C’è un’immagine che chiunque sia cresciuto in Brianza negli anni Ottanta fa ancora un’immensa fatica a togliersi dalla testa oggi. Non è affatto quella di una corsa automobilistica frenetica, e non è nemmeno quella di un paddock affollato o di un circuito rovente sotto il sole. Si tratta piuttosto dell’immagine di una mensola, una semplice e ruvida mensola di legno situata in una normalissima camera da letto dell’epoca. Questa superficie era costantemente coperta di macchinine di metallo, tutte meticolosamente e pazientemente allineate l’una accanto all’altra. C’erano Ferrari rosse fiammanti, Lamborghini gialle come il sole, Mercedes argentate ed eleganti, tutte perfettamente immobili e lucenti. Ognuna di esse possedeva portiere che si aprivano per davvero, offrendo uno scorcio affascinante su un mondo in miniatura.
Avevano cofani anteriori e posteriori che si sollevavano dolcemente su minuscole cerniere, rivelando al loro interno un motore incredibilmente dettagliato. I sedili presentavano una consistenza tattile che era nettamente diversa da quella della fredda carrozzeria esterna in metallo. I piccoli volanti all’interno dell’abitacolo non erano fissi, ma giravano fluidamente seguendo il movimento delle ruote anteriori. Non erano dei semplici giocattoli per bambini, o per meglio dire, erano giocattoli che fingevano magistralmente di essere qualcos’altro di molto più serio. Erano oggetti preziosi che contenevano in sé una promessa decisamente troppo grande per il loro modesto e compatto volume. E pesavano esattamente come solo il metallo pressofuso sa pesare, con quella densa e fredda solidità che la plastica non ha mai potuto imitare.
Su ciascuna di quelle piccole automobili, stampato sotto il telaio o inciso delicatamente sul cofano, troneggiava un nome inconfondibile. Si trattava di due lettere maiuscole raddoppiate che formavano la parola iconica e indimenticabile: Bburago. Questo nome derivava direttamente e fieramente da un luogo geografico molto specifico e reale della penisola italiana. Burago di Molgora era una tranquilla e laboriosa cittadina di appena quattromila anime dedicata interamente alla produzione. Questo piccolo borgo era pacificamente incastonato tra Vimercate e Agrate Brianza, situato nella laboriosa provincia di Monza. Rappresentava in tutto e per tutto il cuore pulsante della Lombardia più profonda, un luogo dove il lavoro era una religione.
Era un posto che non occupava quasi nessuno spazio di rilievo sulla vasta mappa geografica mondiale. Eppure, è stato un luogo magico che per quasi trent’anni ha costruito ininterrottamente sogni in scala ridotta. Questi sogni di metallo venivano poi amorevolmente impacchettati e spediti con orgoglio in ogni angolo del globo terrestre. Poi, in un freddo e triste mese di ottobre del duemila e cinque, quegli immensi magazzini si sono improvvisamente e silenziosamente svuotati. Il Tribunale di Monza ha firmato l’implacabile decreto di fallimento esattamente il diciassette ottobre del duemila e cinque. Questa data porta con sé il peso di un crollo epocale nei registri contabili dell’intero, un tempo florido, distretto industriale brianzolo.
Non è stato un evento traumatico solo perché si trattava della prima azienda a chiudere i battenti in quella zona. La Brianza, infatti, aveva già visto molte altre fabbriche arrendersi alle spietate logiche del mercato globale e chiudere per sempre. Il vero dramma risiedeva nel fatto che quella fabbrica in particolare era la Bburago, un simbolo assoluto di eccellenza. Quella era considerata da tutti la vera fabbrica dei sogni, esattamente come la chiamavano affettuosamente i giornali locali. Era lo stesso identico modo in cui il fondatore amava definirla quando si trovava di buon umore e guardava le sue linee di montaggio. E le fabbriche dei sogni, per loro stessa natura poetica, non dovrebbero mai fallire con un buco di cento milioni di euro nei bilanci.
Non dovrebbero crollare sotto il peso schiacciante di pesanti accuse per fatture false ammontanti a ben trenta milioni. Non dovrebbero essere distrutte da spregiudicate manipolazioni contabili per altri quaranta milioni di euro nascosti nelle pieghe dei registri. E certamente non dovrebbero vedere uno dei figli del fondatore finire in manette con la gravissima accusa di bancarotta fraudolenta. Eppure, contro ogni previsione e contro ogni logica romantica, tutto questo era tragicamente e inesorabilmente accaduto. In Via Galilei, proprio dove un tempo sorgevano i vasti capannoni produttivi, oggi c’è un’insegna che parla una lingua completamente diversa. Non è più il ruvido, diretto e sincero italiano misto al dialetto dei laboriosi operai della Brianza.
Non si sente più l’inflessione familiare delle tute blu che entravano disciplinate al primo turno quando la sirena chiamava. Quell’insegna moderna oggi parla cinese, esattamente come le macchinine che escono ancora dalle fabbriche con il marchio Bburago stampato sopra. Questi nuovi modelli sono ormai prodotti dall’altra parte del mondo, lontano dalle radici storiche che li avevano generati. Vengono poi venduti nelle stazioni di servizio delle autostrade italiane, posizionati distrattamente accanto a dolciumi e giornali. Forse questa capillare presenza negli autogrill è l’unica vera cosa che è rimasta inalterata in tutta questa lunga storia. Ma come siamo passati da un impero manifatturiero così glorioso a questa malinconica e fredda realtà contemporanea?
Come si fa a prendere un marchio storico che dominava incontrastato il mercato globale dei modelli pressofusi e portarlo alla rovina? Come si distrugge un’azienda che deteneva l’esclusiva e prestigiosa licenza della Ferrari e che vendeva nei negozi di tutto il mondo? Era diventata un’icona del Made in Italy tanto quanto un lussuoso paio di scarpe Gucci o un inconfondibile caffè Lavazza. La risposta a questa complessa domanda non è affatto semplice né immediata da decifrare. Non è mai facile quando si parla di aziende familiari italiane che costruiscono qualcosa di straordinario e poi lo distruggono dall’interno. Ma la complessa storia della Bburago è anche qualcosa di molto più profondo e radicato nella cultura del nostro paese.
È l’affascinante storia di un uomo intuitivo che ha compreso i bisogni del mercato molto prima di chiunque altro. È il racconto epico di una fabbrica che ha saputo trasformare un intero paese, plasmandone l’identità e il futuro. Parla di un prodotto fisico che ha toccato qualcosa di profondamente vero e primordiale nel cuore delle persone. Ma è anche la cronaca amara di una successione aziendale imperfetta, di conti truccati e di decisioni sbagliate. Narra di una competizione globale feroce che la Brianza, purtroppo, non era minimamente attrezzata per affrontare. Per comprendere a fondo questa parabola industriale, dobbiamo necessariamente fare un lungo salto all’indietro nel tempo.
Mario Besana nacque nel millenovecentoventicinque a Barzanò, un piccolo comune situato nel lecchese, nell’area della Brianza Alta. La Brianza del secondo dopoguerra è un territorio che ha già in sé il sapore inconfondibile di un’immensa officina. L’aria stessa di quei luoghi profuma costantemente di olio lubrificante, di segatura fresca, di vernice appena spruzzata e di metallo tagliato. Non si tratta di una semplice metafora letteraria, la realtà fisica e sensoriale di quel posto era esattamente questa. Ogni singolo cortile nascondeva gelosamente un capannone, e ogni capannone ospitava una pressa, un tornio o una piccola catena di montaggio. Le piccole imprese manifatturiere costituivano il vero e proprio tessuto connettivo di questa specifica e laboriosa parte della Lombardia.
Questo ecosistema industriale rappresentava il modo in cui le persone concepivano il lavoro, la vita quotidiana e il loro futuro. In quei luoghi si nasceva e si cresceva con la radicata consapevolezza che c’era sempre qualcosa di concreto da poter realizzare con le proprie mani. Si sapeva che quell’oggetto fisico poteva essere venduto e che, lavorando abbastanza duramente, si poteva costruire qualcosa di duraturo. Mario Besana iniziò a lavorare alla tenera età di dodici anni, e questa non fu affatto una scelta personale. Nel millenovecentotrentasette, in quella specifica area della Brianza, i figli delle famiglie comuni iniziavano a lavorare non appena ne avevano la forza. Egli cominciò la sua carriera come semplice garzone in una libreria nel centro di Milano.
Era un ragazzino che trasportava pesanti pacchi, sistemava ordinatamente gli scaffali e imparava a osservare i comportamenti dei clienti. Imparò presto a capire cosa desiderassero le persone quando varcavano la soglia di un negozio commerciale. Non fu un’esperienza particolarmente affascinante o prestigiosa, ma si rivelò essere un’educazione fondamentale per il suo futuro. Poi arrivò la tragedia della guerra, seguita dalla faticosa ricostruzione e, infine, dal miracolo economico italiano. Quella fu una stagione irripetibile in cui tutto sembrava incredibilmente possibile e a portata di mano. Le fabbriche spuntavano ovunque come funghi e le persone compravano frigoriferi, televisori e automobili per la prima volta nella loro vita.
Nel frattempo, Besana si formava professionalmente, prestando servizio come apprendista in una vera officina meccanica. Lì imparò a fondo come funzionavano i macchinari, come veniva lavorato il metallo e come si organizzava efficientemente la produzione. A soli ventiquattro anni divenne il capace direttore tecnico di produzione in una nota fabbrica di giocattoli milanese. Era molto giovane, ma si distingueva per la sua estrema precisione e sapeva esattamente cosa voleva dalla vita. E ciò che voleva con tutto se stesso era smettere di essere un lavoratore dipendente per mettersi in proprio. Il settore dei giocattoli a Milano, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, stava vivendo un periodo di espansione letteralmente esplosiva.
Il boom economico aveva finalmente messo del denaro reale nelle tasche delle famiglie italiane, e le famiglie italiane avevano molti figli. E i ragazzini, come è naturale che sia, desideravano possedere cose nuove e divertenti. Volevano disperatamente trenini elettrici, aeroplani colorati e, soprattutto, macchinine con cui poter sfrecciare sui pavimenti di casa. La Fiat Cinquecento era appena uscita sul mercato, nel millenovecentocinquantasette, cambiando irreversibilmente il paesaggio italiano. Questo cambiamento non riguardava solo le strade fisiche, ma aveva invaso prepotentemente anche l’immaginario collettivo della nazione. L’automobile era improvvisamente diventata un oggetto del desiderio, un potente simbolo di libertà e di assoluta modernità.
I bambini, come fanno da sempre, desideravano ardentemente imitare il mondo degli adulti, ma in una scala ridotta. Besana vide questa dinamica in modo cristallino e, nel millenovecentosessantasei, decise di agire insieme ai suoi fratelli Ugo e Martino. Insieme fondarono la Mebetoys, un acronimo che stava per Meccanica Besana Toys. Il quartier generale di questa nuova ed entusiasmante avventura imprenditoriale fu stabilito nella città di Milano. Il loro prodotto di punta era un modello in metallo pressofuso in scala uno a quarantatré. Era un oggetto piccolo, estremamente robusto, ben rifinito e dotato di un’anima commerciale straordinaria.
Questi modellini possedevano qualcosa che le altre aziende del settore non avevano ancora compreso fino in fondo: i dettagli realistici. Avevano portiere che si aprivano, fari in vetro riflettente e pneumatici che sembravano veri. Non erano dei rozzi giocattoli da buttare, ma delle riproduzioni miniaturizzate che possedevano una loro profonda dignità. Il primissimo modello prodotto fu una Fiat Ottocentocinquanta, una vettura piccola, intrinsecamente italiana e molto popolare. Era semplicemente l’oggetto perfetto da lanciare sul mercato in quel preciso e storico momento di boom economico. Poi seguirono rapidamente tutti gli altri, arrivando a produrre ben quaranta modelli diversi in soli quattro anni di febbrile attività.
