Le 7 Trombe dell’Apocalisse: I Segnali Terrificanti della Fine dei Tempi
Il Crepuscolo dei De Luca: La Sinfonia della Fine
La pioggia batteva con violenza inaudita contro le ampie vetrate di Villa De Luca, una dimora secolare arrampicata come un rapace sulle scogliere di Positano. Il cielo era di un nero pece, un buio denso e palpabile che sembrava inghiottire non solo la debole luce della costa, ma la speranza stessa dell’umanità. All’interno, la vasta sala da pranzo era illuminata solo dal bagliore tremolante e malaticcio di imponenti candelabri d’argento, che gettavano ombre grottesche e allungate sui volti tesi dei commensali. L’aria era satura, quasi irrespirabile, carica di un profumo opprimente di orchidee marcescenti mescolato al sentore ferroso dell’arrosto di cinghiale lasciato a raffreddare sui piatti di porcellana. Nessuno osava toccare cibo. Il silenzio che avvolgeva la stanza era tossico, pesante, gravido di segreti inconfessabili pronti a deflagrare.
Al capotavola sedeva Valerio De Luca, il patriarca incontrastato. Settant’anni, lineamenti scolpiti in un marmo crudele e occhi glaciali come l’abisso marino, aveva costruito un impero globale sull’inganno, sullo sfruttamento sistematico e sulla distruzione spietata dell’ambiente e dei suoi rivali. Accanto a lui, la sua nuova e giovanissima amante, Camille, accarezzava il bordo di un calice di cristallo con un sorriso provocatorio, ostentando il ventre leggermente gonfio che custodiva il futuro erede. Dall’altra parte dell’infinito tavolo di mogano, Beatrice, la moglie legittima relegata a spettatrice della propria umiliazione, fissava il vuoto con un’espressione di gelida e rassegnata follia. I loro tre figli – Isabella, l’ereditiera dall’anima cinica e svuotata; Lorenzo, un politico corrotto fino al midollo; e Gabriel, il reietto, l’asceta religioso che Valerio aveva cacciato di casa anni prima – completavano quel quadro di assoluta miseria morale.
“Ho fatto redigere un nuovo testamento,” annunciò improvvisamente Valerio. La sua voce raschiava come carta vetrata, tagliente e priva di qualsiasi inflessione emotiva. “Tutto ciò che possiedo, ogni azienda, ogni proprietà immobiliare, e soprattutto la sorgente d’acqua purissima che alimenta la nostra ricchezza globale, andrà esclusivamente a Camille e al bambino che porta in grembo. Voi,” sibilò, sputando la parola con un disprezzo che gli contorse i lineamenti, guardando la moglie e i figli, “non avrete un singolo centesimo. Siete parassiti che ho nutrito per troppo tempo.”
Lorenzo scattò in piedi, la sedia che raschiava violentemente sul pavimento di marmo intarsiato prima di schiantarsi a terra. “Tu sei completamente pazzo! Ho passato la mia intera carriera politica a coprire i tuoi crimini! Ho corrotto giudici e insabbiato indagini per nascondere i milioni di litri di rifiuti tossici che la tua azienda ha sversato nei fiumi di mezza Europa per massimizzare i profitti! Se cado io, cadi anche tu!”
“Siediti, piccolo verme,” replicò Valerio, sorridendo con una freddezza disarmante. “Tu non sei nulla senza il mio denaro.”
Fu in quel preciso istante che Beatrice scoppiò in una risata. Iniziò come un sussurro, per poi trasformarsi in un latrato stridulo, isterico, che fece gelare il sangue nelle vene di Isabella. La donna si alzò lentamente, il viso pallido come la cera di una bara. “Un erede? Pensi davvero che quel bambino sia tuo, Valerio?” La sua voce era un pugnale intriso di veleno. “Sei sterile. Lo sei da oltre trent’anni. Una condizione medica documentata che ho nascosto per non ferire il tuo patetico ego.”
La rivelazione cadde sulla stanza come una ghigliottina, mozzando il respiro di tutti i presenti.
“Isabella e Lorenzo non sono tuoi figli,” continuò Beatrice, assaporando ogni singola sillaba. “Sono i figli di tuo fratello. L’uomo che hai fatto assassinare per prendere il controllo totale dell’azienda di famiglia. Ho dormito con l’assassino dell’uomo che amavo, fingendo per decenni.”
