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Lancia Aurella B20: perché quest’icona V6 è stata dimenticata

Esiste un’auto che ha inventato il motore V6. Un’auto che ha inventato il cambio transaxle posteriore per l’uso stradale. Un’auto che per la prima volta nella storia ha montato pneumatici radiali su un veicolo di serie. Un’auto che ha ridefinito il significato stesso di Gran Turismo. E la stragrande maggioranza delle persone viventi oggi non ne ha mai sentito parlare. Non si tratta di un caso storico isolato o di una semplice dimenticanza. Questa è una storia profonda, intessuta di genio e di silenzio. La Lancia Aurelia B20, una coupé a due porte costruita a Torino, nel Nord Italia, tra il 1951 e il 1958, rappresenta il culmine di un’era. Un’auto così tecnologicamente avanzata che gli ingegneri che la studiarono più attentamente realizzarono in seguito alcune delle vetture più celebri della storia dell’automobilismo mondiale.

Un’auto talmente bella che, a più di settant’anni dalla sua progettazione, continua a lasciare tutti a bocca aperta ai concorsi d’eleganza. È un’auto la cui storia non si conclude con un trionfo industriale, ma con una delle sparizioni più silenziose e dolorose che l’intera industria automobilistica abbia mai visto. Se siete il tipo di persona che crede fermamente che le idee migliori vincano sempre, che il merito emerga inevitabilmente e che l’eccellenza venga sempre riconosciuta, allora ciò che è accaduto alla Lancia Aurelia B20 vi turberà profondamente. Vi turberà l’evoluzione dell’azienda che l’ha costruita, perché i fatti dimostrano il contrario di questa narrazione ottimistica. Le prove storiche dimostrano che puoi avere perfettamente ragione e comunque perdere la tua battaglia.

Puoi costruire il futuro in anticipo ed essere comunque dimenticato dal grande pubblico. Presta molta attenzione a questo aspetto, perché ha un’importanza che va ben oltre le automobili e lambisce la natura umana. Torniamo indietro nel tempo, a prima che la Ferrari diventasse un nome conosciuto da tutti in ogni angolo del pianeta. Prima ancora che la categoria stessa delle vetture Gran Turismo esistesse nel vocabolario automobilistico, nel nord Italia alla fine degli anni Quaranta, la situazione era complessa. Appena terminata la guerra, le fabbriche venivano faticosamente ricostruite e una piccola, meticolosa azienda automobilistica di Torino si preparava silenziosamente a cambiare tutto il panorama. La Lancia, fondata nel 1906 da Vincenzo Lancia, era una realtà unica.

Vincenzo Lancia era un pilota automobilistico diventato ingegnere che credeva, credeva sinceramente, che un’auto stradale potesse essere tecnicamente sofisticata quanto qualsiasi vettura da corsa. Nel 1922 egli costruì la Lambda, la prima auto prodotta in serie nella storia con una carrozzeria monoscocca autoportante. Si trattava di un progetto talmente avanzato che la maggior parte degli altri produttori globali non lo adottò fino agli anni Cinquanta, ossia trent’anni dopo. Vincenzo Lancia non si limitava a produrre automobili per il mercato. Egli stava formulando delle tesi complesse, delle argomentazioni nel campo dei metalli e della gomma che dimostravano l’erroneità delle convinzioni comuni dell’epoca.

Morì prematuramente nel 1937 per un’insufficienza cardiaca, all’età di cinquantasei anni, lasciando un vuoto immenso. E quando morì, lasciò dietro di sé un’azienda con una reputazione straordinaria, una cultura ingegneristica senza pari e un vuoto strutturale al suo interno che doveva essere colmato da qualcuno altrettanto straordinario. L’uomo che trovarono per guidare la progettazione tecnica fu Vittorio Jano. Ora, se conoscete questo nome, avete già capito qualcosa di ciò che sta per accadere in questa narrazione. Se non lo capisci, allora cerca di comprendere la portata di questa figura. Vittorio Jano era, secondo il parere unanime di tutti coloro che lavoravano al suo fianco, uno dei due o tre più grandi ingegneri di tutti i tempi.

Aveva costruito le Alfa Romeo P2 e P3, vetture da Gran Premio che dominarono le corse europee negli anni Venti e Trenta. Aveva lavorato intensamente nell’orbita di Enzo Ferrari in persona, influenzando generazioni di progettisti. E nel 1938, Gianni Lancia, figlio di Vincenzo, lo convinse a trasferirsi a Torino per prendere le redini della progettazione. Ciò che Jano ha portato con sé in azienda non è stato solo il suo immenso talento visivo e geometrico. Si trattava di una mentalità tipica degli ingegneri di Formula 1, applicata rigorosamente a un’auto stradale di produzione. Ogni grammo di metallo contava, ogni componente doveva giustificare la propria esistenza tecnica.

La distribuzione del peso non è stata una scelta casuale o secondaria per ragioni di spazio. È stato il punto di partenza assoluto dell’intero progetto. E quel modo di pensare stava per produrre qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima di allora. Ma prima c’è qualcos’altro che devi sapere, un dettaglio che rende ciò che verrà dopo ancora più straordinario. Quando la guerra arrivò in Italia, distruggendo città e infrastrutture, ciò non impedì a Vittorio Jano di lavorare incessantemente. Lavorava da un ufficio segreto situato a Padova, lontano dai bombardamenti principali e dalle linee di produzione interrotte.

Mentre l’occupazione si intensificava nel nord Italia, Jano e il suo team continuavano a progettare con discrezione, precisione e immutata attenzione. Progettare di nuovo un’auto per un mondo che ancora non esisteva, ma che sarebbe sorto dalle ceneri del conflitto. La pazienza dimostrata in quel singolo gesto dice tutto sul tipo di uomo e di professionista che era. E tutto ciò che aveva pianificato in quegli anni difficili si concretizzò nel 1950 al Salone dell’automobile di Torino. La vettura presentata si chiamava Aurelia, ma quello che accadde subito dopo nessuno se lo aspettava veramente in quel contesto.

