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Se Dio vive al di fuori del tempo, come può “aspettare” o “pentirsi”?

Un re piange contro la parete e Dio sposta la data della sua morte. Il re si chiama Ezechia e governa su Giuda in uno dei momenti più neri della sua storia, con l’impero assiro che divora un regno dopo l’altro alle porte della sua terra.

Questa mattina il suo nemico non è un esercito. È malato di morte, brucia di febbre nel suo letto quando entra il profeta Isaia con un messaggio che non lascia nemmeno uno spiraglio di speranza:

«Ordina la tua casa, perché morirai e non vivrai.»

Non è un avvertimento, non è un “riguardati che la cosa si mette male”. È una sentenza firmata dal cielo, senza condizioni e senza un “a meno che”.

Il profeta si gira e inizia a uscire. Il re fa l’unica cosa che gli resta da fare: volge il viso verso la parete, lontano da tutti, e piange. Ricorda a Dio che ha camminato davanti a Lui con cuore integro e si abbandona a un pianto senza parole.

Accade qualcosa che spezza la storia in due. Isaia non ha ancora finito di attraversare il cortile centrale del palazzo quando Dio lo ferma e lo fa tornare sui suoi passi.

«Ritorna» gli dice «e dì al re che ho ascoltato la sua preghiera, che ho visto le sue lacrime e che aggiungerò alla sua vita quindici anni.»

Quindici anni esatti, cuciti a una vita che lo stesso Dio aveva dichiarato terminata appena pochi minuti prima. E se al re rimaneva qualche dubbio su chi avesse mosso la mano, Dio gli offre un segno impossibile da simulare: fa arretrare di dieci gradini l’ombra sulla meridiana del palazzo, il vecchio orologio a gradini del re Acaz, come se il tempo stesso per un istante avesse deciso di ripercorrere i propri passi.

Fermati su quello che è appena successo, perché è più strano di quanto sembri. Dio ha annunciato un futuro, un uomo ha pianto e il futuro si è spostato. La cosa strana non è il miracolo. La cosa strana è che lo stesso Dio, in altre pagine dello stesso libro, giura che Egli non cambia mai, che non ha inizio né fine, che mille anni davanti a Lui sono come un solo giorno che non ha ancora finito di passare.

Se questo è vero, se vive davvero fuori dal tempo, allora ciò che è accaduto a Ezechia non dovrebbe poter mai accadere. Spostare una data richiede un prima e un dopo. Ascoltare una preghiera e reagire a essa richiede un istante in cui qualcosa non era ancora deciso, e un Dio eterno per definizione non ha né un prima, né un dopo, né nulla ancora da decidere.

Questo non è una svista di chi ha scritto la Bibbia, né un versetto isolato che si possa ignorare. È una crepa che attraversa l’intero libro. Entrerai in una scena in cui un anziano mercanteggia con Dio il destino di una città, come chi discute un prezzo al mercato. Arriverai a un capitolo che si contraddice da solo nella stessa pagina, appositamente, usando la stessa parola per affermare e per negare.

Alla fine avrai davanti due risposte opposte, difese da persone brillanti, e dovrai decidere quale delle due descrive il Dio in cui credi. Una lo lascia intatto, perfetto, immobile; l’altra lo rende capace di qualcosa che cambia tutto: essere commosso da te.

Questo re Ezechia non è una figura leggendaria. Governò Giuda circa 2700 anni fa e la sua esistenza è confermata anche al di fuori della Bibbia. L’imperatore assiro Sennacherib fece scolpire su un prisma d’argilla la propria versione dell’assedio di Gerusalemme, e si vanta di aver lasciato Ezechia rinchiuso nella sua città come un uccello in gabbia. Sotto il suolo della Gerusalemme attuale si può ancora camminare nel tunnel che quel re fece scavare nella roccia viva per portare l’acqua alla città assediata. Sulla parete è rimasta incisa un’antica iscrizione che racconta come gli operai scavaron da entrambe le estremità contemporaneamente fino a incontrarsi nel mezzo, picco contro picco. Questo è accaduto. Ci fu un re, ci fu un impero, ci fu una malattia mortale e ci fu una preghiera contro una parete. È su fatti come questo, non su favole, che si solleva la questione.

Partiamo dal lato fermo, quello che quasi nessuno contesta. L’insistenza della Bibbia sul fatto che Dio non cambia è quasi ossessiva. Nel profeta Malachia, capitolo 3, versetto 6, lo dice in prima persona con una frase che in ebraico si riassume in tre parole:

«Io, il Signore, non cambio.»

Non cambio poco, non cambio quando serve: non cambio. Da questa immobilità dipende l’intera sopravvivenza del suo popolo. Leggilo al contrario e vedrai la posta in gioco completa: se Dio cambiasse umore come cambi tu, nessuno sarebbe mai al sicuro. L’unica cosa che tiene in piedi il mondo è che c’è qualcuno che non si muove. La sua immutabilità, in questa lettura, non è la freddezza di una statua; è la roccia su cui tutto il resto può appoggiarsi senza timore.

