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Lo Studente Giapponese Che DIVORÒ Una Sua Compagna Di Corso

11 giugno 1981, Parigi.

In un appartamento della rue Erlang, un giovane studente giapponese sta ascoltando una sua compagna di corso, intenta a tradurre per lui dei versi in tedesco.

In completo silenzio, la ragazza era stata invitata a casa sua proprio per quello scopo.

Il fine dichiarato era registrare le traduzioni di alcuni testi che sarebbero serviti, secondo la versione del suo amico, a un professore del suo paese d’origine.

Lei era già stata in quella casa.

Conosceva quel giapponese introverso e goffo, tanto da ritenere di potersi fidare di lui.

D’altronde, era una ragazza che non faceva fatica a instaurare nuovi rapporti.

Era una persona solare, che poteva godere della stima e dell’affetto di numerosi compagni di corso.

Quella sera, tuttavia, era accorsa in aiuto del suo amico giapponese.

La serata procedette come al solito, senza intoppi.

Verso dopo verso, pian piano, la ragazza si stava apprestando a completare il compito assegnatole.

Ma dietro di lei, a sua totale insaputa, il ragazzo giapponese stava puntando un fucile d’assalto dritto verso la sua nuca.

Questo è il tragico epilogo della storia di Renée Hartevelt.

Si tratta della ragazza olandese che ebbe la sfortuna di incontrare sul suo cammino un vero e proprio folle, Issei Sagawa.

La storia di questo omicidio è stata raccontata infinite volte.

È un caso divenuto famoso in tutto il mondo, sia per la sua brutalità, sia per le numerose controversie che ha creato.

Quindi, per diverso tempo, ho preferito non parlarne, onde evitare di sovrappormi ad altri colleghi.

Poco tempo fa, tuttavia, la sua autobiografia è stata pubblicata per la prima volta in lingua inglese, senza censure.

Quando l’ho saputo, ho subito pensato che sarebbe stato un ottimo spunto per analizzare questo caso.

Così ho acquistato direttamente il libro.

Questo libro oggi, dunque, vi porterà con me a Parigi per aprire il caso di Issei Sagawa, il cannibale di Kobe, visto dai suoi stessi occhi.

Durante la primavera del 1981, Issei Sagawa iniziò a frequentare la Facoltà di Lettere presso l’Università Sorbona di Parigi.

Il giovane Issei era molto introverso.

Passava tanto tempo da solo, rinchiuso nella nebbia dei suoi pensieri.

Raramente interagiva con altri compagni di corso, vuoi per un fattore culturale, vuoi per la timidezza o per totale disinteresse.

Fu durante l’ora di letteratura francese che ebbe la sua prima interazione con lei.

Era una ragazza alta circa un metro e ottanta, dalla pelle bianchissima e il sorriso caloroso.

Il suo nome era Renée Hartevelt.

Issei si limitava a osservarla durante le lezioni, a guardarla sognante da lontano.

Era convinto che una ragazza tanto bella non si sarebbe mai potuta avvicinare a lui.

Decise addirittura di disegnarla sul suo quaderno, di farle un ritratto di nascosto che poi avrebbe tenuto con sé.

Un giorno, durante la lezione, la ragazza si sedette proprio accanto a lui.

Fu una casualità, sia chiaro, ma Issei fu fortemente colpito da questo gesto, tanto da decidere di seguirla una volta lasciata l’aula.

I due si diressero verso la metropolitana.

Attesero sulla stessa banchina e presero lo stesso treno.

Issei si sedette di fronte a Renée, dall’altro lato della metropolitana.

Fu allora che lei lo notò.

Si limitò ad accennare un sorriso, il classico sorriso che si fa quando si incontra una persona di cui non ci ricordiamo, ma che siamo convinti di aver già visto da qualche parte.

Issei rispose ed incalzò, chiedendole l’ora.

Trovare il coraggio di fare questa domanda per lui fu troppo oneroso.

Questo slancio lo mandò nel panico.

Così, alla fermata successiva, scese di corsa dal treno e si diresse verso un altro binario per tornare verso casa.

Arrivato alla banchina, però, si accorse di non essere solo.

Accanto a lui c’era Renée.

In pochi secondi la folla separò i due, che si persero di vista.

Ma Issei era intenzionato a ritrovarla.

Così, dopo aver percorso l’intera banchina, riuscì finalmente a vederla seduta in attesa del treno.

Le chiese se si sarebbe potuto sedere accanto a lei e Renée acconsentì.

Fu lei ad iniziare la conversazione, dando vita a uno scambio di opinioni sull’arte iniziato in stazione e terminato sul treno.

Lo scambio venne interrotto da una confessione di Issei.

Questo, infatti, estrasse il quaderno e mostrò a Renée il ritratto che le aveva fatto in classe durante la sua presentazione.

Lei ne rimase sorpresa e alla fermata successiva scese dal treno, lasciando Issei con un enorme sorriso.

Questa interazione donò al ragazzo un’immensa felicità, che lo tenne sveglio per tutto il fine settimana.

Tanto che, quando il lunedì tornò in classe, si addormentò nel pieno della lezione.

Sagawa ricorda ancora il sogno che fece quel giorno.

Era con Renée, da solo, e le stava annusando il collo.

