La notte in cui L’ITALIA rubò i SOLDI ai suoi cittadini
È la notte tra il 10 e l’11 luglio 1992. Nelle stanze di Palazzo Chigi è riunito da ore uno dei consigli dei ministri più drammatici della storia italiana. I presenti hanno il volto segnato dalla stanchezza e dall’ansia, mentre sul grande tavolo tondo della Presidenza del Consiglio si accumulano fogli pieni di numeri che non tornano mai e calcoli che sembrano condannare l’Italia a un destino inesorabile. Neanche il presidente del Consiglio Giuliano Amato riesce a nascondere l’angoscia che lo divora. Accanto a lui, il ministro delle finanze Giovanni Goria scruta i documenti con l’aria di chi sa che il tempo sta per scadere, perché lo Stato ha le casse completamente vuote e nei giorni successivi rischia di non pagare gli stipendi e le pensioni. La situazione è grave e serve correre ai ripari, ma le opzioni per trovare i soldi sono tutte drammatiche.
A un certo punto, mentre la discussione si fa sempre più concitata, Goria e Amato si appartano per discutere di una soluzione estrema, impensabile fino a quel momento. Parlano da soli per una ventina di minuti e, quando tornano, la decisione che hanno preso è un qualcosa di mai visto prima nella storia della Repubblica. Una misura talmente delicata che né gli altri ministri né il presidente della Repubblica Scalfaro possono esserne informati. Si tratta di prendere i soldi direttamente dai conti correnti degli italiani: un prelievo forzoso da effettuare la mattina successiva per garantire la sopravvivenza allo Stato italiano. È una decisione dal valore simbolico gigantesco, che segnerà un’intera fase della nostra storia e rimarrà impressa nella memoria collettiva come uno dei momenti più difficili per il nostro paese. Ma come avevamo fatto ad arrivare ad un punto così drammatico e com’è stato possibile che l’Italia, una delle potenze economiche mondiali, sia arrivata così vicina a toccare il fondo?
Ciao, io sono Nicola del Punto Economico e oggi parliamo della storia del celebre prelievo forzoso del luglio 1992 e di quali furono le cause e le conseguenze di quella decisione. Solo una cosa prima di iniziare: ho appena scoperto che il 96% di chi guarda i nostri video non è iscritto al canale. Lo so che chiedervi l’iscrizione non è bello, ma a noi aiuta tantissimo per continuare a alzare il livello. Per cui, se i nostri video vi piacciono, cliccate qui in basso e aiutateci a crescere.
Per capire come si sia arrivati a quella notte drammatica di luglio dobbiamo fare un passo indietro e guardare alla difficilissima situazione che l’Italia viveva in quel 1992, quando il paese si trovava nel bel mezzo di una tempesta perfetta che colpiva su ogni fronte. L’anno inizia con l’arresto, il 17 febbraio a Milano, di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, in quello che apparentemente sembrava un caso isolato di corruzione ma che ben presto si rivela essere solo la punta di un iceberg gigantesco che coinvolgeva l’intero sistema politico e imprenditoriale italiano. Quello è infatti l’inizio del ciclone di Tangentopoli che in pochi mesi scoperchia il più grande sistema di tangenti della storia repubblicana e travolge i leader e i partiti della prima repubblica che per quasi mezzo secolo erano stati al centro della vita del paese.
Mentre la crisi politica minacciava di far saltare le fondamenta dello Stato, negli stessi mesi anche la mafia alza il tiro e dichiara guerra alle istituzioni. Prima con la strage di Capaci del 23 maggio, quando con 400 kg di tritolo viene ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, e poi il 19 luglio con l’assassinio di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta. Le stragi mafiose mettono a dura prova la tenuta di un’Italia che aveva già i nervi a fior di pelle, dove la sensazione diffusa era quella di un paese che stava perdendo il controllo e dove le istituzioni venivano attaccate simultaneamente dalla corruzione, dalla criminalità organizzata e dall’instabilità politica.
