Il Miracolo di Ivrea: Perché Olivetti Non Diventò la Apple Italiana
Ivrea esiste ancora, puoi andarci, percorrerne le strade, fermarti davanti agli edifici che un architetto ha disegnato pensando a un mondo migliore. Puoi vedere i capannoni in vetro e acciaio che si aprono sulla Dora, le case degli operai immerse nel verde, le finestre larghe progettate per far entrare la luce dove prima entrava solo il buio delle fabbriche. Puoi leggere il cartello che l’UNESCO ha affisso nel 2018, quello che dichiara Ivrea patrimonio dell’umanità, città industriale del Novecento, esempio unico di come la produzione e la vita umana possano coesistere senza divorarsi a vicenda. Puoi fare tutto questo, ma se cammini tra quegli edifici con un po’ di attenzione, senti qualcosa che il cartello non dice: senti il silenzio. Non il silenzio delle domeniche o delle feste, ma un silenzio diverso, più vecchio, quello che si deposita nei luoghi dove una volta c’era un battito fortissimo e poi si è fermato. Le finestre sono ancora lì, le strutture tengono, ma il respiro che le animava, quella tensione tra macchine, idee, operai e futuro, quello non torna. Ivrea è diventata un museo di se stessa, ed è esattamente in questo paradosso che comincia la storia che vogliamo raccontare. Perché Ivrea non era soltanto una fabbrica, era un’ipotesi sul mondo, un’ipotesi ambiziosa, febbre, a tratti visionaria fino all’eccesso, sull’idea che un’industria potesse essere anche una comunità, che il profitto e la dignità potessero stare nella stessa frase, che il design e la tecnologia non fossero separati dall’etica del lavoro. E quella stessa città che oggi viene conservata come testimonianza di un’epoca irripetibile fu per qualche decennio il luogo in cui l’Italia toccò con mano qualcosa di raro: la possibilità di diventare una potenza dell’intelligenza industriale, non solo della bellezza artigianale. La domanda che accompagna ogni pietra di Ivrea è questa: com’è potuto un’azienda capace di immaginare il computer sulla scrivania di ogni ufficio del mondo trasformarsi in un simbolo di occasione perduta? Come ha potuto una visione così nitida non tradursi in un dominio tecnologico duraturo? La risposta non sta in un singolo errore, in un singolo traditore, in una singola decisione sbagliata. Sta in qualcosa di più complicato e, per questo, di più vero: sta nell’incontro tra il genio e i limiti del sistema che lo circonda, sta nella differenza sottile ma fatale tra vedere il futuro e avere la forza industriale per trattenerlo.
Tutto comincia il 29 ottobre del 1908, non in una grande città, non in un centro industriale già consolidato, ma a Ivrea, una piccola città ai piedi delle Alpi, nel Canavese, dove la Dora Baltea scende dai monti e attraversa un paesaggio che non aveva ancora deciso se essere alpino o padano. Camillo Olivetti, ingegnere figlio di una famiglia di origine ebraica, firma i documenti di fondazione della Ing. C. Olivetti e C. e li fa apporre sull’insegna di una piccola officina in mattoni rossi, insieme a una dichiarazione che suona insieme come annuncio e come sfida: “Prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere”. Prima, non la migliore, non la più grande, la prima: in Italia non ne esistevano ancora. Camillo aveva già fondato anni prima una piccola azienda di apparecchiature elettriche, aveva viaggiato, aveva visto come si lavorava in America, aveva capito che la precisione meccanica era il prossimo terreno su cui si sarebbe giocata la modernizzazione dell’industria. Le macchine da scrivere non erano un capriccio, erano la risposta a un bisogno reale, urgente, che l’Italia del primo Novecento stava iniziando a sentire nella propria carne amministrativa. Uffici statali, imprese commerciali, banche, notai, avvocati, giornali: tutto il mondo che produceva carta aveva bisogno di produrla più velocemente, più chiaramente, con meno errori. La penna era lenta, la macchina da scrivere era velocità, ordine, leggibilità; era la modernità che entrava in ufficio con un rumore preciso, quello della prima lettera che colpisce il foglio. Camillo comincia con 20 dipendenti e un’officina di 500 metri quadrati, produce 20 macchine a settimana. Non è niente, a guardarlo da fuori, ma dentro quell’officina accade qualcosa di più importante della produzione: accade un metodo. Camillo non compra tecnologia straniera e la rimonta: studia, prova, sbaglia e riprova. Tre anni dopo la fondazione, nel 1911, la prima macchina da scrivere italiana è pronta: si chiama M1. Viene presentata all’Esposizione Universale di Torino ed è immediatamente un successo, non perché sia perfetta, ma perché esiste, perché qualcuno ha avuto il coraggio di costruirla da zero in un paese che non aveva ancora una tradizione meccanica di precisione all’altezza di quella sfida. Quella macchina, la M1, era un oggetto grezzo per gli standard di quel che verrà dopo, pesante, non ancora elegante, con la meccanica ancora visibile nella sua complessità ansiosa, ma batteva: batteva il tasto, batteva il carattere sul foglio, batteva il tempo di una nuova era. E Ivrea cominciava a capire che nel piazzale di quell’officina in mattoni rossi stava nascendo qualcosa che avrebbe cambiato il ritmo della città per i successivi 70 anni.