Il Salone dell’automobile di Torino del 1950 si svolgeva in un’atmosfera di profonda e faticosa ricostruzione nazionale. Le strade italiane sono piene di veicoli piccoli, economici, motociclette e mezzi pratici per il commercio. Il Paese ha un disperato bisogno di trasporti accessibili, non certo di beni di lusso o di innovazioni esasperate. L’Alfa Romeo produce berline di stampo classico, mentre la Fiat sta facendo quello che la Fiat fa sempre con successo. E poi la Lancia svela la berlina Aurelia B10 e gli ingegneri presenti in quella stanza improvvisamente si zittiscono. Si zittiscono perché sotto il cofano c’è qualcosa che non è mai esistito prima in un’auto di grande serie.

Un motore a V6 a 60 gradi interamente realizzato in alluminio, una meraviglia di fusione. Un singolo albero a camme posizionato sapientemente tra le bancate dei cilindri per ottimizzare gli spazi. Camere di combustione emisferiche che garantivano un’efficienza termodinamica senza precedenti per l’epoca. Un design così elegante, così meccanicamente equilibrato, più fluido di un sei cilindri in linea e più compatto di un V8. A posteriori, quella soluzione sembrava la risposta ovvia a una domanda tecnica che nessuno si era ancora posto. L’uomo che lo creò non fu Jano direttamente, bensì un giovane e brillante ingegnere della Lancia.

Il suo nome era Francesco De Virgilio, e lavorava sotto la costante e severa direzione di Jano. De Virgilio aveva poco più di vent’anni quando si dedicò a questa sfida monumentale. Il motore da lui progettato è l’antenato di praticamente ogni motore V6 montato oggi su un’auto stradale. Quel motore V6 è stato in seguito descritto dagli storici come prima irraggiungibile e ora ampiamente imitato nel mondo. Ampiamente copiato da marchi che hanno costruito fortune su questa architettura. Questa frase merita una profonda riflessione da parte di chiunque ami la tecnologia.

Le aziende che l’hanno copiata e ne hanno tratto profitto commerciale sono oggi nomi noti a ogni bambino. L’azienda che l’ha inventato, la Lancia, spesso non viene nemmeno menzionata nei manuali divulgativi. Ma il motore era solo una parte della storia complessiva dell’Aurelia, perché Jano non pensava ai motori in modo isolato. Egli considerava l’intera automobile come un sistema integrato, dove ogni parte influenza l’altra continuamente. E ciò che ha costruito attorno a quel V6 era altrettanto radicale e innovativo per la dinamica del veicolo. Nella parte posteriore dell’Aurelia, ha posizionato il gruppo del cambio, una scelta controcorrente.

Non si trovava nella parte anteriore, accanto al motore, come avveniva in tutte le altre automobili del mondo. Nella parte posteriore, era combinato con il differenziale in un’unica unità transaxle che includeva cambio, frizione e freni. Il motivo principale di questa complicazione ingegneristica era la perfetta distribuzione del peso tra i due assi. Distribuendo una massa pressoché uguale su ciascun asse, l’auto si comporta in curva in modo sbalorditivo. Sembra dotata di un equilibrio quasi soprannaturale, riducendo l’inerzia e migliorando la trazione in ogni condizione. Anche la Ferrari avrebbe fatto qualcosa di simile molti anni dopo per le sue vetture sportive più prestigiose.

La Porsche lo farebbe in seguito, così come l’Alfa Romeo e persino la De Tomaso nei decenni successivi. La Lancia lo fece per prima su un’auto stradale di serie, affrontando i costi di sviluppo connessi. Nel 1950, le sospensioni dell’Aurelia erano completamente indipendenti sia all’anteriore che al posteriore, garantendo un contatto costante. La carrozzeria era a struttura monoblocco, senza un telaio separato pesante e flessibile come i modelli prebellici. Il corpo stesso sopporta il carico strutturale, risultando complessivamente più leggero e rigido rispetto alla concorrenza. E quando l’auto uscì dalla fabbrica, montava pneumatici radiali come equipaggiamento standard.

Fu la prima auto di serie nella storia a farlo, adottando i nuovi Michelin X sviluppati in quel periodo. Ogni pneumatico moderno montato su ogni auto moderna al mondo deriva direttamente da quella coraggiosa decisione torinese. Niente di tutto ciò era semplice linguaggio di marketing per stupire i potenziali acquirenti nei saloni. Nessuno di questi documenti tecnici era un mero comunicato stampa scritto da un reparto vendite aggressivo. Si trattava di ingegneria pura, vera ingegneria rivoluzionaria applicata a una berlina di lusso discreto. Un’auto che un dentista milanese potrebbe guidare tranquillamente per andare al lavoro un martedì mattina sotto la pioggia.

Poi, nell’aprile del 1951, la Lancia tornò al Salone dell’automobile di Torino con nuove idee. Questa volta presentò qualcosa che smise di essere semplicemente impressionante dal punto di vista tecnico e iniziò a essere bellissimo. La coupé B20 GT fece il suo debutto lasciando il pubblico e la critica letteralmente senza parole. Due porte, un lungo cofano basso e una linea del tetto fastback che confluisce nella coda con naturalezza. Una sicurezza stilistica che suggerisce che il designer avesse visto il futuro e si limitasse a riportarlo sulla lamiera. Il design era pulito, sobrio, privo di qualsiasi ostentazione.

Niente decorazioni superflue, niente cromature fini a se stesse per appagare un gusto volgare o passeggero. Solo la forma che segue la funzione con tale precisione che il risultato finale appare come un’opera d’arte scultorea. La carrozzeria nacque dalla stretta collaborazione tra l’ufficio tecnico della Lancia e il designer Giovanni Michelotti. Lo stesso Michelotti che in seguito avrebbe lavorato alla Ferrari 250 e alla celebre Maserati A6G, segnando lo stile italiano. Inizialmente, la B20 era omologato per tre occupanti, tutti seduti su un’unica panca anteriore spaziosa. Ma si sarebbe poi evoluta in quella che la storia riconosce oggi come la prima vera coupé 2+2 al mondo.