Il viso di Valerio divenne prima paonazzo, poi di un bianco spettrale. Lo shock si propagò nella stanza come un’onda sismica. Isabella sentì le vertigini assalirla, il mondo dorato e corrotto in cui era cresciuta crollarle addosso in un istante. Camille impallidì, portandosi una mano protettiva al ventre, indietreggiando. Tutto ciò che credevano vero era una monumentale menzogna costruita sul sangue, sull’incesto, sul tradimento più atroce. La ricchezza dei De Luca era un castello eretto su fondamenta di cadaveri.
Prima che Valerio potesse scagliarsi su Beatrice con intento omicida, Gabriel, che fino a quel momento era rimasto immobile con gli occhi chiusi in preghiera, si alzò in piedi. Il suo sguardo era terrificante, non rivolto alla sua famiglia, ma verso la grande vetrata, verso il cielo in tempesta.
“Smettetela,” sussurrò Gabriel, ma la sua voce risuonò con una forza innaturale, riverberando nei petti dei presenti. “I vostri peccati sono polvere. I vostri crimini, le vostre ricchezze avvelenate, le vostre patetiche e minuscole menzogne… non hanno più alcuna importanza. Il tempo della grazia è terminato.” Alzò un dito tremante verso l’alto, come se potesse perforare il soffitto. “Il Creatore ha misurato questo mondo e lo ha trovato mancante. Il settimo sigillo è stato aperto. Il cielo è rimasto in silenzio per mezz’ora. Ma ora… ora il giudizio ha inizio. Ascoltate.”
Un suono inimmaginabile squarciò il cosmo. Non era un tuono, né il boato di un terremoto. Era il suono di una tromba divina, un richiamo metallico, assordante, cosmico, che faceva tremare le fondamenta stesse di Villa De Luca e risuonava direttamente nelle ossa e nell’anima.
Era il Primo Squillo.
Il cielo notturno sopra Positano si lacerò. Una luce rossastra e infernale inondò la stanza, accecando Valerio. Isabella corse alla finestra, il cuore in gola, e ciò che vide la paralizzò. Dal cielo non cadeva più pioggia. Stava precipitando una miscela orribile di grandine gigantesca e fuoco, mescolata a torrenti di sangue vivo, denso e scuro. Il fuoco colpì i magnifici giardini terrazzati della villa, incenerendo in un secondo i limoni secolari e le orchidee. La terra, che l’umanità aveva sfruttato e corrotto scambiando il Creatore con l’idolatria del profitto, stava subendo la prima condanna.
Un terzo della vegetazione globale venne consumato dalle fiamme in una frazione di tempo. Gli alberi, simboli biblici di stabilità e resistenza, esplodevano in torce di fuoco. Il fuoco e la grandine, antichi strumenti della giustizia divina già visti in Egitto contro il faraone e su Sodoma e Gomorra, ora non colpivano una singola nazione, ma l’intero pianeta. La natura, creata per il beneficio dell’uomo, gemeva e bruciava a causa dei suoi peccati. I boschi che la compagnia di Valerio aveva disboscato illegalmente in Amazzonia stavano prendendo fuoco contemporaneamente. Era un avvertimento su scala globale: un terzo della terra, un limite imposto dalla misericordia divina che ancora lasciava spazio al pentimento. Ma nella villa dei De Luca, c’era solo panico animale.
Lorenzo urlò, correndo verso lo studio per salvare i documenti bancari e le chiavi dei server off-shore, convinto che il denaro potesse ancora comprare la salvezza. Fu investito da un blocco di grandine infuocata che sfondò il tetto, schiacciandogli le gambe. Le sue urla di dolore si mescolarono al crepitio delle fiamme. Valerio, imprecando contro Dio e contro Beatrice, trascinò Camille verso il bunker sotterraneo della villa. Nessuno si curò di Lorenzo. Isabella, paralizzata dal terrore, si aggrappò a Gabriel.
“Cosa sta succedendo, Gabriel? Ti prego, cosa è questo?” pianse Isabella, mentre il sangue macchiava i vetri.