Costruirono un catalogo che cresceva di pari passo con il ritmo serrato delle innovazioni automobilistiche dell’epoca. La Mebetoys non aveva ancora la sua sede a Burago, ma il DNA aziendale era già inequivocabilmente presente e riconoscibile. La precisione maniacale, l’attenzione assoluta al peso e alle proporzioni perfette erano i loro marchi di fabbrica. Avevano la ferma convinzione che un modello dovesse sembrare reale al primo sguardo. Doveva avere quella specifica qualità tattile che ti faceva venire un’irresistibile voglia di aprire il cofano ancora una volta. Nel millenovecentosessantanove accadde qualcosa che solitamente viene descritto nelle biografie di successo come la prima vera consacrazione.
Mattel, il gigantesco e potentissimo colosso americano dei giocattoli, notò con grande interesse quello che Besana stava facendo. Lo notò, ne comprese l’enorme potenziale e decise che lo voleva assolutamente acquistare. La Mebetoys venne così acquisita in un’operazione finanziaria che segnò un punto di svolta. È un gesto aziendale che può essere letto e interpretato in molti modi differenti dagli analisti. C’è chi vede la vendita alla Mattel come la prova inconfutabile dell’immenso valore di ciò che Besana aveva saputo costruire. Se un gigante americano decide di comprare la tua azienda, significa senza dubbio che essa vale molto.
C’è chi, d’altra parte, vede in questa vendita il primo segno di un carattere indomabile. Besana era un uomo palesemente incapace di adattarsi e vivere all’interno delle rigide strutture aziendali altrui. Così decise di salutare tutti e, nel giro di pochissimi anni, scelse di ricominciare tutto da capo. Non tornò nella metropoli di Milano, ma decise di trasferire le sue ambizioni a Burago di Molgora. Il comune era piccolissimo, risultava quasi invisibile sulle carte geografiche nazionali. Ma ciò di cui lui aveva disperatamente bisogno erano terreni edificabili, grandi capannoni e la vicinanza strategica alle reti produttive della Brianza.
Nel millenovecentosettantaquattro nacque così la Martoys, che era ancora un nome provvisorio per una fase di puro test. Poi, nel millenovecentosettantacinque, arrivò il momento del grande e definitivo cambiamento d’identità. L’azienda prese coraggiosamente il nome del luogo esatto in cui aveva deciso di stabilirsi e vivere. Divenne Bburago, scritto con due B iniziali, quasi a voler raddoppiare e rafforzare la propria identità visiva e fonetica.
“Siamo qui, siamo radicati, siamo di questo posto e questo posto è nostro.”
La scelta di questo particolare nome rappresentò un gesto quasi inconsciamente poetico e profondamente radicato nel territorio. Era un’epoca in cui le aziende italiane cercavano disperatamente nomi che suonassero internazionali, preferibilmente inglesi o americani. Volevano nomi che facessero sembrare le loro merci esotiche, come se provenissero da molto lontano. Besana, andando controcorrente, fece l’esatto contrario, utilizzando fiero il nome della sua modesta città natale. Era un paese che pochissime persone conoscevano e che non aveva assolutamente nulla di affascinante o mondano. Era semplicemente e onestamente un luogo dove la gente si spaccava la schiena lavorando duramente ogni giorno.
Era come se volesse dire al mondo che la vera qualità non ha alcun bisogno di fingere di provenire da altrove. La qualità, quella vera e tangibile, proveniva semplicemente e orgogliosamente da lì, dalla sua terra. I primissimi modelli della nuova azienda uscirono sul mercato in scala uno a ventiquattro. Erano notevolmente più grandi rispetto a quelli della vecchia Mebetoys, risultando più imponenti e fisicamente molto più presenti. Ma la vera, grande innovazione tecnologica e commerciale, quella che avrebbe cambiato per sempre le regole del gioco, arrivò poco dopo. L’introduzione sul mercato della scala uno a diciotto rappresentò uno spartiacque assoluto nel mondo del modellismo.
Un modello in scala uno a diciotto non è semplicemente un giocattolo più grande, è qualcosa di ontologicamente diverso. Occupa uno spazio importante e autoritario sulla mensola, richiedendo attenzione e ammirazione. Ha un peso specifico che puoi sentire chiaramente e piacevolmente nella tua mano quando lo afferri. Offre una consistenza e un realismo che la più piccola scala uno a quarantatré non potrà mai riuscire a restituire. Le portiere si aprono con un clic metallico e preciso che suona come pura musica per le orecchie di un appassionato. Il cofano si solleva maestosamente per rivelare un vano motore che appare quasi reale.
Questo minuscolo motore è completo di cablaggi colorati, serbatoi dettagliati e minuziosi particolari cromati. I sedili presentano una finitura superficiale che simula alla perfezione la grana della vera pelle o l’intreccio del tessuto. Il volante è collegato a un microscopico ma efficiente meccanismo a cremagliera che fa girare effettivamente le ruote anteriori. Non stiamo più parlando di un giocattolo, ma di un vero modello, di una riproduzione fedele e maniacale. È un oggetto che conserva intatta la sua profonda dignità anche quando stai semplicemente fermo a guardarlo in vetrina. Il primo storico modello in scala uno a diciotto che la Bburago decise di lanciare fu una maestosa Rolls-Royce Camargue.
Non è affatto una coincidenza che abbiano scelto proprio la Rolls-Royce come modello di debutto in quella scala. Quell’auto rappresentava il simbolo assoluto dell’irraggiungibile, la vettura che quasi nessuno potrà mai permettersi di acquistare nella vita reale. Era l’auto che, nei film dell’epoca, rappresentava il potere assoluto e il lusso più sfrenato. Riproducendola fedelmente in grande scala, Bburago offrì a chiunque l’incredibile possibilità di mettere una vera Rolls-Royce sulla propria mensola. Fu un geniale gioco di democratizzazione del desiderio automobilistico, e funzionò in modo assolutamente spettacolare. Funzionò così bene perché Besana aveva compreso una verità fondamentale del mercato.
Aveva capito qualcosa che molti dei suoi concorrenti e produttori di giocattoli dell’epoca non avevano ancora lontanamente afferrato. Il mercato dei modelli in scala non è destinato esclusivamente ai bambini. O per meglio dire, i bambini prima o poi crescono, ma non smettono mai di desiderare di possedere le auto che non possono permettersi. L’adulto che tiene una Ferrari in scala uno a diciotto sulla sua scrivania non sta affatto regredendo all’infanzia. Sta piuttosto esercitando un tipo di desiderio legittimo, collezionabile e socialmente presentabile. Bburago comprese questa sottile dinamica psicologica molto prima di chiunque altro e vi costruì attorno un intero, vasto catalogo.
La fabbrica di Burago di Molgora iniziò a crescere a ritmi vertiginosi e inarrestabili. I capannoni si espansero a vista d’occhio e il numero degli operai assunti aumentò in modo esponenziale. La potente sirena del primo turno mattutino segnava inesorabilmente il ritmo di un’intera comunità. Questa comunità si era ormai organizzata e strutturata quasi interamente attorno a quella specifica produzione industriale. Le famiglie del paese sapevano perfettamente e con orgoglio cosa succedesse là dentro ogni giorno. I bambini delle scuole elementari, passando davanti agli alti cancelli, avevano un’idea vaga ma molto concreta di cosa significasse lavorare.
Sapevano che lavorare significava entrare lì dentro, indossare la propria tuta blu e stare in piedi tutto il giorno. Significava stare davanti a una rumorosa catena di montaggio e sfornare piccole auto di metallo che avrebbero viaggiato per mezzo mondo. Non era una fabbrica immensa e alienante, e non era certo un romantico mercato dei fiori. Ma era una fabbrica vera, tangibile, con tutto ciò che questo comporta nella vita quotidiana. C’erano i turni massacranti, le rigide gerarchie, le inevitabili tensioni sindacali, ma anche le immense soddisfazioni. E soprattutto c’era qualcosa che non tutte le fabbriche moderne possiedono o riescono a trasmettere ai propri dipendenti.
C’era il senso profondo che ciò che veniva prodotto lì dentro valesse davvero qualcosa di importante. C’era la certezza che qualcuno, in qualche parte del mondo, lo stesse aspettando con ansia. Si sapeva che qualcuno avrebbe custodito quell’oggetto con cura e amore per molti anni a venire. Negli anni Ottanta l’Italia intera cambiò rapidamente pelle, abbracciando una nuova e rampante modernità. Lo fece in un modo estremamente rumoroso, appariscente e a tratti persino un po’ volgare. Fu un decennio caratterizzato da colori forti, spalline imbottite e una televisione commerciale che invadeva prepotentemente le case degli italiani.
Questa nuova ondata culturale rimodellò profondamente i desideri, le ambizioni e i consumi delle persone. È il decennio del benessere ostentato a tutti i costi, di un ottimismo consumistico quasi sfrenato. Era l’epoca in cui si provava il forte desiderio di possedere cose belle senza doversi minimamente giustificare per questo. L’automobile divenne rapidamente e inequivocabilmente il simbolo per eccellenza di questo nuovo stato d’animo nazionale. Non era più sufficiente possedere una semplice macchina per spostarsi, bisognava possedere l’auto giusta. Bisognava conoscere a menadito i vari modelli, distinguere le prestazioni e ammirare le linee aerodinamiche.
Bisognava sapere esattamente cosa distinguesse una Testarossa da una 308, o una Countach da una Diablo. La cultura dell’automobile si diffuse in modo capillare e pervasivo ovunque nel paese. Entrò nei discorsi da bar, nelle discussioni a scuola e, inevitabilmente, nelle camerette dei bambini. E proprio lì, in quelle stanze, la Bburago arrivò con una prepotenza e un successo senza precedenti. Il momento esatto in cui il marchio di Burago di Molgora smise di essere solo una buona azienda è difficile da individuare. Divenne un vero e proprio fenomeno culturale di massa, ma datare questo passaggio con precisione è quasi impossibile.
Non c’è un giorno esatto segnato sul calendario, non c’è un singolo lancio di prodotto che abbia cambiato improvvisamente tutto. Si trattò piuttosto di un lento ma inesorabile accumulo di successi e di scelte azzeccate. Fu il risultato di un catalogo in costante crescita e di una rete di distribuzione che si espandeva a macchia d’olio. La reputazione dell’azienda si consolidò gradualmente, passo dopo passo, quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Fino a quando, un bel giorno, ci si rese conto che quelle macchinine erano ormai presenti letteralmente ovunque. Ma se dobbiamo obbligatoriamente indicare un singolo prodotto che accelerò enormemente questa trasformazione, quel prodotto è la Ferrari.
In quegli anni magici, il marchio di Maranello rappresentava qualcosa di molto più grande di una semplice casa automobilistica. Era diventato un mito assoluto, un’icona intoccabile e venerata in tutto il mondo. Era la sintesi perfetta di tutto ciò che l’Italia è in grado di fare quando decide di fare le cose per bene. Rappresentava la velocità pura, la bellezza estetica inarrivabile e la precisione meccanica assoluta. Incarnava l’elegante e sfacciata arroganza del design italiano, invidiato da tutti. I nomi dei grandi piloti che correvano e vincevano con la rossa di Maranello entravano di prepotenza nel lessico comune.
Niki Lauda, Gilles Villeneuve, e successivamente l’inarrivabile Michael Schumacher, divennero eroi popolari. Erano nomi che i bambini conoscevano a memoria ancor prima di comprendere le regole della Formula Uno. Ottenere la licenza ufficiale per riprodurre fedelmente le Ferrari in scala uno a diciotto non fu un semplice accordo commerciale. Per la Bburago rappresentò una vera e propria investitura reale, la consacrazione definitiva nell’Olimpo del modellismo. L’azienda ottenne quella prestigiosissima licenza e decise di sfruttarla nel modo più intelligente e rispettoso possibile. Le Ferrari presenti nel vasto catalogo Bburago non erano mai delle approssimazioni o dei giocattoli dozzinali.
Erano riproduzioni estremamente serie, caratterizzate dalle giuste proporzioni aerodinamiche approvate direttamente dai vertici di Maranello. I colori utilizzati erano quelli ufficiali, e i dettagli erano quelli che i collezionisti sapevano riconoscere ed esigere. Una Ferrari Testarossa rossa in scala uno a diciotto prodotta dalla Bburago pesava esattamente come avrebbe dovuto pesare un modello di qualità. Il rosso della carrozzeria era il rosso giusto, non troppo tendente all’arancione e nemmeno troppo scuro o spento. Era quel rosso Ferrari inconfondibile che chiunque avesse mai visto il Cavallino Rampante dal vivo riconosceva istantaneamente. I cerchioni erano magnificamente cromati, e i dischi dei freni potevano essere intravisti attraverso i sottili raggi.