Questa crisi profonda viene certificata anche dalle elezioni dell’aprile 92, tenute nel pieno del ciclone Tangentopoli, che segnano un crollo senza precedenti per i partiti tradizionali della prima repubblica, giunti ormai chiaramente al capolinea. Dopo le elezioni, per la prima volta nella storia repubblicana, a guidare il governo viene chiamato una figura tecnica, non direttamente espressione dei partiti. Per questo motivo a Palazzo Chigi arriva Giuliano Amato, un docente universitario che, pur essendo vicino al Partito Socialista, viene scelto per le sue competenze tecniche e la sua credibilità nel disperato tentativo di salvare una situazione che nel frattempo anche sul fronte economico si stava aggravando. E questo perché del clima di crescente tensione sociale e istituzionale stavano approfittando i mercati finanziari, che iniziano a manifestare la loro sfiducia nei confronti dell’Italia, con la Borsa di Milano che con Tangentopoli comincia una discesa che durerà per tutto il 1992.
A far fatica sono però soprattutto i titoli di stato, con i rendimenti dei BTP decennali che superano stabilmente la soglia del 12% e lo spread con i bund tedeschi che rimane fisso oltre quota 400. Segno inequivocabile che i mercati consideravano sempre più rischioso prestare denaro allo Stato italiano. Parallelamente, la bilancia dei pagamenti mostrò un continuo deflusso di capitali dall’Italia verso l’estero, mentre il debito pubblico raggiunge il 105% del PIL, una cifra astronomica che rappresenta i nodi di decenni di gestione dissennata delle finanze pubbliche che vengono al pettine. Nodi che sono appunto figli delle scelte degli anni 70 e 80, che in tutto e per tutto rappresentano la miccia che in quel 1992 era sull’orlo di esplodere.
Le difficoltà economiche dell’Italia del 92 sono da ricercare nei due decenni precedenti, quando la politica, per affrontare la fine del grande boom del dopoguerra e l’inizio della stagnazione, aveva iniziato ad aumentare la spesa pubblica senza controllo. L’inizio è il 1973, quando il primo shock petrolifero interrompe bruscamente 30 anni ininterrotti di crescita economica e l’Italia si scopre improvvisamente in stagnazione e travolta da un’inflazione divampante. La classe politica, abituata per decenni a distribuire crescita e benessere, si trova per la prima volta a dover gestire una crisi vera e lo fa nell’unico modo che conosceva, e cioè aumentando la spesa pubblica. Questo è semmai un momento difficile, dal suo superamento dipendono la ripresa e la continuità del nostro sviluppo. Occorre però avere chiaro che l’epoca dell’energia abbondante e a basso costo è tramontata. Per il nostro paese, come per tutti gli altri paesi del mondo, ciò impone un serio ripensamento dello sviluppo economico, del modo di vita, delle priorità dell’investimento. Noi pagiamo il conto di una crisi di crescita e ogni momento di crescita comporta degli errori.
Negli anni che seguono, infatti, in Italia si radica un modello di spesa dissennata che permette alla politica di mantenere il consenso attraverso privilegi a singole categorie o regali elettorali alle regioni e ai comuni, tutto a spese delle casse pubbliche. Sono infatti questi gli anni delle baby pensioni, gli anni della nazionalizzazione delle imprese in crisi e gli anni dei grandi investimenti nel Mezzogiorno, spesso finiti in opere incompiute. Certo, non era tutto uno spreco perché, ad esempio, in quegli anni nacquero anche riforme importanti come il servizio sanitario nazionale, ma nel complesso la spesa sfuggì completamente di mano. E mentre la spesa correva, le entrate fiscali rimanevano ferme o quasi, per cui la politica si aggrappò alla scialuppa della Banca d’Italia per sfamare la propria voglia di nuove spese, Banca d’Italia che lo faceva stampando continuamente nuova moneta.
Tecnicamente il meccanismo era che lo Stato emetteva sempre più titoli di stato e, quando il mercato non riusciva a coprire l’offerta, ci pensava la Banca d’Italia che stampava nuova moneta e la usava per comprare i titoli italiani, facendo quello che gli economisti chiamano monetizzazione del debito pubblico. In questo modo si permetteva allo Stato di fare sempre nuovo debito senza doversi confrontare coi mercati e senza quindi dover pagare interessi reali esagerati per finanziare quello che la politica voleva fare. Tutto questo effettivamente tiene a bada in quegli anni il debito pubblico, nonostante i giganteschi aumenti di spesa pubblica, ma di converso alimenta anche un costante aumento dell’inflazione a causa della maggiore massa monetaria in circolazione. Inflazione che peraltro in quegli anni è già molto alta a causa degli shock petroliferi del 73 e del 79 e che infatti per tutti gli anni 70 in Italia rimane sopra la doppia cifra fino a raggiungere picchi del 20%.