“L’umanità ha adorato l’opera delle proprie mani,” rispose Gabriel con infinita tristezza. “Abbiamo trasformato il mondo in un idolo. Ora l’idolo viene distrutto. Ma non è che l’inizio.”
Mentre i roghi illuminavano a giorno la costa amalfitana, una seconda tromba squillò nel firmamento. Il suono era più profondo, più luttuoso del primo.
Il Secondo Squillo.
Isabella, trascinata da Gabriel verso il terrazzo più alto per sfuggire al fumo, guardò verso il Mar Mediterraneo. Il cielo si squarciò di nuovo e qualcosa di mastodontico, come una grande montagna ardente, precipitò dallo spazio. Non era un vulcano, ma una massa di fuoco così immensa che, impattando con le acque, generò uno tsunami di proporzioni apocalittiche. L’acqua bollì. Ma non fu solo la forza distruttiva a terrorizzarli. Nel momento in cui la montagna di fuoco si inabissò, il mare stesso mutò la sua natura.
Un terzo dell’oceano si trasformò in sangue. Non metaforicamente. Sangue reale, coagulato, maleodorante, che riempì l’aria del fetore della morte. Un terzo delle creature marine perì all’istante, galleggiando sulla superficie scarlatta in un tappeto di putrefazione. Le navi mercantili, comprese quelle della flotta globale di Valerio cariche di merci rubate alla dignità del terzo mondo, vennero sbriciolate, distrutte per un terzo in tutto il mondo. Il commercio, l’economia, le catene di approvvigionamento: tutto collassò in un’ora. L’umanità aveva inquinato i mari, riempiendoli di plastica e petrolio, trasformando la culla della vita in una fogna di avidità. Ora, Dio restituiva loro il prodotto della loro stessa distruzione. Le coste vennero spazzate via. Le nazioni entrarono in un’angoscia inenarrabile per il fragore del mare e dei flutti.
Valerio emerse dal bunker, la camicia di seta strappata. Guardò il suo mare, la via dei suoi traffici illeciti, trasformato in una palude di sangue. La sua mente calcolatrice cercava di quantificare i danni finanziari, incapace di comprendere la portata escatologica dell’evento. “Devo chiamare Ginevra… i miei fondi…” mormorava, la bava alla bocca, rifiutandosi ostinatamente di pentirsi. La cecità umana di fronte al castigo divino era assoluta.
I giorni successivi furono un incubo senza risveglio. Senza acqua dolce, la famiglia, o ciò che ne restava, decise di fuggire verso l’interno, verso la sorgente privata dei De Luca nelle montagne, l’origine del loro impero dell’acqua in bottiglia. Lorenzo era morto dissanguato tra le macerie della villa, abbandonato dal padre. Viaggiavano a piedi, tra frotte di disperati, in un paesaggio che ricordava l’inferno dantesco.
Mentre si avvicinavano alla sorgente, nel cuore della notte illuminata solo dagli incendi perpetui, il Terzo Squillo fendette l’aria.
Gabriel si fermò di colpo, cadendo in ginocchio. Nel cielo cadde una grande stella, ardente come una torcia. Non colpì la terra né il mare, ma si frammentò riversandosi su un terzo dei fiumi e sulle sorgenti d’acqua.
“Il suo nome è Assenzio,” sussurrò Gabriel, piangendo. “Amarezza.”
Arrivarono alla fonte. Valerio, accecato dalla sete, spinse via Beatrice e si gettò nell’acqua un tempo cristallina. Ne bevve a grandi sorsi. Beatrice lo seguì, disperata. Ma l’acqua non era più fonte di vita. L’acqua aveva cambiato chimica, corrotta dall’ira divina. Era diventata amara, velenosa. L’umanità aveva privatizzato, inquinato e negato l’acqua ai poveri; ora, Dio rendeva quell’acqua mortale. Valerio iniziò a contorcersi a terra, sputando bile e sangue, ma la morte per lui era ancora lontana. Beatrice, invece, con il corpo indebolito da anni di odio e rancori repressi, non resse. Morì in atroci agonie, maledicendo il giorno in cui era nata, senza un singolo pensiero di pentimento verso Dio. La morte per Assenzio era dolorosa, un riflesso dell’amarezza spirituale che l’umanità aveva scelto rifiutando l’Acqua Viva, Gesù Cristo.