Il cofano posteriore si apriva fluidamente per rivelare la magnifica e complessa riproduzione del finto motore boxer a dodici cilindri. Quel piccolo ma perfetto modello, posizionato sulla mensola di un bambino di otto anni, era un vero e proprio tesoro. Che si trovasse in un appartamento a Milano, Torino o Napoli, era la cosa più bella che quella stanza contenesse. Non era certo un giocattolo da portare al parco per farlo ruzzolare nella terra o lanciarlo contro i muri. Era troppo prezioso, troppo perfetto; veniva tenuto in esposizione permanente e mostrato agli amici con una certa solennità. Veniva spolverato con cura maniacale, guardato con immensa ammirazione e, soprattutto, veniva comprato in quantità industriali.
Si comprava tantissimo, generando un flusso di cassa e un successo commerciale che l’azienda non aveva mai visto prima. Il canale di distribuzione che la Bburago riuscì a costruire in quegli anni fu uno dei fattori chiave della sua ascesa. Fu senza dubbio uno degli elementi decisivi per la sua crescita vertiginosa, ma paradossalmente è anche uno dei meno discussi. Accanto ai tradizionali negozi di giocattoli e alle librerie specializzate in modellismo, l’azienda di Besana fece una mossa geniale. Stipulò degli accordi commerciali strategici con Autogrill, la nota catena di ristorazione autostradale italiana. In quel periodo, Autogrill era già capillarmente presente su quasi tutte le principali arterie stradali del paese.
È una scelta commerciale che, a un occhio superficiale, potrebbe sembrare del tutto banale, ma in realtà non lo è affatto. Le stazioni di servizio sono luoghi di passaggio obbligato, crocevia dove milioni di italiani si fermano durante i lunghi viaggi estivi. Sono i posti dove i bambini, stanchi del viaggio, vengono portati al bancone con la promessa di ricevere un piccolo regalo. Posizionare le macchinine Bburago in espositori luminosi proprio lì, accanto a dolciumi, patatine e riviste, fu un colpo da maestro. Significava raggiungere un pubblico vastissimo esattamente in un momento di forte risonanza emotiva e di propensione all’acquisto. Era il momento del viaggio, della vacanza imminente, del regalo estemporaneo al figlio che si era comportato bene in macchina.
È un marketing istintivo, quasi primitivo nella sua disarmante semplicità, ma che funzionò incredibilmente meglio di qualsiasi costosissima campagna pubblicitaria televisiva. Il modello Bburago diventò così, a tutti gli effetti, un oggetto profondamente democratico nel senso più pieno e nobile del termine. Era sufficientemente preciso e bello da soddisfare l’occhio clinico del collezionista adulto e molto esigente. Al tempo stesso, era abbastanza economico da poter essere acquistato distrattamente in autostrada senza doverci pensare due volte. Quella doppia natura, oggetto di altissima qualità e prodotto di massa contemporaneamente, è il Sacro Graal dell’industria manifatturiera. È forse il risultato commerciale e produttivo più difficile in assoluto da raggiungere in qualsiasi settore industriale.
La Bburago conobbe un decennio di successi ininterrotti e folgoranti grazie a questa perfetta e irripetibile alchimia commerciale. Ebbe successo perché la produzione era mantenuta interamente in Italia, garantendo standard elevati. I costi operativi erano ancora sotto controllo e la qualità del diecast brianzolo era semplicemente senza rivali nella sua fascia di prezzo. All’interno degli immensi magazzini di Burago di Molgora, il processo produttivo possedeva una fisicità impressionante che bisogna sforzarsi di immaginare. La pressofusione, conosciuta nel gergo industriale internazionale come die-casting, è una tecnica complessa e affascinante. Consiste nell’iniettare ad altissima pressione del metallo liquido, specificamente una robusta lega di zinco e alluminio chiamata Zamac, all’interno di stampi d’acciaio.
Gli stampi rappresentavano la parte di gran lunga più costosa, preziosa e tecnologicamente avanzata dell’intera catena produttiva dell’azienda. Erano dei veri e propri oggetti di altissima precisione ingegneristica, incisi e rifiniti al millesimo di millimetro da operai specializzati. Erano capaci di riprodurre la complessa curvatura di un parafango o il profilo aerodinamico di un alettone posteriore con una fedeltà quasi fotografica. Ogni singolo modello in scala richiedeva stampi diversi e specifici, e ogni variante di colore esigeva un processo di verniciatura rigorosamente separato. L’assemblaggio finale delle portiere, dei cofani, delle ruote, degli interni e dei minuscoli vetri era un processo meticoloso. Era in parte eseguito manualmente da dita esperte e in parte affidato alla precisione costante dei macchinari automatizzati.
Si trattava di un processo industriale rigoroso che non tollerava in alcun modo la sciatteria o la disattenzione. Un modello che usciva dallo stampo con una bavatura metallica, con una verniciatura irregolare o con una portiera che non si chiudeva perfettamente, veniva scartato. Quel modello difettoso non superava mai il severo controllo qualità, o almeno, questa era la ferrea regola che avrebbe dovuto essere sempre rispettata. Negli anni d’oro della Bburago, il controllo qualità era inflessibile e stringente; rappresentava il cuore stesso della reputazione inattaccabile dell’azienda. Era la promessa implicita e silenziosa che ogni singola scatola di cartone e cellophane conteneva quando veniva esposta sugli scaffali. Aprivi la scatola e trovavi al suo interno esattamente quello che ti aspettavi di trovare: la perfezione.
Non c’era nulla di più di quanto promesso, ma assolutamente nulla di meno. Le decine di tute blu che lavoravano instancabilmente in quei capannoni sapevano perfettamente cosa stavano facendo e ne comprendevano l’importanza. Non producevano anonimi bulloni di metallo o oscuri componenti destinati a perdersi all’interno di altri macchinari senza volto. Essi producevano oggetti finiti, bellissimi e desiderabili, oggetti che qualcuno, da qualche parte, avrebbe tenuto in mano con immenso piacere. Sapevano che le loro creazioni sarebbero state posizionate su una mensola con estrema cura e ammirate per anni. Esiste una soddisfazione molto specifica e profonda nel produrre fisicamente qualcosa di oggettivamente bello e apprezzato.
Non è semplice retorica sindacale o romanticismo industriale, è una condizione psicologica reale e ampiamente documentata che impatta positivamente sulla qualità del lavoro. E gli operai della Bburago degli anni Ottanta possedevano quella fiera soddisfazione in abbondanza. Questo orgoglio professionale si vedeva chiaramente riflesso nella qualità eccelsa dei prodotti finiti che uscivano dai cancelli di Via Galilei. Il catalogo aziendale cresceva seguendo una logica commerciale astuta che rifletteva perfettamente il gusto estetico dei tempi. Accanto alle immancabili Ferrari, che rimanevano indiscutibilmente il cuore pulsante e passionale dell’intera collezione, arrivarono le imponenti supercar tedesche e britanniche. Apparvero modelli leggendari come la Porsche Novecentoundici, la possente Mercedes Quattrocentocinquanta SLC e l’elegante Jaguar XK.
Arrivarono anche le prestigiose auto d’epoca, che avevano un loro pubblico specifico e molto affezionato. Erano destinate agli adulti che ricordavano con struggente nostalgia i leggendari modelli degli anni Cinquanta e Sessanta. Erano persone che desideravano tenere una magnifica Bugatti Type Cinquantanove o una sinuosa Lancia Aurelia B Venti in bella mostra sui loro mobili del salotto. Le tenevano lì, esposte con orgoglio, esattamente come si conserverebbe una vecchia e preziosa fotografia di famiglia. E poi ci furono le monoposto di Formula Uno in scala uno a quattordici, dedicate alla prestigiosa serie dei Gran Premi. Erano oggetti nettamente più fragili e delicati, molto più difficili da produrre rispetto alle auto stradali.
Tuttavia, erano modelli estremamente affascinanti, capaci di toccare le corde giuste degli appassionati di motorsport in un modo diretto, passionale e immediato. In quegli stessi anni di grande fermento, la Bburago introdusse un’innovazione che si rivelò essere un vero e proprio colpo di genio commerciale: il kit di montaggio. Non si trattava di un kit nel senso tradizionale ed esasperante del modellismo statico professionale. Non c’erano centinaia di microscopici e fragili pezzi da incollare insieme con colla tossica e un’attenzione ossessiva e frustrante per i dettagli. Era un kit intelligentemente semplificato, con le parti della carrozzeria già perfettamente verniciate e rifinite in fabbrica. Era tutto pronto per essere assemblato facilmente senza colla, senza vernice aggiuntiva e senza la necessità di strumenti speciali o complessi.
L’idea di base era geniale: regalare a bambini e adulti l’immensa soddisfazione dell’assemblaggio manuale, ma eliminando totalmente la frustrazione della complessità eccessiva. Compravi la grande scatola, seguivi attentamente le istruzioni illustrate, e assemblavi il tuo modello in un tranquillo e sereno pomeriggio casalingo. E alla fine del processo, avevi felicemente tra le mani qualcosa che avevi fisicamente costruito e completato con le tue stesse mani. Il senso di appartenenza e di possesso si raddoppiava istantaneamente nella mente di chi lo aveva montato. Il legame emotivo con quel pezzo di metallo diventava molto più forte, e la soddisfazione provata era genuina, non artificiale. Il kit di montaggio Bburago divenne rapidamente uno dei prodotti in assoluto più venduti dell’intero, vasto catalogo aziendale.
Divenne anche qualcosa che nessun registro contabile o bilancio aziendale potrà mai misurare con precisione: un ricordo indelebile. Tutti ricordano quei lunghi e sereni pomeriggi trascorsi a tirare fuori con cura i pezzi dalla scatola di polistirolo. Ricordano l’impegno nel seguire le istruzioni con la punta della lingua stretta tra i denti per la concentrazione. Ricordano il rumore secco e soddisfacente dell’ultima ruota che faceva clic incastrandosi perfettamente al suo posto sul perno di metallo. E ricordano il momento in cui sollevavano il modello completato contro la luce della finestra per controllarlo fieri. Quei pomeriggi sono rimasti incisi nella memoria collettiva in modo molto più tenace di qualsiasi milionaria campagna pubblicitaria o slogan orecchiabile.
Sono rimasti impressi perché hanno coinvolto l’uso delle mani, l’investimento di tempo prezioso, la concentrazione mentale e il piccolo ma grande orgoglio del risultato finale. Negli anni Ottanta arrivò anche un’altra piccola innovazione tecnica che poteva sembrare del tutto minore, ma in realtà non lo era affatto. Fu introdotto lo sterzo funzionante in scala uno a ventiquattro, un’intuizione geniale regolarmente brevettata proprio dalla Bburago. Le ruote anteriori si muovevano realisticamente semplicemente girando il minuscolo volante all’interno dell’abitacolo. Era una cosa meccanicamente molto elementare, quasi banale, ma che aggiungeva una dimensione di interazione fisica al modello che prima non esisteva affatto. L’acquirente non era più soltanto uno spettatore passivo del suo bellissimo modello statico.
Poteva fisicamente girare il volante con due dita, poteva simulare l’impostazione di una curva su una strada immaginaria. È un gesto squisitamente infantile, allo stesso tempo del tutto inutile eppure assolutamente necessario, come aprire e chiudere il cofano dieci volte di fila. È esattamente come il bisogno istintivo di toccare le cose belle per poterne sentire appieno la consistenza e la freddezza del materiale. Fuori dai confini della fabbrica, la reputazione di Burago di Molgora cambiava rapidamente, ma non certo in senso fisico. Il paese rimaneva piccolo, rimaneva tranquillo, rimaneva sostanzialmente ciò che era sempre stato da decenni a quella parte. Ma in un senso puramente simbolico, c’era qualcosa di potente che ora lo connetteva direttamente e inequivocabilmente con il resto del mondo.