Secoli prima, nel salmo che la tradizione attribuisce a Mosè, la stessa idea appare con una parola che conviene guardare da vicino: “Dall’eternità e fino all’eternità, tu sei Dio”. La parola ebraica olam non significa moltissimo tempo, significa un orizzonte così lontano che la vista si perde prima di raggiungerlo, un tempo senza confini visibili né all’indietro né in avanti. E nota il verbo: non dice “Tu fosti” o “Tu sarai”, dice “Tu sei”. Un presente che abbraccia il prima dei monti e il dopo del mondo, tutto in un solo sorso.

Se la frase di Malachia ti sembrasse poca cosa, ce n’è un’altra ancora più tassativa, messa in bocca a un indovino di nome Balaam nel libro dei Numeri:

«Dio non è un uomo da poter mentire, né figlio d’uomo da doversi pentire. Forse dice e non fa? Parla e non adempie?»

Eccolo lì, nero su bianco, senza sfumature: Dio non si pente. Custodisci bene questa frase, perché tra poco sentirai questa stessa Bibbia dire con tutte le lettere, e usando esattamente la stessa parola, il contrario.

C’è inoltre una ragione per cui questa idea è diventata quasi intoccabile per secoli, e non è solo biblica, è logica. La affilò il teologo Tommaso d’Aquino con un argomento semplice e quasi crudele: se Dio è perfetto, non può cambiare. Perché? Perché ogni cambiamento è di due tipi, e non ne esiste un terzo: o cambi in meglio o cambi in peggio. Se Dio cambiasse in meglio, significherebbe che prima gli mancava qualcosa, e allora non era perfetto. Se cambiasse in peggio, significherebbe che sta perdendo qualcosa, e allora smetterebbe di esserlo. Quindi, un essere davvero perfetto non ha dove muoversi, lo è già tutto. Il cambiamento è il segno di noi che siamo fatti a metà, e un Dio così, completo da sempre, non avrebbe motivo di aspettare nulla né di riconsiderare nulla, perché non gli manca alcun dato da scoprire con il passare del tempo. L’argomento è così pulito che per secoli è sembrato chiudere la discussione. Il problema è che la Bibbia stessa non sembra averlo letto.

L’immagine che meglio cattura la situazione è quella di una sala cinematografica. Tu sei sulla poltrona a guardare il film minuto per minuto, senza sapere come va a finire, mordendoti le unghie in ogni scena di tensione. Il regista, invece, l’ha già visto mille volte, conosce ogni svolta, ogni morte, l’inquadratura finale prima dei titoli di coda, da molto prima che tu entrassi in sala. Per te il culmine deve ancora arrivare, per lui è già passato. Questa è più o meno la distanza che la teologia classica pone tra il tuo modo di esistere e quello di Dio.

Qui salta fuori l’intero problema. Come fa il regista ad aspettare per vedere cosa succede, se ha già visto tutto? Come fa a pentirsi di una scena che lui stesso ha scritto nella prima pagina della sceneggiatura? Non è un problema di un paio di versetti isolati che puoi saltare. L’intera trama, libro dopo libro, insiste nel dipingerti un regista che si affaccia dallo schermo, che reagisce a ciò che vede, che si trattiene, che soffre. O quella sceneggiatura esagera fino a mentire, o il regista non è così lontano dalla tua poltrona come la teologia classica ha bisogno che sia. Da qui in avanti, tutto il problema abita in quella crepa.

Alcune delle menti più grandi della storia si sono spaccate la testa contro questo punto. Circa 1500 anni fa, un alto funzionario romano di nome Boezio aspettava in una cella la propria esecuzione, accusato di tradimento. Invece di spendere i suoi ultimi giorni maledicendo la sua sorte, scrisse in quella prigione un libro che avrebbe segnato il pensiero dell’Occidente per mille anni, e vi lasciò cadere la definizione di eternità che ancora oggi si cita nelle aule: l’eternità, scrisse, non è vivere moltissimo tempo, è il possesso completo e simultaneo di una vita senza fine.

Leggi piano quella parola: simultaneo. Non un istante dopo l’altro come vivi tu; tutti gli istanti insieme, posseduti per intero in un colpo solo, come chi tiene un’intera città nel palmo della mano invece di percorrerla strada per strada. Per Boezio, Dio non ricorda il tuo passato né indovina il tuo futuro, perché non li ha lontani: li vede presenti ora, tutti nello stesso momento.

Un secolo prima di lui, un altro uomo, Agostino, si era scontrato con la faccia più vertiginosa della questione nelle sue Confessioni:

«Cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; ma se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.»

Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, e il presente, se lo stringi, è un filo così sottile che ti sfugge prima di poterlo afferrare. Se nemmeno noi, immersi fino al collo nel tempo, sappiamo dire cosa sia, quale speranza abbiamo di capire qualcuno che vive completamente al di fuori di esso?

C’è un luogo, tuttavia, dove tutta questa sicurezza diventa improvvisamente molto più scivolosa di quanto la tradizione di solito ammetta, ed è il nome stesso di Dio. Quando Mosè, davanti al roveto che bruciava senza consumarsi, gli chiede come si chiama, riceve in Esodo, capitolo 3, versetto 14, una delle risposte più enigmatiche mai pronunciate. Nelle nostre Bibbie la leggi come “Io sono colui che sono”. Letta così, per secoli è suonata come una dichiarazione di puro essere immobile: colui che semplicemente è, sempre, senza muoversi.