Il Quarto Squillo non si fece attendere. Quando risuonò, non portò distruzione fisica, ma un terrore psicologico ben peggiore.
Il cielo, già oscurato dal fumo, subì un mutamento cosmico. Un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo delle stelle furono colpiti. La luce naturale svanì per un terzo della giornata e della notte. Le temperature crollarono drasticamente. La natura perse il suo ritmo, l’orologio biologico dell’umanità si infranse. I raccolti gelarono. Le stagioni impazzirono. Come in Egitto durante le piaghe, una fitta tenebra avvolse la mente degli uomini. In quell’oscurità perpetua, la famiglia De Luca sperimentò il vuoto assoluto. Valerio, privato della sua ricchezza, del suo potere e ora persino della luce del sole, sprofondò nella pazzia. Isabella, stringendosi a Gabriel, iniziò a pregare. Per la prima volta nella sua vita frivola, capì la sua piccolezza. Chiese perdono, con lacrime sincere, per l’egoismo, per aver ignorato la sofferenza altrui, per aver vissuto nell’opulenza mentre il mondo moriva. E in quel momento, invisibile a occhi mortali, il Sigillo di Dio venne impresso sulla sua fronte.
Mentre l’oscurità stringeva la terra in una morsa di ghiaccio, Isabella vide qualcosa nel cielo plumbeo. Un’aquila solitaria volava altissima, e la sua voce umana e straziante gridava a tutto il pianeta: “Guai! Guai! Guai agli abitanti della terra, a causa degli altri squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!”
I primi quattro giudizi avevano colpito la natura. I prossimi tre avrebbero colpito direttamente gli uomini.
Il Quinto Squillo ruppe il silenzio tombale.
Isabella vide una stella – non un meteorite, ma un essere angelico decaduto – precipitare sulla terra. A questo essere, a Satana stesso, fu data la chiave del pozzo dell’abisso. Quando il pozzo venne aperto, un fumo denso e soffocante salì come da una fornace gigantesca, oscurando del tutto quel poco sole che rimaneva. Era l’apertura delle porte dell’inferno.
Da quel fumo demoniaco emersero le locuste. Non erano insetti. Erano terrori spirituali resi fisici. Avevano l’aspetto di cavalli pronti per la battaglia, corone d’oro sulle teste, volti umani, capelli di donna e denti di leone. Le loro corazze sembravano di ferro e il rumore delle loro ali era il fragore di carri in guerra. Ma la loro arma più terribile era la coda, simile a quella di uno scorpione, dotata di pungiglioni. Avevano un re, l’angelo dell’abisso: in ebraico Abaddon, in greco Apollyon. Il Distruttore.
Dio impose loro un limite: non dovevano toccare l’erba né gli alberi, ma solo gli uomini che non avevano il Sigillo di Dio sulla fronte. Per cinque mesi, a queste bestie fu dato il potere di tormentare l’umanità, non di ucciderla.
Il dolore inflitto dalle locuste non era solo fisico, era un’agonia dell’anima, l’iniezione del veleno del rimorso senza redenzione. Valerio e Camille vennero attaccati. Isabella guardava inorridita mentre invisibili scorpioni trafiggevano il padre e la giovane amante. Urlarono per giorni, settimane, mesi. Valerio cercò di tagliarsi le vene con un frammento di vetro per sfuggire al dolore, ma le ferite non sanguinavano a sufficienza. Camille cercò di gettarsi da un dirupo, ma le sue ossa non si ruppero in modo letale. In quei giorni, gli uomini cercarono la morte, desiderarono ardentemente morire, ma la morte fuggiva da loro. L’umanità sperimentò l’anticipo dell’inferno. Isabella e Gabriel, protetti dal Sigillo, camminavano illesi in mezzo a quello sciame di demoni. La fede di Isabella si forgiò nel fuoco di quell’orrore, comprendendo che la vera salvezza non era fisica, ma spirituale.
Passati i cinque mesi di tormento infernale, il mondo era un manicomio a cielo aperto. I governi non esistevano più. Le infrastrutture umane erano un pallido ricordo. Eppure, con i cuori induriti come la pietra, i sopravvissuti maledivano Dio, rifiutandosi ancora una volta di pentirsi.