I modelli metallici prodotti in questo microscopico e sconosciuto luogo della Brianza venivano ora regolarmente venduti in Germania, in Francia, in Giappone e negli Stati Uniti d’America. C’erano esigenti collezionisti americani che intrattenevano una fitta corrispondenza postale con l’azienda. Scrivevano per richiedere rare e introvabili varianti di colore, per segnalare pignolamente microscopici errori nelle livree, o per chiedere con ansia quando sarebbe uscito il prossimo modello della serie. C’era un’intera, vasta e appassionata comunità globale che orbitava attorno a ciò che veniva faticosamente prodotto nei capannoni di Via Galilei. Mario Besana sapeva benissimo tutto questo ed ne era profondamente e intimamente orgoglioso. Viveva questo orgoglio con quella tipica, innata sobrietà brianzola che non si trasforma mai in vanità ostentata o chiassosa.
Era un orgoglio silenzioso che, pur non essendo mai sfacciato, non negava in alcun modo l’immenso valore di ciò che aveva creato dal nulla. Nel millenovecentonovantaquattro arrivò finalmente il più alto riconoscimento istituzionale possibile per un imprenditore italiano. Mario Besana venne ufficialmente e solennemente nominato Cavaliere del Lavoro. Era il due giugno, il giorno della Festa della gloriosa Repubblica Italiana, un momento di grande orgoglio nazionale. Questo prestigioso titolo viene concesso esclusivamente a coloro che hanno dato un contributo eccezionale e tangibile allo sviluppo economico dell’intero paese. Fu il culmine simbolico ed emotivo di una lunghissima e faticosa carriera, iniziata decenni prima.
Era il meritato trionfo per quel ragazzino di soli dodici anni che consegnava pacchi pesanti in una libreria milanese e che ora stringeva la mano al Presidente. Nello stesso anno, il millenovecentonovantaquattro, la Bburago compì un passo aziendale che all’epoca sembrava del tutto naturale e inevitabile. Fece ciò che ci si aspetta da un’azienda arrivata esattamente all’apice assoluto del suo immenso potere finanziario e commerciale. Acquisì formalmente la Polistil Spa, che era da sempre il suo principale e più agguerrito concorrente sul mercato italiano del modellismo. La Polistil era un nome storico e rispettato, nato negli anni Sessanta e amato da migliaia di bambini. Aveva combattuto fieramente per anni sullo stesso identico terreno della Bburago, producendo i propri eccellenti modelli e costruendosi una base di collezionisti leali.
Aveva una profonda e radicata tradizione produttiva che in molti rispettavano e temevano. Comprarla significava eliminare definitivamente e senza pietà un pericoloso rivale dal mercato, assorbendone l’intero, storico catalogo. Significava espandere ulteriormente e in modo aggressivo la propria già massiccia presenza sul mercato, diventando il monopolista di fatto del diecast italiano. È il tipico e spietato gesto del vincitore, il tipo di mossa che fai solo quando sei assolutamente sicuro di essere seduto in cima al mondo. È l’azione di chi è fermamente convinto che non ci sarà mai più nessuna discesa o caduta da quella vetta solitaria e dorata. Ed è precisamente in quel momento di massimo splendore, nel momento del trionfo più visibile e celebrato, che le cose iniziano impercettibilmente a incrinarsi.
Nel momento in cui si ottiene il massimo riconoscimento istituzionale e si completa l’acquisizione che sancisce la supremazia totale, i problemi veri iniziano a germogliare in silenzio. All’interno della Bburago, lontano dagli occhi indiscreti del pubblico e della stampa, iniziano a manifestarsi crepe che non si possono vedere dall’esterno. Nel frattempo, Mario Besana cominciava seriamente e inevitabilmente a pensare al delicato problema della sua successione aziendale. Raggiunti i settant’anni, aveva costruito da zero qualcosa che considerava, molto giustamente, un vero e proprio capolavoro imprenditoriale. E come accade a moltissimi fondatori di grandi aziende familiari italiane della sua tenace generazione, credeva in una cosa specifica. Credeva fermamente che il modo più giusto e naturale per proteggere ciò che aveva faticosamente costruito fosse affidarlo al suo stesso sangue, ai suoi figli.
Marco e Paolo Besana entrarono così ufficialmente nella direzione dell’azienda, portando sulle spalle un fardello pesantissimo. Avevano il peso di un cognome che era diventato a tutti gli effetti un marchio globale, e l’ingombrante eredità di un padre che era stato letteralmente tutto per quell’azienda. Mario era stato il direttore tecnico, il genio commerciale, il visionario lungimirante e il leader assoluto e indiscusso. Sulle spalle dei figli gravava anche l’implicita e schiacciante pressione di non doverlo mai, per nessuna ragione, deludere. Ma la transizione del potere non è mai lineare o indolore, non lo è mai nelle complesse dinamiche delle aziende familiari. Il fondatore lascia il controllo formale e le cariche ufficiali, ma non riesce mai a lasciare veramente il controllo del pensiero e della visione strategica.
Mario continuava a essere fisicamente e spiritualmente presente, continuava a esprimere giudizi e ad avere opinioni molto forti su tutto. Continuava a incarnare prepotentemente un modo di fare impresa che i suoi figli avevano ereditato come un modello inarrivabile, ma non sempre come un metodo applicabile alla nuova realtà. Tra Marco e Paolo i ruoli operativi non furono mai del tutto chiari e definiti, e le responsabilità non furono mai nettamente separate. I dissapori familiari, che i giornali dell’epoca menzionavano solo di sfuggita e che la giustizia avrebbe poi ricostruito con certosina e dolorosa precisione, iniziarono proprio in quegli anni incerti. Ma la prima vera crepa visibile, quella che chiunque dall’esterno poteva notare se solo avesse guardato con attenzione, non riguardava la famiglia. Quella crepa commerciale spaventosa e premonitrice riguardava il loro partner più importante: la Ferrari.
L’esclusiva e preziosissima licenza per produrre i modellini delle auto di Maranello era stata per anni il cuore pulsante del successo della Bburago. Non lo era soltanto in termini di vendite pure e semplici, che pure erano astronomiche. Lo era soprattutto in termini di immagine globale, di posizionamento sul mercato e di quel senso di assoluta legittimità commerciale che solo un accordo con la Ferrari poteva fornire. Un’azienda che ha il sacro diritto di apporre il mitico Cavallino Rampante sui propri prodotti non è una fabbrica di giocattoli qualsiasi. È un partner ufficialmente riconosciuto della leggenda automobilistica più potente e riverita d’Italia e del mondo intero. Ma quando quella storica licenza non venne improvvisamente rinnovata, il mondo del modellismo rimase sotto shock. Quando la Ferrari decise freddamente di non continuare il suo redditizio e lungo accordo di esclusiva con la Bburago, il segnale fu tragicamente cristallino.
Per chiunque sapesse leggere le dinamiche aziendali, era chiaro: non si trattava solo della perdita di un lucrativo contratto commerciale, ma della perdita di una vera e propria investitura reale. Fu la Ferrari stessa a comunicare, in modo silenzioso ma totalmente inequivocabile, che la Bburago non era più il partner affidabile e prestigioso di una volta. Significava che qualcosa di profondo si era rotto, che le cose erano cambiate irrimediabilmente e che la preziosa fiducia reciproca si era drammaticamente indebolita. Il motivo esatto per cui la Ferrari prese quella drastica e letale decisione non è ancora del tutto chiaro e documentato oggi. Forse fu perché l’azienda di Maranello stava semplicemente ridefinendo la sua complessa strategia di licenze a livello globale, cercando partner più grandi, strutturati o internazionali. O forse, più verosimilmente, perché all’interno della Bburago c’erano già evidenti e preoccupanti segni di grave instabilità gestionale e finanziaria che la Ferrari aveva acutamente percepito.
Forse il vero motivo risiedeva semplicemente nel fatto che l’intero mercato del modellismo stava mutando pelle rapidamente. Insieme ad esso stavano cambiando drasticamente i termini economici degli accordi, ma l’effetto pratico per l’azienda di Brianza fu tragico, tangibile e immediato. Una porzione immensa e vitale del catalogo più venduto e redditizio scomparve da un giorno all’altro, lasciando un vuoto incolmabile. Il rosso Ferrari non apparteneva più in esclusiva alla Bburago, almeno non con la stessa forza e prepotenza commerciale di prima. E nel frattempo, il mondo industriale intorno a loro stava cambiando a una velocità molto superiore rispetto a quanto i vecchi magazzini di Burago di Molgora fossero in grado di assorbire e comprendere. Dall’immensa e lontana Asia, e in particolare dalla Cina, stavano arrivando orde di nuovi e agguerriti produttori di automodelli in metallo pressofuso. Costoro facevano esattamente la stessa cosa che faceva la Bburago, ma a un costo di produzione radicalmente e insostenibilmente inferiore.
Non lo facevano con la stessa eccelsa qualità, almeno non in quella fase iniziale di espansione asiatica, questo bisogna ammetterlo. Ma lo facevano a un prezzo talmente stracciato che il vasto mercato di massa occidentale non poteva assolutamente permettersi di ignorarli. Un modello cinese che costava esattamente un terzo rispetto a un modello italiano artigianale riusciva comunque a riprodurre le caratteristiche essenziali di un’automobile. Aveva le portiere che si aprivano, colori della carrozzeria accettabili, e una forma generale immediatamente riconoscibile dal bambino o dal genitore. Era un prodotto estremamente economico che lo scaffale di un autogrill o di un supermercato poteva accogliere e vendere senza alcun problema. Il consumatore medio, quello distratto che acquista velocemente in autostrada durante una sosta per fare benzina, non è quasi mai un esperto collezionista. Egli non è minimamente in grado di distinguere il pregiato diecast prodotto in Brianza da quello stampato frettolosamente nel Guangdong.
Guarda il cartellino del prezzo, osserva distrattamente la forma dell’oggetto e, semplicemente, compra quello che costa meno per far felice il bambino. E a questa inesorabile e crudele dinamica di mercato globale, la Bburago non aveva alcuna risposta da poter offrire. Non poteva fisicamente e strutturalmente avere una risposta a tutto questo, decidendo testardamente di rimanere esattamente ciò che era sempre stata. Era un’azienda fiera e tradizionalista, profondamente italiana, che pretendeva di continuare a produrre in Italia, utilizzando maestranze e operai italiani. Voleva farlo sostenendo altissimi costi italiani e cercando di mantenere inalterati i rigidi standard qualitativi italiani del passato. Ma la spietata matematica dei bilanci aziendali, purtroppo, non quadrava più in alcun modo. L’alto costo del lavoro qualificato in Brianza era diventato tragicamente incompatibile con il prezzo al ribasso che l’immenso mercato di massa cominciava a pretendere.
La produzione avrebbe potuto e dovuto essere spostata tempestivamente; l’intera catena di montaggio avrebbe potuto essere esternalizzata con coraggio. Si sarebbe potuta e dovuta costruire rapidamente una joint venture strategica in Asia per abbattere i costi di produzione. Questo avrebbe permesso di mantenere il design, la progettazione, l’ingegneria e il rigoroso controllo qualità saldamente in Italia. Questo è esattamente ciò che molti altri marchi storici e concorrenti europei nel medesimo settore avrebbero fatto, e che in una certa misura avevano già iniziato a fare. Ma la Bburago, accecata dall’orgoglio e bloccata dall’inerzia, non lo fece affatto, o almeno, non lo fece in tempo utile per salvarsi. E il motivo per cui non lo fece tempestivamente rimane una delle più grandi e tristi domande aperte di questa intera storia aziendale. Forse perché Mario Besana, pur avendo formalmente e burocraticamente ceduto il controllo dell’azienda ai suoi due figli, continuava a esercitare un’influenza enorme.