Un’auto con veri e propri sedili posteriori, intima nelle dimensioni, sì, ma reale nell’utilizzo quotidiano. Nel senso che potresti portare con te la tua famiglia, non solo i tuoi guanti da corsa e un passeggero. Quel formato è diventato uno dei modelli distintivi e intramontabili del genere delle vetture Gran Turismo. Da allora, ogni coupé 2+2 prodotta, dalla Ferrari 412 alla serie Aston Martin DB, affonda le sue radici in questo modello. Ricchi acquirenti provenienti da tutta Italia e dall’estero hanno effettuato ordini immediatamente, affascinati da tanta classe. La stampa specializzata era entusiasta e da qualche parte a Maranello, l’evoluzione della vettura veniva seguita molto da vicino.

Certe persone stavano seguendo la vicenda con molta attenzione, studiando le soluzioni tecniche della rivale torinese. Ma prima di arrivare a ciò che la Ferrari imparò da questa vettura, c’è una gara da raccontare. C’è una gara su strada sotto la pioggia del 1951 di cui dovete assolutamente sentire i dettagli emotivi. Perché ciò che la B20 fece quel giorno sulle strade appenniniche avrebbe dovuto renderla immortale nella leggenda dello sport. La Mille Miglia del 1951 rimane un capitolo epico per gli appassionati di motori. Mille miglia di strade italiane aperte al traffico ordinario, dalla città di Brescia fino a Roma e ritorno.

Un percorso affrontato a tutta velocità su strade pubbliche dai mezzi più veloci, potenti e pericolosi che esistessero. Niente chicane di rallentamento, niente ampie corsie di fuga in asfalto, solo muretti in pietra, alberi e folla. La folla si accalcava a pochi centimetri dalle auto che sfrecciavano a medie impressionanti nel fango. La Ferrari presentò una potente 340 America, dotata di un motore da 4,1 litri e 240 cavalli: un’arma assoluta. La Lancia presentò la sua Aurelia B20, un’auto stradale con un motore da due litri e soli 75 cavalli. I piloti della scuderia torinese erano Giovanni Bracco e il giovane Umberto Maglioli, determinati a fare bene.

E nelle fasi iniziali di quella gara leggendaria, sul bagnato viscido, la situazione divenne incredibile. Sulle difficili strade di montagna, dove aderenza, equilibrio e l’intelligenza del telaio contano più della potenza pura, la Lancia volava. Una coupé stradale da due litri si trovava incredibilmente in testa alla Mille Miglia contro mostri sacri del mondo delle corse. Contro una Ferrari costruita appositamente per vincere le competizioni più dure del mondo, la Lancia imponeva il suo ritmo fluido. Ha mantenuto quel primato per lungo tempo, stupendo gli spettatori e i cronometristi dislocati lungo il percorso. Fu solo sui lunghi e pianeggianti rettilinei dell’Emilia-Romagna, nelle fasi finali della gara, che la potenza bruta fece la differenza.

La superiorità in termini di cavalli della Ferrari permise il sorpasso nei tratti in cui si viaggiava a gas spalancato. La B20 si è classificata seconda, seconda assoluta dietro alla Ferrari, un risultato che conteneva in sé il sapore della vittoria. Arrivare secondi contro vetture con una cilindrata più che doppia e nate per la pista era un miracolo ingegneristico. Quel risultato avrebbe dovuto essere annoverato per sempre tra i momenti più memorabili e celebrati della storia dell’automobilismo sportivo. Una storia raccontata e ri-raccontata mille volte, quella del perdente che spaventa il gigante, del trionfo dell’intelligenza costruttiva. La prova che l’intelligenza e la precisione geometrica vincono sulla forza bruta dei cavalli vapore.

Invece, per una strana distorsione della memoria collettiva, è diventata solo una fredda nota a piè di pagina nei registri. Ma la carriera agonistica di questa straordinaria vettura non si è fermata certo a quel secondo posto bagnato. L’anno successivo, il 1952, l’Aurelia B20 conquistò i primi tre posti assoluti alla Targa Florio, un trionfo totale. Una delle corse su strada più antiche e impegnative al mondo, che si snoda tra le impervie montagne della Sicilia. Nel 1953, la B20 vinse il durissimo Rally Liegi-Roma-Liegi, dimostrando una robustezza meccanica fuori dal comune. Nel 1951, alla celebre 24 Ore di Le Mans, l’auto vinse con autorità la sua categoria di cilindrata.

Si classificò persino tra le prime dieci assolute, un risultato incredibile contro prototipi leggeri e velocissimi. Si trattava, giova ricordarlo, di un’auto stradale a tutti gli effetti, non di un prototipo spogliato di tutto. Un’auto con cui potresti tranquillamente andare a cena la sera in centro con la propria consorte. Un’auto con sedili posteriori veri e una linea elegante adatta a ogni contesto sociale dell’epoca. Un’auto costruita a Torino da un’azienda che già allora perdeva ingenti somme di denaro per ogni telaio prodotto. Un’azienda che a malapena riusciva a permettersi di pagare le bollette dei fornitori a causa dell’artigianalità del processo.

Eppure stava battendo vetture da corsa specializzate sui circuiti e sulle strade più difficili e selettive del pianeta. Ora, ecco la parte della storia che la maggior parte delle persone non sente mai raccontare nei documentari ufficiali. Vittorio Jano, l’uomo dietro a tutta questa rivoluzione tecnica, alla fine lasciò la Lancia in modo definitivo. La situazione finanziaria dell’azienda stava diventando disperata, con debiti che crescevano a vista d’occhio mese dopo mese. Il programma di gare ufficiali era diventato insostenibile per le casse della famiglia Lancia, ormai prossima alla resa. E nel 1955, quando la Ferrari rilevò l’intero programma di Formula 1 della Lancia, Jano la seguì nel trasferimento.