Il dettaglio scomodo è che quella traduzione non viene dall’ebraico, ma dal greco. Quando gli ebrei tradussero la loro Bibbia in greco nella versione chiamata Settanta, la resero come “Io sono colui che è”, l’essere, l’esistente, e da lì è arrivata fino a noi. Ma l’ebraico originale dice un’altra cosa, e su questo quasi tutti gli specialisti concordano. La parola che Dio usa, ehyeh, è un verbo in una forma che l’ebraico chiama imperfetta, un’azione che non è ancora conclusa, che continua a svolgersi o che accadrà. Poiché l’ebraico antico non ha nemmeno un presente del verbo essere, quella parola si traduce con più naturalezza come “Io sarò” o “Sarò colui che sarò”. Infatti, appena due versetti prima, Dio usa esattamente quella stessa parola per promettere a Mosè: “Io sarò con te”.

Così, il nome che la tradizione greca intese come colui che è, fermo ed eterno, in ebraico pulsa piuttosto come colui che sarà, colui che agisce, colui che sarà lì con te domani. Leggilo piano perché è enorme: il nome stesso di Dio si può intendere in entrambi i modi, come pura eternità immobile o come pura presenza che si muove.

La Bibbia ebraica fu scritta da persone che pensavano in verbi. Per loro, conoscere Dio significava vederlo agire, salvare, camminare davanti al suo popolo. Non si chiedevano tanto cosa è Dio, ma cosa fa Dio. Secoli più tardi, quei testi caddero nelle mani di una cultura diversa, quella greca, innamorata delle idee pure, di ciò che rimane fermo e perfetto dietro le cose che cambiano. Per il greco, il punto più alto era l’immobile, e il cambiamento era un segno di imperfezione. Quando questi due modi di pensare si incontrarono, la domanda stessa si trasformò: un Dio che in ebraico si raccontava camminando, soffrendo e rispondendo, iniziò a essere descritto in greco come l’essere inmutabile, perfetto, fuori dal tempo. Forse le due cose sono vere insieme, ma buona parte della tensione che provi nel leggere questi versetti nasce dallo scontro tra due forme umane di guardarlo.

Appena passi dai testi che dicono che Dio non si muove a quelli che raccontano ciò che Dio fa, il terreno si apre sotto i piedi. Risulta che la Bibbia applica a Dio, continuamente, un verbo che non dovrebbe mai potergli essere applicato. In ebraico è nacham. Appare poco più di cento volte nell’Antico Testamento e in circa quaranta di esse colui che compie l’azione è Dio stesso. Ogni volta che si affaccia, apre una crepa nel Dio di pietra che l’altra metà della Bibbia si impegna a scolpire.

La prima volta che accade è sconvolgente. Immagina il mondo come lo dipinge il racconto della Genesi appena prima del diluvio: una terra intera marcita di violenza dove, secondo il testo, tutto ciò che il cuore umano immaginava era male dal mattino alla sera, tutto il giorno. Non un uomo malvagio o una città corrotta: il mondo intero decomposto. Il libro della Genesi, al capitolo 6, versetto 6, dice di Dio qualcosa che semplicemente non si dovrebbe poter dire di un essere immutabile:

«Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo.»

Resta su quest’ultima parola, perché in ebraico non è un ornamento leggero. La parola è atsab e significa dolore fisico, una fitta, lo stesso strappo che sentiresti tu nel petto quando qualcosa ti si rompe dentro. È la stessa radice del dolore con cui poche pagine prima viene annunciato alla prima donna che partorirà con sofferenza. Questo non è un Dio che annota con freddezza che il suo progetto è uscito difettoso. È un Dio che guarda con i propri occhi ciò che ha fatto con le proprie mani, vede in cosa si è trasformato e prova qualcosa che si può solo chiamare lutto. Il creatore che giura di non muoversi mai, qui si spezza dentro.

A partire da lì, il modello si ripete. Ai piedi del monte Sinai, mentre Mosè è lassù a ricevere la legge, il popolo si impaziente, fonde un vitello d’oro e si prostra davanti a lui. Dio, acceso d’ira, annuncia a Mosè che li consumerà tutti e ricomincerà da capo solo con lui. Ma Mosè fa qualcosa di straordinario: discute con Dio, argomenta, gli ricorda le sue stesse promesse ad Abramo, gli chiede: “Cosa diranno gli egiziani se porti fuori un popolo nel deserto solo per sgozzarlo sui monti?”. Il testo, al capitolo 32 dell’Esodo, lo dice senza giri di parole:

«Il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo.»

Il castigo annunciato con tutte le lettere non cadde. E non fu l’unica volta che una sentenza già in marcia si fermò di colpo. Nei giorni del re Davide, un angelo sterminatore arrivò ad alzare la spada su Gerusalemme, e all’ultimo istante un ordine lo frenò: “Basta, abbassa la mano”.

C’è una scena ancora più antica dove questo arriva a un punto che toglie il fiato. Dio ha deciso di distruggere due città, Sodoma e Gomorra, sommerse fino al collo nella loro stessa malvagità. Prima di farlo, quasi come se non potesse nasconderlo a un amico, si ferma a raccontarlo a un anziano: Abramo. Ciò che accade allora, nel capitolo 18 della Genesi, non somiglia a nessuna preghiera devota di quelle che ti hanno insegnato. Abramo si pianta davanti a Dio e inizia a mercanteggiare.

