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Giallo di Pietracatella: i messaggi di Antonella prima di morire smentiscono la famiglia e svelano forti tensioni

Giallo di Pietracatella: i messaggi di Antonella prima di morire smentiscono la famiglia e svelano forti tensioni

Il mistero di Pietracatella, il piccolo centro molisano sconvolto dal duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della giovanissima figlia Sara, sembra essere giunto a un punto di svolta decisivo e drammatico. Quella che per mesi i parenti più stretti hanno pervicacemente continuato a descrivere come una tragica fatalità, una sfortunata intossicazione alimentare causata da cozze, insaccati o da una giardiniera fatta in casa, si sta rivelando un crimine mirato, spietato e premeditato. A squarciare il velo di omertà e a far crollare la narrazione della “famiglia normalissima priva di problemi” sono stati gli accertamenti tecnici irripetibili eseguiti sui telefoni cellulari e sui dispositivi elettronici sequestrati nella casa di via Risorgimento.

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I dati estrapolati dagli investigatori, con il supporto dello SCO nazionale, hanno portato alla luce una fitta serie di messaggi intercorsi nei giorni immediatamente precedenti e successivi al Natale, proprio a ridosso del ricovero e del successivo decesso delle due donne. Queste chat, scambiate da Antonella con familiari e conoscenti, restituiscono un quadro intimo radicalmente diverso da quello ufficiale fornito finora agli inquirenti dal marito Gianni De Vita e dai parenti più prossimi. Lungi dall’essere un ambiente sereno e privo di ombre, le dinamiche familiari emerse dai dispositivi sono descritte come tese, frammentate e caratterizzate da contrasti e discussioni accese finora del tutto taciuti di fronte a chi indaga.

L’impatto di queste rivelazioni digitali ha già prodotto i primi, pesanti effetti giudiziari. Un’amica stretta della famiglia è stata infatti iscritta nel registro degli indagati con la pesante accusa di favoreggiamento. La donna, convocata più volte in questura per rendere sommarie informazioni, aveva sempre dipinto un quadro idilliaco e disteso delle relazioni domestiche della vittima. Le sue parole sono state però clamorosamente smentite dai testi e dai file recuperati, costringendo la Procura di Larino a contestarle la reticenza e il tentativo di coprire dettagli fondamentali per la ricostruzione del movente. Davanti ai microfoni dei giornalisti la donna ha preferito trincerarsi dietro un silenzio assoluto, ma per gli inquirenti le prove digitali sono ormai inconfutabili: molti “non detti” dovranno ora trovare una spiegazione formale.

Ad aggravare i contorni di questa vicenda è la certezza scientifica della causa del decesso. Le analisi tossicologiche hanno confermato la presenza massiccia di ricina nel corpo di madre e figlia, un veleno vegetale potentissimo, letale anche in piccolissime quantità, per il quale non esiste un antidoto specifico. La concentrazione di sostanza tossica riscontrata nei tessuti delle vittime era ben oltre la dose letale, un elemento che secondo la Procura dimostra in modo inequivocabile che chi ha agito sapeva perfettamente come maneggiare e dosare il veleno, escludendo definitivamente la pista dell’incidente o della contaminazione casuale del cibo. Gli accertamenti si stanno ora concentrando sulle ricerche web effettuate nei mesi passati per capire chi, dall’interno di quella cerchia, si sia documentato online su come reperire ed estrarre la tossina.

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Mentre l’indagine si allarga a ragnatela per stringere il cerchio attorno a quello che molti in paese iniziano a definire un “assassino diabolico”, emerge anche il giallo delle cure prestate a casa. Subito dopo un primo ricovero, sia Antonella che la piccola Sara avevano mostrato segni di netto miglioramento, tanto che la madre era tornata a cucinare. Poi, l’improvviso e letale tracollo, legato forse a una seconda somministrazione del veleno o all’effetto ritardato della tossina, sul quale pesa anche l’ombra di alcune flebo somministrate a domicilio da un infermiere senza una chiara prescrizione medica. L’avvocato difensore della famiglia ha tentato di mantenere la linea del dolore privato, invitando a non disumanizzare una tragedia che ha distrutto un intero nucleo familiare. Tuttavia, la pressione degli investigatori, pronti a tornare nella casa del delitto alla ricerca di ulteriori tracce fisiche del veleno, dimostra che la svolta decisiva per dare un nome al colpevole è ormai imminente.