne straniere sono rinchiuse all’interno di quegli stessi seminterrati bui. Lavorano senza sosta negli stessi lussuosi palazzi del deserto, subendo quotidianamente le medesime e indicibili violenze fisiche da parte dei padroni.
Nessun salvatore o poliziotto verrà mai a bussare alla porta di quelle stanze sotterranee per trarle in salvo da quell’incubo senza fine. Questo avviene perché l’intero sistema legislativo e sociale del paese è strutturato appositamente per proteggere e tutelare i cittadini ricchi e potenti. E le povere lavoratrici migranti che fuggono disperate dagli orrori della guerra o dalla miseria economica rimangono del tutto prive di diritti.
Le loro drammatiche storie personali sono destinate a rimanere per sempre inascoltate dall’opinione pubblica mondiale e dalle istituzioni internazionali del pianeta. Le loro immani sofferenze quotidiane rimarranno totalmente invisibili agli occhi del mondo intero, nascoste dietro le spesse mura di cemento delle ville. Questo silenzio durerà finché una di loro non avrà la straordinaria fortuna di fuggire da quell’inferno per gridare al mondo la verità.
Disclaimer : This content may be created by AI for entertainment purposes. Any resemblance to real persons, events, or places is coincidental.