«E se ci fossero cinquanta giusti nella città?» chiede «Davvero spazzerai via il giusto insieme al colpevole? Non farà giustizia il giudice di tutta la terra?»

Dio cede:

«Se trovo cinquanta giusti, perdonerò l’intero luogo per causa loro.»

Ma l’anziano non si ferma lì, come chi spinge la fortuna un passo oltre, abbassa la cifra:

«E se ne mancassero cinque ai cinquanta?»

Dio accetta:

«Quarantacinque.»

«E se ce ne fossero solo quaranta?»

«Accetto.»

«Trenta?»

«Accetto.»

Qui Abramo fa una pausa, pienamente consapevole di ciò che sta facendo, e pronuncia una frase che lo ritrae interamente:

«Ecco, ho iniziato a parlare al mio Signore, io che non sono che polvere e cenere.»

Polvere e cenere che mercanteggiano con il padrone dell’universo il destino di una città, come chi discute un prezzo al banco del mercato.

«Venti» osa.

«Accetto.»

«Dieci» sussurra, ormai quasi senza voce.

E Dio accetta:

«Per riguardo a quei dieci, non la distruggerò.»

Da cinquanta a dieci, gradino per gradino. In ogni gradino l’Eterno si è lasciato muovere dall’insistenza di un uomo fatto di fango. Leggilo piano perché rompe tutti gli schemi: o Dio fingeva e aveva già la cifra decisa dall’inizio, o davvero un essere umano ha appena inclinato con le sue parole l’ago della bilancia della misericordia divina.

Il caso più pulito di tutti, tuttavia, merita che tu ci si soffermi davvero. Per comprenderlo bisogna sapere contro chi parlava quel profeta. Ninive era la capitale dell’Assiria, l’impero più temuto e crudele del suo tempo. I re assiri lasciarono incise sulla pietra le loro stesse atrocità, quasi con orgoglio: città incendiate, prigionieri scorticati vivi, pile di teste mozzate ammassate alle porte dei popoli sconfitti. Era una potenza che usava il terrore come metodo di governo, in una città così grande che il testo biblico stesso dice che per attraversarla ci volevano tre giorni di cammino. Secoli più tardi, quella stessa Ninive sarebbe caduta in modo così completo che per molto tempo si arrivò a dubitare che fosse mai esistita, finché gli scavi non la dissotterrarono dalla sabbia di fronte all’attuale città di Mosul. Questa è la città.

Ora immagina il profeta: uno straniero esausto, che odora ancora di mare e di ventre di pesce dopo una traversata che quasi gli è costata la vita, che percorre i viali della capitale dell’orrore gridando una sola frase, senza condizioni:

«Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!»

Non disse “se non cambiate”, disse “sarete distrutti”, punto, senza porte d’uscita.

Avviene ciò che nessuno sano di mente avrebbe scommesso. La città intera si ferma. La notizia sale fino al palazzo e il re di quel temibile impero si alza dal trono, si toglie il manto reale, si copre di tela ruvida e si siede sulla cenere, proprio come il più miserabile dei suoi sudditi. Promulga un decreto che rasenta l’assurdo, tanto è disperato: che nessuno, né uomo né bestia, tocchi cibo; che persino gli animali si coprano di lutto; che tutti gridino a Dio con tutte le loro forze. E perché? La ragione che dà il re stesso nel libro di Giona, capitolo 3, dice tutto:

«Chi sa che Dio non cambi idea, si astenga dal suo ardente sdegno e noi non periamo?»

Chi sa. Un’intera città che scommette tutto sul fatto che il Dio che l’ha appena condannata possa ancora cambiare parere. Il versetto 10 chiude la scena rompendo di nuovo lo stampo:

«Dio vide ciò che facevano, come si convertivano dalla loro condotta malvagia, e Dio si pentì del male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.»

La sentenza diceva: “Sarete distrutti”. Il risultato fu: non lo fece. Tra le due frasi, qualcosa ha fatto marcia indietro.

C’è un dettaglio che quasi nessuno racconta di questa storia e che la rende ancora più rivelatrice. Il profeta, invece di rallegrarsi per la città salvata, si infuriò. Si sedette fuori dalle mura, ferito e di malumore, e rimproverò Dio quasi urlando:

«Lo sapevo! Sapevo che sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, e che ti penti del male minacciato.»

Preferiva che la città bruciasse piuttosto che passare lui per un profeta che aveva annunciato qualcosa che non si era adempiuto. Dio gli risponde con una domanda su una pianta che gli aveva fatto ombra e che si era seccata in una sola notte:

«Tu ti小区doli per una pianta per la quale non hai faticato e che non hai fatto crescere, e io non dovrei impietosirmi per Ninive, la grande città, nella quale sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro mano destra dalla loro mano sinistra?»

Persino la rabbia del profeta finisce per illuminare la stessa cosa: a questo Dio qualcosa importa così tanto da muoversi per esso.