Si svegliò di soprassalto appena la lezione finì.

Ancora poteva sentire il suo profumo quando lei gli apparve davanti.

Stava chiacchierando con un gruppetto di amici in aula, quando d’un tratto tutti decisero di spostare la conversazione in un caffè fuori dall’ateneo.

Issei venne invitato da un altro ragazzo francese che lo aveva notato ancora in aula.

Così, pur di stare vicino a Renée, accettò di buon grado e li seguì.

In quell’occasione non ebbe modo di interagire a lungo con la ragazza.

C’erano tante persone e si erano formati diversi gruppetti.

Tuttavia, alla fine del pomeriggio, prima che tutti andassero a casa, notò che Renée stava facendo passare di mano in mano il suo quaderno rosso ai compagni.

Il suo scopo era quello di raccogliere gli indirizzi di tutti.

Quando venne il turno di Issei, vedendo la sua esitazione, la ragazza lo invitò ad aggiungere anche il suo recapito.

Fu una cosa che fece con orgoglio, dato che il suo indirizzo rimandava ad un’area molto ricca della città.

Fatto ciò, strappò a sua volta una pagina del suo quaderno e la diede a Renée, affinché anche lei scrivesse il proprio indirizzo.

Quando lo riprese in mano, tuttavia, notò un’annotazione strana: lunedì, martedì e mercoledì, orario 8-13.

Chiese subito di cosa si trattasse e la ragazza gli spiegò che quelli indicati erano gli orari in cui avrebbe potuto telefonarle.

Cosa intendeva?

Voleva che Issei le telefonasse, che la invitasse ad uscire, magari?

E se non fosse stato l’unico?

Se l’avesse dato anche ad altri ragazzi?

I dubbi iniziarono ad assalirlo, ma la felicità per aver ottenuto il suo indirizzo era tale da fargli disperdere quei pensieri come nebbia.

Quella sera, un gruppetto di ragazzi del caffè, inclusa Renée, andarono a cena in un ristorante greco della zona.

Fu una cena alla quale partecipò anche Issei.

Durante il pasto, lui non faceva che guardare la ragazza.

In pochi giorni era diventata la sua ossessione.

Tanto che, quando fu il momento di pagare e lei disse di avere solo banconote di taglio abbastanza grande, Issei scattò in avanti per cambiargliele e avere qualcosa di suo.

Finita la cena, il giovane giapponese tornò verso la sua abitazione, a pochi passi dal ristorante.

Tuttavia, sentì una voce chiamarlo.

Era Renée che, avendo paura di tornare a casa da sola di sera, gli chiese di fare la strada assieme.

Iniziarono una lunga chiacchierata.

Parlarono di moltissimi argomenti, principalmente legati all’arte, mentre camminando stavano superando alcuni dei quartieri più affascinanti della città.

Giunti di fronte al teatro dell’Odeon, Renée indicò una stazione di metropolitana vicina.

Era arrivato il momento di salutarsi, ma prima di congedarsi la ragazza disse a Issei che a breve sarebbe tornata in Olanda per due settimane.

Così lui rilanciò, promettendole che prima della sua partenza l’avrebbe portata a mangiare in un vero ristorante giapponese.

Era la promessa che tutti i ragazzi si erano fatti durante la cena, andare a mangiare del vero giapponese, ma Issei l’aveva trasformata in un modo per avere Renée tutta per lui.

La settimana successiva la ragazza si trovava in Olanda, come da programma.

Così Issei, disperato per questa lontananza, decise di scriverle un invito per una cena a casa propria.

D’altronde pensò: perché andare a qualche ristorante quando lui stesso poteva farle provare la vera cucina giapponese?

Senza contare che invitarla a casa gli avrebbe dato la possibilità di non dover avvisare anche gli altri studenti del corso.

Sarebbe stata una serata solo per loro.

Dunque, mentre si trovava in classe, scrisse questo invito a mano, disegnando anche una piccola mappa per raggiungere il suo appartamento.

Quando finì e alzò lo sguardo, si accorse che la stanza si era riempita e che poco dietro di lui era seduta una ragazza francese che conosceva.

Si erano incontrati alla cena di qualche sera prima, quella al ristorante greco, e avevano parlato di cinema giapponese.

All’improvviso, Issei fu mosso da uno strano desiderio.

Si alzò, si diresse verso la ragazza e, dopo averla salutata, le porse l’invito per una cena a casa sua.

Anche lei era presente quando era stata proposta la serata al giapponese, così Issei decise che avrebbe cucinato qualcosa per lei.

La ragazza accettò di buon grado, gli sorrise e i due si diedero appuntamento al solito caffè alla fine dei corsi.

Giunto al locale, la raggiunse al suo tavolo e si sedette con lei.

I due parlarono del Giappone per lungo tempo.

La ragazza era una grande appassionata di cultura nipponica e voleva saperne quanto più possibile.

Gli chiese addirittura di scrivere un nome in kanji per mostrarle la sua calligrafia.

Quando lo fece, lei lo abbracciò emozionata.

Poi Issei le ricordò della cena e i due si accordarono per il sabato successivo.

Ma, proprio mentre ne stavano parlando, un ragazzo si avvicinò a loro.

Questo era uno degli studenti del loro corso, che subito chiese a Issei:

“Dove si trova Renée?”