Egli incarnava ancora ostinatamente una visione romantica del prodotto, visceralmente legata al proprio territorio d’origine e alle tradizioni locali. Era accecato dall’indomabile orgoglio della manifattura brianzola e dall’idea radicata che la vera qualità italiana non potesse in alcun modo essere replicata altrove. O forse, più semplicemente e tragicamente, la complessa successione familiare aveva generato una letale e irreversibile paralisi decisionale ai vertici dell’azienda. C’erano due fratelli al comando con interessi contrastanti, visioni divergenti e obiettivi personali che non erano quasi mai perfettamente allineati. C’era un farraginoso sistema di governance aziendale che si dimostrava palesemente incapace di prendere decisioni strategiche chiare, rapide e coraggiose. C’era un consiglio di amministrazione imbalsamato che non funzionava affatto come avrebbe dovuto in un momento di crisi globale. O forse, la spiegazione più oscura risiede nel fatto che i conti, già a metà degli anni Novanta, mostravano numeri disastrosi che qualcuno tentava disperatamente di camuffare.
Qualcuno ai vertici stava attivamente cercando di far apparire la situazione finanziaria nettamente migliore di quanto non fosse in realtà. A posteriori, analizzando i documenti finanziari, si scopre che la trionfale acquisizione della Polistil portava con sé un fardello occulto e letale. Era un peso di debiti e inefficienze che non era stato affatto calcolato bene al momento della sfarzosa acquisizione. Assorbire di colpo un enorme concorrente significa, inevitabilmente, doverne assorbire anche gli ingenti debiti pregressi, i contratti svantaggiosi, gli enormi magazzini invenduti e i dipendenti in esubero. Significa dover faticosamente integrare due culture aziendali profondamente diverse, con metodi di lavoro e filosofie produttive spesso in netto contrasto tra loro. Significa moltiplicare all’istante la complessità della gestione interna proprio in un momento storico in cui la complessità spietata del mercato esterno stava già aumentando in modo esponenziale.
Nel millenovecentonovantaquattro, la Bburago aveva spavaldamente comprato la Polistil credendo di farlo da una posizione di assoluta e inattaccabile forza dominante. Ma quella presunta forza granitica era in realtà molto più fragile, effimera e illusoria di quanto non sembrasse dall’esterno. E il peso schiacciante di quella incauta acquisizione si sarebbe presto aggiunto a tutti gli altri fardelli economici che nessuno, in quel momento, voleva o poteva vedere. Fuori dagli alti cancelli della fabbrica, tuttavia, il paese di Burago di Molgora non sapeva assolutamente nulla di tutto questo dramma sotterraneo. La rassicurante sirena della fabbrica suonava ancora puntuale ogni mattina, scandendo il ritmo di una comunità che credeva nel proprio lavoro. Gli operai in tuta blu continuavano a entrare dai cancelli con la solita dedizione, e le innumerevoli macchinine continuavano a uscire a fiumi dai magazzini. Erano ancora bellissime, ancora lucenti, ancora strutturalmente perfette, e possedevano ancora quel peso inconfondibile che le faceva sembrare reali nel palmo della mano.
Il vasto e illustre catalogo aziendale era ancora profondamente rispettato e ammirato dai collezionisti e dai negozianti di tutto il mondo. Il nome Bburago era ancora universalmente considerato un sinonimo di qualcosa di estremamente preciso, di totalmente affidabile, di genuinamente italiano nel senso più nobile del termine. Ma all’interno delle spesse mura della fabbrica, nascosto nei freddi e spietati bilanci contabili, qualcosa di vitale si era già irrimediabilmente spezzato. Nelle tese riunioni a porte chiuse tra i fratelli, nei conti correnti aziendali sempre più in rosso e nelle difficili relazioni con le banche creditrici, c’era una rottura insanabile. Si era rotto qualcosa che non poteva assolutamente essere aggiustato semplicemente inserendo un nuovo e bellissimo modello di automobile nel catalogo annuale. Non si poteva risolvere ottenendo una nuova licenza prestigiosa o lanciando una costosa e capillare campagna di distribuzione autostradale. Era qualcosa di sistemico e profondo, che aveva a che fare con il modo stesso in cui un’intera azienda veniva sconsideratamente governata.
Aveva a che fare con il modo oscuro in cui il denaro aziendale veniva contato, nascosto, spostato e, infine, dissipato senza alcun ritegno. Aveva a che fare con il modo disonesto e colpevole in cui la verità finanziaria veniva raccontata a metà, o peggio, veniva deliberatamente e sistematicamente taciuta. L’amata e celebrata fabbrica dei sogni continuava imperterrita a produrre i suoi meravigliosi sogni di metallo pressofuso per i bambini di tutto il mondo. Ma coloro che la dirigevano dai piani alti avevano ormai smesso da tempo di essere onesti con l’implacabile mercato globale. Avevano smesso di essere onesti con le banche che finanziavano le loro illusioni, e soprattutto, avevano smesso di essere onesti con se stessi. E i sogni, anche quelli più belli e lucenti, se costruiti su fondamenta false, corrotte e di sabbia, prima o poi sono destinati a crollare rovinosamente su se stessi.
Ci sono dei momenti precisi e fatali nella vita di un’azienda che non possono essere minimamente visti o percepiti dall’esterno finché non è tragicamente troppo tardi. Sono quei momenti bui in cui i bilanci aziendali ufficiali si trasformano subdolamente in documenti di pura finzione letteraria. Sono le fasi in cui le cifre milionarie vengono spostate con disinvoltura criminale da una colonna all’altra dei registri contabili. Tutto avviene con la stessa estrema e inquietante facilità con cui un collezionista ripone un modellino sulla mensola dopo averlo accuratamente spolverato. Sono i momenti critici in cui coloro che dovrebbero esercitare il controllo chiudono entrambi gli occhi, permettendo al disastro di compiersi. Sono i momenti in cui coloro che dovrebbero parlare e denunciare restano in silenzio, e coloro che dovrebbero fermarsi decidono invece di accelerare follemente verso il baratro. Accelerano perché fermarsi significherebbe dover ammettere il proprio epocale fallimento, e ammetterlo significherebbe perdere all’istante tutto ciò che si possiede.
All’interno degli uffici dirigenziali della Bburago, questi terribili momenti di opacità e disonestà iniziarono a sedimentarsi inesorabilmente nella seconda metà degli anni Novanta. Si accumularono in silenzio, giorno dopo giorno, mese dopo mese, per quasi un intero decennio di inganni sistematici. Non esiste un giorno specifico segnato sul calendario in cui l’azienda abbia deciso a tavolino di iniziare a imbrogliare il sistema. Non funziona mai in questo modo repentino quando si tratta di frodi aziendali di tale portata e gravità. Funziona in modo molto più graduale, subdolo e strisciante, attraverso continui e progressivi aggiustamenti contabili sempre più azzardati e al limite della legalità. Si inizia con piccole bugie apparentemente innocue, concepite per superare un momento di momentanea difficoltà, che poi si trasformano ineluttabilmente in bugie macroscopiche. E diventano bugie gigantesche semplicemente perché quelle piccole non sono più sufficienti a sostenere il peso insostenibile delle falsità precedenti.
Funziona in questo modo perverso perché quando ti trovi bloccato all’interno di una grande struttura aziendale che sta inesorabilmente perdendo terreno, la disperazione prende il sopravvento. La fortissima tentazione di correggere i numeri “solo per questa volta”, giusto per guadagnare un po’ di tempo vitale, diventa un’ossessione. Si fa di tutto solo per evitare di spaventare le banche creditrici che potrebbero tagliare improvvisamente le essenziali linee di credito. Ed è una tentazione oscura e potente a cui pochissime organizzazioni in grave difficoltà finanziaria riescono a resistere con onestà. Ciò che i meticolosi investigatori della Procura della Repubblica di Monza hanno pazientemente ricostruito negli anni successivi al clamoroso fallimento è un quadro preciso e agghiacciante. È un quadro spaventosamente dettagliato e al tempo stesso profondamente sconcertante, che svela la reale entità del disastro manageriale. Furono scoperte e documentate decine di fatture false, emesse per operazioni commerciali totalmente inesistenti, per un valore di circa trenta milioni di euro.
A queste si aggiungevano spregiudicate manipolazioni contabili e artifizi finanziari per nascondere altri quaranta milioni di euro di perdite reali. Il buco totale spaventoso che si aprì nel bilancio della Bburago, quando ogni singolo documento fu finalmente sommato e verificato dagli ispettori, ammontava a una cifra mostruosa. Si trattava di circa cento milioni di euro letteralmente spariti, polverizzati nel nulla di un sistema corrotto. Cento milioni di euro nascosti con cura certosina, spostati tra conti fittizi, trasformati magicamente in voci di bilancio inesistenti, in crediti esigibili che in realtà non c’erano mai stati. E, contemporaneamente, enormi debiti reali che non apparivano minimamente dove avrebbero dovuto apparire per legge. È una cifra spaventosa che impressiona non soltanto per la sua assoluta e gigantesca dimensione economica, ma per ciò che essa implica a livello organizzativo. Un buco nero di cento milioni di euro non si crea certo per sbaglio o per sfortuna in un piovoso pomeriggio.
Ci vogliono anni di metodica e fredda pianificazione criminale per riuscire a nascondere una voragine finanziaria di tali e gigantesche proporzioni. Si crea solo ed esclusivamente con la complicità attiva, o gravemente passiva e omissiva, di numerose persone che ricoprono ruoli chiave all’interno dell’azienda. Avviene all’interno di un ambiente aziendale malato dove i sistemi di controllo interno sono stati deliberatamente disattivati o resi totalmente inefficaci. Avviene dove il collegio sindacale, che dovrebbe vigilare sulla regolarità dei conti, si volta sistematicamente dall’altra parte fingendo di non vedere. Avviene perché le grandi banche preferiscono credere ciecamente a ciò che viene loro mostrato sui documenti cartacei, piuttosto che indagare la realtà dei fatti. Questo accadeva perché il prestigioso nome della Bburago era ancora considerato sufficientemente solido, rispettato e potente da non poter essere minimamente messo in discussione da nessuno. La complessa e farraginosa governance dell’azienda, durante la difficile transizione dalla gestione solitaria del fondatore Mario Besana a quella dei figli Marco e Paolo, non aveva mai trovato un suo vero e stabile assetto.
L’anziano e geniale fondatore aveva costruito l’intero impero della Bburago quasi come se fosse un’estensione fisica e mentale di se stesso. Ogni singola decisione importante, ogni nuovo modello, ogni strategia di marketing doveva necessariamente passare attraverso il suo severo vaglio personale. Ogni sua singola direzione strategica diventava automaticamente e indiscutibilmente la direzione strategica assoluta e inappellabile dell’intera azienda. Era un modello organizzativo piramidale e accentratore che funziona magnificamente finché al vertice c’è un leader assoluto dotato del talento e dell’autorità immensa necessari per esserlo. Ma è un modello obsoleto che si inceppa e crolla inesorabilmente nell’esatto momento in cui quella singola, immensa figura autoritaria lascia definitivamente il campo. Marco e Paolo Besana non erano Mario Besana, e non lo erano non nel senso che fossero persone di minor valore umano, ma in un senso puramente manageriale. Non c’era minimamente tra i due fratelli la stessa granitica unità di visione, la stessa lucidità di comando e la stessa spietata capacità di decidere in solitaria.
Mancava quella rara capacità di prendere decisioni difficili e di assumersi totalmente, senza alcuna esitazione, l’immensa responsabilità delle conseguenze di tali decisioni. I continui e aspri dissapori personali tra i due fratelli, di cui si parlerà moltissimo nei successivi e dolorosi procedimenti giudiziari, non possono essere banalizzati. Non possono essere liquidati come una semplice e banale rivalità personale tra fratelli ricchi e viziati. Quei litigi sono l’evidente e tragico sintomo di un’azienda enorme che, improvvisamente, non sa più chi sia veramente a comandare. Sono il segno di una struttura che non conosce più la sua reale direzione, che si muove stancamente per inerzia accumulata negli anni piuttosto che seguendo una cosciente strategia futura. E una grande azienda manifatturiera che si lascia semplicemente trasportare dalla corrente in un mercato globale che sta cambiando così rapidamente, è un’azienda condannata a rallentare. Rallenta inesorabilmente e pericolosamente fino a fermarsi del tutto, proprio mentre tutto il resto del mondo intorno a lei accelera senza pietà.