Negli anni successivi la fabbrica cresce, non in modo convulso ma con la metodicità di chi ha un’idea chiara del proprio mestiere. Alla fine degli anni ’20 la produzione supera le 13.000 macchine l’anno, arrivano le calcolatrici meccaniche, le telescriventi, i mobili e le attrezzature per ufficio. Il nome Olivetti smette di essere solo il nome di una famiglia e comincia a diventare il nome di una categoria: in certi uffici italiani, macchina da scrivere e Olivetti sono la stessa parola. Ma la vera trasformazione non è ancora arrivata. Adriano Olivetti entra nella gestione dell’azienda nel 1933, a 32 anni. È il figlio di Camillo, ingegnere come il padre, ma con una testa che funziona in modo diverso: dove Camillo vedeva la meccanica, Adriano vede un sistema; dove Camillo costruiva macchine, Adriano costruisce idee; dove Camillo aveva fondato una fabbrica, Adriano vuole fondare qualcosa che non ha ancora un nome preciso: una comunità industriale, un esperimento di civiltà, un luogo dove il lavoro non sia solo produzione ma anche dignità, cultura, appartenenza. Adriano aveva letto molto, aveva studiato in Inghilterra, aveva viaggiato, aveva assorbito le teorie urbanistiche e sociali che circolavano nell’Europa degli anni ’20 e ’30. Aveva visto le città operaie del capitalismo anglosassone e ne aveva riconosciuto il limite: la fabbrica come organismo che consuma l’uomo anziché valorizzarlo. Aveva visto il taylorismo americano e ne aveva capito l’efficienza senza accettarne l’antropologia, e aveva maturato un’idea che suonava quasi utopica in un’Italia che stava attraversando il fascismo: che l’impresa avesse una responsabilità nei confronti della comunità che la ospita, e che quella responsabilità non fosse né carità né propaganda, ma parte integrante del modo di fare industria. Quando prende in mano l’azienda di suo padre, Adriano non cambia i prodotti, cambia il metodo. Comincia a costruire Ivrea come nessuna città industriale italiana era stata costruita prima. Le abitazioni per gli operai vengono progettate da architetti veri: non baracche, non alloggi di fortuna, non dormitori di emergenza, ma case pensate per la luce, per lo spazio, per la qualità della vita quotidiana. Edifici come quello dei 24 alloggi a Borgo Olivetti, luminosi, immersi nel verde, costruiti con la stessa attenzione che si dedica ai prodotti da vendere. Perché per Adriano l’operaio che torna a casa, in una casa bella, lavora in modo diverso, pensa in modo diverso, e l’azienda che produce questo non è solo un’azienda, è un argomento sul futuro. Accanto alle case arrivano gli asili nido, le mense, i centri culturali, le biblioteche: un sistema di welfare aziendale che in quegli anni non ha equivalenti in Italia e pochi in Europa. Non come concessione paternalistica, non come il padrone buono che elargisce benefici per tenere qui i suoi, ma come filosofia produttiva. Adriano è convinto che tra la qualità del lavoro e la qualità della vita non ci sia contraddizione, che siano la stessa cosa guardata da angolature diverse. Per costruire tutto questo, chiama i migliori architetti italiani del momento: Luigi Figini e Gino Pollini progettano la nuova fabbrica nel 1934; Carlo Scarpa, Marco Zanuso, Franco Albini lavorano per Olivetti nei decenni successivi. Ivrea diventa un cantiere permanente di architettura moderna, un laboratorio a cielo aperto dove si sperimenta non solo come si costruisce, ma perché si costruisce e per chi. Nel 1956 Adriano riceve il Gran Premio di Architettura per i pregi estetici, l’originalità del disegno industriale e le finalità sociali presenti in ogni realizzazione Olivetti. Non è un premio per un singolo edificio, è un riconoscimento a un sistema. E in quel sistema l’azienda cresce: dalla fine degli anni ’30 agli anni ’40 il numero di dipendenti quadruplica, il marchio si espande in Europa, poi in America. La fabbrica in mattoni rossi del 1908 è ormai circondata da capannoni moderni, uffici con vetrate ampie, spazi progettati per far respirare le persone che ci lavorano dentro. La sirena dei turni non è solo un segnale, è il battito cardiaco di una città che si è identificata completamente con la propria industria, che non sa separare il suo destino da quello della fabbrica sul suo confine.
