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Le nozze di Guanajuato senza sapere che il calice era già maledetto

Il matrimonio di Guanajuato del 1869 rimarrà impresso nella memoria per quel brindisi con il calice, avvenuto senza che nessuno sapesse cosa vi fosse realmente dentro.

Esiste una classe di malvagità che non ha bisogno dell’oscurità per operare. Esiste una classe di crimine che non richiede vicoli bui né pugnali, bensì saloni illuminati, tovaglie di lino e la benedizione di un vescovo.

Nell’año del 1869, nella città di Guanajuato, una giovane di ventun anni chiamata Clara Medina bevve da un calice d’argento durante il suo stesso matrimonio. Un calice che era stato fabbricato appositamente per lei, decorato con le sue iniziali, benedetto davanti a trecento testimoni e che conteneva, sciolto nel vino consacrato, il veleno che l’avrebbe uccisa.

Ciò che accadde dopo quel sorso non fu una morte rapida né pietosa. Fu un’agonia di settimane, un deterioramento lento e visibile che trasformò la sposa più bella di Guanajuato in un corpo consumato dal tradimento di chi le aveva giurato amore eterno davanti a Dio. Questa è la storia di quel matrimonio, di quel calice e della verità che si nascondeva dietro il sorriso dello sposo.

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Per capire ciò che accadde quella mattina di ottobre del 1869, bisogna trasportarsi prima di tutto nella città dove tutto accadde. E bisogna farlo con i sensi ben aperti, perché Guanajuato non era allora, come non lo è adesso, una città che si potesse comprendere solo con la ragione. Bisognava sentirla, odorarla, ascoltarla, lasciarsi avvolgere da essa come da una coperta ricamata con fili d’argento e di sangue.

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