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Vivere in un Corpo DECEDUT0 Per 83 Giorni (La M0rte PEGGIORE di Sempre)

Nel 1999, presso l’impianto della Japanese Fuel Conversion Company di Tokaimura, sulle rive della prefettura di Ibaraki, un impiegato subì un destino ben peggiore della morte.

La sede della JCO non era una centrale nucleare, ma lo step precedente: un centro in cui venivano raffinate le barre di combustibile per queste centrali. Era un luogo dove non avvenivano reazioni, ma dove gli operai erano chiamati a maneggiare un gran numero di materiali radioattivi.

Quel giorno, il 30 settembre del 1999, all’interno di questa stazione avvenne una reazione a catena inaspettata. Una reazione che avrebbe colpito in pieno uno degli operai, trasformando la sua vita in un vero e proprio incubo.

L’azienda aveva richiesto che i lavori procedessero più rapidamente del previsto. Così, gli operatori avevano cominciato a saltare alcuni passaggi molto importanti del loro lavoro, passaggi che avrebbero fatto perdere del tempo prezioso, ma che potevano garantire la sicurezza dei lavoratori durante questa catena di montaggio ridotta all’osso.

Basterà un singolo errore, un errore umano, a scatenare una reazione nucleare che trasformerà il corpo di un uomo in una macchina della morte. Quella che vi racconterò oggi è la storia dell’incidente di Tokaimura e di come il trentacinquenne Hisashi abbia dovuto affrontare quella che ad oggi viene ricordata come la morte più terrificante della storia.

Ovviamente, dato il tema, devo avvisarvi sin da ora del fatto che sarà estremamente crudo. Dovrò descrivervi le varie operazioni che Ouchi ha subito nel tentativo di avere salva la vita. Ottantatré giorni di totale agonia in cui il suo corpo ha iniziato a cedere pezzo dopo pezzo.

Non metterò immagini scioccanti, ma racconterò tutto nel dettaglio per quanto consentito. Quindi, se siete sensibili a questo argomento, vi sconsiglio io stesso di proseguire. Se invece avete scelto di rimanere, cominciamo.

Il 30 settembre del 1999, tre tecnici nucleari, Hisashi, Yutaka Yokokawa e Masato Shinohara, arrivano sul loro posto di lavoro, situato presso l’impianto della JCO a Tokaimura. Sono tre anni che l’impianto non produce carburante per centrali nucleari.

Pertanto, gli uomini selezionati non possiedono una formazione eccessivamente approfondita in questa materia. I tre operatori sono stati scelti unicamente in quanto gli unici tecnici disponibili al momento.

Al loro arrivo, la situazione all’impianto è già critica. Mancano pochi giorni alla consegna stimata e la produzione è indietro di almeno due giorni sulla tabella di marcia. La pressione è alle stelle. La JCO, dall’alto, continua ad insistere affinché la data venga rispettata.

Così, i tecnici si trovano davanti ad una sola possibile soluzione: non seguire la procedura standard, tagliando diversi passaggi. Iniziano quindi a non utilizzare gli strumenti necessari per fare più in fretta, sostituendoli con banali secchielli in metallo in cui mescolano le sostanze radioattive.

Ma semplificare il tutto comporta degli ovvi ed inevitabili rischi. Non solo stanno utilizzando strumenti assolutamente non adatti, ma per accelerare ulteriormente il processo iniziano ad utilizzare composti con una concentrazione di uranio molto più elevata della norma.

Solitamente, stando ai regolamenti, la concentrazione massima di uranio all’interno di queste misture non deve superare il 5%. Questo perché l’uranio, in quanto radioattivo, se inserito in cisterne alte e strette come quelle utilizzate in concentrazione troppo elevata, potrebbe causare una reazione nucleare in autonomia.

L’uranio, infatti, continua a spostare i neutroni, e quando uno di questi neutroni colpisce un’altra molecola di uranio, la reazione ha inizio. Per questo si utilizzano cisterne alte e strette: perché in questo modo, a differenza di una superficie più ampia, è meno probabile che le molecole si trovino alla stessa altezza.

Ma se si aumenta la concentrazione di uranio, allo stesso modo si aumentano le possibilità che le molecole si trovino vicine anche in un contenitore più alto e, di conseguenza, è più facile far avvenire una reazione inattesa.

Ecco, tenendo conto di queste informazioni, potete già immaginare cosa succederà, dato che all’interno di quei secchielli la concentrazione è stata alzata al 17%, nella speranza di fare un po’ più in fretta.

Alle 10:35 del mattino, all’improvviso, l’allarme per le radiazioni inizia a suonare all’impazzata, segnalando che qualcosa non va. Ma, a seguire quel suono assordante, per i tre lavoratori c’è qualcosa di ben più spaventoso: un lampo di colore bluastro illumina la stanza attorno a loro.

All’interno della cisterna in cui, fino a poco prima, stavano versando secchi e secchi di composto ad alta concentrazione di uranio, si è appena innescato qualcosa. Il calore all’interno del contenitore è tale da aver fatto partire una reazione nucleare a catena davanti ai loro occhi, riempiendo l’aria di onde gamma e neutroni.

Questa luce blu emanata dalla cisterna viene chiamata effetto Cerenkov e si manifesta quando la reazione è iniziata e le molecole di uranio sono abbastanza cariche di neutroni da continuare a muoverli per il composto fino a colpire altre molecole. Da qui si raggiunge il punto critico e inizia, per l’appunto, la reazione a catena.