La ragazza francese, confusa, chiese a sua volta:

“Di chi stai parlando?”

Il ragazzo rispose:

“Si tratta di quella ragazza olandese con cui Issei stava flirtando.”

L’atteggiamento della ragazza francese cambiò all’istante.

Divenne molto fredda e distaccata.

Si alzò raccogliendo le sue cose e lasciò il locale, riferendo a Issei:

“Non dovrai aspettarmi per la cena di sabato, perché non mi presenterò.”

Il ragazzo, ormai rimasto solo al tavolo, si sentì molto solo.

Credeva di stare riuscendo ad inserirsi nella comunità di Parigi, di essere più vicino al suo scopo, ma questo rappresentava un pesante passo indietro.

Era inoltre convinto che forse la ragazza giusta poteva essere quella francese e che quella cena sarebbe stata la sua grande occasione.

Tornato a casa sconfortato, prese quindi carta e penna e rinnovò l’invito per Renée.

Disegnò ancora una volta la mappa della sua zona, lo inserì in una busta e vi scrisse sopra l’indirizzo della ragazza.

Quel sabato gli arrivò una chiamata.

Era proprio Renée, che aveva ricevuto il suo invito.

Così i due si accordarono per il lunedì successivo, perché lei quella settimana avrebbe avuto un’amica in casa e non le pareva il caso di lasciarla da sola.

Prima di salutarla, Issei la ringraziò per averlo chiamato non appena letto l’invito.

Lei lo salutò dicendo:

“Ci vediamo lunedì, mio caro.”

Queste parole sarebbero rimaste impresse nella testa di Sagawa fino alla fine dei suoi giorni.

Nei giorni successivi, Issei seguì i corsi come di consueto.

Vagò per la città finché, preso dalla trepidazione per quella cena, non decise di compiere una mossa avventata.

Prese il foglio su cui era scritto l’indirizzo di Renée e si recò nel suo quartiere.

Non si sa bene quali fossero le sue intenzioni in quel momento, nemmeno lui ne era certo.

Cosa avrebbe fatto una volta arrivato davanti alla sua porta?

Giunto al civico 38, iniziò a cercare il cognome Hartevelt sul citofono, ma senza alcun successo.

E proprio mentre era intento ad esaminare l’ingresso, un condomino uscì dalla porta principale, fornendo a Issei l’accesso al palazzo.

Il ragazzo girò ogni piano in cerca di un nome, di un riferimento.

Ma, a metà della sua impresa, un pensiero lo colpì in pieno viso, gettandolo nel panico.

E se Renée lo avesse visto?

Cosa avrebbe pensato?

Magari avrebbe tagliato i rapporti con lui, ritenendolo inquietante, magari ridicolo.

L’istinto di sopravvivenza mosse le sue gambe prima ancora che se ne rendesse conto, e in un attimo era di nuovo sulla strada.

Ripreso il fiato, notò un hotel non molto distante da quel condominio, e si accese un’idea nella sua testa.

Avrebbe potuto affittare una stanza in quell’albergo per poter essere più vicino a lei in attesa di quel lunedì.

Decise quindi di recarsi all’ingresso.

Ma, quando giunse alla porta, qualcosa lo fece rinsavire di colpo.

Era sabato e la reception era chiusa.

Domandandosi cosa stesse facendo, ma soprattutto perché lo stesse facendo, Issei saltò sul primo taxi e tornò a casa.

Quando giunse il fatidico lunedì, venne il momento dei preparativi per la cena.

Issei uscì di casa di buon’ora.

Andò ad acquistare del buon sakè, della carne per il sukiyaki, del sashimi e infine passò da una nota pasticceria per acquistare della pasta di azuki come dessert.

Una volta rientratò, entrò in un vortice di preparativi maniacali.

Prima che potesse accorgersene, il citofono squillò.

L’ora era arrivata, e così Renée.

La ragazza era preoccupata di essere in ritardo, di essere l’ultima ad arrivare alla serata giapponese.

Il motivo?

Issei l’aveva convinta che si trattasse di una cena con i compagni.

Ma la sua intenzione, sin dal principio, era quella di mentirle per restare da solo con lei.

I due si sedettero sul letto, chiacchierarono, bevvero il sakè che Issei aveva acquistato per l’occasione.

Poi venne l’ora di cena.

Il ragazzo accese i fornelli con evidenti difficoltà, mise a cuocere la carne e in pochi minuti la stanza venne permeata da una cortina di fumo denso.

Forse fu un errore di distrazione dovuto alla presenza di Renée.

Fatto sta che la cena era ormai carbonizzata e i due si dovettero spostare nello studio, dopo aver aperto tutte le finestre per rendere l’aria quantomeno respirabile.

Qui i due, tra un colpo di tosse e l’altro, si fecero una risata.

Ripresero a parlare, mangiarono il sashimi, Issei le insegnò ad usare le bacchette, le mostrò alcuni kanji e rispose a diverse sue domande riguardanti il Giappone.

Ben presto, lo scopo di queste richieste divenne chiaro.

Il luglio successivo, Renée sarebbe andata in Giappone con dei suoi amici olandesi.

Proprio quando i due si erano appena dati appuntamento in Giappone per l’estate successiva, l’orologio segnò le 10:30.