Il mercato dei giocattoli e del modellismo stava cambiando in modo talmente radicale da risultare quasi incomprensibile per la vecchia guardia dirigenziale. La tanto temuta concorrenza asiatica, che solo a metà degli anni Novanta sembrava ancora una fastidiosa ma gestibile seccatura, era ormai diventata una minaccia letale. Nel giro di pochissimi anni, i concorrenti orientali si erano trasformati in una pressione strutturale continua e assolutamente inarrestabile per qualsiasi produttore europeo. I fabbricanti cinesi di modelli diecast avevano dimostrato un’incredibile e spaventosa velocità di apprendimento tecnologico e commerciale. Avevano investito capitali immensi nella creazione di stampi decisamente migliori, in processi produttivi molto più efficienti e nell’utilizzo di materiali sempre più raffinati. L’evidente divario qualitativo che inizialmente separava un modello cinese da uno artigianale italiano si era drasticamente e rapidamente ridotto quasi a zero. Nel frattempo, però, l’incolmabile divario di prezzo tra le due produzioni era rimasto semplicemente abissale e inavvicinabile per l’industria italiana.
Sul vasto mercato di massa, quello cruciale delle stazioni di servizio autostradali e delle gigantesche catene di negozi di giocattoli, la partita era persa. La Bburago si rese conto con terrore di non poter più competere limitandosi a far leva esclusivamente sulla sua decantata e storica eccellenza qualitativa. Doveva obbligatoriamente iniziare a competere all’ultimo sangue anche e soprattutto sul campo minato del prezzo al dettaglio. E su quel campo di battaglia specifico, contro le fabbriche asiatiche e i loro costi del lavoro irrisori, non avrebbe mai potuto vincere. Delocalizzare rapidamente e massicciamente l’intera produzione manifatturiera sarebbe stata in assoluto l’unica risposta razionale ed efficace a questa schiacciante pressione economica. Mantenere saldamente in Italia la progettazione ingegneristica, il design, il controllo qualità e il valore del marchio, spostando le linee di montaggio in Asia, era la via. Era esattamente ciò che moltissimi altri grandi produttori europei, trovatisi nelle stesse identiche difficoltà nel medesimo settore, avrebbero fatto per sopravvivere.
E in effetti, molti concorrenti internazionali, più agili e meno legati alla retorica del territorio, lo avevano in una certa misura già fatto da tempo. Ma la Bburago si dimostrò drammaticamente incapace di prendere quella dolorosa ma necessaria scelta aziendale in modo chiaro e, soprattutto, in modo tempestivo. Le ragioni dietro questa fatale inazione strategica sono probabilmente molteplici e profondamente intrecciate tra loro in una rete inestricabile. C’era l’attaccamento viscerale e sentimentale al proprio territorio d’origine, quella fiera Brianza laboriosa che l’aveva vista nascere e prosperare nei decenni passati. C’era la fortissima resistenza culturale ed emotiva di un fondatore testardo che aveva costruito la sua intera, gigantesca identità imprenditoriale proprio sull’orgoglio della manifattura italiana. C’era anche l’enorme difficoltà pratica di dover gestire una profondissima e dolorosa ristrutturazione aziendale interna in una società che era già in gravissime difficoltà finanziarie. A tutto questo si aggiungeva la totale paralisi decisionale causata da una governance divisa, litigiosa e priva di una vera e forte leadership condivisa.
Il triste e ineluttabile risultato di questa combinazione di fattori fu che la Bburago rimase ostinatamente a produrre in Italia sostenendo altissimi costi italiani. Tentava disperatamente di vendere i propri modelli a prezzi che il mercato globale, inondato di prodotti asiatici, non poteva e non voleva più sostenere. Accumulava perdite economiche mostruose che i dirigenti, in un misto di disperazione e disonestà, tentavano in tutti i modi di nascondere falsificando sistematicamente i bilanci ufficiali. Nel frattempo, l’amara perdita dell’esclusiva licenza della Ferrari aveva privato il catalogo aziendale della sua più potente e vitale forza trainante commerciale. Non che i prestigiosi modelli Ferrari fossero l’unica cosa che l’azienda vendeva o fosse capace di produrre con maestria, tutt’altro. Ma erano in assoluto l’oggetto che si vendeva con il margine di profitto più alto, che si vendeva più velocemente e che garantiva il massimo prestigio. Avevano la magica e fondamentale capacità di trascinare le vendite di tutto il resto dell’immenso catalogo aziendale, agendo come una vera e propria locomotiva commerciale.
Il collezionista adulto o il ragazzino che entrava in un negozio con il desiderio di comprare una Ferrari Bburago, quasi sempre usciva con qualcosa in più. Molto spesso finiva per acquistare, attratto dalla bellezza dei dettagli, anche una Porsche, un’elegante Jaguar o un’affascinante auto d’epoca degli anni Venti. La luccicante Ferrari rossa funzionava come l’amo perfetto, brillante e irresistibile, per catturare l’attenzione e il portafoglio dell’acquirente finale. Senza quell’amo straordinario, la difficile pesca nel mare tempestoso del mercato globale diventava improvvisamente e drammaticamente molto più ardua e faticosa. Nel duemila e due, in quello che col senno di poi appare chiaramente come il disperato tentativo finale di riconquistare una posizione dominante nel mercato, l’azienda tentò un azzardo. La Bburago avviò una costosissima e prestigiosa collaborazione con il leggendario designer Giorgetto Giugiaro per creare un modello esclusivo e innovativo chiamato “Prima”. Era una magnifica concept car sviluppata concettualmente e progettata specificamente prima in scala reale, per poi essere magicamente e fedelmente riprodotta in scala ridotta.
Da un punto di vista puramente culturale e ingegneristico, è stata una mossa aziendale di estremo fascino e di indubbio interesse intellettuale. Era la prova tangibile e commovente che, nonostante il marciume contabile, esisteva ancora qualcuno all’interno dell’azienda capace di sognare e di pensare in grande. Ma si rivelò essere anche una mossa spaventosamente costosa, tecnicamente complessa e che arrivò nel momento storicamente ed economicamente più sbagliato possibile. Una grande azienda manifatturiera con le finanze ormai disastrate e le casse vuote non dovrebbe mai e poi mai permettersi ambiziose e costose operazioni di mera immagine. O per meglio dire, può permettersi di compierle soltanto se è in grado di farle apparire pubblicamente molto più redditizie di quanto non siano in realtà. E quell’illusione disperata di solidità finanziaria, creata artificialmente, aveva un costo occulto devastante che qualcuno, prima o poi, avrebbe dovuto pagare. L’anno duemila e cinque arriva implacabile, portando con sé una durissima resa dei conti che non poteva più essere rimandata in alcun modo.
Le banche creditrici, stanche di promesse vuote, iniziano a esigere con forza risposte concrete che i bilanci aziendali ampiamente falsificati non possono più fornire. I creditori, dai piccoli fornitori brianzoli alle grandi istituzioni finanziarie, si fanno sempre più pressanti e minacciosi alle porte di Via Galilei. La Guardia di Finanza inizia a esaminare con cura certosina e sospetto crescente tutto ciò che è contenuto nei faldoni e nei registri contabili della Bburago. Ciò che gli implacabili finanzieri trovano nascosto tra le carte è un disastro di proporzioni epocali e inimmaginabili. Trovano le trenta milioni di euro di fatture false, le quaranta milioni di manipolazioni contabili e la voragine complessiva di ben cento milioni. Tutte queste prove schiaccianti sono più che sufficienti per innescare immediatamente e inesorabilmente le dolorose procedure legali di fallimento aziendale. Il diciassette ottobre del duemila e cinque, il Tribunale di Monza, constatando il dissesto irreparabile, dichiara ufficialmente e definitivamente il fallimento della gloriosa Bburago.
È una data oscura e pesantissima che, nell’illustre storia industriale della Brianza, possiede tutto il peso devastante di una gigantesca e silenziosa esplosione nucleare. Non ci sono state fiamme visibili, non c’è stato alcun crollo fisico e strutturale degli edifici; i vasti capannoni sono ancora lì, immobili e ritti in piedi. Le complesse e silenziose catene di montaggio sono ancora intatte e presenti al loro posto, ma l’azienda, come entità viva, produttiva e sognante, è morta. Trent’anni ininterrotti di orgogliosa produzione manifatturiera, di vastissimi cataloghi, di prestigiose licenze internazionali e di accordi commerciali globali sono stati cancellati. Milioni di perfetti modellini impacchettati e spediti con orgoglio in ogni angolo remoto del mondo sono ormai solo un lontano e sbiadito ricordo collettivo. Tutto questo immenso e meraviglioso impero dei sogni finisce bruscamente e freddamente con la banale e burocratica firma di un giudice su un documento legale. Pochi e tormentati mesi dopo, nel piovoso marzo del duemila e sei, arrivano inesorabili le manette per i dirigenti responsabili dello scempio.
Marco Besana, il figlio del geniale fondatore ed ex amministratore delegato dell’ormai defunta azienda, viene arrestato con l’infamante e pesantissima accusa di bancarotta fraudolenta. Anche Luigi Perego, l’ex presidente di quel collegio sindacale che avrebbe dovuto vigilare ma che invece ha taciuto, finisce agli arresti domiciliari per sopraggiunti motivi di salute. Mario Besana padre, il grande e venerato fondatore dell’azienda, il prestigioso Cavaliere del Lavoro rispettato da tutti, viene coinvolto nello scandalo. Quell’uomo instancabile che aveva iniziato come semplice garzone a soli dodici anni e aveva costruito il leader mondiale incontrastato del modellismo diecast è ora sotto inchiesta. Il suo illustre e rispettato nome viene formalmente e tristemente iscritto nel registro degli indagati dalla Procura competente. L’immagine straziante di quei mesi terribili, che i giornali locali raccontano cercando di mantenere la delicatezza dovuta a una figura così storica, è emblematica. È la triste immagine di un uomo ormai molto anziano che guarda, smarrito e da fuori, i grandi capannoni industriali che lui stesso aveva costruito con le sue mani.
L’anziano e stanco Mario Besana non può più varcare la soglia dei cancelli di Via Galilei in alcun modo, gli è legalmente e fisicamente precluso l’ingresso. I grandi e pesanti cancelli di ferro battuto sono ora chiusi e sigillati nel modo più definitivo e inappellabile possibile dalle autorità giudiziarie. Non sono chiusi a causa di una normale serrata sindacale, non lo sono per le attese ferie estive, e nemmeno per un turno di lavoro giunto al termine. Sono chiusi ermeticamente perché non c’è assolutamente più nulla di prezioso o di vivo lì dentro che appartenga ancora legittimamente a loro. L’intera e immensa fabbrica è ormai sotto la rigida protezione e gestione della procedura fallimentare del tribunale, in attesa di essere smembrata. Il glorioso e storico marchio, insieme a ciò che resta dell’attrezzatura, diventerà molto presto proprietà esclusiva di freddi e calcolatori compratori stranieri. Ciò che emerge con spietata chiarezza dalle lunghe indagini, coordinate dal Pubblico Ministero Walter Mapelli, è un quadro criminoso che va ben oltre il semplice fallimento commerciale.
Ci sono stati oscuri e ingenti movimenti di denaro tra l’Italia e le banche in Svizzera che gli investigatori collegano senza esitazione a vere e proprie operazioni di riciclaggio. Ben sei milioni di euro in contanti furono furtivamente trasferiti su conti offshore esteri con la presunta complicità tecnica di un noto avvocato milanese. Questo professionista, Giampietro Rausse, fu successivamente condannato in primo grado a sei anni di carcere per i gravi reati di riciclaggio e appropriazione indebita. Esiste una fittissima e oscura rete di società collegate, di scatole cinesi e di complesse e fittizie transazioni finanziarie internazionali create ad arte. Questi immensi flussi di denaro attraversano i confini nazionali con una complessità e una spregiudicatezza tali da suggerire una meticolosa e fredda pianificazione criminale. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’improvvisazione, non è affatto un drammatico fallimento dovuto semplicemente alla cattiva sorte o all’imprevedibilità dei mercati. Non è nemmeno un tragico e inevitabile fallimento causato esclusivamente dall’incompetenza manageriale, o per lo meno, questa non è l’unica ragione del disastro.
