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Delitto di Garlasco: le gemelle Cappa

Il lato oscuro del Delitto di Garlasco: i segreti delle gemelle Cappa, la mazzetta scomparsa e i misteri di un alibi mai chiarito

Delitto di Garlasco: le gemelle Cappa | Speciale True Crime

Il delitto di Garlasco rimane una delle pagine più cupe, intricate e discusse della cronaca nera italiana. La tragica morte di Chiara Poggi, consumatasi il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, ha tenuto per anni l’opinione pubblica incollata agli schermi, culminando con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Tuttavia, al di là della verità processuale, esistono zone d’ombra, piste investigative abbandonate e dettagli inquietanti che continuano a sollevare interrogativi. Tra le vicende più controverse e animate da un’evidente smania mediatica, spicca senza dubbio il ruolo delle cugine di primo grado della vittima: Stefania e Paola Cappa, passate alla storia della cronaca nera come “le gemelle Cappa”.

All’epoca dei fatti, le due sorelle avevano 23 anni. Ragazze di provincia, estroverse e amanti della vita notturna, sognavano il successo nel mondo dello spettacolo. Una personalità diametralmente opposta a quella di Chiara, descritta da tutti come una ragazza timida, introversa, focalizzata sui suoi brillanti studi universitari e sul futuro con il fidanzato Alberto. Nonostante le descrizioni successive abbiano tentato di dipingere un legame fraterno, i rapporti tra Chiara e le cugine erano in realtà freddi, limitati alle feste comandate e alle riunioni di famiglia. Solo negli ultimi mesi, a partire dal maggio 2007, Stefania si era avvicinata a Chiara, usandola come confidente dopo la fine di una relazione sentimentale.

Lo sciacallaggio mediatico e il caso del fotomontaggio

Ciò che catapultò le gemelle Cappa al centro dell’attenzione mediatica, suscitando il forte sdegno della comunità di Garlasco e del pubblico a casa, fu il loro comportamento nelle ore immediatamente successive al delitto. Dimostrando una totale mancanza di tatto e una spiccata tendenza istrionica, le due ragazze si presentarono davanti alla villetta del crimine a favore di telecamera, posando per i giornalisti e chiedendo persino scatti che valorizzassero la loro somiglianza con personaggi famosi della televisione.

L’episodio più eclatante fu la creazione di un clamoroso fotomontaggio che ritraeva Paola e Stefania insieme a Chiara, tutte e tre vestite di rosso. Le gemelle appesero l’immagine al cancello della villetta e, successivamente, persino sulla lapide della cugina, scatenando l’ira della madre di Chiara, che la rimosse immediatamente. Nonostante l’evidente falsità dello scatto, svelata in poco tempo anche grazie alla confessione della fotografa locale che era stata pagata per eseguire il ritocco, Paola Cappa continuò a difendere l’originalità della foto sulle pagine di un noto settimanale nazionale, pubblicando un memoriale già pronto pochi giorni dopo l’omicidio. Mentre una sorella vendeva esclusive ai giornali inventando finti praticantati giornalistici, l’altra, Stefania, ammetteva infine l’inganno alle agenzie di stampa, parlando superficialmente di un “atto d’amore”.

La loro smania di protagonismo attirò a Garlasco persino il re dei paparazzi dell’epoca, Fabrizio Corona, a caccia di un’esclusiva con le due ragazze. Solo il fermo intervento del padre delle gemelle, l’avvocato Ermanno Cappa, figura legale influente e stimata nella zona, riuscì a bloccare lo scempio mediatico, cacciando Corona e imponendo un rigoroso silenzio stampa sulle figlie.

La mazzetta da muratore sparita nel nulla

Al di là del comportamento discutibile e del riflesso “trash” che le gemelle portarono nella narrazione della tragedia, emergono elementi ben più pesanti dal punto di vista investigativo, che purtroppo non ricevettero il dovuto approfondimento. Il primo riguarda un furto misterioso avvenuto pochi giorni prima dell’omicidio presso la sede della Croce Garlaschese, dove Stefania Cappa svolgeva attività di volontariato.