Renée lasciò l’appartamento.

Issei l’accompagnò alla metropolitana e, ringraziandolo con un sorriso radioso come suo solito, i due infine si salutarono.

Issei tornò all’appartamento con il cuore in gola.

Nonostante gli errori, la serata era stata un successo e Renée sembrava felice del tempo passato insieme.

Quando finalmente fu solo in casa, Sagawa iniziò a riordinare.

Prese le bacchette che Renée aveva utilizzato per mangiare e, dopo averle osservate, le portò alla bocca e iniziò a leccarle avidamente.

Poi prese la tazza che lei aveva utilizzato per il sakè, bevve ciò che era rimasto sul fondo e procedette a leccare i bordi dove lei aveva appoggiato le labbra.

Perché non dobbiamo dimenticarci che quella che fino ad ora è sembrata una storia d’amore, in realtà non lo è.

Non ho mai menzionato l’amore in tutto il racconto.

Issei Sagawa non aveva in mente un futuro con Renée Hartevelt, fatto di matrimonio, figli e una casa al mare.

Ciò che voleva da lei era altro, qualcosa di molto più oscuro e perverso.

Lei non era la ragazza della sua vita, ma solo quella con cui avrebbe potuto dare libero sfogo al vero sé stesso.

Sin dalle elementari, Issei ha sempre mostrato uno spiccato interesse per la carne umana.

Capitò diverse volte che facesse domande al suo maestro riguardo la possibilità di consumarne.

Tanto che, negli spogliatoi della palestra scolastica, gli capitava spesso di rimanere incantato osservando le cosce dei suoi compagni più in carne mentre si cambiavano.

Non era un’attrazione sessuale, ma fantasticava di affondare i denti in quella carne per scoprirne la consistenza e il sapore.

Quando poi arrivò alle scuole medie, la sua ossessione non fece che peggiorare.

Venne iscritto ad una scuola mista e, nel passare del tempo con delle ragazze, per la prima volta nella sua vita spostò su di loro le sue attenzioni.

Nelle sue memorie, Sagawa ricorda due sue compagne di classe: una dalla pelle olivastra e una dalla pelle candida.

Ai tempi non faceva che immaginare che sapore potessero avere, se la tonalità della loro pelle si sarebbe riflessa anche sulla loro carne una volta consumata.

Ad appassionarlo, poi, erano i racconti che parlavano di cannibalismo, di esseri umani che venivano divorati, come ad esempio Cappuccetto Rosso o La Bella Addormentata.

E sì, perché come molte altre favole che ci hanno accompagnato nell’infanzia, anche questa nella sua versione completa presenta delle notevoli differenze, differenze macabre, oserei dire.

Nel seguito della storia che tutti conosciamo, infatti, la madre del principe ordinò ai cuochi di corte di cucinare i suoi nipoti, i figli di Aurora, per poi servirli ad una cena, cotti e ben conditi.

Il capocuoco, per salvare i piccoli, decise di sostituire la loro carne con quella di un cervo.

Giunta alla cena, l’anziana, non sapendo di questo scambio, godette nel vedere la principessa mentre consumava inconsapevolmente i suoi stessi figli.

Sebbene la storia avesse un lieto fine, Issei conservò per anni il disegno di quel momento, quando ancora si credeva che sul tavolo fossero stati serviti dei veri bambini.

La letteratura per giovani che include questo tipo di tematiche, tuttavia, non è che sia poi così ricca di titoli tra cui scegliere.

Così il ragazzo capì che l’unico modo per averne altri su cui fantasticare sarebbe stato scriverne di suo pugno, racconti il cui contenuto è meglio lasciare avvolto nel mistero.

Fu in questo periodo che Issei conobbe la sua prima ragazza.

Il rapporto tra i due si può dire che era strano, distaccato.

Lei frequentava spesso casa sua, capitava anche che spendessero interi pomeriggi in compagnia di un loro amico.

Ma, mentre a Issei era impedito toccare la propria ragazza, questo non valeva per il terzo incomodo.

Anzi, lei sembrava apprezzare le sue attenzioni, lasciava che le prendesse le mani, le toccasse i capelli, le gambe, il tutto davanti ad un Issei sempre più arrabbiato e frustrato.

Arrivarono addirittura ad avere un amplesso nella sua stanza mentre lui si trovava chiuso in cucina a piangere.

Fu sempre in questo periodo che Sagawa, spaventato da questi suoi pensieri e confuso dalla sua situazione sentimentale, capì di aver bisogno di aiuto.

Questo pensiero, tuttavia, venne meno nell’esatto momento in cui, dall’altro capo della cornetta, rispose lo psicologo che aveva trovato sul registro telefonico.

Qualcosa lo paralizzò e gli fece riattaccare la cornetta.

Chissà quante cose sarebbero cambiate se in quel singolo istante avesse invece trovato il coraggio di parlare.

Magari oggi non sarei nemmeno qui a raccontarvi questa tragica storia.

Ma adesso arriviamo agli anni del liceo, periodo in cui Issei conobbe un’altra ragazza.

I due si innamorarono e decisero di trasferirsi nel Kansai per frequentare la stessa scuola.

Presero un appartamento dove andarono a convivere, tuttavia il loro rapporto ben presto mutò in qualcosa di molto più strano.