È un fallimento pilotato e doloso in cui qualcuno, e certamente più di uno, ha preso decisioni coscienti e criminali pur di salvarsi. Hanno deliberatamente firmato documenti ufficiali e bilanci che sapevano essere totalmente falsi, mentendo spudoratamente a tutti coloro che si fidavano di loro. Hanno spostato e nascosto ingenti somme di denaro aziendale che sapevano perfettamente non essere più di loro legittima e personale proprietà. Le gravissime accuse formulate dalla magistratura inquirente nei loro confronti sono estremamente precise e supportate da prove documentali schiaccianti e inequivocabili. Si parla di massiccia emissione di fatture per operazioni commerciali totalmente inesistenti, di gigantesche e reiterate manipolazioni contabili atte a ingannare i creditori. Si contesta la sistematica e criminale sottrazione di beni preziosi dal patrimonio che spettava di diritto ai creditori legittimi dell’azienda ormai in rovina. Tutto questo è stato fatto in un estremo e illegale tentativo di salvare l’azienda, oppure, a seconda della prospettiva giudiziaria, di salvare il proprio patrimonio personale.
Il grande e tanto atteso processo per bancarotta fraudolenta si aprì ufficialmente presso le aule del Tribunale di Monza in un freddo mese di gennaio del duemila e tredici. Era passato un tempo infinito, quasi otto lunghissimi anni dalla dichiarazione formale di fallimento, e le ferite sul territorio erano ancora aperte. Furono dieci in totale le persone accusate e portate alla sbarra, quattro delle quali decisero saggiamente di patteggiare la propria pena. Queste quattro persone risarcirono la curatela fallimentare pagando un risarcimento totale di un milione di euro nel tentativo di alleggerire la propria posizione legale. Tra di loro spiccava il nome di Luigi Perego, che per il suo ruolo di mancato controllore venne condannato a due anni e dieci mesi di reclusione. La posizione giuridica di Marco Besana, invece, venne momentaneamente stralciata dal procedimento principale per complesse ragioni procedurali legate al dibattimento. Sei imputati in totale vennero formalmente rinviati a giudizio per rispondere delle loro gravissime azioni davanti ai giudici monzesi.
Ma il vecchio e orgoglioso Mario Besana non partecipò mai a nessuna di quelle lunghe, dolorose e umilianti udienze dibattimentali in tribunale. Si spense nel silenzio il diciassette maggio del duemila e nove, all’età di ottantatré anni, circondato da pochissimi affetti rimasti. Muore portando nel cuore l’amara consapevolezza che quel glorioso marchio che portava fieramente il nome del suo paese non è più italiano. Muore sapendo che l’azienda che per decenni aveva distribuito sogni in scala ridotta a intere generazioni di bambini è ormai finita irrimediabilmente in mani cinesi. Muore tragicamente schiacciato sotto l’immenso e insopportabile peso di un’inchiesta giudiziaria devastante che porta in calce il cognome di suo figlio. Ed è un’inchiesta infamante che, per inevitabile e spietata contaminazione pubblica, aveva irrimediabilmente e ingiustamente sfiorato anche il suo, un tempo, immacolato e rispettatissimo nome. I giornali locali, tuttavia, lo ricordano il giorno del funerale con un rispetto profondo e sincero, usando parole che trasudano quasi una palpabile tenerezza.
Lo chiamano ancora deferentemente “il Cavaliere”, in omaggio a quel prestigiosissimo titolo che aveva ottenuto con tanto duro lavoro e sudore in gioventù. Ricordano con nostalgia e ammirazione la sua celebre e appassionata frase, quella che ripeteva sempre con tanto orgoglio a chiunque visitasse la sua immensa fabbrica.
“Far sognare i bambini dai tre ai novant’anni.”
E i giornalisti riconoscono e sottolineano la totale e assoluta genuinità di quella meravigliosa frase, pronunciata quando tutto andava ancora a gonfie vele, molto prima che tutto andasse storto. Tutti coloro che lo hanno conosciuto veramente riconoscono in lui un’essenza profondamente e indiscutibilmente autentica, legata ai veri valori del duro lavoro brianzolo. Era considerato l’imprenditore della Brianza per antonomasia, l’uomo dal fiuto eccezionale che aveva compreso le direzioni del mercato mondiale molto prima di chiunque altro. Era colui che aveva saputo costruire dal nulla, con le proprie mani e il proprio ingegno, qualcosa di immensamente reale e tangibile. Era l’uomo che, con le sue geniali intuizioni e la sua instancabile dedizione, aveva dato per decenni lavoro e una precisa identità a un’intera area geografica italiana.
Ma quegli stessi cronisti attenti e rispettosi non possono fare a meno di riconoscere e raccontare anche l’amarezza finale, oscura e profonda, di questa storia. Documentano il dolore indicibile e incolmabile di un vecchio fondatore costretto ad assistere impotente alla completa distruzione della sua più grande e amata creatura imprenditoriale. Non è stata distrutta da un improvviso incendio devastante, non da un catastrofico e imprevedibile terremoto naturale, né da un’imponderabile crisi economica mondiale. La sua creatura è stata distrutta chirurgicamente e spietatamente dall’interno, scavata e svuotata dalle fondamenta a causa dell’avidità, dell’incompetenza e della malafede. È stata distrutta proprio dalle mani avide di coloro che avrebbero dovuto difenderla e proteggerla con tutte le loro forze per il bene comune. Alla fine del freddo e piovoso mese di novembre del duemila e cinque, pochissime settimane dopo l’implacabile decreto ufficiale di fallimento aziendale, si compie l’ultimo atto. Il glorioso e storico marchio italiano Bburago viene ufficialmente, legalmente e definitivamente venduto al miglior offerente sulla piazza internazionale.
Il nuovo compratore è il potente e ricchissimo May Cheong Group, un colosso dell’industria dei giocattoli con sede principale a Hong Kong, fondato nel millenovecentosessantasette. È una gigantesca holding che possiede già con enorme successo globale i celebri marchi Maisto e, ironia della sorte, l’antica rivale Polistil. Si tratta di un gruppo asiatico colossale e tentacolare che conosce le spietate e complesse dinamiche dell’industria del modello diecast meglio di chiunque altro al mondo. Questo gruppo possiede le strutture produttive all’avanguardia, l’immensa rete di distribuzione globale e, soprattutto, i bassissimi costi operativi asiatici. Sono esattamente quei vantaggi economici strutturali e quelle efficienze produttive che la Bburago non è mai riuscita a raggiungere nella fase finale e agonizzante della sua tragica storia italiana. Il potente May Cheong Group non compra affatto un’azienda funzionante, con i suoi dipendenti, i suoi capannoni e le sue complesse dinamiche sociali interne. Compra freddamente e cinicamente soltanto un nome, compra le due storiche B sovrapposte, compra il vastissimo e preziosissimo catalogo storico dei modelli italiani.
Compra essenzialmente la prestigiosissima reputazione globale costruita faticosamente, pezzo dopo pezzo, in oltre trent’anni di eccellente produzione artigianale in Brianza. Immediatamente dopo l’acquisizione, l’intera e massiccia produzione manifatturiera viene inesorabilmente e definitivamente spostata nelle gigantesche fabbriche in Cina. Alcune delle vecchie e amate collezioni storiche italiane vengono freddamente abbandonate e mai più riprodotte, considerate non sufficientemente redditizie per i nuovi standard. Nuovi modelli, studiati per il mercato di massa globale, entrano prepotentemente nel catalogo portando stampato sopra il prestigioso e storico marchio Bburago. Ma ora sono modelli venduti con i competitivi e bassissimi prezzi garantiti dalla massiccia produzione industriale cinese, pensati per invadere ogni mercato. Beneficiano di una gigantesca e capillare distribuzione globale che il potente May Cheong Group è in grado di garantire e sostenere senza sforzo in oltre centoquindici paesi del mondo. A partire dal primo gennaio del duemila e tredici, si verifica un bizzarro e inaspettato ritorno alle origini per la distribuzione italiana dei modelli.
I celebri e storici marchi Bburago, Maisto e Polistil tornano a essere ufficialmente distribuiti sul suolo italiano da una nuova e dinamica azienda brianzola. Si tratta del Mac Due Group, un’affermata e vitale azienda con sede in Brianza, famosa anche per aver fondato il noto marchio concorrente Motorama. È una piccola, incredibile e quasi poetica ironia geografica del destino che sembra voler riannodare, almeno in parte, i fili strappati del passato. Il grande e glorioso cerchio della storia aziendale si chiude in un modo totalmente inaspettato, quasi bizzarro e venato di profonda malinconia. Il marchio nato e cresciuto con orgoglio tra le strade di Burago di Molgora ritorna finalmente a essere distribuito e commercializzato proprio dalla sua natia Brianza. Tuttavia, l’amara realtà è che quei bellissimi modelli di metallo sono ormai inesorabilmente e definitivamente prodotti in fabbriche anonime dall’altra parte del mondo. Nel duemila e diciotto, a ben tredici lunghissimi anni di distanza dal catastrofico fallimento aziendale, arriva finalmente una splendida e inaspettata notizia per tutti gli storici collezionisti.
Viene annunciato ufficialmente e con grande risalto sulla stampa di settore che Bburago e Ferrari hanno siglato un nuovo, storico e clamoroso accordo commerciale globale. L’iconico e inconfondibile Cavallino Rampante ritorna trionfalmente a splendere e a posizionarsi sul cofano lucido dei modelli marchiati con le doppie B brianzole. I bellissimi e complessi modelli in scala uno a quarantatré e uno a diciotto delle potentissime monoposto di Formula Uno da corsa di Maranello tornano in produzione. Vengono nuovamente e orgogliosamente prodotti e commercializzati a livello globale sotto l’egida e l’inconfondibile scatola rossa del marchio Bburago. Si ripropone magicamente la stessa e vincente combinazione di prezzi accessibili al grande pubblico e diffusione distributiva vastissima e capillare in ogni angolo del globo. È esattamente la medesima, geniale intuizione commerciale che aveva fatto l’immensa e meritata fortuna della vecchia azienda brianzola nei lontani e dorati anni Ottanta. Ma c’è una differenza sostanziale e incolmabile rispetto a quel glorioso passato che non tornerà mai più: ora quella combinazione magica è ottenuta sfruttando l’efficienza asiatica.
Tutto questo viene realizzato a bassissimi costi cinesi, assemblando le auto con instancabili lavoratori asiatici, all’interno di sterminate fabbriche che non hanno nulla a che vedere con i capannoni di Via Galilei. Il collezionista moderno che acquista oggi in un negozio o online una Ferrari Bburago in scala uno a diciotto sta comprando un prodotto ontologicamente diverso dal passato. Sta acquistando un oggetto profondamente e sostanzialmente differente rispetto a quello pesante, artigianale e vissuto che avrebbe sicuramente acquistato nel millenovecentottantacinque in un Autogrill. Non è detto che si tratti necessariamente di un prodotto qualitativamente peggiore o meno curato nei dettagli rispetto al suo illustre e celebrato antenato brianzolo. Al contrario, la qualità costruttiva generale e la precisione dei dettagli del diecast cinese è migliorata in modo impressionante e innegabile nel corso degli ultimi vent’anni. E gli attuali e rigidi controlli di qualità imposti dal colosso May Cheong Group sulle linee di montaggio sono estremamente rigorosi, severi e puntuali in ogni fase.
Ma è innegabilmente un prodotto diverso, un oggetto freddo, figlio di una globale e standardizzata catena di montaggio che ha smarrito la propria anima territoriale. Diverso nel senso più profondo e malinconico del termine, perché manca drammaticamente qualcosa di impalpabile che non può essere in alcun modo misurato o quantificato con un freddo calibro d’acciaio. Manca quel calore umano e quella passione artigianale che non appaiono mai e non appariranno mai scritte nelle aride e precise schede tecniche di produzione. Manca l’intero e vitale contesto storico, manca l’odore inconfondibile di Via Galilei, mancano le mani esperte e le tute blu sporche di grasso degli operai della Brianza. Manca il suono rassicurante e familiare della sirena di fine turno, manca quell’invisibile ma fortissima connessione emotiva tra il luogo fisico, le persone e il prodotto finito. Era proprio questa magica e irripetibile connessione territoriale che dava ai vecchi modelli originali una consistenza unica, un’anima e un’identità addizionale e affascinante. I veri e appassionati collezionisti di tutto il mondo, quelli che conoscono la storia, sanno perfettamente tutto questo e lo percepiscono toccando le auto.