Si trasferì direttamente a Maranello, portando con sé il suo archivio mentale di soluzioni tecniche e geometriche avanzate. Rifletti attentamente sul significato profondo di questo passaggio di consegne tra due realtà così diverse. L’ingegnere che progettò il primo motore V6 di serie al mondo alla Lancia, passò poi alla scuderia rivale. Iniziò a progettare motori V6 e V8 per loro, cambiando il destino tecnico della casa del Cavallino. Il suo nuovo motore Jano V12 fu introdotto con grande successo sulla Ferrari 290 MM nel 1956. I suoi progetti di motori V6 e V8 soppiantarono in seguito i motori a quattro cilindri di scuderia.

I loro discendenti meccanici, come la storia dimostra chiaramente ai tecnici, continuano a essere utilizzati ancora oggi nelle evoluzioni. La Ferrari non ha inventato il motore V6 per le sue vetture stradali o da competizione minori. La Ferrari ha ereditato l’uomo che lo aveva concepito e sviluppato nelle nebbie di Torino e Padova. E attraverso quell’uomo, gli ingegneri di Maranello ereditarono un’intera filosofia costruttiva, un modo di intendere il motore. La consapevolezza che un motore V6, se progettato correttamente, potesse essere più leggero, equilibrato e compatto delle alternative. L’architettura dei motori che caratterizza le moderne auto stradali e da corsa Ferrari si basa su quelle fondamenta.

Si basa, almeno in parte, su un’idea nata in un ufficio segreto durante gli anni bui della guerra. Nella mente di un uomo che lavorava per la Lancia e che cercava la perfezione geometrica assoluta. Non si tratta di una congettura romantica di qualche storico nostalgico del marchio torinese. Questa è una linea di tradizione ingegneristica documentata dai disegni tecnici e dai passaggi di personale dell’epoca. E mentre la Ferrari cresceva globalmente e diventava il marchio che conosciamo, la leggenda del Cavallino Rampante, Lancia continuava. Continuava a fare ciò che aveva sempre fatto: costruire auto straordinarie a un costo industriale insensato.

Con un impegno per la qualità così assoluto, così maniacale, che alla fine fu proprio questo a distruggerla finanziariamente. C’è una lezione nascosta da qualche parte in questa parabola industriale, e non è una lezione piacevole da accettare. Se questa storia vi affascina quanto affascina me, e credo proprio che sia così visto il vostro interesse, riflettete. Questa narrazione è dedicata proprio a questo tipo di storie: la storia vera, le scomode verità spesso taciute. Le auto e le persone che la versione ufficiale dei reparti marketing omette per non intaccare i miti moderni. È importante non perdere questi dettagli storici che restituiscono il merito a chi ha faticato nell’ombra.

Ora, torniamo alla Lancia e alla sua parabola discendente, perché la parte più dolorosa di questa storia deve ancora arrivare. All’inizio degli anni Sessanta, la Lancia si trovava in gravi, gravissime difficoltà strutturali e di mercato. Non perché le auto prodotte fossero cattive o superate dalla concorrenza; al contrario, le auto erano straordinarie. Quello era proprio il problema principale dal punto di vista della sopravvivenza aziendale nel mondo moderno. Ogni Lancia veniva costruita secondo standard qualitativi elevatissimi, che avevano senso solo se si credeva al primato dell’ingegneria. Se si credeva che il denaro fosse un dettaglio irrilevante e che la perfezione tecnica fosse di per sé una giustificazione economica.

I vari modelli in gamma non condividevano quasi nessun componente tra loro, moltiplicando i costi di sviluppo. L’assemblaggio era un lavoro meticoloso, spesso eseguito interamente a mano da operai che erano veri e propri artigiani del metallo. La linea di produzione stava invecchiando e il mercato automobilistico europeo stava cambiando in modi rapidi e cinematici. Modi ai quali la cultura Lancia non era strutturalmente e culturalmente in grado di rispondere in tempi brevi. Dalla Germania, marchi come BMW e Mercedes investivano massicciamente in moderne tecniche di produzione automatizzata su larga scala. Riducevano i costi unitari di produzione senza sacrificare la qualità percepita dal cliente finale.

La gamma Audi del gruppo Volkswagen si stava espandendo con successo nel segmento di mercato medio ed elevato con criteri moderni. Si trattava di aziende che avevano compreso che l’eccellenza ingegneristica e la disciplina commerciale non erano concetti opposti o nemici. Erano soci in affari che dovevano camminare di pari passo per garantire il futuro dei dipendenti e della fabbrica. La Lancia aveva compreso e applicato solo la prima metà di quell’equazione complessa, ignorando i flussi di cassa. E così le perdite finanziarie si accumularono inesorabilmente di anno in anno, erodendo il capitale sociale residuo. Secondo quanto affermavano coloro che la studiavano da vicino, l’azienda stava perdendo denaro a fiumi su ogni vettura venduta.

Alla fine del decennio, i debiti complessivi della casa torinese ammontavano a oltre cento miliardi di lire dell’epoca. Una cifra quasi incomprensibile, un macigno intollerabile per un produttore di dimensioni relativamente ridotte nel panorama europeo. Le macchine da corsa e stradali però continuavano a vincere gare e conquistare il cuore degli appassionati più puri. La Fulvia Coupé, l’altra grande e geniale creazione della Lancia degli anni Sessanta, dominava le scene internazionali. Vinceva i campionati italiani ed europei di rally fin dal 1965 con soluzioni tecniche uniche come il motore a V stretto. Su strada, in pista, negli showroom dei ricchi appassionati di tutta Europa, il nome Lancia significava ancora qualcosa di straordinario.

Significava classe, raffinatezza tecnica, scelta di una clientela colta che non badava a spese pur di avere il meglio. Ma avere un significato culturale e sopravvivere sul mercato sono due cose profondamente diverse, spesso destinate a scontrarsi. Nell’ottobre del 1969, la Fiat decise che era giunto il momento di fare la sua mossa strategica sull’azienda. Il governo italiano, assistendo preoccupato al collasso imminente di un tesoro industriale e tecnologico nazionale, favorì l’operazione. Di fatto ha reso possibile l’acquisizione per evitare il fallimento puro e il licenziamento di migliaia di operai specializzati. La logica economica, come sempre accade in queste situazioni di salvataggio industriale, sembrava ineccepibile sulla carta dei consulenti.