Lei, infatti, iniziò a portare a casa altri ragazzi anche in presenza di Issei, ad insultarlo e a umiliarlo davanti a loro, sostenendo di non sopportarlo più.

Lui, quindi, trovò presto un nuovo appartamento.

Ma il loro rapporto, per Sagawa, poteva ancora essere recuperato.

La ospitò molte volte per lasciarle usare il bagno, d’altronde nel loro vecchio appartamento non c’era una vasca, e spesso lei si fermava a casa sua per cena o per guardare qualche film in TV.

Il loro rapporto si era palesemente spento, ma a Issei bastava rimanere nella sua orbita.

Quando lei poi si trasferì casualmente in un quartiere vicino, fu lui ad aiutarla con il trasloco, a farle da garante e a pagarle le bollette.

A volte, la sera usciva solo per andare sotto casa sua e rimanere fermo in mezzo alla strada ad osservare la sua finestra.

Due anni dopo entrambi si laurearono, così decisero di lasciare il Kansai e prendere strade separate.

Quello stesso anno, Issei andò a trovarla nella sua casa di Fukuoka per un’ultima volta, un’ultima notte che gli servì a mettere un punto alla loro storia.

Tornò a vivere dai genitori a Kobe, ma le sue condizioni di salute iniziarono rapidamente a precipitare.

E non parlo di salute fisica, ma di salute mentale.

Il pensiero di dover consumare carne umana, un tempo mera curiosità, si stava trasformando in una vera e propria necessità.

Ormai Issei aveva trent’anni e sentiva come se la carne umana fosse l’unica cosa che gli avrebbe permesso di continuare a restare in vita.

Spesso la notte non riusciva nemmeno a dormire, si rigirava tra le coperte assalito dai suoi pensieri, dai suoi desideri, dalle sue pulsioni.

Tanto che spesso arrivò a decidere che avrebbe dovuto agire.

Capitava, infatti, che si alzasse nel cuore della notte, che andasse alla porta della sua stanza e che tornasse a letto dopo minuti che sembravano non finire mai, spesi con la mano attaccata alla maniglia.

Pian piano iniziò ad avere paura del calare del sole.

Giunse, tuttavia, il momento in cui la fame ebbe il meglio sulla ragione.

Quella sera, quando il sole non era ancora completamente calato e una flebile luce illuminava le strade, Issei uscì di casa senza fare rumore.

Si mosse furtivamente di giardino in giardino, spiando i vicini dalle finestre alla ricerca della sua preda.

Giunse davanti ad una finestra chiusa soltanto da tapparelle a soffietto, di quelle che lasciano filtrare la luce e che permettono a chi è fuori di sbirciare all’interno.

Dalle fessure, infatti, Issei riuscì a scorgere una ragazza occidentale senza maglietta, stesa sul suo letto con la faccia coperta.

Era la vittima perfetta.

Il ragazzo aveva una vera ossessione per la pelle bianca.

Indossò quindi la t-shirt nera che si era portato dietro, lasciò le scarpe all’esterno e si introdusse di soppiatto nell’abitazione.

Si avvicinò alla ragazza senza che se ne accorgesse, passo dopo passo, ma quando arrivò a portata di tiro, questa si alzò di soprassalto.

I due si ritrovarono faccia a faccia, il braccio di lui ancora alzato nell’intento di colpirla.

Issei fu assalito dal panico e, mentre lei cominciava ad urlare in cerca di aiuto, si fiondò fuori dalla finestra.

Afferrò al volo le scarpe senza neanche infilarle e iniziò a correre scalzo per le vie della città.

Incontrò diversi passanti confusi, ma le urla della donna avevano già allertato il vicinato.

Così un fattorino, vedendolo correre scalzo, capì che doveva trattarsi del colpevole e gli si scagliò addosso, bloccandolo.

Quella sera, Issei Sagawa venne arrestato per violazione di domicilio e tentata violenza sessuale.

Spese una sola settimana dietro le sbarre, dopodiché suo padre Akira, un ricco uomo d’affari del posto, raggiunse un accordo finanziario con la vittima e lo fece scarcerare.

Due anni dopo, senza nemmeno avvertire i suoi genitori, Issei decise di lasciare Kobe e di trasferirsi a Parigi.

Qui conobbe una ragazza giapponese.

Vi chiedo scusa se non sto riportando dei nomi, ma nelle sue memorie purtroppo non ne viene fatta menzione.

I due si conobbero dopo quattro mesi dall’arrivo in Francia.

Legarono subito per il solo fatto che erano entrambi stranieri in terra straniera.

Lei lo invitò a cena a casa sua, Issei fece lo stesso.

Insieme andarono a vedere l’opera, fecero lunghe passeggiate per le strade di Parigi, visitarono musei, mostre d’arte.

Finalmente a Issei sembrava di aver trovato la donna che stava cercando.

Poi, però, lei scomparve per un mese intero.

Sagawa non poteva lasciare assolutamente che questa flebile speranza si spegnesse, così decise di scriverle una lettera per mettere in chiaro i suoi sentimenti.

Poi si recò al suo appartamento e la lasciò nella casella della posta.

La mattina seguente ricevette una sua telefonata, ma non andò affatto come sperava.

