Pamela Genini: il femminicidio e il macabro mistero della tomba profanata
La tragica storia di Pamela Genini, una giovane imprenditrice ed ex modella di 29 anni, è un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica, trasformandosi da un atroce femminicidio in un thriller dai contorni inquietanti. Pamela è morta due volte: la prima, per mano dell’uomo che diceva di amarla; la seconda, quando il suo riposo eterno è stato violato in modo indicibile.
Il 14 ottobre 2025, Pamela Genini scriveva messaggi disperati all’amico Francesco Dolci: “Ho paura, è entrato in casa”. Gianluca Soncin, il compagno da cui la giovane cercava di separarsi a causa della sua gelosia ossessiva e violenta, aveva fatto irruzione nel suo appartamento in via Iglesias, a Milano. Nonostante l’intervento tempestivo della polizia, chiamata dallo stesso Dolci, per Pamela non c’è stato nulla da fare: Soncin l’ha uccisa sul balcone, sotto gli occhi impotenti dei vicini, con 24 coltellate.
Mentre Soncin finiva in carcere, in attesa di un processo che lo vede rischiare l’ergastolo, il dolore dei familiari sembrava aver trovato un minimo, straziante conforto nel ricordo di Pamela. Ma il 23 marzo 2026, durante la traslazione della salma nel cimitero di Strozza, il paese d’origine della giovane, l’incubo è riemerso con una brutalità inaudita. Aprendo il loculo, gli addetti hanno notato che le viti erano state manomesse. Una volta aperta la bara, la macabra scoperta: il corpo di Pamela era stato decapitato e la testa era sparita.
Le indagini si sono concentrate immediatamente su Francesco Dolci, l’imprenditore quarantunenne che era stato tra i primi ad accorrere la sera dell’omicidio e che aveva assunto, nei mesi successivi, una presenza quasi ossessiva attorno alla memoria della ragazza. Dolci è stato filmato più volte dalle telecamere di sicurezza mentre ispezionava e fotografava il loculo di Pamela in orari insoliti, spesso ben prima che la profanazione fosse scoperta ufficialmente. Durante le perquisizioni a casa dell’indagato, gli inquirenti hanno rinvenuto una sega circolare, un coltello e sostanze chimiche, elementi che, pur non costituendo prove definitive, hanno aggravato la sua posizione.

Dolci si è sempre dichiarato innocente, sostenendo di aver agito per “senso del dovere” e per proteggere la memoria di Pamela, ma le contraddizioni nelle sue versioni e il materiale fotografico in suo possesso – che documenterebbe l’evolversi dei danni sulla lapide nel corso dei mesi – lo hanno reso il principale sospettato per vilipendio e furto di cadavere.
La famiglia di Pamela, intanto, si trova a vivere un dolore moltiplicato, chiedendosi come sia stato possibile che l’odio e la follia abbiano potuto perseguitare la loro cara anche oltre il confine della morte. Mentre il processo a Soncin prosegue, il mistero della testa scomparsa rimane una ferita aperta, un simbolo estremo di un’ossessione che non si è spenta con l’omicidio. Restano le domande, resta l’orrore, e resta il grido di una giustizia che non deve limitarsi a punire l’assassino, ma deve fare luce su ogni ombra che ha oscurato gli ultimi giorni di Pamela Genini.