Si pensava che l’efficienza e la forza della grande azienda torinese potessero essere trapiantate nella realtà più piccola. Quelle dimensioni e quella disciplina della Fiat avrebbero potuto salvare ciò che la passione pura della Lancia aveva costruito negli anni. Le ricerche accademiche successive su quanto accaduto in seguito raccontano una storia molto chiara e priva di retorica. La filosofia ingegneristica della Fiat, come ampiamente documentato da studi dettagliati dell’epoca, si fondava su un’unica, solida convinzione. Il ruolo fondamentale dell’azienda era quello di produrre auto economiche, affidabili e piacevoli per la gente comune. Quella era la grande identità storica della Fiat, la sua forza sociale.

Era questo approccio democratico e di massa che aveva decretato il successo immenso della Fiat nel dopoguerra italiano. E quell’identità basata sulla standardizzazione era l’esatto opposto di tutto ciò che Lancia aveva sempre rappresentato per i clienti. Queste due culture aziendali così radicalmente diverse non si sono fuse in un nuovo modello virtuoso. Si sono scontrate duramente nei corridoi dei reparti di progettazione e sulle linee di montaggio degli stabilimenti. I primi anni di possesso da parte del gruppo Fiat hanno comunque regalato alcuni momenti motoristici davvero memorabili. La Stratos, quella stravagante e iconica vettura a motore centrale a forma di cuneo progettata da Bertone, stupì il mondo.

Vinse tre Campionati del Mondo Rally consecutivi tra il 1974 e il 1976, diventando leggenda delle corse su terra. La Delta Integrale conquistò poi sei campionati costruttori consecutivi dal 1987 al 1992, un record ancora imbattuto. In pista e nei rally, il nome Lancia brillava ancora di una luce propria intensa e apparentemente invincibile. Ma sulle strade di tutti i giorni, negli showroom, nella realtà quotidiana di ciò che il marchio stava diventando, il declino avanzava. Sotto la carrozzeria dei modelli stradali, il declino si stava insinuando in modo silenzioso e distruttivo per la reputazione. La Lancia Beta, lanciata sul mercato nel 1972, fu il primo vero prodotto interamente concepito nell’era Fiat.

Sviluppata in soli tre anni da uno staff di ingegneri che aveva appena vissuto il trauma dell’assorbimento aziendale. Un team che aveva visto la propria azienda essere assorbita da un rivale che adottava la filosofia Fiat. Una filosofia basata sul contenimento dei costi anziché sulla ricerca della perfezione tipica della vecchia Lancia. Il risultato commerciale non fu l’auto che era stata l’Aurelia a suo tempo, priva di quel fascino ingegneristico assoluto. Era una vettura competente, a tratti persino attraente nelle versioni coupé, ma niente di straordinario dal punto di vista tecnico. E poi, purtroppo per la storia del marchio, è arrivata la piaga della ruggine a distruggere l’immagine commerciale.

È emerso che la gamma Beta presentava una protezione dalla corrosione dei lamierati gravemente inadeguata per gli standard europei. Le auto si stavano letteralmente dissolvendo sotto l’azione degli agenti atmosferici e del sale stradale nei paesi del nord. In Gran Bretagna, lo scandalo commerciale si trasformò in qualcosa di simile a un imbarazzo nazionale per il settore. Un’umiliazione per il settore automobilistico italiano che finì sui giornali e in televisione con servizi d’inchiesta devastanti. Migliaia di vetture dovettero essere riacquistate direttamente dalla casa madre per evitare cause legali e proteste pubbliche dei clienti. Il nome Lancia, un tempo sinonimo di audacia tecnica, precisione millimetrica e aristocrazia stradale, divenne oggetto di scherno.

Negli anni Ottanta, il danno d’immagine era ormai fatto e radicato nella mente dei consumatori europei più esigenti. All’inizio degli anni Novanta, la situazione commerciale era diventata ormai del tutto irreversibile per la rete di vendita esterna. E nel 1994 la Lancia prese la decisione di ritirarsi completamente dal mercato delle auto con guida a destra. In Gran Bretagna, uno dei paesi con la più grande tradizione di club e appassionati di auto d’epoca ed europee, finì tutto. Non sarebbe mai più stata offerta una nuova Lancia nei concessionari ufficiali della rete britannica. Non ufficialmente, non con il marchio Lancia impresso sulla calandra cromata che aveva fatto la storia del design.

L’azienda che aveva inventato il motore V6, il cambio transaxle posteriore e il pneumatico radiale per uso stradale era ferita. La casa che aveva creato il concetto stesso di Gran Turismo si era ridotta alla fine della sua parabola. Si era ridotta a una singola city car economica venduta quasi esclusivamente sul mercato interno italiano, per un pubblico femminile. L’Ypsilon è un’auto affidabile, innocua, simpatica nelle forme urbane, ma fondamentalmente insignificante dal punto di vista ingegneristico. Rappresenta l’antitesi perfetta di tutto ciò che l’Aurelia B20 aveva rappresentato con orgoglio e determinazione negli anni Cinquanta. E mentre Lancia viveva questa dolorosa e silenziosa agonia commerciale, la Ferrari seguiva una traiettoria opposta.

Al momento della sua storica quotazione in borsa nel 2015, la Ferrari mostrava numeri finanziari impressionanti. Aveva una capitalizzazione di mercato di circa dieci miliardi di euro, un successo planetario senza precedenti per un costruttore sportivo. Riflettici un attimo, metti a confronto questi due destini nati dalla stessa culla ingegneristica del nord Italia. Ecco la domanda fondamentale a cui questa storia continua a tornare ciclicamente nelle menti degli appassionati. Quella domanda che nessuno pone direttamente nei salotti ufficiali perché la risposta è davvero scomoda per l’industria. Com’è possibile che un’azienda inventi il motore V6, il cambio-differenziale posteriore, il pneumatico radiale e finisca così?