Lei lo insultò per tutto ciò che le aveva scritto, per aver frainteso il loro rapporto.

Gli disse che lo trovava disgustoso e che si sarebbe solo dovuto vergognare.

Poi disse che sarebbe passata a casa sua la sera stessa per parlarne faccia a faccia, e infine riattaccò.

Issei passò l’intera giornata a letto, avvolto dalle coperte, e così si fece sera.

Lei arrivò, come promesso.

I due cenarono insieme in un silenzio quasi soffocante, poi se ne andò e non si fece più sentire.

Fu Issei a ricontattarla diverse settimane dopo, sperando che lei potesse aiutarlo con lo studio del francese, dietro ovviamente pagamento.

Lei accettò, ma durante la lezione si fece scappare di aver trovato un altro ragazzo.

Issei fu molto colpito da questa affermazione.

Nel profondo sperava ancora che lei fosse quella giusta, ma quando alla lezione successiva lei nemmeno si presentò, capì che era tutto finito prima ancora di iniziare.

Nei giorni successivi, Sagawa si aggirò senza meta per le strade di Parigi.

Ogni volta che incrociava una donna, veniva assalito da una rabbia, da un profondo disagio, dalla sensazione che tutte loro fossero fuori dalla sua portata.

Sentiva che non si sarebbero mai interessate ad un piccolo ed insignificante ragazzo giapponese come lui.

Fu questo il momento in cui iniziò ad odiarle.

Ripensò ancora una volta a lei, che adesso era felice con un altro.

Immaginò di invitarla a casa sua un’ultima volta e di averla lì davanti a lui, in piedi, rivolta verso il lavandino del bagno.

Nella sua fantasia, Sagawa era alle sue spalle, ma lei non lo sapeva, e lui stava imbracciando un fucile puntato dritto verso la sua nuca.

Prima di premere il grilletto, scosse la testa per scacciare questo pensiero.

Non poteva assolutamente permettersi di fare una cosa simile, non a lei.

Non era quella giusta.

Si trattava di questo, si era sempre trattato di questo: la ragazza giusta che Issei cercava, quella di cui vi ho parlato fino ad ora, non era quella di cui si voleva innamorare, ma la vittima che avrebbe giustiziato e divorato.

Quella vittima che adesso, per l’ultimo tragico atto di questa storia, ci riporta all’estate del 1981, l’estate in cui Renée Hartevelt venne uccisa.

I giorni che vennero dopo quella cena, Issei Sagawa li spese pianificando il suo prossimo incontro con Renée Hartevelt.

Decise di scriverle una lettera, di ringraziarla per la bella serata, così uscì di casa e si recò presso il suo indirizzo per lasciarla direttamente nella sua casella della posta, il suo solito modus operandi.

Fece per andarsene, ma a pochi metri si fermò e, senza alcun motivo, tornò sui suoi passi.

Entrò nel condominio come aveva fatto la prima volta, tuttavia ad attenderlo questa volta trovò la custode, che subito gli chiese chi fosse e dove stesse andando.

Issei rispose di voler vedere la signorina Hartevelt, una ragazza olandese alta e dal bel sorriso, così la custode si tranquillizzò e lo indirizzò al quinto piano.

Arrivato al pianerottolo, una forte sensazione di nausea e vertigini lo colpì all’improvviso.

Da lì poteva sentire la voce di Renée provenire dalla sua stanza, e la netta divisione tra il voler restare ad ascoltarla e l’istinto di scappare lo paralizzò, come un cervo davanti ai fanali di un’auto in corsa.

All’improvviso, un rumore interruppe quella sensazione di sospensione nel vuoto, tramutandola in panico.

Era il suono delle chiavi nella porta.

La ragazza stava per uscire di casa.

Issei rimase immobile, le sue gambe si rifiutavano di rispondere ai suoi ordini, così l’incontro fu inevitabile.

Appena uscita dall’appartamento, Renée vide il suo amico fermo, in piedi sul suo pianerottolo, e senza fare domande lo salutò sorridente.

Si ricordò di aver scordato una cosa e gli disse di seguirla in casa.

Quando entrò, Issei, che era già nel panico, fu sorpreso nel trovarsi davanti a una persona che non aveva mai visto prima.

Probabilmente era l’amica olandese di Renée, che si era trattenuta più a lungo del previsto.

Questo era un grosso problema.

Issei, infatti, era pronto a compiere ciò che aveva sognato per tutta la sua vita, ma quella ragazza adesso era diventata la possibile testimone degli ultimi attimi di Renée, e lo aveva visto bene in faccia.

Fu a questo punto che proprio la ragazza, forse rendendosi conto dell’ansia che pervadeva Issei, si accorse che qualcosa non andava.

Gli chiese cosa ci facesse sul suo pianerottolo, in effetti trovarselo davanti era stato strano.

Sagawa a questo punto dovette improvvisare e non perse occasione per fare un ulteriore passo nel suo progetto malato.

Disse che un suo amico giapponese, un professore, gli aveva chiesto di registrare dei poemi in tedesco ed inviarglieli, e l’unica persona capace di parlarlo che Issei conosceva era proprio lei.

Le chiese di aiutarlo in questa impresa, che per lui era molto importante.