Il Sesto Squillo si levò nell’aria.
Gabriel prese la mano di Isabella. “Il secondo guaio,” disse con voce solenne. “L’altare d’oro davanti a Dio ha emesso la sua sentenza.”
Una voce comandò di sciogliere i quattro angeli caduti che erano stati incatenati presso il grande fiume Eufrate. Per secoli erano stati preparati per quell’ora, quel giorno, quel mese, quell’anno esatto, per uccidere un terzo dell’umanità.
Il fiume Eufrate, confine storico degli imperi oppressori, divenne il punto di partenza dell’ultimo, devastante conflitto globale. Furono rilasciati, e con loro un esercito sovrumano, forse demoniaco, forse l’apice della tecnologia bellica umana unita alla follia infernale: duecento milioni di cavalieri.
Isabella vide l’orizzonte tingersi di un rosso apocalittico. I cavalli di questa orda avevano teste di leoni, e dalle loro bocche uscivano fuoco, fumo e zolfo – gli stessi elementi che distrussero Sodoma. Fu un massacro senza precedenti nella storia del cosmo. Le armi di distruzione di massa, innescate da leader mondiali impazziti e guidati da forze demoniache, cancellarono intere nazioni dalla mappa. Valerio, ormai ridotto a un guscio vuoto di dolore, venne travolto in uno di questi conflitti, incenerito senza lasciare traccia, la sua anima trascinata nell’abisso per rispondere della sua immensa avidità. Camille morì poco dopo, il suo bambino mai nato, vittima della vanità e della corruzione.
Un terzo dell’umanità perì a causa del fuoco, del fumo e dello zolfo. Miliardi di morti.
Eppure, il testo biblico si manifestò nella sua più crudele ironia, una verità che Isabella vide coi propri occhi guardando i pochi superstiti. Il resto dell’umanità, quelli che non furono uccisi da questi flagelli, non si ravvide dalle opere delle proprie mani. Non smisero di adorare i demoni, gli idoli di materiali preziosi che non potevano vedere né sentire. Non si pentirono dei loro omicidi, delle loro stregonerie – le manipolazioni e corruzioni farmaceutiche e chimiche – della loro fornicazione e dei loro furti. L’orgoglio umano preferiva l’autodistruzione alla sottomissione al Creatore.
Il tempo sembrò sospendersi. Gabriel spiegò a Isabella la discesa dell’Angelo Possente avvolto in una nube, con l’arcobaleno sul capo, il cui viso brillava come il sole. L’angelo pose il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, rivendicando il dominio totale. Alzò la mano al cielo e giurò: “Non ci sarà più alcun indugio.” Giovanni aveva mangiato il piccolo rotolo, dolce in bocca ma amaro nello stomaco, accettando il peso della profezia. Il tempio fu misurato. I veri fedeli furono separati dai profani.
Per milletrecentosessanta giorni, Isabella e Gabriel assistettero al ministero dei Due Testimoni. Vestiti di sacco, predicarono a una terra desolata e ostile, trattenendo la pioggia e trasformando le acque in sangue, richiamando alla mente le potenze di Mosè ed Elia. Il mondo li odiò con una ferocia senza limiti. E quando terminarono la loro testimonianza, la bestia che saliva dall’abisso fece loro guerra, li vinse e li uccise. I loro cadaveri rimasero esposti nella piazza della grande città, spiritualmente chiamata Sodoma ed Egitto, dove il Signore era stato crocifisso.
Isabella ricordò il disgusto nel vedere i sopravvissuti, attraverso schermi malfunzionanti o raduni spettrali, festeggiare e scambiarsi regali per la morte dei Testimoni. La verità era così insopportabile per loro che la sua uccisione sembrava una vittoria.
Ma Dio ebbe l’ultima parola. Dopo tre giorni e mezzo, lo spirito di vita entrò nei Testimoni. Si alzarono in piedi sotto gli occhi terrorizzati dei loro nemici e ascesero al cielo in una nube. In quell’ora ci fu un grande terremoto: un decimo della città crollò e settemila persone morirono. Finalmente, i superstiti, presi da un terrore indescrivibile, diedero gloria al Dio del cielo. Fu l’ultimo spiraglio di redenzione prima della fine.
Poi, l’ultimo suono.