Com’è possibile inventare la moderna Gran Turismo e poi finire quasi nel dimenticatoio, confinata a un ruolo marginale e locale? La risposta a questo enigma industriale non è una sola, non si può liquidare con un unico errore manageriale. Si tratta di una complessa serie di eventi che si verificano contemporaneamente nel corso dei decenni. La cui combinazione è stata quasi perfettamente studiata dal destino per distruggere un’istituzione tecnica straordinaria e irripetibile. In primo luogo, ha pesato una qualità ossessiva, una ricerca del dettaglio priva di una reale disciplina commerciale e finanziaria. La Lancia ha costruito automobili che, secondo il giudizio concorde di ogni ingegnere dell’epoca, erano superiori.

Figuravano tra le migliori vetture stradali della loro epoca, senza temere il confronto con nessun rivale straniero o interno. L’Aurelia B20 vantava un equilibrio di guida dinamico che auto molto più grandi, costose e potenti non riuscivano a eguagliare. La sua qualità di guida, la precisione millimetrica della risposta dello sterzo, il modo in cui comunicava le sensazioni della strada. Si trattava di qualità sublimi che richiedevano ingenti investimenti finanziari per essere prima progettate e poi realizzate in fabbrica. Richiedevano una grande quantità di denaro per ogni singolo pezzo sfornato dalle fonderie e dalle officine di Torino. E la dirigenza Lancia non ha mai trovato un modo industriale per rendere sostenibile quel costo nel lungo periodo.

Non è interamente colpa della famiglia Lancia se le cose sono andate in questo modo così drammatico. Anche la Ferrari ha dovuto affrontare la stessa identica sfida di sopravvivenza nei suoi primi anni di vita commerciale. Ma è riuscita a superarla posizionando da subito le proprie auto come oggetti di lusso puro, quasi irraggiungibili. Il cui prezzo astronomico era parte integrante della loro identità e del loro fascino elitario per i miliardari. La Lancia non è mai stata disposta a compiere questa scelta di campo commerciale così netta e radicale. Volevano semplicemente costruire auto stradali di alto livello ingegneristico per persone colte, che capivano di meccanica e dinamica.

Non erano interessati a vendere gioielli di status symbol da esibire nei circoli alla moda del jet set internazionale. Erano interessati alla verità strutturale dell’automobile, alla sua espressione più alta attraverso il metallo e la geometria. Purtroppo per loro, il mercato globale è sempre stato molto più interessato ai gioielli e all’ostentazione del marchio. In secondo luogo, l’acquisizione successiva da parte del gruppo Fiat ha eliminato l’unica cosa che contava davvero. Ha eliminato l’essenza stessa che aveva reso la Lancia una realtà unica al mondo: la sua cultura intima. Non parliamo della fabbrica di mattoni o degli ingegneri, almeno non nell’immediato passaggio di proprietà del 1969.

Parliamo della tacita intesa interna secondo cui un’auto non era considerata finita finché non rasentava la perfezione assoluta. Questo indipendentemente dai costi di produzione o dalle tempistiche di consegna imposte dai mercati finanziari o dai concessionari. Quella cultura d’officina d’élite era totalmente incompatibile con il modello industriale della Fiat, basato sui grandi numeri. E non è sopravvissuta al contatto prolungato con esso, svanendo nel giro di una generazione di progettisti. In terzo luogo, e questa è forse la parte più dolorosa dell’intera vicenda, le idee non sono svanite. Gli ingegneri e le intuizioni rivoluzionarie che la Lancia ha prodotto nel corso degli anni non sono affatto scomparsi nel nulla.

Sono stati semplicemente assorbiti ed elaborati dal resto dell’industria automobilistica mondiale senza pagare i dovuti tributi storici. Vittorio Jano è andato alla Ferrari, portando il suo genio alla corte di Enzo per i successi futuri. L’architettura fondamentale del motore V6 è stata in seguito copiata e deliberatamente riprodotta da praticamente tutti i principali produttori mondiali. Il concetto avanzato di cambio transaxle posteriore, la filosofia della distribuzione dei pesi e la costruzione a scocca portante sono icone. Tutto ciò è diventato uno standard tecnologico del settore per le vetture ad alte prestazioni che guidiamo ancora oggi. La Lancia non mancò affatto di influenzare il mondo dell’auto con le sue scelte d’avanguardia.

Lo ha influenzato completamente, ne ha tracciato le linee guida per i decenni successivi in modo profondo e indelebile. Semplicemente non ha ricevuto il giusto e duraturo riconoscimento pubblico per averlo fatto prima degli altri sul mercato. Rifletti attentamente su questo schema ricorrente che emerge dall’analisi della storia industriale e culturale dell’Occidente moderno. Un’istituzione relativamente piccola, con scarsi finanziamenti cronici e ossessivamente ancorata ai propri rigorosi principi tecnici, crea l’innovazione. Produce una serie di idee davvero rivoluzionarie che cambiano le carte in regola e aprono nuove strade tecnologiche. Queste idee vengono poi adottate, migliorate nei dettagli di costo, commercializzate in grande stile da organizzazioni diverse.

Organizzazioni molto più grandi, strutturate e con maggiori risorse finanziarie a disposizione per campagne pubblicitarie e reti di vendita. L’ideatore originale, sfinito dai debiti e dall’incomprensione del mercato di massa, crolla ed esce di scena in silenzio. I beneficiari dell’innovazione prosperano, accumulano capitali e costruiscono imperi mitologici sul lavoro altrui che dura nel tempo. Non si tratta, a ben vedere, di un fenomeno esclusivo o isolato dell’industria automobilistica del Novecento. Avete già visto questo medesimo e triste schema ripetersi regolarmente nella storia della musica, della tecnologia informatica. Si ripete nella scienza e in molti altri campi dell’ingegno umano dove la competizione è spietata.

Raramente chi ha la prima e pura intuizione geniale si prende il merito storico e il ritorno economico principale. La persona o l’organizzazione che sviluppa commercialmente quell’idea, che la rende fruibile ed economica per le masse, lo fa. Vale la pena tornare a parlare dell’Aurelia B20 un’ultima volta in questa trattativa storica per comprenderne l’essenza. Perché, al di là di tutte le innegabili innovazioni ingegneristiche elencate, al di là dei pur prestigiosi risultati sportivi ottenuti. Al di là del suo immenso significato storico per l’evoluzione del mezzo meccanico, era una meraviglia della pura esistenza umana.