Lo sanno con assoluta certezza perché conservano ancora gelosamente sulla loro mensola polverosa, magari esposti proprio accanto alle nuove e perfette uscite cinesi, i vecchi e pesanti pezzi italiani. Custodiscono come reliquie sacre la magnifica e imponente Testarossa rossa degli sfavillanti anni Ottanta, con le sue griglie laterali perfette e le proporzioni azzeccate. Conservano con amore l’elegante e slanciata Jaguar XK verde con i suoi cerchi finemente cromati, oppure la nostalgica Bugatti Type Cinquantanove grigia con le ruote a raggi incrociati. Le conservano e le proteggono non solo per nostalgia, ma perché sono oggetti tangibilmente e storicamente diversi, portatori di un’anima e di una storia irripetibile. Le tengono in mostra perché, girandole sottosopra e guardando attentamente sotto il telaio di solido metallo, c’è impressa una frase che suona come una dichiarazione d’orgoglio. E quelle tre piccole e apparentemente semplici parole incise nel freddo metallo non sono soltanto un’utile o banale indicazione di provenienza geografica a fini doganali.
Sono un vero e proprio documento storico, la prova inconfutabile che in una piccola cittadina della Brianza, qualcuno ha compiuto un mezzo miracolo. È la testimonianza tangibile che in un paese laborioso, che non occupa quasi alcuno spazio visibile sulla grande mappa del mondo, la magia era diventata realtà quotidiana. Per quasi trent’anni, decine di persone comuni sono state in grado di fare ogni giorno qualcosa di estremamente difficile, complesso e tecnicamente ammirevole. Sono riuscite a progettare, fondere, verniciare e assemblare oggetti bellissimi, meccanicamente precisi, universalmente desiderabili ma, al tempo stesso, economicamente accessibili a tutti. E sono riusciti a farlo magistralmente con le proprie abili mani, lavorando duramente e forgiando il metallo grezzo per trasformarlo in un sogno lucente. Lo hanno fatto dominando il fuoco intenso degli stampi e applicando la pazienza certosina e l’attenzione instancabile richieste dalle lunghe e rumorose catene di montaggio. Oggi, percorrendo in silenzio Via Galilei, nel cuore della tranquilla cittadina di Burago di Molgora, c’è un’insegna moderna che campeggia alta e che non parla affatto italiano.
La cittadina ha i suoi abitanti operosi e riservati, esattamente come li aveva quando Mario Besana decise visionariamente di installare proprio lì la sua seconda grande fabbrica di sogni. Le strade asfaltate, gli incroci e la conformazione del paesaggio urbano sono rimasti sostanzialmente e malinconicamente gli stessi di allora, testimoni silenziosi di un’epoca passata. I grandi e massicci capannoni industriali sono ancora ritti in piedi, solidi e imponenti, ma sono stati freddamente convertiti e svuotati di ogni macchinario legato alla pressofusione. Ora sono pragmaticamente occupati da altre e anonime attività commerciali o logistiche, brutalmente svuotati e privati per sempre della loro gloriosa e sognante storia originale. Non c’è alcuna targa commemorativa apposta sui muri esterni per ricordare i trionfi passati, e non c’è traccia di quel museo che qualcuno, in passato, aveva romanticamente proposto di allestire. Quel bellissimo progetto di un museo per celebrare la grandezza del diecast brianzolo non è mai stato realizzato, perso nelle nebbie burocratiche o nell’indifferenza generale e istituzionale.
Non c’è assolutamente nulla in quelle strade silenziose che possa ricordare al passante distratto il glorioso passato industriale di quell’angolo specifico della Lombardia. Nulla che testimoni come da quel luogo esatto, per quasi trent’anni ininterrotti, siano usciti a milioni oggetti magici e pesanti capaci di far sognare a occhi aperti. Erano macchinine che hanno fatto fantasticare, giocare e sognare intere generazioni di bambini innocenti e di adulti appassionati in ogni singolo angolo remoto di questo immenso mondo. Nel freddo mese di novembre del duemila e ventiquattro, a quasi vent’anni di distanza dalla data nefasta del crollo e del fallimento aziendale, i fantasmi del passato sono tornati. I nomi dei due fratelli, Marco e Paolo Besana, sono incredibilmente tornati a riempire le pagine delle cronache dei maggiori quotidiani nazionali italiani in modo clamoroso. E non sono tornati sulle prime pagine per una bella storia legata al rilancio di vecchi modellini o per una commemorazione nostalgica del padre, ma per qualcosa di molto più oscuro. Sono ricomparsi a causa di un’inquietante e vasta indagine condotta dalla Procura di Milano su un presunto giro di dossieraggi illegali, spionaggio industriale e accessi abusivi a banche dati.
I figli del venerato fondatore, coloro che hanno vissuto per due lunghi decenni nell’ombra pesante, fredda e umiliante del crac finanziario della loro azienda di famiglia. Ora si ritrovano nuovamente, e incredibilmente, invischiati fino al collo in una nuova, intricata e pericolosa vicenda giudiziaria e penale di primissimo piano. È una cupa storia moderna di spionaggio informatico che non ha più assolutamente nulla a che vedere con le innocenti e lucenti macchinine di metallo del loro passato glorioso. Ma questa nuova, amara inchiesta conferma inequivocabilmente, semmai ce ne fosse ancora bisogno, una tragica e ineluttabile verità su tutta questa complessa vicenda umana e imprenditoriale. Conferma che l’oscura e dolorosa storia della caduta della Bburago non è mai finita veramente, non si è mai chiusa del tutto nei cuori e nelle menti dei protagonisti. Dimostra come le pesantissime e tossiche conseguenze legali, economiche e psicologiche di ciò che accadde rovinosamente tra la fine degli anni Novanta e il duemila e cinque continuino a vivere. Continuano a riverberarsi implacabili sulle vite delle persone coinvolte, a ramificarsi oscuramente nei gangli della società, e a lasciare nuove, inquietanti tracce nei freddi fascicoli giudiziari contemporanei.
“Quasi vent’anni senza pace,” scrivono i giornali locali e nazionali con un misto di rassegnazione e cinismo nel commentare l’ennesima tegola giudiziaria caduta sulla famiglia Besana. È indubbiamente una formula giornalistica a effetto, un titolo a sensazione studiato per attirare l’attenzione dei lettori, ma contiene anche una profonda, innegabile e amara verità umana. Che cosa resta davvero oggi, a mente fredda e dopo così tanti anni di oblio e di battaglie legali, dell’immenso impero costruito dalla Bburago? Rimane uno storico e potentissimo marchio commerciale, un nome riconosciuto globalmente ma ormai completamente e irrimediabilmente svuotato del suo territorio d’origine e della sua anima brianzola. Sopravvive e prospera come un eccellente e redditizio guscio commerciale multinazionale, ancora perfettamene in grado di muovere grandissimi numeri di vendita sul mercato globale del modellismo. Ciò che resta veramente, la vera eredità di quegli anni d’oro irripetibili, è lo storico catalogo di auto meravigliose che la Bburago produsse in Italia fino all’ultimo giorno.
Sono quegli irripetibili, pesanti e perfetti modelli italiani che gli appassionati collezionisti di tutto il mondo cercano spasmodicamente, frugando tra fiere dell’usato, mercatini delle pulci e aste online internazionali. Pagano cifre folli e spropositate per assicurarsi un pezzo introvabile, prezzi che nessuno avrebbe mai potuto osare immaginare nei lontani anni Ottanta o Novanta. Nessuno avrebbe creduto che un giorno, quelle stesse automobiline che costavano quanto un misero e veloce panino acquistato distrattamente in una stazione di servizio autostradale, avrebbero avuto tanto valore. Rimane viva, intatta e vibrante la memoria pura e semplice, quella memoria infantile, strana, profondamente tenace e totalmente irrazionale, legata in modo indissolubile agli oggetti dell’infanzia. È una memoria affettiva potentissima e inscalfibile che non rispetta minimamente la fredda logica inesorabile del tempo che passa o delle mode che cambiano in continuazione. È un amore per un oggetto metallico che non viene minimamente scalfito o cancellato dai fallimenti aziendali, dagli scandali finanziari o dalle aule di tribunale, ma resta qualcosa di meno consolatorio.
Rimane un vuoto, una tristezza di fondo legata alle domande senza risposta, alle occasioni perdute e a ciò che quel marchio avrebbe potuto diventare in altre circostanze. Rimane, insistente e dolorosa, la grande e angosciante domanda su cosa sarebbe potuto essere se solo quella delicatissima successione familiare fosse stata gestita in modo intelligente e diverso. Ci si chiede cosa sarebbe accaduto se i bilanci aziendali fossero stati tenuti sempre in perfetto ordine, guidati dall’onestà e dalla prudenza, invece che dalla disperazione e dall’avidità. Se l’inevitabile ma necessaria e salvifica delocalizzazione produttiva in Asia fosse stata affrontata per tempo, con visione coraggiosa e spirito imprenditoriale forte, invece di essere posticipata all’infinito. Se solo avessero preso in mano la situazione con coraggio e lungimiranza, invece di rimandare le scelte impopolari finché non potevano più essere rimandate in alcun modo, causando il crollo totale. Ci si chiede cosa sarebbe successo se la traumatica e improvvisa perdita dell’esclusiva licenza della Ferrari avesse prodotto una forte reazione strategica interna invece di una fatale paralisi manageriale.
Se gli aspri, sterili e continui dissapori familiari all’interno del consiglio d’amministrazione fossero stati risolti costruttivamente per il bene comune, ben prima di diventare una causa mortale di dissipazione economica. Quella Bburago potenziale, quell’azienda teorica e meravigliosa che avrebbe sicuramente potuto trovare un modo per sopravvivere alla tempesta globale, per adattarsi al cambiamento, per trionfare. Quell’azienda ipotetica che avrebbe potuto rimanere orgogliosamente italiana nel cuore, anche competendo in un mercato spietatamente globalizzato e concorrenziale, esiste purtroppo soltanto nel regno delle malinconiche ipotesi. È diventata un affascinante e triste fantasma di una grandezza perduta per sempre, un’ombra persistente che infesta la memoria, esattamente come sanno fare tutti i fantasmi più ostinati. E attenzione, non stiamo parlando del fantasma inconsistente di qualcosa che non è mai esistito se non nella fantasia esaltata di qualche nostalgico o di qualche collezionista romantico. Al contrario, stiamo parlando dell’ombra possente e dolorosa di qualcosa che è stato veramente tangibile, immenso, meraviglioso, e che avrebbe potuto continuare tranquillamente a essere tale ancora oggi.
Mario Besana, in fondo, era semplicemente e straordinariamente quel giovane e intraprendente ragazzo di Barzanò che aveva iniziato a lavorare duramente come garzone all’età di soli dodici anni. Era partito dal nulla più assoluto con l’idea fissa, l’ambizione bruciante e la speranza incrollabile di riuscire a fare qualcosa che durasse nel tempo, qualcosa che valesse davvero la pena di essere vissuta. Voleva disperatamente realizzare qualcosa di importante che, una volta finito il suo tempo su questa terra, lasciasse un segno profondo, positivo e indelebile nel mondo e nella sua comunità. E alla fine della sua incredibile e complessa parabola umana e imprenditoriale, nonostante il disastroso fallimento finale e le ombre giudiziarie, quel ragazzino ormai anziano aveva assolutamente ragione. Aveva effettivamente costruito dal nulla qualcosa di meraviglioso che è durato per decenni, che era oggettivamente e immensamente prezioso e che, innegabilmente, ha lasciato un segno indelebile. E quel segno tangibile e indistruttibile della sua esistenza, del suo genio e del suo duro lavoro, è ancora lì, immobile e lucente come il primo giorno, in ogni casa italiana e non solo.