Ouchi, la persona incaricata di assistere i colleghi durante il riversamento nelle cisterne grazie ad un imbuto, è quello che viene colpito maggiormente. Mentre Shinohara, incaricato di versare il contenuto, si trova su una piattaforma sovrastante. Ad esserne colpito in minorità è invece Yokokawa, che in questo momento si trova più distante dagli altri, seduto ad una scrivania per supervisionare i lavori.

Per darvi un’idea un po’ più chiara di ciò che è appena accaduto: stando alle tabelle ufficiali, il limite di radiazioni a cui una persona dovrebbe essere esposta in un anno, il limite massimo, è di 20 millisievert. Dopodiché si manifestano i primi problemi. La quantità considerata letale è invece pari a 5000 millisievert, quindi 5 sievert.

Yokokawa, la persona seduta più lontano dal punto di reazione, viene colpito da circa 3 sievert, avvicinandosi pericolosamente alla dose letale. Ma se lui è il più lontano, gli altri due subiscono il destino peggiore.

Shinohara, l’impiegato impegnato a versare il contenuto dal secchiello da una piattaforma, viene colpito da 10 sievert di radiazioni. Il più vicino alla cisterna arriva alla bellezza di 17: più di tre volte la dose considerata letale per un essere umano in un anno.

I due impiegati colpiti maggiormente iniziano immediatamente a sentirne le conseguenze. Provano una forte nausea, il corpo fa male in ogni punto e iniziano a perdere il respiro. Tutti e tre corrono immediatamente fuori dalla stanza e, una volta arrivati allo spogliatoio, Ouchi vomita profusamente e perde i sensi, seguito a ruota da Shinohara.

Vengono quindi caricati d’urgenza su un’ambulanza e portati immediatamente all’ospedale più vicino. Nel frattempo, a Tokaimura, tutti stanno lavorando per fermare la criticità in modo da contenere ulteriori danni. Operazione che richiederà ben 20 ore di lavoro consecutive, ma che, per fortuna, riuscirà a prevenire altri decessi.

Ouchi e Shinohara giungono all’ospedale e, al loro arrivo, le infermiere prendono immediatamente in carico i due uomini, che nel frattempo hanno ripreso i sensi. Il loro aspetto appare immediatamente alterato dall’enorme dose di radiazioni subite.

Nonostante il dolore lancinante, Ouchi chiacchiera molto con le infermiere, arriva persino a scherzare con loro come se non si trovasse in una situazione di vita o di morte. Sembra quasi stare bene, non fosse per i segni evidenti che porta sulla pelle, segni che qualcosa, in realtà, non va.

E l’arrivo dei risultati di laboratorio conferma che, effettivamente, sta succedendo qualcosa. Nemmeno i dottori e gli scienziati credono a ciò che sta accadendo all’interno del corpo di Ouchi. I cromosomi dell’uomo sono stati colpiti dalle radiazioni, rimanendo deformati, danneggiati o, in alcuni casi, fusi tra loro in strani agglomerati.

L’ondata di radiazioni ha distrutto il suo DNA. Questo, ovviamente, ha delle conseguenze terribili sul corpo; conseguenze che si sarebbero manifestate di lì a poco e in maniera sempre più dolorosa.

Il DNA, infatti, è ciò che dice al nostro corpo, in particolare alle nostre cellule, di rigenerarsi, ma soprattutto gli dice in che modo devono farlo. Consideratelo un po’ come un manuale di istruzioni del nostro organismo.

Quando noi perdiamo delle cellule, tocca a lui mettere in moto un meccanismo per cui vengono sostituite e fa in modo che questa sostituzione segua un determinato ordine, per ripristinare ciò che era senza cambiamenti.

Per farvi, forse, l’esempio più banale: quando ci tagliamo, la ferita si può rimarginare solo grazie a questo processo. Ma non vale solo per le ferite, bensì anche per la pelle stessa. Ogni secondo noi perdiamo delle cellule dello strato superficiale dell’epidermide, cellule che vengono sostituite in un ciclo continuo dalla rigenerazione cellulare. E che viene fatto in modo tale da copiare le cellule precedenti.

Pensate ora cosa potrebbe succedere se questo meccanismo dovesse venir meno. Ciò che viene perso non viene più sostituito. Quindi tutto ciò che era presente al momento dell’ondata di radiazioni è salvo, per questo ci appare normale, ma è anche tutto ciò che gli rimane. Qualsiasi cambiamento da questo momento in poi sarà irreversibile e, verosimilmente, estremamente doloroso.

L’uomo viene affidato alle cure del dottor Kazuhiko Maekawa, colui che proverà in tutti i modi a salvargli la vita. Una delle figure più preparate in tutto il Giappone per quanto riguarda le radiazioni e le loro conseguenze sul corpo umano.

Maekawa era sconvolto, non tanto dalle conseguenze subite da Ouchi, ma per il fatto che fosse riuscito a sopravvivere fino a quel momento dopo essere stato investito in pieno da una criticità. Ancor di più nel vedere come l’uomo sia vigile e, almeno all’apparenza esterna, ancora in salute.

Eccetto per il colorito della pelle, un dolore lieve alla mascella e alla mano destra e la nausea costante, in realtà tutto ciò è perfettamente normale per una persona colpita da radiazioni.

Solitamente, le conseguenze si manifestano, infatti, seguendo quattro passaggi. Il primo è chiamato periodo prodromico, ovvero quello in cui il corpo cerca di espellere i corpi esterni attraverso vomito e diarrea, una sorta di prima reazione d’emergenza dell’organismo.