Qui arriva la prima svolta, quella che disinnesca metà della confusione in un colpo solo. Quando leggi “si pentì”, la tua mente completa da sola il resto: pentirsi significa ammettere di aver sbagliato, che si è presa una cattiva decisione e la si rimpiange. Ma quella parola, nacham, nella sua radice significa qualcosa di quasi corporale, fisico: sospirare profondamente, respirare con forza, prendere aria di colpo come quando una notizia ti colpisce allo stomaco e il corpo reagisce prima della mente. Immaginati quel sospiro, il suono di qualcuno a cui qualcosa importa così tanto che gli si muove il corpo intero.

Da quella radice, quella del respiro che si spezza, germogliano a ventaglio tre idee che in italiano sembrano non avere nulla a che fare tra loro: rammaricarsi, cambiare rotta e anche — e questo è il dato straordinario — consolare. La stessa parola che in questi versetti viene tradotta come “Dio si pentì”, in altri cinquantasette luoghi della Bibbia viene tradotta come “Dio consola”. È la stessa radice che esplode quando Isaia scrive la frase più tenera del suo libro: “Consolate, consolate il mio popolo”.

Quindi, quando la Genesi dice che Dio si pentì di aver creato l’uomo, non sta dicendo “Ho commesso un errore di calcolo”, sta dicendo qualcosa di molto più profondo: “Questo mi spezza l’anima, e sto per muovermi spinto da questo dolore”. Non è il pentimento di chi ha sbagliato, è la pena di chi ama e vede come ciò che ama si distrugge da solo. Questo cambia già molto.

Resta in piedi il versetto più difficile di tutta la storia, quello promesso all’inizio. Si trova nel primo libro di Samuele. Il re Saul ha ricevuto un ordine tassativo e ha obbedito solo a metà: doveva distruggere completamente un popolo nemico e invece risparmia la vita al re sconfitto e trattiene il meglio del bestiame, il minimo per fare bella figura davanti alla sua gente. Quella stessa notte Dio parla al profeta Samuele, e ciò che gli dice lascia il vecchio profeta a gridare e piangere fino al mattino. In quel medesimo capitolo, parlando dello stesso re, la Bibbia afferma tre cose che non si accordano tra loro. Dio parla al versetto 11 e dichiara:

«Mi pento di aver stabilito Saul re.»

La parola è nacham. Pochi righi più sotto, il narratore lo ripete:

«Il Signore si pentì di aver fatto Saul re di Israele.»

Ancora nacham. E proprio in mezzo alle due, al versetto 29, c’è la frase che nega tutto:

«La gloria di Israele non mentisce e non si pente, perché Egli non è un uomo per pentirsi.»

La stessa parola, lo stesso capitolo, affermata, negata e di nuovo affermata nello spazio di pochi versetti. Non è un libro che ne contraddice un altro, il che sarebbe facile da risolvere: è una sola pagina che contraddice se stessa, e lo fa intenzionalmente.

C’è un dettaglio sepolto lì che quasi nessuno nota. “La gloria di Israele” in ebraico è Netzah Israel, e Netzah non significa solo gloria, significa ciò che è permanente, ciò che non finisce, l’eternità stessa. In questo modo, il versetto che nega che Dio si penta lo nega facendo appello proprio alla sua eternità, mentre i versetti che dicono che sì, si è pentito, lo raccontano descrivendo il suo dolore di fronte al tradimento di Saul. È quasi come se l’autore ti lasciasse una nota a margine: fai attenzione, qui sto parlando di due cose diverse contemporaneamente.

Manca ancora l’altro verbo, quello che nasconde lo stesso problema travestito da virtù: aspettare. Quando qualcuno si chiede perché Dio non abbia ancora posto fine alla malvagità del mondo, la seconda lettera di Pietro, al capitolo 3, versetto 9, risponde che non si tratta di lentezza, ma di pazienza, che attende affinché nessuno vada perduto. La parola greca makrothumia significa letteralmente avere l’animo lungo, trattenersi molto, molto tempo prima di agire.

Gesù stesso lo disegna in una scena minuscola e feroce: un proprietario arriva alla sua vigna, si pianta davanti a un fico che da tre anni non dà un solo frutto e dà l’ordine che chiunque darebbe:

«Taglialo! Perché deve sfruttare inutilmente il terreno?»

Ma il vignaiolo gli人物 prega una sola cosa, ed è pura pazienza fatta parole:

«Signore, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta del concime. Se farà frutti in avvenire, bene; se no, lo taglierai.»

Un anno in più, un termine regalato a qualcosa che aveva già la scure appoggiata alla radice. Questa attesa non è solo di Dio, è anche dei suoi. Nell’ultimo libro della Bibbia, le anime di coloro che morirono per la loro fede gridano a gran voce una sola domanda, la stessa che forse tu hai sussurrato qualche volta nell’oscurità:

«Fino a quando, Sovrano santo e veritiero?»

Fino a quando. Come se il cielo intero sapesse dentro di sé cosa significa attendere. Ma un anno, un termine, un “fino a quando” è tempo che scorre, e la domanda di nuovo non si lascia schivare: se Dio ha già visto l’intero film, cosa aspetta? Se sa già chi finirà per volgersi a Lui, perché si trattiene invece di agire una volta per tutte?