Era un’auto straordinaria che ti poteva portare da Milano a Roma in totale comfort per le strade dell’epoca. E ti permetteva di arrivare a destinazione con l’aspetto fiero di chi viaggia su un’opera d’arte semovente. Un’auto che la sua stessa casa produttrice ha descritto nei cataloghi dell’epoca con assoluta, poetica precisione di termini. Definendola come la vettura ideale, adatta alle corse del sabato e all’Opera della domenica sera senza sfigurare mai. Pesava meno di mille chilogrammi in ordine di marcia, un valore incredibile per una vettura stradale così rifinita. Nella maggior parte delle sue sei serie costruttive, la sua potenza massima era inferiore ai cento cavalli complessivi.

Inoltre, era sensibilmente più veloce, più equilibrata nei transitori e decisamente più appagante da guidare rispetto a molte concorrenti. Macchine straniere che vantavano sotto il cofano una potenza tre volte superiore ma afflitte da telai arcaici e pesanti. Questo successo dinamico non era ottenuto per mezzo della forza bruta dei motori di grande cilindrata americani o tedeschi. Ma era il frutto maturo di una profonda, costante e rigorosa riflessione scientifica applicata a ogni singolo dettaglio. Il cambio transaxle posteriore di Jano, il V6 in alluminio di De Virgilio, le linee senza tempo di Michelotti. Linee ispirate dalla sensibilità artistica dei grandi carrozzieri torinesi come Pinin Farina, che ne curò la produzione finale.

La convinzione incrollabile di Gianni Lancia che valesse sempre la pena costruire l’auto giusta, l’auto tecnicamente perfetta. Anche se quella non era l’auto più redditizia o facile da vendere ai concessionari per fare cassa subito. Tutte queste caratteristiche uniche si erano riunite magicamente in un unico oggetto di metallo, vetro e panno per sedili. E oggi, se siete abbastanza fortunati da trovare un esemplare autentico nei garage di qualche collezionista raffinato. Una vera Lancia Aurelia B20 intatta, non pasticciata dai restauri errati e in condizioni di assoluta onestà storica. Sarete disposti a pagarne un prezzo altissimo, equivalente a quello di una casa in centro città.

Il mercato moderno dell’auto d’epoca sa perfettamente ciò che molti libri di storia divulgativa hanno colpevolmente ignorato. I collezionisti più esperti conoscono il valore delle persone che si sono effettivamente sedute al tavolo da disegno a Torino. Persone che l’hanno guidata sui passi appenninici e che ne hanno compreso il vero, profondo significato ingegneristico e culturale. L’ironia della sorte è totale e racchiude in sé una sfumatura di profonda e malinconica poesia industriale. L’auto era talmente buona, sofisticata e costosa da produrre che la stessa azienda non è riuscita a sopravvivere. Non è sopravvissuta commercialmente durante la sua stessa fase di produzione, consumando le proprie risorse vitali.

Ed è diventata un oggetto prezioso e ricercato oggi proprio perché ne sono stati prodotti pochissimi esemplari originali. C’è qualcosa di quasi matematicamente giusto e coerente in tutto questo destino elitario del marchio piemontese. E al tempo stesso qualcosa di profondamente, intrinsecamente ingiusto se pensiamo al destino degli uomini che ci lavorarono. Ma la storia umana dietro a questa vettura non è ancora del tutto conclusa nelle sue sfumature più intime. Perché c’è un ultimo, tragico dettaglio biografo che dobbiamo esaminare per chiudere il cerchio della narrazione. Un’ultima cosa che la versione ufficiale tende a tralasciare nei comunicati stampa celebrativi dei grandi gruppi industriali.

Questo dettaglio riporta tutto a un unico punto chiaro e privo di ombre sulla natura dei protagonisti. Vittorio Jano morì a Torino nel 1965, in un giorno d’autunno che segnò la fine di un’era. Era gravemente malato da tempo, fiaccato nel fisico da un male che non gli lasciava speranze di guarigione. Nello stesso anno della sua scomparsa, aveva anche perso prematuramente il suo amato figlio maschio, un dolore immenso. Un dolore indicibile che, a detta di tutti i testimoni dell’epoca, gli aveva spezzato qualcosa dentro. Qualcosa nell’anima in modo del tutto irreparabile, togliendogli ogni residua voglia di lottare contro il destino.

Decise così di togliersi la vita con un colpo di pistola nel suo appartamento torinese, in silenzio. Finì così l’esistenza terrena del più grande ingegnere automobilistico del Ventesimo secolo, un uomo che aveva cambiato la tecnica. L’uomo che aveva costruito auto da Gran Premio imbattibili per l’Alfa Romeo negli anni d’oro delle corse europee. L’uomo che aveva progettato l’architettura del motore da cui la Ferrari trae ancora oggi ispirazione per i suoi bolidi. L’ingegnere che aveva regalato al mondo il primo V6 in uno showroom di Torino nel 1950, se ne andava. Morì solo in una grande città industriale che si era in gran parte allontanata da ciò che lui aveva creato.

Non esiste oggi alcun monumento imponente dedicato a Vittorio Jano nelle piazze o nelle vie principali di Torino. Nella città in cui è stata immaginata e progettata non esiste un grande museo nazionale dedicato esclusivamente all’Aurelia B20. La Ferrari, dal canto suo e con pieno merito storico, possiede un museo spettacolare a Maranello, nel modenese. Un luogo di culto motoristico che attira centinaia di migliaia di visitatori entusiasti ogni anno da ogni continente. Questa constatazione storica non vuole essere in alcun modo una critica sterile o una svalutazione del mito Ferrari. La Ferrari è una realtà straordinaria, un orgoglio nazionale che ha saputo imporsi con forza nel mondo intero.