Segue la fase di latenza, periodo in cui cessano le reazioni fisiologiche immediate, ma durante il quale all’interno del corpo le radiazioni stanno scombinando l’organismo. In questa seconda fase, i sintomi, come suggerisce il nome, sono spesso latenti, dando l’apparenza che la vittima stia bene, eccezion fatta per qualche lieve dolore o fastidio. Esattamente la fase in cui si trova Ouchi in questo momento.

Il terzo stadio è chiamato fase dei sintomi clinici manifesti, e qui il corpo presenta il conto dei danni subiti. Le vittime in questa fase cominciano a mostrare i sintomi dell’intossicazione da radiazioni che possono variare in base all’intensità, al tempo di esposizione ed al tipo di danno subito dall’organismo.

Infine, la quarta fase è quella del recupero o del decesso, e non credo servano ulteriori spiegazioni.

Il nemico principale del dottor Maekawa, nel cercare di salvare il suo paziente, è proprio la mancata rigenerazione cellulare. Un ostacolo insormontabile, ma che, se non superato, renderà inutile qualsiasi altro tentativo di curarlo.

Non disponendo delle attrezzature adatte nell’ospedale di Tokaimura, il 3 ottobre Maekawa chiede che i due pazienti più gravi vengano trasferiti. Così, mentre Yokokawa resta all’ospedale locale, gli altri due vengono trasportati fino all’ospedale dell’Università di Tokyo, situato a circa 150 km di distanza.

Nonostante le quasi 2 ore che la separano da Tokai, l’università possiede uno staff più preparato e strumentazioni più moderne, le uniche speranze che avrebbero potuto salvare le due vittime di radiazioni.

Il primo sintomo a manifestarsi è il crollo improvviso della conta dei globuli bianchi, che si riducono drasticamente. Se un corpo nella media ha un conteggio compreso tra 25 e 42%, in questo momento l’uomo ha raggiunto una quota inferiore al 2%. E senza globuli bianchi, il corpo è in balia di qualunque agente esterno.

Viene quindi spostato d’urgenza in una stanza sterile, onde evitare il contatto con virus o batteri che in questo stato potrebbero rivelarsi fatali. I medici li stanno attorno giorno e notte, cercando di fare quanti più esami possibile. Molti li ripetono in un ciclo continuo per verificare che nessun batterio o infezione sia presente. Basterebbe un normalissimo raffreddore per terminarlo in poche ore.

Fortunatamente, in questo viavai, lo staff non deve preoccuparsi delle radiazioni nel cercare di curarlo. Spesso il problema con persone intossicate da radiazioni è che queste permangono nel o sul loro corpo. Se magari la fonte è acqua radioattiva, o magari un incidente che coinvolge dei frammenti dei materiali carichi di radiazioni, è probabile che lo stesso paziente rischi di esporre anche chi vi si avvicina per prestare soccorso.

Ma Ouchi non ha toccato del materiale, non ha ingerito qualcosa. È stato solamente attraversato dalle onde gamma. Non si tratta quindi di proteggere lo staff da lui, ma di proteggere lui dallo staff. Chiunque si avvicini deve essere certo di essere completamente sterilizzato. Il rischio di infezione è troppo elevato.

La prima idea di Maekawa per provare a curarlo è quella di tentare un trapianto di cellule staminali. Una pratica ancora sperimentale, ma che potrebbe essere una delle uniche soluzioni efficaci al problema. La speranza è quella che le nuove cellule, penetrando nel midollo, possano avviare un processo di riparazione e far ripartire il meccanismo di rigenerazione cellulare.

Come donatrice compatibile viene scelta la sorella di Ouchi e la procedura ha inizio. Ma ci vorranno 10 giorni per capire se sta facendo effetto come sperato. Nel frattempo, il dottor Maekawa lascia che la famiglia di Ouchi lo visiti ogni giorno.

Sebbene possiate pensare che questo sia un gesto compassionevole da parte del medico, in realtà lo scopo è diverso da quello che si potrebbe credere. Il dottore, infatti, non vuole solo che la sua famiglia gli stia semplicemente accanto, ma che assista con i suoi occhi al rapido declino del loro caro, per potersi abituare all’idea che, probabilmente, a breve non ci sarà più.

Le speranze che la terapia funzioni sono, infatti, estremamente esigue e Maekawa non vuole donare false speranze alla famiglia di Ouchi.

Nel frattempo, Ouchi non sembra essere conscio di ciò che sta accadendo all’interno del suo corpo. È preoccupato che le radiazioni gli causino dei danni a lungo termine, magari un cancro. Ma, per come sta evolvendo la situazione, beh, non ci sarebbe nemmeno il tempo per lasciarlo sviluppare. Il suo problema, ora come ora, è ben più grave e, sicuramente, ben più immediato.

E quando il cancro è l’ultimo dei tuoi problemi, beh, sai che le cose, purtroppo, avranno un’alta probabilità di finire molto male. Ben presto, anche per l’uomo diventa evidente che le cose stanno andando in una sola direzione.

Il suo aspetto inizia a mutare rapidamente: i capelli gli cadono in pochi giorni e la pelle muta le sue proprietà. Non è più elastica, diventa più rigida e, in alcuni punti, non potendosi più rigenerare, inizia a cadere.

Anche gli esami diventano difficili da condurre: la strumentazione medica, in particolare quella adesiva, non può essere rimossa senza strappargli dei lembi di pelle, lasciando delle ferite aperte che non possono rimarginarsi.