Come si esce da questo? La risposta che ha dominato quasi tutta la storia del cristianesimo ha un nome tecnico: antropopatismo. L’idea in fondo è semplice. Tu accetti già, senza pensarci due volte, che quando la Bibbia dice che Dio ha mani, che la sua destra sostiene, che il suo volto risplende o che ti copre sotto l’ombra delle sue ali, non sta descrivendo un corpo gigante con dita, palpebre e piume; è un modo di parlare affinché tu possa immaginare qualcosa di Lui. Allo stesso identico modo, dice questa posizione, quando il testo dice che Dio si pente o che aspetta, sta prestando emozioni umane a qualcosa che in Lui non funziona come in te. Sentimenti umani prestati affinché tu capisca di cosa si tratta.

Il riformatore Giovanni Calvino lo spiegò con un’immagine diventata celebre: Dio, nel parlarci, fa lo stesso che fa una madre con un neonato: bofonchia, usa un linguaggio infantile, abbassa il livello perché la creatura non capirebbe il vocabolario di un adulto. Per Calvino, quando la Bìbbia dice che Dio si è pentito, non descrive un cambiamento dentro Dio, ma Dio che si abbassa fino alla tua altezza affinché tu riesca a cogliere qualcosa che altrimenti ti rimarrebbe del tutto fuori portata.

Pensaci con qualcosa che dici tutti i giorni senza sentirti un bugiardo: il sole sorge al mattino e tramonta la sera. Lo dici, lo scrivi, lo cantano i poeti, e alla lettera è falso. Il sole non sale né scende, sei tu che giri montato sulla terra. Eppure non stai mentendo quando lo dici, stai descrivendo una verità reale dall’unico punto di vista che hai: quello di chi è fermo sul suolo a guardare il cielo. La teologia classica sostiene che la Bibbia fa esattamente questo quando ti parla di Dio: ti racconta verità reali su come Dio si relaziona con te, narrate dal tuo punto di vista, quello di chi vive immerso nel tempo e non conosce un’altra lingua. Quando dice che Dio si è pentito, sarebbe tanto vero e tanto figurato al tempo stesso quanto dire che è sorto il sole.

C’è un testo che per questa lettura funziona come la chiave che apre tutte le porte. Nel profeta Geremia, capitolo 18, Dio si paragona a un vasaio chinato sull’argilla e dice in sostanza questo: se annuncio che sto per distruggere una nazione e quella nazione si converte dalla sua malvagità, io mi pento del castigo. E al contrario, se prometto di benedire una nazione e quella nazione fa il male, mi pento del bene. Vedi cosa sta dicendo? Il pentimento di Dio non è un cambio di principi a caso, è l’applicazione perfettamente costante dello stesso principio che non cambia mai: punire chi si afferra al male, perdonare chi si converte.

Quando Ninive cadde in ginocchio, Dio non si mosse di un millimetro; ciò che si mosse fu Ninive. E poiché il suo carattere è immutabile, una città diversa ricevette per pura necessità un risultato diverso. La sentenza sembrava cancellarsi, ma al di sotto la regola eterna continuava a funzionare con precisione assoluta. Lo stesso vale per Ezechia che piangeva contro la parete: non è cambiata la volontà di Dios, è cambiato un uomo che è passato dalla malattia muta alla supplica, e lo stesso Dio che sempre si inchina verso chi grida ha risposto senza muoversi, secondo la sua stessa natura.

Per questo questa lettura sostiene che la Bibbia ti parla di Dio su due livelli contemporaneamente: in uno ti descrive ciò che Dio è in se stesso, eterno, immutabile, senza tempo; nell’altro ti racconta come quel medesimo Dio si relaziona con te dentro il tempo, e per farlo non ha altro strumento che l’unica lingua che comprendi, quella delle lacrime, dell’attesa e del pentimento. Così, quel capitolo impossibile di Samuele smette di essere una contraddizione: quando nega che Dio si penta, parla del Dio eterno; quando lo afferma, mostra il Dio che davvero soffre.

La traccia appare anche in un altro angolo, nel salmo 110, versetto 4, sul giuramento eterno del Messia: viene usato di nuovo quel nacham in senso negativo: “Il Signore ha giurato e non si pentirà”. Ogni volta che si tratta di ciò che Dio giura, non torna mai indietro; ogni volta che si tratta di come si relaziona con un popolo che cambia, si muove. È come la differenza tra la colonna di una casa e la porta che vi è appesa: la colonna non si muove mai, ed è proprio per questo che la porta può aprirsi e chiudersi mille volte senza che l’intera casa crolli. Ciò che è giurato resta, ciò che è vivo vive.

Questa lettura, inoltre, disinnesca un’obiezione affilata: se Dio sapeva in anticipo che Ninive si sarebbe pentita, allora quella minaccia così perentoria — “entro quaranta giorni sarà distrutta” — era sincera o era un bluff per spaventare la città? La risposta è che la maggior parte di quelle minacce non sono predizioni di ciò che accadrà qualunque cosa succeda, ma avvertimenti che portano dentro, senza dirlo ad alta voce, un “a meno che non cambino”. Lo stesso Geremia del vasaio lo ha messo interamente per iscritto. Quindi la sentenza contro Ninive era completamente reale, era ciò che davvero aspettava una Ninive che continuasse nella sua malvagità. Ciò che è cambiato non è la sincerità di Dio, ma la città a cui era diretta. Chi si pente, semplicemente, smette di essere il destinatario del castigo.