Gli anni ’50 sono l’apice, non solo economico ma simbolico. In quegli anni escono i prodotti che faranno di Olivetti un’icona internazionale del design industriale italiano. La Lettera 22 viene presentata nel 1950: è una macchina da scrivere portatile, leggera per gli standard del tempo, con una carrozzeria che non assomiglia a nulla di quanto era stato prodotto prima. Non è uno strumento, è un oggetto con una personalità; ha una forma che suggerisce il movimento, che racconta la sua funzione senza urlare, che sta su una scrivania senza imporsi e allo stesso tempo senza sparire. Chi ha tenuto in mano una Lettera 22 sa di cosa parliamo: il coperchio che si solleva con un click secco, il nastro d’inchiostro che si tende tra le due bobine, il suono, quel suono preciso, metallico, puntuale dei tasti che colpiscono il foglio uno dopo l’altro, ciascuno con il peso giusto, né troppo morbido né troppo duro. Il carrello che scorre verso sinistra e poi, alla fine della riga, torna con uno scatto brusco, quasi impaziente, come se la macchina avesse fretta di ricominciare. L’odore dell’inchiostro, della carta, del metallo caldo dopo un’ora di lavoro. La Lettera 22 non era solo bella, era giusta: rispondeva a un bisogno con una precisione formale che il mercato non aveva ancora visto. Il Museum of Modern Art di New York la includerà nella propria collezione permanente come esempio di design industriale. In Italia viene distribuita nelle scuole, nelle università, nelle redazioni: giornalisti, scrittori, funzionari, studenti, tutti trovano in quella macchina qualcosa che va oltre l’utilità, trovano un oggetto che tratta chi lo usa con rispetto. Poi viene la Divisumma, una calcolatrice meccanica in grado di eseguire le quattro operazioni, compresa la divisione, che per la meccanica dell’epoca era ancora una sfida tecnica non banale. La si mette sulla scrivania di un ragioniere e cambia il modo in cui lui pensa al proprio lavoro: non deve più contare mentalmente, non deve più verificare i risultati uno per uno; la macchina lo libera dall’aritmetica di fatica e gli permette di concentrarsi sull’aritmetica di pensiero. Questo è ciò che Olivetti faceva nei suoi anni migliori: costruiva macchine che liberavano le persone da un lavoro meccanico per restituirle a un lavoro umano. Non era solo marketing, era una tesi sul rapporto tra tecnologia e dignità, ed era una tesi credibile perché veniva incarnata negli oggetti che produceva.
In tutto questo successo, in questo momento in cui il nome Olivetti risuona nei corridoi del MoMA e nelle strade di Ivrea con la stessa frequenza, Adriano porta in sé una certezza che la maggior parte del mondo industriale italiano non ha ancora maturato: il futuro non è meccanico, il futuro è elettronico. Non è un’intuizione improvvisa, è il risultato di anni di letture, di viaggi, di conversazioni con scienziati e ingegneri. C’è chi racconta che a rafforzare questa convinzione contribuì, intorno al 1949, una visita a Ivrea di Enrico Fermi. Non importa quanto quella visita abbia effettivamente pesato sulla decisione; quello che conta è che Adriano non aspetta il momento in cui la meccanica di precisione produce i suoi frutti più belli, lui guarda già oltre la meccanica: guarda verso i transistor, verso i calcolatori, verso la possibilità che il calcolo smetta di essere il privilegio di chi ha accesso a grandi macchine industriali e diventi qualcosa di più vicino all’uomo, più personale, più diffuso. Per costruire quel futuro ha bisogno di qualcuno che capisca la fisica dei transistor meglio di chiunque altro in Italia, e quel qualcuno non è italiano, almeno non soltanto italiano: è figlio di un diplomatico cinese, insegna ingegneria elettronica alla Columbia University di New York e nel 1954 si chiama Mario Tchou. Adriano lo cerca, lo trova, lo porta a Ivrea e in quel momento, anche se nessuno lo sa ancora, l’avventura più ambiziosa della storia industriale italiana è appena cominciata.