Le ferite esterne, però, sono solo una parte del pericolo. Anche all’interno del suo corpo le cose stanno iniziando a farsi gravi. Spesso, ad esempio, fatica a respirare autonomamente perché il liquido gli si sta depositando nei polmoni. Nonostante questo, non vuole essere attaccato ad un respiratore. Prova a resistere quanto riesce perché vuole poter parlare con sua moglie il più a lungo possibile. Ha capito la direzione che il suo corpo sta prendendo e non vuole dirle addio.

Qui mi fermo un secondo. Credo che possiamo solo immaginare le sensazioni che gli devono essere passate per la testa in quei momenti: il terrore di vivere in un corpo ormai spento, un corpo che si sta letteralmente sfaldando e che lo sta trascinando lontano dai suoi affetti più cari. Ed è da stimare il coraggio, la forza di volontà con cui ha scelto di resistere ancora un po’, anche solo qualche ora, per non lasciare sola la donna che ama, attraverso poche parole pronunciate con appena un sibilo di voce, con le ultime forze che gli restavano.

La cosa peggiore è proprio che, durante tutto questo processo, Hisashi è rimasto cosciente. Sapeva cosa stava succedendo, sapeva di non poterlo fermare e sapeva delle poche speranze che aveva di superare il tutto. Credo sia una delle persone di cui abbiamo parlato qui sul canale per cui mi sono sentito peggio durante la scrittura.

Ma vabbè, adesso scusate, direi di tornare al video, avevo solo bisogno di esternare questa sensazione con voi. Il 10 ottobre sarà l’ultima volta che Ouchi parlerà con qualcuno, compresa la moglie a cui ha rivolto le sue ultime parole.

Dopo il loro incontro, infatti, le infermiere sono costrette ad intubarlo. Ormai Ouchi ha perso l’autonomia respiratoria e non può più aspettare. Con ogni ora che passa è sempre più evidente come il destino dell’uomo sia ormai segnato. Tutto sta andando a rotoli e continuano ad accendersi piaghe in ogni parte del suo corpo.

Ouchi, però, in tutto questo è ancora cosciente. Può comunicare con lo sguardo e con le mani, ma non può più parlare. La famiglia continua, comunque, a fargli visita giorno dopo giorno. I parenti e la moglie siedono al suo fianco e ad ogni visita creano delle gru di carta, una tradizione tipica del Giappone che serve a far guarire il malato, una sorta di rito scaramantico.

Ognuna di queste gru, tuttavia, deve rimanere lontana dal suo letto, in quanto il rischio che possa portare infezioni è alto. Le infermiere riferiranno di aver assistito a diverse di queste visite personalmente e di non aver mai visto piangere la moglie di Ouchi, mentre tutti, genitori, fratelli, persino il figlio, scoppiavano a piangere parlando con lui e vedendolo in quelle condizioni.

La moglie si mostrava sempre sorridente, cercava di rallegrarlo, scherzava con lui finché ancora poteva, ricordando i bei momenti trascorsi insieme, impaziente di viverne degli altri, pur consapevole, in cuor suo, che ciò sarebbe stato estremamente difficile.

La moglie di Ouchi è stata la sua forza fino ai suoi ultimi momenti di coscienza. Gli è stata accanto e sono certo che, almeno in parte, sia stata l’unica persona ad essere riuscita nell’intento di alleviare il suo immenso dolore.

Ma, tornando a Hisashi, si arriva al fatidico decimo giorno dal trapianto delle cellule staminali e, con esso, giungono anche i risultati tanto attesi. Il dottor Maekawa raduna immediatamente lo staff medico per discutere di quanto scoperto.

Incredibilmente, le cellule della sorella di Ouchi sono riuscite a sopravvivere all’interno del suo organismo. La prima persona al mondo a ricevere questo trattamento, si è rivelata un successo. Nel corso dei giorni a venire, i globuli bianchi ricominciano a salire fino a raggiungere il numero standard per una persona sana.

Tutti all’interno dell’ospedale sono profondamente rinfrancati da questa scoperta. La speranza che Ouchi possa uscire dall’ospedale sulle sue gambe inizia a farsi concreta. I parenti continuano a fargli visita, iniziano a portargli i CD con le sue canzoni preferite e le riproducono nella sua stanza in loop per tenergli alto il morale.

Accortezza che sembra sortire un effetto estremamente positivo sull’uomo, che non può che giacere sul suo letto seguendo il ritmo con le dita.

Ma quello che sembra un enorme passo avanti sta per essere contrastato da diversi passi indietro. La pelle di Ouchi comincia a deteriorarsi molto rapidamente. Vengono immediatamente effettuati dei test sui suoi organi interni per capire cosa stia accadendo e ciò che scoprono i medici li fa rabbrividire.

Le mucose dell’intestino appaiono strane, come se fossero morte. In realtà, questa è solo una parte del problema complessivo. Dato che, a seguito di un’intossicazione da radiazioni, tutte le parti del corpo che sono destinate alla secrezione, come ad esempio le ghiandole salivari, sono tra le prime a cessare le loro funzioni.

Ma questa scoperta è un po’ più grave delle altre, dato che senza le mucose l’intestino non è in grado di assorbire i nutrienti dal cibo che ingeriamo, né tantomeno i liquidi. Devono capire cosa sta succedendo e devono farlo in fretta.

E il primo passo è cercare di individuare nuovamente le cellule sane della sorella per capire come si stiano muovendo. Ma le cellule sane della sorella, ormai, non ci sono più. O meglio, ci sono ancora, non sono scomparse, ma sono state immutate a loro volta all’interno del corpo di Ouchi.