Così Renée, vedendolo così determinato, accettò e i due si diedero appuntamento a casa di Issei.

Quando lei entrò nell’appartamento, sembrava di cattivo umore, come se le fosse accaduto qualcosa di brutto durante la giornata.

Ma, dopo un tè caldo e due parole con il suo amico giapponese, fu pronta per iniziare.

Sagawa la osservava con l’acquolina in bocca, ed è proprio lui a raccontarlo nelle sue memorie.

Addirittura pare che quel giorno non avesse ingerito niente per rimanere a stomaco vuoto.

La fece sedere alla sua scrivania, un tavolino rivolto verso la finestra, le diede il testo da tradurre e avviò la registrazione.

Lui restò in piedi dietro di lei, voleva assaporare il suo profumo prima ancora del suo corpo.

Sapeva che di lì a poco sarebbe stata sua soltanto.

Quando giunse il momento, Issei fece un passo indietro e silenziosamente afferrò il fucile.

Renée si voltò all’improvviso.

Convinto di essere stato colto sul fatto, Issei lasciò cadere il fucile dietro di lui e rimase immobile.

Dopo qualche istante di interminabile pausa, la ragazza gli chiese se il suo insegnante, quello per cui stava effettuando la traduzione, parlasse anche inglese.

Il cuore di Issei stava per esplodere, ma queste parole gli diedero la conferma per cui stava pregando.

Era riuscito a nascondere l’arma in tempo, Renée non si era accorta di niente.

Quando la ragazza infine tornò a leggere, Issei raccolse nuovamente il fucile e lo puntò dritto alla sua nuca.

In quell’istante poteva sentire distintamente ogni singolo rumore nella stanza.

Il suo respiro, che da affannoso si era fatto calmo come un soffio per favorire la mira.

Il nastro del registratore acceso, appoggiato lì sulla scrivania.

E la voce calda e tranquilla di Renée che, ignara del pericolo, continuava imperterrita a recitare quelle poesie.

La testa di Renée cadde sulla scrivania.

Due rigoli di sangue le solcavano il viso, provenienti dal naso e dalla bocca rimasta aperta.

I suoi occhi, ormai vuoti, sembravano fissare un punto lontano senza riuscire a metterlo a fuoco.

Il resto del corpo aveva continui spasmi, le braccia si mossero in modo caotico per pochi secondi.

Poi il corpo collassò dalla sedia e cadde a terra con un tonfo.

Quella che fino a poco prima era stata Renée Hartevelt, si trovava sul tappeto di Sagawa in una pozza di sangue.

L’uomo si avvicinò al corpo con la curiosità di un animale.

Lo esaminò senza toccarlo, ci girò attorno, osservò ogni dettaglio di quella ragazza che ormai non poteva più respingerlo.

La prima cosa che fece fu cercare di chiuderle le palpebre.

Quello sguardo freddo e vitreo lo stava scrutando dentro, sembrava cercare il vero Issei.

Ma il vero Issei era lì davanti in quel momento, era ciò che avrebbe sempre voluto essere: un assassino, e lui questo lo sapeva bene.

In un attimo che dimostra la sua lucidità, decise di procedere con ordine.

Quindi corse in bagno a prendere degli asciugamani e li mise sotto al suo collo, affinché assorbissero tutto il sangue che altrimenti sarebbe filtrato tra le assi del pavimento.

Dopodiché corse a chiudere le tapparelle, temendo che i vicini potessero scorgere la scena del delitto dal palazzo di fronte.

Fatto ciò, venne il momento di concentrarsi sul suo corpo.

Per prima cosa decise di rimuovere i vestiti, seppur con grande fatica.

Sagawa era alto appena un metro e quarantacinque, di corporatura molto esile, e Renée, con i suoi trentacinque centimetri di altezza in più, pesava troppo per poter essere spostata con facilità.

Rimase diversi minuti impietrito davanti alla vista del suo corpo nudo, studiandone i dettagli e toccandone le parti più private.

Poi, quando vide che il colorito della pelle stava cambiando, decise di girarla a pancia in giù e dare inizio al suo macabro pasto.

Io, come sempre, vi do un warning: da questo momento entriamo nella parte clou, nella parte più cruda di questo video.

Quindi, qualora non ve la sentiste di proseguire con la visione, vi lascio qua sotto il minutaggio a cui potete saltare.

Decise di addentare la natica destra, d’altronde le natiche erano sempre state la parte che più lo attirava durante le sue fantasie.

Dopo aver morso con tutta la sua forza, tuttavia, si accorse che questa non bastava a lacerare la sua pelle.

Dopo diversi e dolorosi tentativi, decise quindi di andare in cucina e prendere un coltello da macellaio.

Da questo momento iniziarono ore che preferirei non descrivervi nel dettaglio, ma che nel libro sono riportate minuziosamente.

Viene raccontato il modo in cui ha estratto i primi pezzi di carne, la sensazione, i sapori, gli odori, come ha cotto alcune parti, come ne ha condite delle altre per esaltarne i sapori.

Vi basti sapere che le parti intime della ragazza sono state asportate e consumate per intero.

Durante queste ore da incubo, Issei scattò numerose foto a ciò che restava del corpo di Renée nelle varie fasi del suo pasto, oltre a compiere un atto di violenza sessuale sui resti dopo aver già iniziato a spolpare.