Al di sotto di tutto questo pulsa una domanda che riguarda puramente il tempo. Quando diciamo che Dio è eterno, possiamo intendere due cose che non si somigliano affatto. Una è che si trova completamente al di fuori del tempo, senza prima né dopo, vedendo l’intera storia in un solo sguardo; i filosofi lo chiamano essere atemporale. L’altra è che esiste lungo un tempo infinito, senza inizio né fine, ma sperimenta comunque un prima e un dopo che non iniziano e non finiscono mai; questo lo chiamano essere sempiterno. La differenza non è un gioco di parole: se Dio è atemporale, aspettare non può essere letterale; se è sempiterno, forse aspetta davvero, e questo non lo renderebbe meno Dio.

Un pensatore cristiano dei nostri giorni, William Lane Craig, ha proposto una via d’uscita intermedia: Dio era atemporale senza la creazione; prima dell’universo non c’era tempo ed Egli semplicemente era. Ma nell’istante stesso in cui creò il tempo, vi entrò, come se l’Eterno avesse deciso per amore di mettersi a camminare dentro il fiume che Egli stesso aveva fatto sgorgare, per poter camminare al fianco di creature che sanno vivere solo trascinate dalla corrente. Se questa immagine fosse vera, aspettare e pentirsi smetterebbero di essere uno scandalo: sarebbero semplicemente ciò che accade all’eternità il giorno in cui decide di entrare nel tempo e di camminarlo al passo di coloro che ama, sentendo ogni ora lunga quanto la sentono loro.

C’è un gruppo di teologi, minoritario ma serio, che guarda tutti questi versetti e dice qualcosa di scomodo: e se li stessimo leggendo al contrario? E se Dio si pentisse davvero, attendesse davvero, rispondesse davvero, e fossimo noi che, per paura che sembri debole, abbiamo tolto al testo ciò che dice con tutte le lettere? Questa corrente viene chiamata teismo aperto, ed è stata difesa da nomi come Clark Pinnock, John Sanders o Greg Boyd. Il loro argomento è difficile da liquidare: quando la Bibbia ti ripete circa quaranta volte, libro dopo libro, che Dio ha cambiato parere, forse quello che deve cambiare parere sei tu. Per loro il futuro non è del tutto chiuso, nemmeno per Dio: Egli conosce tutto ciò che si può conoscere, ma lascia uno spazio reale alle tue decisioni e risponde a esse per davvero.

Si appoggiano su frasi difficili da schivare. Quando Abramo alza il coltello sul proprio figlio e un angelo lo ferma in aria, la voce del cielo dice: “Ora so che tu temi Dio”, come se qualcosa fosse diventato vero in quell’istante e non prima. I teologi classici rispondono che Dios lo sapeva da sempre e lo stava solo portando alla luce; quelli del teismo aperto chiedono allora perché il testo dica “ora”. Non c’è modo di chiudere quella frase senza prendere posizione. La maggior parte dei teologi rifiuta questa postura perché sente che mette a rischio la sovranità di Dio e la sua perfetta conoscenza, ma lasciano sul tavolo un’obiezione che fa male: se porti l’idea classica fino all’estremo, se dici che Dio non prova assolutamente nulla e che ogni sua emozione è pura figura, finisci con un Dio di marmo, perfetto sì, immobile sì, ma una statua incapace di amare. Perché amare davvero significa, in qualche misura, lasciarsi colpire da ciò che si ama. Quel Dio di marmo non somiglia per nulla a colui che piange davanti a Gerusalemme, a colui che arde di gelosia, a colui che dice che il suo cuore si sconvolge dentro di lui.

Per questo oggi molti teologi classici non difendono più l’idea che Dio non provi nulla, ma qualcosa di più raffinato: che provi emozioni davvero, ma non viene travolto come lo sei tu da ciò che prova, non perde mai il controllo. Pensaci con la figura del chirurgo che opera qualcuno che ama: se non provasse nulla sarebbe un mostro, ma se scoppiasse a piangere sul tavolo operatorio lo ucciderebbe. Prova sentimenti veri e, proprio perché ama, non lascia che il sentimento gli faccia tremare il polso. Qualcosa di simile, dicono, accade con Dio: prova emozioni senza smettere di essere Dio.

C’è un argomento che per molti inclina l’ago della bilancia più di ogni ragionamento astratto: se vuoi sapere se il Dio della Bibbia somiglia di più a una statua perfetta o a un cuore capace di spezzarsi, guarda cosa ha fatto secondo i vangeli il giorno in cui si è inserito Egli stesso dentro il tempo, in carne e ossa. Davanti alla tomba di un amico morto, Gesù, che il Nuovo Testamento chiama l’immagine stessa del Dio invisibile, non recita una dottrina sulla risurrezione. C’è un versetto, il più corto di tutta la Bibbia, che lo riassume in due parole: Gesù pianse.

Pianse sapendo perfettamente che pochi minuti dopo avrebbe restituito la vita a quel compagno. Conosceva il finale felice, lo aveva davanti, eppure gli si spezzò la voce lungo la strada. In un’altra occasione, guardando la città di Gerusalemme da una collina, sapendo tutto ciò che la aspettava, scoppiò a piangere per essa, come chi piange per un figlio che corre verso il precipizio senza ascoltare. Un Dio di marmo non piange davanti a una tomba di cui conosce già l’esito. Piange solo qualcuno per cui il tuo dolore, anche se ha già visto come va a finire, continua a essere davvero un dolore.