Le radiazioni che hanno colpito il suo corpo, in sostanza, rendono impossibile la sopravvivenza di nuove cellule. Non si sa bene quale sia il motivo, tecnicamente è una condizione che non ha una spiegazione certa, ma la situazione adesso è questa. E non passa molto tempo prima che Ouchi inizi a risentirne.

Il dolore si fa sempre più intenso, giorno dopo giorno. Pensate che vengono utilizzati talmente tanti farmaci differenti nel tentativo di lenire il dolore da portare, nel mentre, ad alcune scoperte mediche. Vengono testate sostanze ritenute soltanto sperimentali perché quelle utilizzate normalmente non stanno facendo effetto. Sostanze che, in seguito, entreranno a far parte delle procedure mediche mondiali.

Alcune di queste, però, sono da somministrare per via orale, ma, come abbiamo detto, le mucose di Ouchi sono ormai andate e non può più ingerire niente. I medici si vedono costretti a trovare un fornitore in Thailandia disposto a vendergli gli elementi alla base del farmaco per poterne progettare una versione iniettabile.

Uno dei medici dell’equipe di Maekawa si trova costretto a fare una corsa in aeroporto alle 6:00 del mattino per recuperare il tutto il prima possibile e iniziare la sperimentazione. Questa è solo la prima di tante istanze in cui i medici si trovano con gli ingredienti tra le mani, costretti a cercare un modo per sintetizzarli efficacemente e somministrarli al paziente in tutta fretta.

Una simile sperimentazione, da sola, rende questo caso uno dei più unici al mondo in fatto di sperimentazione attiva su un essere umano. Talmente unico che diversi medici di fama internazionale iniziano a mettersi in contatto con l’ospedale universitario di Tokyo per poter aiutare i medici in questa situazione disperata.

Entreranno in gioco persino dei dottori che si sono occupati di seguire il caso di Chernobyl. Diversi ricercatori, oltre che medici, accorrono all’ospedale da ogni dove. Il caso di questa vittima di radiazioni, infatti, non ha precedenti. Prima di lui, la persona sopravvissuta più a lungo dopo essere stata coinvolta in una criticità è durata appena 9 giorni. Il 28 ottobre, invece, segna il 29º per questo paziente, rendendo il suo un caso di interesse internazionale nella cura delle vittime da radiazioni.

Nel mezzo di questo viavai, si decide di trasferire Ouchi su un lettino specializzato per i casi più gravi: una piattaforma oscillante che favorisce la circolazione del sangue ed evita che il paziente venga colpito da piaghe da decubito.

I suoi muscoli, ormai, hanno iniziato a decomporsi. Le proteine contenute al loro interno si stanno dissolvendo e stanno entrando in circolo, innescando la cosiddetta sindrome da schiacciamento o sindrome da bypass.

Questa condizione, molto comune nelle vittime di schiacciamento, come suggerisce il nome, fa in modo che, dopo un lungo periodo in cui una persona è rimasta con una parte del corpo compressa, questa muoia a distanza di pochi giorni per insufficienza renale. La causa è la mioglobina contenuta nel sangue, un elemento che di norma è presente in bassissime dosi e che viene espulso, per l’appunto, attraverso i reni.

Ma, in condizioni in cui un muscolo rimane schiacciato a lungo, inizia a rilasciarne in grandi quantità all’interno del sangue. Questa è come se intasasse i reni, portando al decesso. Il braccio destro di Ouchi, quello più vicino alla cisterna al momento del disastro, ha iniziato a liquefarsi al punto da creare questo effetto, pur senza schiacciamento, mettendo in serio pericolo i suoi reni.

La soluzione migliore in una situazione simile, almeno in un contesto standard, sarebbe quella di amputare l’arto che sta avvelenando il corpo, ma, come abbiamo detto, Ouchi non è in grado di rimarginare le ferite, quindi questa opzione deve necessariamente essere scartata. L’unica è cercare di tenerlo sotto medicinali nella speranza che l’avvelenamento non sopraggiunga prima del previsto.

E, a pochi giorni dal suo arrivo su quello che diventerà il suo ultimo letto, Ouchi ha ormai perso ogni centimetro di pelle rimastogli. Non avendo più la pelle a proteggerlo, salvo qualche lembo sporadico, l’organismo inizia a perdere una gran quantità di fluidi corporei, circa 2 litri ogni singolo giorno.

Lo staff medico è costretto a rimpiazzare i liquidi persi attraverso flebo che rimangono attaccate al suo corpo 24 ore al giorno, per cercare di coprire le zone rimaste scoperte e fare in modo che riesca a trattenere almeno una percentuale dei fluidi iniettati.

Il corpo dell’uomo viene avvolto in garze come a fargli da seconda pelle. Un lavoro che, purtroppo, si rivela inutile, dato che l’eccessiva perdita di liquidi inzuppa anche le bende, costringendo lo staff a sostituirle ogni poche ore. Operazione estremamente lunga e delicata.

Non solo, ma questa viene svolta in una stanza tenuta costantemente ad una temperatura di 30° C, causando giramenti di testa ai medici costretti ad operare in tutta fretta all’interno di un ambiente eccessivamente caldo.

Il motivo di questa scelta, in realtà, è facile da intuire: Ouchi ormai ha perso quasi tutta la pelle. Ciò gli impedisce di regolare la sua temperatura corporea. Se tenuto senza garze in stanza ad una temperatura normale, c’è il serio rischio che sopraggiunga l’ipotermia.