Garlasco. Le Iene condannate per diffamazione di Stefania Cappa

Il titolare di un cantiere situato proprio all’interno del cortile dell’associazione denunciò ai carabinieri la scomparsa di una mazzetta da muratore, un attrezzo pesante e perfettamente compatibile con la tipologia di ferite contundenti che avevano sfondato il cranio di Chiara Poggi. Interrogati sulla questione, gli investigatori dell’epoca ammisero che la mazzetta poteva effettivamente essere l’arma del delitto, ma la pista venne frettolosamente abbandonata e non si indagò mai a fondo su chi potesse aver sottratto quell’oggetto dal perimetro frequentato da Stefania.

Il giallo del testimone oculare e la ritrattazione shock

L’elemento più inquietante dell’intera pista legata alle cugine è legato alla testimonianza spontanea di Marco Muschitta, un operaio tecnico del gas di 31 anni. Il 27 settembre 2007, tormentato dai rimorsi dopo il primo arresto di Alberto Stasi, l’uomo si recò in Procura a Vigevano per verbalizzare quanto visto la mattina del 13 agosto.

Muschitta dichiarò che, tra le 9:30 e le 10:00, mentre transitava nei pressi di via Pascoli, aveva notato una ragazza bionda con un taglio a caschetto e occhiali da sole a mascherina che procedeva a zigzag su una bicicletta nera da donna. La sua attenzione era stata catturata dal fatto che la giovane impugnava con la mano destra sia il manubrio sia un oggetto metallico ingombrante: un porta attrezzi da camino (tecnicamente definito piedistallo). Guardando i telegiornali nei giorni successivi, Muschitta riconobbe in quella ragazza le sembianze di Stefania Cappa.

Ciò che accadde quella sera in Procura ha dell’incredibile. Alle ore 19:50 il verbale venne improvvisamente interrotto. Riprese solo un’ora e dieci minuti più tardi, alle 21:09. In quel preciso istante, Muschitta, visibilmente terrorizzato, ritrattò tutto, dichiarando di essersi inventato ogni cosa e scusandosi per aver fatto perdere tempo agli inquirenti. Le intercettazioni telefoniche successive tra l’operaio e il padre, tuttavia, svelarono una realtà diversa: “Io ho detto quello che ho visto”, ripeteva l’uomo al genitore, il quale cercava di convincerlo che le forze dell’ordine lo avessero spinto a ritrattare solo per proteggerlo da una situazione troppo grande. Anche i colleghi e la convivente del testimone confermarono ai carabinieri il profondo stato di agitazione e paura in cui versava l’uomo, terrorizzato dalle possibili conseguenze di quella deposizione. La Magistratura liquidò Muschitta come un mitomane confuso e condizionato dai media, stralciando definitivamente la posizione di Stefania Cappa, che non fu mai formalmente indagata.

I buchi nell’alibi e i sospetti di Alberto Stasi

La difesa di Alberto Stasi ha più volte tentato, nel corso dei diversi gradi di giudizio, di far notare l’esistenza di un buco temporale nell’alibi di Stefania Cappa la mattina del delitto. Se la sorella Paola aveva un alibi di ferro a causa di una gamba ingessata, Stefania dichiarò di aver studiato a casa fino alle 9:20, di aver parlato al telefono con un’amica universitaria fino alle 10:05 (dato confermato dai tabulati) e di aver ripreso a studiare fino alle 11:30, ora in cui si era recata in piscina con un amico.

Tra le 10:05 e le 11:30 si apre una finestra temporale priva di riscontri oggettivi, un buco decisamente più ampio rispetto ai pochissimi minuti contestati ad Alberto Stasi per compiere il massacro. Lo stesso Stasi, in diverse intercettazioni ambientali con la madre e con gli amici, manifestò pesanti sospetti sulla cugina della fidanzata, arrivando a sperare che i rilievi scientifici sui capelli insanguinati trovati sulla scena del crimine potessero appartenere a lei.

A distanza di quasi vent’anni, le gemelle Cappa sono oggi donne mature e affermate professioniste che hanno ricostruito la propria vita lontano da Garlasco e da quei disagi personali che ne avevano condizionato la giovinezza. Resta però il fatto che le indagini dell’epoca scelsero di percorrere un’unica e sola via, lasciando per sempre irrisolti gli inquietanti interrogativi su una bicicletta nera, una mazzetta scomparsa e un testimone messo a tacere nel silenzio della provincia lombarda.