Il problema era che a quell’inflazione corrisponde sempre un aumento della spesa pubblica per indicizzare pensioni e stipendi al costo della vita, attivando così una sorta di spirale che rischiava di portare l’asticella dell’inflazione sempre più in alto. Già al tempo molti economisti, e in realtà anche qualche politico, sapevano che questa spirale prima o poi andava fermata, anche considerando che nel 1979 l’Italia aderisce al sistema monetario europeo che impone alla lira una banda di oscillazione massima rispetto alle altre maggiori valute continentali e che avrebbe quindi presto reso impossibile coprire la spesa pubblica stampando continuamente nuova moneta. A prendersi la briga e la responsabilità di cercare di fermare questa spirale ci pensano l’allora ministro del tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1981 danno vita al cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia.
Divorzio che nella pratica significa che da quel momento la banca centrale non sarebbe più stata obbligata a comprare i titoli di stato italiani invenduti, per cui lo Stato per finanziare la propria spesa avrebbe dovuto convincere il mercato. Questo divorzio è una svolta epocale perché da quel momento non sarebbe più stato possibile finanziare la spesa pubblica a costo zero, visto che i mercati, al contrario della Banca d’Italia, avrebbero chiesto interessi sempre più alti per compensare il rischio crescente di prestare denaro a un paese che sembrava aver perso il controllo dei propri conti. Eppure, nonostante la fine del paracadute della Banca d’Italia, la politica italiana non cambia passo e anzi per tutti gli anni 80 continua a far correre la spesa pubblica sull’onda dell’entusiasmo di un’economia che in parte si stava riprendendo anche grazie agli anni della Milano da bere, della moda e del made in Italy che conquista il mondo.
Sotto al tappeto però la polvere si stava accumulando, perché quella colossale spesa pubblica aveva iniziato a gonfiare anno dopo anno il debito pubblico che in soli 10 anni, dal 1982 al 1992, passa dal 63% al 105% del PIL, e con tassi di interesse stabilmente oltre il 12-13% che erano un qualcosa di assolutamente insostenibile per le casse pubbliche. In questo scenario già fragile si aggiunge poi un altro pezzo del puzzle, e cioè l’accelerazione del processo di integrazione europea che con la firma nel febbraio del 92 del trattato di Maastricht prende ufficialmente il via. Integrazione europea che impone all’Italia di rispettare parametri molto rigorosi per entrare nell’euro, come un rapporto debito PIL sotto il 60%, un deficit di bilancio massimo del 3% e inflazione e tassi di interesse in linea con i paesi più virtuosi. Tutti parametri che però erano semplicemente irraggiungibili per l’Italia di inizio anni 90.
Tuttavia era ormai chiaro a tutti che l’Italia non si sarebbe potuta chiamare fuori da quel progetto, perché avrebbe significato autoescludersi dal nucleo dell’Europa che contava sullo scenario globale, senza poi tener conto del fatto che per molti in Italia il vincolo esterno imposto dalle regole europee avrebbe finalmente dato un po’ di disciplina fiscale al nostro paese. E in questo contesto drammatico, con l’Italia stretta tra la crisi politica, la perdita di fiducia dei mercati, un debito pubblico fuori controllo e l’accelerazione dei vincoli europei, che nella notte tra il 10 e l’11 luglio l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato convoca un consiglio dei ministri d’urgenza per prendere una decisione che sarebbe rimasta nella memoria collettiva degli italiani come il simbolo tangibile del fallimento di 20 anni di sprechi, compromessi, bugie e scorciatoie.