E tutte queste operazioni vengono svolte mentre Ouchi è sveglio, vigile e prova un dolore indescrivibile, nonostante la quantità di narcotici con cui lo staff prova a farlo dormire. Il problema non sta solo nel suo non riuscire a trattenere i farmaci abbastanza a lungo per sentirne gli effetti, ma anche in un’ulteriore evoluzione del problema: le sue palpebre ormai non ci sono più e l’uomo ha perso la facoltà di chiudere gli occhi. Questi, esposti costantemente all’aria e non lubrificati, si seccano e sanguinano se non idratati artificialmente in continuazione.

Arrivati a questo punto, il dottor Maekawa decide di convocare ufficialmente la famiglia di Ouchi per parlare delle condizioni disastrose in cui versa. Sostiene che, ormai, per lui non ci siano più speranze; anzi, la situazione potrà solo peggiorare ora dopo ora. È giunto per la sua famiglia il momento di prendere una decisione.

La famiglia chiede, ancora una volta, che il dottore provi quanto in suo potere per salvare Hisashi, nonostante la situazione sia ormai ben oltre ogni minima speranza. C’è solo una cosa che resta da fare: provare ad applicare degli innesti cutanei sul suo corpo ormai martoriato.

Questo, attenzione, non è la soluzione al problema, ma solo un disperato tentativo di rallentare quel processo di decomposizione per dare altro tempo ai medici. Viene quindi impiegata della pelle artificiale coltivata in laboratorio tramite campioni prelevati dalla sorella.

Ma c’è un ulteriore problema: il corpo di Ouchi continua a trasudare liquidi, rendendo impossibile far aderire gli innesti e facendoli scivolare via prima che possano attecchire. Provano così ad utilizzare un’altra tecnica, nella speranza che, trovando il modo di far attecchire gli innesti cutanei, il suo organismo possa ricominciare a generare nuove cellule.

Non potendo effettuare operazioni invasive, lo staff cuce gli innesti tra loro dopo averli applicati al suo corpo, facendo in modo che non possano cadere. Ma Ouchi continua a rigettarli, nonostante più di 70 tentativi dello staff medico.

A due mesi dall’arrivo di Ouchi all’ospedale dell’Università di Tokyo, le sue condizioni ormai sono disastrose, ma ecco che, ancora una volta, riescono a peggiorare ulteriormente. Il dolore gastrointestinale si fa sempre più acuto, costringendo Ouchi ad espellere circa 3 litri di diarrea ogni giorno, nonostante il nutrimento esiguo.

Ciò che espelle, infatti, non è ciò che gli viene iniettato via flebo, bensì i fluidi derivati dal letterale scioglimento delle sue parti interne. Questo sintomo preoccupa fortemente i medici, che contattano immediatamente un gastroenterologo affinché cerchi di capire cosa sta succedendo dentro al corpo del paziente.

Quello che vedrà, a suo dire, è lo spettacolo più terrificante della sua intera carriera. L’espulsione costante è svolta attraverso membrane intestinali ormai spente, lacerate, causando ferite che non possono chiudersi e che continuano a sanguinare senza sosta.

Ben presto, si rende necessaria una serie di trasfusioni. Ouchi sta vivendo una costante emorragia; ne servono fino a 10 in un solo giorno. A causa di questa condizione, anche i medicinali perdono ogni effetto con un’espulsione quasi immediata ed inarrestabile. Non fanno nemmeno in tempo a entrare in circolo.

Un insieme di sintomi che rendono quella di Ouchi una situazione tragica, dove ogni male sembra generarne un altro. Ma, durante alcuni ulteriori accertamenti, i medici si rendono conto che il suo intestino presenta alcune aree diverse dalle altre, in cui l’organismo sta cercando di ripristinare la funzione delle mucose e di rigenerarle.

Vedere come il suo corpo stia cercando di reagire dona al dottor Maekawa una flebile speranza di farcela, ma questa, purtroppo, non rimane tale a lungo. Perché il 19 novembre i medici, dopo un successivo riesame, si accorgono che il sanguinamento sta avvenendo anche nello stomaco, dove le cellule, invece, non accennano alcuna attività.

Sommando le secrezioni del suo corpo e la perdita di sangue, Ouchi sta perdendo circa 10 litri di fluidi ogni singolo giorno. Tutti i tentativi dei medici sono miseramente falliti e ciò che resta dell’uomo viene tenuto in vita attraverso un respiratore, continue trasfusioni, flebo costanti e un’enorme quantità di antidolorifici.

Il suo corpo, ormai, ha perso ogni centimetro di pelle, la carne è esposta all’aria, gli occhi sono diventati secchi, le sue interiora continuano a subire nuove ferite e il dolore che prova è crescente ed incessante.

In tutto questo c’è una parte del suo corpo che, contro ogni previsione, fino a questo momento non è ancora stata menzionata: il suo cuore, che a causa delle continue trasfusioni e delle emorragie registra un numero di battiti al minuto spaventoso.

E dopo due mesi di costante sforzo, anche il cuore si ferma all’improvviso, ormai esausto per questa costante maratona di sopravvivenza. Questa potrebbe, dunque, sembrare una fine tanto attesa per un uomo che, ormai, non faceva altro che soffrire le pene dell’inferno. Il riposo del povero Ouchi, dopo aver subito un destino ben peggiore della morte.