Forse la ragione per cui tutto questo ci costa tanto da capire non è in Dio, ma in noi. Il libro dell’Ecclesiaste, capitolo 3, versetto 11, dice una cosa straordinaria: che Dio ha messo l’eternità nel cuore dell’essere umano. Porti dentro la fame dell’eterno, un sospetto sordo che ci sia qualcosa oltre l’orologio, e allo stesso tempo sei incapace di vivere fuori dal tempo anche solo per un secondo. Per questo un Dio senza prima né dopo ti sfugge tra le dita: hai la fame dell’eternità, ma solo gli strumenti dell’istante. Lo avverti come si avverte il mare prima di raggiungere la spiaggia, da un cambiamento nell’aria che non sai nominare. Quella nostalgia strana, quella sensazione di non starci mai del tutto dentro il tempo che ti è toccato, forse è l’impronta lasciata da Colui che ti ha fatto a misura dell’eternità e poi ti ha lasciato vivere dentro un orologio.

Da qui dipende la domanda più pratica di tutte, quella che forse stai rimuginando: allora la preghiera cambia Dio? Perché se ha già deciso tutto, a cosa serve chiedere? La risposta classica è sottile e, quando la comprendi, bellissima: la preghiera non cambia Dio, cambia te; inoltre Egli ha tenuto conto di essa fin dall’inizio. Non ha decretato solo la fine, ha decretato anche i mezzi, e molte volte il mezzo che ha scelto per darti qualcosa è stato precisamente che tu glielo chiedessi. La tua preghiera non gli strappa nulla a malincuore, è il canale che Egli stesso ha aperto in anticipo per farti arrivare ciò che già voleva darti.

Ricordati di Abramo che mercanteggiava per la città o di Mosè che discuteva ai piedi del monte mentre il castigo non cadeva: non è che avessero storto il braccio all’Onnipotente, è che Dio dall’eternità aveva tenuto conto di quella supplica come parte del cammino verso la misericordia. La tua preghiera non è un grido che arriva tardi a una decisione presa senza di te, è uno dei fili con cui quella decisione è stata tessuta fin dal principio. Coloro che leggono la Bibbia nell’altro modo ti diranno qualcosa di più diretto: che la tua preghiera pesa perché presenti davvero qualcosa a Dio ed Egli risponde per davvero.

Nota l’unica cosa che serve davvero sapere: le due letture che si scontrano quasi su tutto coincidono completamente qui: pregare non è mai inutile. Parlare al cielo non è mai gridare a uno schermo spento. E se quell’idea del Dio fuori dal tempo è vera, cambia completamente il modo in cui carichi la tua stessa vita. Significa che il tuo peggior ricordo, quella cosa che faresti di tutto per cancellare, non è rimasta perduta in un passato che Dio non riesce più a raggiungere: Egli è ancora lì, in quell’istante esatto, con te. Quella notte che credi di aver vissuto da solo, quel momento che non hai mai raccontato a nessuno, non è per Lui un archivio vecchio e polveroso chiuso anni fa: è un luogo dove Egli, adesso, è ancora in piedi al tuo fianco.

Significa che il domani che ti toglie il sonno, quel futuro che non controlli, non è per Dio un terreno sconosciuto al quale arriverà con te a tentoni: Egli è già nel tuo domani ad aspettarti, proprio come è nel tuo ieri e nel tuo adesso. Non ti insegue da dietro correndo senza fiato, ti aspetta in ogni punto del cammino perché si trova in tutti contemporaneamente. Non corre dietro di te per raggiungerti, è già arrivato. Quando finalmente metterai il piede nel giorno che più temi, scoprirai che Egli era lì da molto prima ad aspettarti, seduto, come chi arriva in anticipo a un appuntamento perché gli importa davvero chi sta per venire.

Abbiamo iniziato con un re che piangeva contro una parete e un Dio che gli ha spostato la data della morte. Dopo tutto il percorso, forse la contraddizione non è un difetto da correggere, ma il punto esatto in cui si toccano due cose che sembravano impossibili da unire: l’eternità e l’amore. Torna per l’ultima volta nella sala cinematografica. Tu sulla poltrona senza sapere come va a finire la scena, avvertendo ogni ritardo come un abbandono, e qualcuno che ha già visto l’intero film dall’inizio alla fine senza un solo sussulto. La differenza è che questo regista non è rimasto dietro la macchina da presa: è sceso, si è seduto nella poltrona accanto e ha deciso di soffrire con te per ogni scena che conosceva già a memoria.

Un Dio che ha visto la fine e che ciò nonostante si commuove lungo il percorso, che conosce a memoria ogni lacrima che piangerai e che, invece di guardarle da lontano come chi rilegge una lista già scritta, scende e le piange con te una per una, come se fossero le prime. Un Dio che sa tutto di te, persino la parola che non hai ancora detto, e che pur sapendolo decide di aspettarti. La domanda non è mai stata come un Dio eterno possa aspettare; la domanda era perché vorrebbe farlo, e la risposta più antica, quella che pulsa al di sotto di ognuno di questi versetti, sta tutta in una sola riga: perché tu gli importi più di quanto gli importi l’orologio.