Nei primi giorni di luglio del 92 la situazione dei conti pubblici è disperata. Le casse dello Stato sono vuote. Le aste dei titoli di stato vanno parzialmente deserte da mesi e ogni giorno il ministro delle finanze Giovanni Goria si sente ripetere dai tecnici del Ministero che se non si interviene immediatamente lo Stato rischia di non avere i fondi per pagare stipendi e pensioni a luglio. Il presidente del Consiglio appena insediato Giuliano Amato e il ministro Goria capiscono subito che la situazione è drammatica e serve un intervento immediato per trasmettere positività ai mercati e salvare le aste dei titoli di stato. I due studiano assieme le misure necessarie e il risultato è una manovra lacrime e sangue come gli italiani non ne avevano mai viste prima. C’erano aumenti di bolli e imposte amministrative su passaporti e patenti, l’introduzione di ticket sanitari, l’introduzione dell’ICI sugli immobili, l’aumento dell’età pensionabile, molti tagli alla spesa pubblica e diverse privatizzazioni di aziende statali.
Nonostante questo però il piano non era completo, perché gli introiti di tutte quelle misure sarebbero arrivati solo nei mesi successivi, mentre la situazione delle casse pubbliche era così disperata che da lì a pochi giorni sarebbero serviti tra i 6 e gli 8.000 miliardi di lire per pagare stipendi e pensioni pubbliche. È così che il ministro delle finanze Goria propone ad Amato un prelievo forzoso dello Stato direttamente dai conti correnti dei cittadini da farsi nella notte tra il 10 e l’11 luglio. Si trattava di un qualcosa che non era mai avvenuto nella storia della Repubblica, un colpo durissimo al morale dei cittadini e un tentativo disperato per evitare il default. Amato, per quanto scosso dalla proposta, capisce di non avere alternative: accetta quindi il prelievo forzoso e assieme ai tecnici del Ministero delle Finanze si mette subito al lavoro per limare i dettagli tecnici della misura.
L’aliquota del prelievo viene posta al 6 per mille da applicarsi retroattivamente sulle somme possedute al 9 luglio sui conti correnti, sui depositi bancari e postali e sui libretti di risparmio, per evitare così una fuga di capitali una volta resa pubblica la notizia. La misura valeva circa 5.700 miliardi di lire di introiti per lo Stato e di fatto chiude il cerchio di una manovra da 30 miliardi di lire che viene approvata dal Consiglio dei Ministri. L’operazione del duo Amato-Goria è chirurgica, con la decisione presa a mercati chiusi e resa pubblica solo quando ormai il prelievo sui conti era avvenuto e nessuno avrebbe avuto modo di eludere la cosa. D’altronde quello era l’unico modo per gestire una manovra di questo tipo che altrimenti avrebbe causato il panico generalizzato e l’aggravarsi dell’immagine dell’Italia davanti ai mercati internazionali.
Invece quel panico non solo non si generò, ma l’opinione pubblica inizialmente accolse la misura senza particolare indignazione, anche perché erano altre le misure che generarono malcontento, a partire dall’aumento dell’età pensionabile e l’introduzione dell’ICI. Tutto sommato il sentiment dominante fu che il prelievo forzoso del 6 per mille era pur sempre una misura una tantum, nemmeno così devastante per i singoli risparmiatori. Si considera che su un conto da 10 milioni di lire, che corrispondono con l’inflazione agli attuali 10.000 €, si trattava di pagare 60.000 lire, quelli che sarebbero oggi 60 €. Ma se la reazione immediata a quella misura fu tutto sommato contenuta, quel prelievo forzoso funzionò come una durissima sveglia per milioni di italiani, come il segnale inequivocabile che la ricreazione era davvero finita e che ora iniziava un doloroso regolamento di conti, dove quel prelievo forzoso sarebbe stato solo il primo di una lunga serie di sacrifici che il paese avrebbe dovuto sopportare per rimettere in sesto i propri conti.