Ma l’equipe medica, seguendo i protocolli, non può fermarsi qui. Devono, per regolamento, fare di tutto per rianimarlo, nonostante le sue tragiche condizioni. In questi casi, infatti, la scelta va ai parenti. È la famiglia a dover decidere se e quando i medici possono lasciar andare un paziente, qualsivoglia le sue condizioni.

In assenza di una loro approvazione scritta, l’equipe è costretta a tentare di tutto per tenerlo in vita. Viene quindi effettuato un massaggio cardiaco d’urgenza, un’operazione che sarebbe da considerarsi rischiosa persino per un corpo sano, figurarsi su uno che, ormai, è ridotto all’ombra di ciò che era.

Incredibilmente, questa operazione ha successo e il cuore di Ouchi riprende a battere, ma solo per qualche minuto. Ci vorranno elevate dosi di farmaci e altri massaggi cardiaci per farlo ripartire per un totale di tre volte di seguito.

Ma tre arresti cardiaci consecutivi, per quanto il cuore riprenda a battere, non possono non avere altre conseguenze. Il cervello di Ouchi, infatti, ne risente gravemente. Ormai non risponde più agli stimoli, non parla, non si lamenta per il dolore, non muove un muscolo. È immobile, vivo ed intrappolato in un corpo dolorante che non risponde più ai suoi comandi.

Ma, in tutto questo, c’è anche un lato positivo, se così possiamo chiamarlo: il sistema nervoso di Hisashi, dopo poche ore, cessa tutte le sue funzioni. Dopo giorni interminabili in cui ogni angolo del suo corpo stava andando a fuoco, finalmente ha smesso di percepire il dolore.

Vengono richieste ulteriori analisi e l’equipe del dottor Maekawa scopre che anche le cellule del suo sistema immunitario presentano delle anomalie dovute alle radiazioni. I globuli bianchi, che tanto aveva faticato a rigenerare, vengono attaccati dalle cellule sane come se fossero agenti esterni. In poche parole, il suo conteggio di globuli bianchi raggiunge lo zero.

Arriviamo, così, all’81ª notte dal ricovero di Ouchi. Quella notte, il dottor Maekawa convoca ancora una volta i familiari, stavolta per chiedergli di prendere una decisione definitiva. Pensando al bene dell’uomo, il medico sostiene che, per Ouchi, niente da fare, che tenerlo in vita sarebbe contro il suo stesso interesse.

Così chiede alla famiglia di firmare una liberatoria di modo che, al prossimo arresto cardiaco, l’equipe possa decidere di non intervenire e di lasciarlo andare. I suoi familiari, sentendo queste parole, finalmente decidono di firmare tutti i documenti per l’ordine di non rianimazione.

Due giorni più tardi, l’83º giorno dal ricovero, alla moglie e al figlio di Ouchi viene concessa un’ultima visita. Sanno che, ormai, è solo questione di poco prima che se ne vada. Così lo guardano in faccia un’ultima volta e, dopo averlo salutato, lasciano la stanza.

Quella stessa notte, il cuore di Hisashi Ouchi si fermerà, e stavolta per sempre. Una battaglia per la sopravvivenza durata ben 83 giorni, quasi tre interi mesi di dolore incessante, era finalmente giunta al termine.

Quanto al collega di Ouchi che si trovava assieme a lui durante le operazioni alla cisterna, Masato Shinohara, questo morirà 4 mesi più tardi, il 27 aprile del 2000. La quantità di radiazione assorbita, fortunatamente, non lo ha condannato alla stessa sorte del collega, ma è stata comunque sufficiente a togliergli la vita in pochi mesi.

Il terzo tecnico, Yutaka Yokokawa, dovette spendere qualche altro mese sotto le cure intensive dei medici, ma incredibilmente riuscì a sopravvivere. A salvarlo, oltre l’impegno dello staff ospedaliero, è stata la fortuna di trovarsi lontano dalla cisterna al momento del disastro.

Oltre ai tre operai coinvolti, altre 119 persone quel giorno vennero contaminate dalle radiazioni, seppur al di sotto della soglia considerata rischiosa per la salute. Oltre a Hisashi Ouchi e Masato Shinohara, l’incidente di Tokaimura non causò alcuna altra vittima.

Le successive indagini stabilirono che l’incidente era stato provocato da una violazione delle procedure di sicurezza. I lavoratori avevano versato manualmente una quantità eccessiva di uranio in un serbatoio, causando una reazione a catena incontrollata.

Ma, al contempo, si scoprì che l’impianto stesso non rispettava le normative di sicurezza e i lavoratori non erano adeguatamente formati per maneggiare materiali altamente radioattivi. Inoltre, la JCO aveva modificato le procedure di lavorazione per velocizzare il processo senza chiedere l’autorizzazione delle autorità, portando all’incidente di cui abbiamo parlato oggi.

Le indagini portarono, quindi, alla chiusura definitiva della JCO e il governo giapponese fu costretto a rivalutare in toto le sue scelte politiche sulla sicurezza nucleare. Nel 2001, sei dirigenti della JCO furono processati per negligenza criminale. Le accuse includevano mancata supervisione della sicurezza e violazione delle normative nucleari.

Le condanne, tuttavia, furono estremamente lievi. Tetsuya Yagi, ex presidente della JCO, fu condannato ad appena 3 anni di carcere con sospensione della pena. Altri cinque dirigenti ricevettero condanne sospese fino a 3 anni. Infine, la società, la JCO, venne multata per circa 1 milione di dollari.