Tutto questo mentre il registratore stava riproducendo i versi che la ragazza aveva recitato subito prima di esalare l’ultimo respiro.

Quella notte Issei dormì abbracciato a ciò che era rimasto di lei, tutto quello che non aveva ancora divorato o messo da parte per un secondo momento.

Il giorno successivo finì di riempire il frigo con la sua carne, una dozzina di chili in totale.

E infine, quando giunsero le mosche, decise di disfarsi di ciò che ne restava o, come dice lui, di trovarle la sua ultima casa.

Distrusse il corpo con l’ausilio di un seghetto, pezzo per pezzo, affondando di tanto in tanto i denti nella carne mentre la stava staccando.

Mise da parte ciò che avrebbe consumato in un secondo momento, come i seni, gli organi interni, il naso, gli occhi.

Poi rimosse la testa, la osservò per lunghi minuti e infine gettò tutto il resto in dei sacchi neri della spazzatura.

Il corpo rimase a casa di Sagawa per diversi giorni, ma ormai l’odore si era fatto pungente.

Così decise infine di prendere un taxi e dirigersi al Bois de Boulogne, per scaricare i sacchi neri nel lago del parco.

Quattro giorni dopo, quattro giorni in cui Issei consumò ben sette chili di carne umana, la polizia infine bussò alla sua porta.

Dei visitatori del parco si erano accorti che dai sacchi neri giunti alla riva del lago stava uscendo del sangue, così avevano allertato le autorità.

Non ci volle molto a ricollegare la scomparsa di Renée Hartevelt al suo strano compagno di corso che le girava sempre attorno.

Sagawa confessò tutto quello che aveva fatto quasi con naturalezza: aveva compiuto un omicidio per nutrirsi di carne umana.

La conferma giunse dalla sua cucina, dove gli agenti trovarono ciò che rimaneva del corpo della vittima.

Il colpevole venne detenuto in un carcere francese per due anni in attesa del processo presso il Tribunale di Parigi.

Tuttavia, nel 1983 gli venne attribuita un’infermità mentale che gli valse il rimpatrio in Giappone.

La destinazione di Sagawa, secondo quanto decretato dal giudice, sarebbe dovuta essere un istituto psichiatrico.

Ma, prima che potesse essere internato, un cavillo legale si frappose tra la giustizia e il cannibale di Kobe.

I medici giapponesi, si pensa pagati da Akira Sagawa, decretarono che il ragazzo in realtà era sano, sollevandolo dalla diagnosi di infermità mentale.

Al contempo, in Francia il caso era stato ormai chiuso, i documenti sigillati e archiviati.

Così, quando dal Giappone giunse la richiesta di poterli esaminare, ormai era troppo tardi.

Giudicato sano di mente e non essendoci più prove a suo carico, Issei Sagawa uscì dall’ospedale psichiatrico Matsuzawa di Tokyo il 12 agosto 1986.

Ne uscì come uomo libero.

Sebbene le sue tendenze cannibali non si fossero placate negli anni successivi, non aggredì più alcuna donna.

Ciò che fece fu capitalizzare sul suo crimine, scrivendo diversi libri, partecipando a numerosi programmi televisivi e comparendo addirittura in alcune produzioni cinematografiche, inclusi dei film per adulti.

Quel che è certo è che visse una vita piena, una vita da star che di sicuro una persona che ha fatto ciò di cui vi ho parlato oggi sicuramente non meriterebbe di vivere.

Se ne parlo al passato, è perché il 2 dicembre del 2022 il cannibale di Kobe si è infine spento all’età di settantatré anni a causa di una polmonite, senza mai aver pagato per i crimini commessi.

Quello che ci resta è un profondo senso di amarezza.

Questa purtroppo è una di quelle storie prive di un lieto fine, una di quelle dove a prevalere è il male, che in questo caso prende la forma di un giovane ragazzo ossessionato dall’oscurità che si è sempre portato dentro.

Issei Sagawa era una persona deviata, non un demone, non una creatura uscita da un qualche racconto di fantasia, ma un essere umano come me e come voi.

È importante sottolinearlo, almeno tanto quanto è importante ricordarsi che, quando avvengono certe tragedie, non c’è mai una forza oscura che muove i colpevoli come burattini.

Non c’è una costrizione esterna dietro a quelle parole, quelle percosse o quegli abusi.

Quante volte sentiamo i giornali parlare di mostri?

Ormai siamo stati abituati a disumanizzare i colpevoli e a dimenticarci che quelle persone non sono altro che degli esseri umani.

Esattamente quelle stesse persone impacciate che sorridono sempre, che ti accompagnano quando hai paura di tornare a casa la sera, ti invitano a casa loro per passare una serata, ti cucinano una buona cena, ti ospitano quando ne hai bisogno.

Le persone di cui non sospetteresti mai, quelle da cui vi consiglio di scappare al minimo segnale di pericolo che riuscite a scorgere.

Vi prego, fate tesoro di quanto vi ho raccontato oggi.

È la storia del classico timido ragazzo solitario, della solita ragazza sempre sorridente, una storia apparentemente d’amore che a volerla guardare sembrava tinta di rosa, ma che in realtà era soltanto intrisa di sangue.