Sacrifici che si manifestarono già qualche mese dopo quando, il 16 settembre del 92, il finanziere George Soros scatenò un devastante attacco speculativo contro la Lira che fece perdere alla nostra valuta oltre il 30% del proprio valore e rimise l’Italia sull’orlo del precipizio. Di fronte a questo nuovo attacco, di cui peraltro vi abbiamo raccontato in questo video che trovate sul canale, Amato si trovò a rivivere l’incubo di luglio con una situazione che tornava pericolosamente vicina al default. Questa volta però il presidente del Consiglio decise di non limitarsi a tamponare l’emergenza, ma affronta il problema alla radice con una manovra di dimensioni mai viste: 93.000 miliardi di lire tra nuove tasse, tagli alla spesa e privatizzazioni, qualcosa come il 6% del PIL dell’epoca, che in termini attuali sarebbero oltre 120 miliardi di euro. Una manovra di proporzioni colossali che non aveva precedenti nella storia repubblicana e che infatti mise meglio in sicurezza i conti pubblici e portò già nei mesi successivi il debito su una traiettoria discendente, avviando un percorso virtuoso delle finanze pubbliche che sarebbe durato fino alla crisi del 2008.
Il prezzo però che l’Italia dovette pagare per salvarsi dal baratro fu devastante, e non solo in termini finanziari ma soprattutto in termini sociali e nel rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. Quel prelievo forzoso e quelle due manovre lacrime e sangue scossero infatti in profondità l’anima del paese e rimasero impresse nella memoria collective come il momento in cui divenne chiaro che le cose stavano cambiando radicalmente e che l’epoca d’oro dell’Italia del dopoguerra era ufficialmente finita. Quello che era successo infatti andava ben oltre i conti pubblici o i bilanci dello Stato, ma rappresentava la rottura traumatica di un intero modello di paese, di un modo di intendere il potere pubblico, la spesa e il consenso. Se il prelievo forzoso fu il simbolo di questa frattura, la manovra di settembre ne fu la definitiva consacrazione, visto che da quel momento sarebbe davvero iniziata un’altra Italia, con regole completamente diverse da quelle che avevano governato il paese per i 50 anni precedenti.
Il prelievo forzoso dell’11 luglio del 92 non fu soltanto una misura di emergenza per sistemare i conti pubblici, ma fu il momento in cui milioni di italiani capirono che un’intera epoca della nostra storia era finita e che ne stava cominciando un’altra completamente diversa. Era finita l’Italia dello Stato onnipresente, quello che garantiva i servizi pubblici, protezione sociale, lavoro e sviluppo, che salvava le aziende in crisi e compensava gli squilibri del mercato intervenendo direttamente nell’economia. Stava cambiando il paradigma e si stava passando dallo stato imprenditore alle privatizzazioni, da una competizione locale a una competizione globale, da un mercato del lavoro fermo ad uno che non può permettersi di fermarsi con tutte le conseguenze del caso sui salari e sui diritti ottenuti nei decenni precedenti.
E tutto stava cambiando perché in quei primi anni 90 il mondo stava cambiando: era caduto il muro di Berlino, era finita la guerra fredda, era stato firmato il trattato di Maastricht ed era iniziato quel percorso verso la globalizzazione che imponeva al nostro paese nuove regole, nuovi vincoli, nuove logiche che ci obbligavano tutto ad un tratto a dover essere credibili, competitivi, disciplinati e con i conti in ordine, tutte cose a cui semplicemente non eravamo abituati. E questo ebbe l’effetto di mandare a morire quel sistema fatto da uno stato al centro, sistema che fino ad allora aveva retto, ma lo aveva fatto soprattutto grazie al ruolo dell’Italia negli equilibri della guerra fredda, grazie alla moneta nazionale che poteva essere svalutata a piacimento e grazie ad una gestione molto disinvolta dei conti pubblici.
Per noi italiani tutto questo arrivò a travolgerci come un’onda anomala proprio in quei mesi del 1992, dove nel mezzo di un vuoto politico e di una crisi finanziaria, la mossa disperata del prelievo forzoso rappresentava in tutto e per tutto il simbolo della rottura del vecchio equilibrio che doveva dare spazio a un’Italia diversa, un’Italia pronta ad entrare nel nuovo mondo, un’Italia che chiudeva per sempre il capitolo della prima repubblica e tutto ciò che questo comportava. Un’Italia che però oggi, a distanza di 30 anni, ha ancora ben visibili e impresse nel corpo le cicatrici di quella notte tra il 10 e l’11 luglio del 1992.