Molti criticarono la leggerezza delle condanne, soprattutto considerando le conseguenze dell’incidente: la contaminazione di un totale di 667 persone lungo tutta l’operatività dell’impianto, l’evacuazione di oltre 300.000 persone nelle aree circostanti al momento del disastro e, ovviamente, la morte atroce di Hisashi e del collega Masato Shinohara.

Insomma, come purtroppo spesso accade, la giustizia non ha fatto pienamente il suo corso, punendo i responsabili di una delle morti peggiori mai conosciute dall’uomo con un pugno di anni di reclusione e qualche semplice multa.

E così si conclude la tragica storia di Hisashi e di quella che ritengo essere, senza ombra di dubbio, la morte più dolorosa e terrificante che qualcuno abbia mai dovuto affrontare. Davvero, non saprei cosa potrebbe esserci di peggio di vivere la propria decomposizione mentre si è ancora coscienti, sentire ogni angolo del proprio corpo letteralmente sfaldarsi, non poter riposare, provare dolore ovunque senza sosta e continuare a sanguinare incessantemente.

Nemmeno le torture che mi sono sempre sembrate più spaventose e inumane reggono il confronto. Ad esempio, penso al toro di bronzo, o toro di Falaride, la tortura greca in cui una persona viene infilata viva nelle effigi di un toro, messa poi sul fuoco. Questa sembra, a tutti gli effetti, un incubo. Ma così come la tortura dei ratti o magari il dolore che provano le persone che si danno fuoco, ma mi sembra che niente sia nemmeno paragonabile a questa storia.

Sono tutti metodi estremamente dolorosi, certo, ma che ti lasciano in vita per quanto, una, due ore. Qui si sta parlando di 83 giorni di pura agonia senza fine. Per 83 giorni il corpo di Ouchi si è sgretolato sotto l’effetto delle radiazioni mentre la scienza cercava disperatamente di salvarlo, forse quasi più per sfida che per reale speranza.

La sua sofferenza è diventata una lezione crudele, una lezione che, secondo me, ci parla delle conseguenze dell’imprudenza e dell’avidità industriale, un argomento, ahimè, molto caldo ancora oggi.

Forse il suo destino era già scritto nel momento stesso in cui quella reazione a catena si innescò nel serbatoio della JCO, ma il vero orrore di tutta questa storia non è solo la morte, quella sembra quasi un sollievo al netto di tutto quanto, piuttosto la decisione di trattenerlo in vita a tutti i costi quando l’unica cosa che avrebbe potuto trovare, giunto a quel punto, era la pace.

Ma per questo non posso biasimare i medici. Se c’è una cosa che risulta lampante dalle documentazioni che sono riuscito a reperire, è che il loro tentativo di salvargli la vita era sincero, dettato unicamente da un forte senso del dovere e dalle volontà di una famiglia che, nonostante quello di Hisashi Ouchi fosse un epilogo ormai inevitabile, non era ancora pronta a lasciarlo andare.

A tal proposito, vorrei elogiare la grandezza d’animo del dottor Maekawa, che non solo più volte avrebbe cercato di convincere la famiglia a concedere il riposo a Ouchi, ma che, durante la sua permanenza nell’ospedale, avrebbe fatto di tutto per farla sentire maggiormente a suo agio.

È arrivato addirittura a far sostituire l’arredo della sala d’attesa nella quale ormai alloggiavano, di modo che risultasse più rassicurante, specialmente per il figlio di Ouchi, e aggiungendo dei posti letto in cui i parenti avrebbero potuto riposare, oltre dei giochi da tavolo per cercare di distrarli durante quelle giornate interminabili.

Giornate durante le quali, senza mai mancarne una, Maekawa si recava personalmente nella sala d’attesa per aggiornare i presenti riguardo ogni singola cosa accaduta al loro caro durante le ore precedenti, tenendoli costantemente aggiornati sia in segno di rispetto nei loro confronti, sia nella speranza che capissero a cosa andavano incontro.

Purtroppo, durante la ricerca, mi è capitato più volte di imbattermi in notizie che, non lo so, forse per fare sensazionalismo, riportavano la storia di Ouchi come una costrizione dei medici alla vita, un accanimento dettato unicamente da interessi personali, quando in realtà l’equipe ha lavorato giorno e notte nella vana speranza di salvare una vita insalvabile.

E trovo ingiusto il trattamento che molte testate gli hanno riservato. Titoli come “costretto a rimanere in vita per 83 giorni dai medici” o “tenuto in vita contro la sua volontà solo per la ricerca” li trovo estremamente ingiusti.

In definitiva, la storia di cui abbiamo parlato oggi è senza dubbio una delle più tragiche che abbiamo trattato qui sul canale. Un racconto che, a tratti, è riuscito a colpirmi dritto allo stomaco, ma che, secondo me, andava affrontato.

È importante ricordare sempre quanto la sicurezza sul lavoro sia un diritto di ogni lavoratore e un dovere di ogni titolare, e storie come questa ne sono, forse, la prova più grande. Non scendete mai a compromessi sulla vostra sicurezza soltanto per tenervi un lavoro di cui avete bisogno.

So che può sembrare un discorso troppo semplicistico e troppo privilegiato, e non incolpo assolutamente chi decide di lavorare a certe condizioni. So che alcuni lo fanno per pura disperazione e so che il problema arriva dall’alto, da chi dovrebbe mettere il tutto in sicurezza, ma cercate, quantomeno, di stare sempre attenti e di valutare i rischi che potreste correre, perché niente vale tanto quanto la vostra stessa vita.