Il Settimo Squillo.
Non vi fu distruzione a questo suono. Non ci fu fuoco, né sangue, né locuste. Ci fu una dichiarazione cosmica che scosse le fibre dell’universo. Isabella sentì voci potenti risuonare nel cielo stesso, come un coro di miliardi di anime redente:
“Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo, ed egli regnerà nei secoli dei secoli.”
Gabriel cadde con la faccia a terra, adorando. Isabella fece lo stesso. I ventiquattro anziani davanti al trono di Dio si prostrarono, ringraziando l’Onnipotente perché aveva preso il suo grande potere e aveva iniziato a regnare. Era l’adempimento della preghiera che l’umanità aveva recitato per millenni senza comprenderne il peso: “Venga il tuo regno”.
Il tempio di Dio nel cielo si aprì. L’Arca della sua Alleanza divenne visibile. Lampi, voci, tuoni, un terremoto e una forte grandinata segnarono la fine del mondo umano e l’inizio del regno divino. La promessa eterna si era compiuta. Cristo tornava non solo come Agnello immolato, ma come Re dei Re e Signore dei Signori, pronto a giudicare i morti, a distruggere coloro che avevano distrutto la terra e a ricompensare i suoi servi.
Il tempo del giudizio e della guerra si concluse in un baleno di gloria travolgente.
Epilogo: La Nuova Terra
Secoli o forse millenni umani passarono, anche se il tempo aveva perso ogni significato. Isabella camminava a piedi nudi su un prato di un verde così luminoso e perfetto da sembrare una melodia cristallizzata. L’aria era pervasa dal profumo della vita immortale, un’antitesi assoluta al fetore di morte che aveva caratterizzato i giorni dell’Apocalisse e la decadenza di Villa De Luca.
Non c’era più mare, come aveva profetizzato Giovanni. Non c’erano più oceani tempestosi e separatori. Davanti a lei si ergeva la Nuova Gerusalemme, la città santa, scesa dal cielo da presso Dio, preparata come una sposa adorna per il suo sposo. Le sue mura di diaspro e le strade d’oro puro e trasparente brillavano di una luce intrinseca. Non c’era bisogno del sole né della luna, perché la gloria di Dio la illuminava, e l’Agnello era la sua lampada.
Isabella si fermò presso il Fiume dell’Acqua della Vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio. Nessun Assenzio l’avrebbe mai più resa amara. Sulle rive cresceva l’Albero della Vita, le cui foglie servivano per la guarigione delle nazioni. Gabriel le venne incontro, il suo volto splendente di una pace che sfidava ogni descrizione terrena. Non c’erano più segni di fatica, né le rughe del profeta sofferente. Era l’immagine della restaurazione divina.
“Hai visto, Isabella?” le disse Gabriel, con un sorriso che racchiudeva tutta l’eternità. “Tutto ciò che era corrotto è stato lavato via. Tutto ciò che era morto è rinato.”
Isabella annuì, le lacrime di gioia che le rigavano il viso – le ultime lacrime che avrebbe mai versato, poiché Dio stesso aveva asciugato ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarebbe stata più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima erano passate.
Ricordò vagamente l’oscurità del passato, la crudeltà di suo padre Valerio, le menzogne di Beatrice, il sangue versato da Lorenzo, il peccato e la vanità che avevano governato il vecchio mondo. Sembravano l’eco di un incubo lontano, dissolto dalla luce implacabile della giustizia e dell’amore di Dio. L’inganno dei De Luca e dell’umanità intera era stato sradicato e incenerito nel lago di fuoco.
Isabella prese l’acqua cristallina con le mani e la bevve. Era dolce, dissetava in modo assoluto, nutriva l’anima oltre che il corpo risorto. Non vi era più alcuna maledizione.
Il settimo squillo di tromba non era stato la fine di tutto, ma il grandioso prologo dell’eternità. Il male aveva avuto il suo breve e rumoroso momento, ma il bene, l’amore e la sovranità di Dio avevano trionfato, solidi e inamovibili come la verità stessa. E in quel regno di perfezione, dove la luce non sbiadiva mai, Isabella trovò finalmente ciò che la ricchezza terrena non aveva mai potuto comprare: la pace assoluta alla presenza del suo Creatore.