Enzo Ferrari era un genio di un genere completamente diverso rispetto a Vincenzo Lancia o a Vittorio Jano. Era un genio della volontà ferrea, del marketing strategico, della costruzione metodica di un’identità di marca d’élite. Aveva la rara capacità di trasformare l’eccellenza meccanica delle sue vetture in una vera e propria mitologia culturale. Lui aveva capito perfettamente qualcosa che la dirigenza Lancia non aveva mai voluto o saputo comprendere nel profondo. Che la narrazione della storia e del mito sia importante quanto l’ingegneria fine a se stessa sul mercato. Capì che devi far provare un’emozione forte alle persone, non solo far loro pensare qualcosa di logico.

Ma vale la pena essere storicamente onesti e precisi riguardo alla genealogia tecnica di certe soluzioni che celebriamo oggi. L’architettura motoristica su cui la Ferrari ha costruito gran parte della sua reputazione sportiva con i motori successivi. I motori V6 e V8 che hanno vinto sui circuiti di tutto il mondo sono opera di una scuola. L’opera di un uomo che ha imparato il mestiere e affinato le sue teorie matematiche alla Lancia. Il sistema transaxle posteriore che Porsche, Ferrari e De Tomaso avrebbero adottato anni dopo era già realtà. Era già stato collaudato con successo e affidabilità sulle strade di tutti i giorni grazie alla Aurelia.

Il formato stesso della vettura Grand Tour, la coupé 2+2 elegante che puoi usare per correre in pista. Quella vettura che poi puoi parcheggiare davanti al teatro dell’Opera la sera stessa senza sfigurare era nata a Torino. Nata a Torino nel 1951 in un’auto che la maggior parte delle persone normali oggi non sa nominare. L’Aurelia B20 è, nel vero senso della parola, un’auto che l’intera industria mondiale ha studiato a fondo. Un’auto da cui ha imparato moltissimo e di cui si è poi colpevolmente dimenticata di riconoscere il merito. E l’Italia, il paese che l’ha prodotta con l’ingegno dei suoi figli migliori, ha assistito passivamente.

Ha permesso che l’azienda che l’aveva costruita venisse smantellata lentamente e burocraticamente nel corso degli anni. Fino a quando del glorioso marchio sportivo e d’avanguardia non è rimasto più nulla di storicamente riconoscibile sui mercati. Cosa ci dice questa triste e affascinante parabola industriale se la guardiamo con occhio critico e distaccato? Ci insegna una lezione amara: ci insegna che nel mondo reale avere semplicemente ragione dal punto di vista tecnico non basta. Inventare il futuro in anticipo sui tempi non garantisce affatto un posto d’onore in esso quando si realizzerà. Ci mostra che le aziende e le persone che celebriamo pubblicamente non sono sempre le stesse.

Non sono sempre quelle che hanno svolto il lavoro di ricerca più importante, difficile e pionieristico nei laboratori. Spesso sono semplicemente quelle realtà che hanno saputo, con grande abilità comunicativa, far sì che il lavoro fosse associato. Associato in modo indissolubile al loro nome e al loro marchio impresso sulle copertine dei giornali. Questa è una lezione universale che non ha nulla a che vedere esclusivamente con il mondo delle automobili. Si applica con precisione millimetrica a ogni campo dell’attività umana, a ogni settore economico e a ogni epoca. Chi svolge il lavoro fondamentale e getta le basi scientifiche raramente riceve il giusto e duraturo riconoscimento.

La persona che si basa su quel lavoro preesistente, che racconta la storia a voce più alta nei media. Colui che pianta una bandiera colorata sul terreno e dice ad alta voce davanti alle telecamere: “Questo è nostro”. Quella è la persona che la memoria collettiva della storia ricorderà nei secoli successivi, ignorando i pionieri. La Lancia Aurelia B20 merita di essere ricordata da chiunque ami la bellezza e la tecnica più pura. Non come una semplice curiosità per accademici o una nota a piè di pagina nei registri dei nostalgici. Non come la risposta difficile a una domanda da quiz per esperti del settore automobilistico d’epoca.

Merita di essere celebrata come uno dei grandi oggetti di design e di ingegneria del Ventesimo secolo europeo. Un principio di armonia geometrica e ingegneristica reso concreto attraverso la lamiera d’acciaio battuta e l’alluminio fuso. La prova tangibile che si può costruire qualcosa di tecnicamente perfetto, etico nelle intenzioni e comunque perdere la guerra. Se non ne avete mai cercata una nei libri o nei raduni storici della vostra regione. Se non avete mai osservato le sue proporzioni nemmeno in una fotografia d’epoca in bianco e nero, fatelo. Fatelo alla prima occasione utile, dedicatele qualche minuto del vostro tempo prezioso di appassionati di storie.

Osservate con attenzione la linea sfuggente del tetto che si raccorda con il lunotto posteriore in modo armonioso. Osservate attentamente il modo in cui il lungo cofano motore si unisce alla base del parabrezza anteriore. Bisogna tenere sempre ben presente che il motore che girava sotto quel cofano era il primo nel suo genere. Che gli pneumatici radiali su cui l’auto poggiava le sue ruote hanno fatto da apripista tecnologico assoluto. Hanno tracciato la strada per tutti gli pneumatici venuti dopo su qualsiasi vettura moderna che guidiamo oggi. Ricorda che l’auto che stai guardando in fotografia era, nel lontano 1951, avanti di vent’anni.

Era vent’anni avanti rispetto alla concorrenza mondiale in quasi ogni aspetto tecnico e dinamico misurabile dagli ingegneri. E poi, dopo aver fatto tutte queste considerazioni storiche, ricorda bene il suo nome di battesimo: Lancia Aurelia B20. Ricorda questo nome con rispetto, perché dimenticarlo è proprio l’errore culturale profondo contro cui tutta questa storia vuole metterci in guardia. La Lancia Aurelia B20 è il simbolo di un’Italia che sapeva inventare il futuro con classe e discrezione. La Ferrari l’ha studiata nei dettagli per crescere, l’industria l’ha copiata per progredire, la memoria collettiva l’ha dimenticata. Ora anche tu conosci questa straordinaria verità storica nascosta tra le pieghe del tempo e del silenzio piemontese.