Il laboratorio che Mario Tchou costruisce non assomiglia a nulla che esista già in… in Italia. Non è una propaggine di un’università, non è una sezione di ricerca applicata di qualche ente pubblico, non è un reparto tecnico nel senso convenzionale del termine. È qualcosa di più raro e di più fragile: un gruppo di persone giovani, quasi tutte senza precedenti esperienze nel settore, riunite attorno a un problema che nessuno in Europa aveva ancora risolto in modo commerciale: costruire un calcolatore elettronico. Non un prototipo da laboratorio universitario, non una macchina da guerra come quelle che avevano cancellato i codici nemici durante il conflitto mondiale, ma un calcolatore per l’industria, per le banche, per le grandi amministrazioni; una macchina che potesse entrare nel mondo reale del lavoro e cambiarne il ritmo. Tchou sceglie Pisa come sede iniziale del laboratorio, non Ivrea, non Milano, non Roma. Pisa, con la sua tradizione scientifica, la sua università, il bacino di giovani ingegneri e fisici che la città produce. Comincia con poche persone, poi il gruppo cresce, si consolida, si sposta e si integra con i laboratori di ricerca che Olivetti apre progressivamente. Sono anni di lavoro oscuro, tecnico, lontano dai riflettori commerciali, anni in cui si impara dai fallimenti più che dai successi, in cui si scopre che la fisica dei transistor non è una disciplina che si impara sui manuali americani, ma si conquista con le mani, con le misure sbagliate, con i circuiti che non funzionano e vanno rifatti. Tchou è un uomo di rara capacità organizzativa, non è soltanto un teorico: è qualcuno che sa trasformare un’intuizione scientifica in un progetto ingegneristico, e un progetto ingegneristico in un oggetto che funziona. Sa costruire un gruppo, sa motivare persone giovani, spesso inesperte, facendole sentire parte di qualcosa che va al di là del compito immediato, e sa parlare sia il linguaggio della fisica che quello dell’imprenditoria, il che lo rende prezioso in modo doppio: può dialogare con i ricercatori e con Adriano senza perdere coerenza tra i due mondi. Il rapporto tra Tchou e il figlio di Adriano, Roberto, è qualcosa che va oltre la collaborazione professionale: sono amici, condividono non solo il progetto ma l’entusiasmo per ciò che stanno cercando di fare, e in quell’amicizia si consolida anche il legame tra il laboratorio e la direzione aziendale, quella continuità tra visione strategica e lavoro tecnico che è la condizione necessaria perché un’idea così ambiziosa non muoia di burocrazia prima di diventare reale.
Il progetto prende corpo lentamente. I transistor che Tchou e il suo gruppo usano non vengono comprati pronti: vengono studiati, selezionati, testati uno per uno. La tecnologia a transistor è ancora giovane in quegli anni, e il salto dai componenti a valvola ai componenti a stato solido non è soltanto un salto tecnico, è un salto di paradigma. Le valvole bruciano, consumano energia, producono calore, sono fragili; i transistor promettono macchine più veloci, più affidabili, più compatte, ma trasformare quella promessa in un calcolatore industriale funzionante richiede una competenza che in Italia non esiste ancora e che deve essere costruita pezzo per pezzo, scelta per scelta, errore per errore. Nel 1959 l’Elea 9003 viene presentato al mondo. Il nome è un acronimo, Elaboratore Elettronico Aritmetico, ma suona anche come qualcosa di antico, quasi mitologico: Elea come la scuola filosofica greca, come il luogo dove si pensava il pensiero. Non è un caso che chi lavorava alla macchina avesse questo tipo di risonanze nella testa: c’era in tutto il progetto Olivetti una dimensione culturale che andava molto al di là della tecnologia, un senso che costruire una macchina per pensare significasse partecipare a qualcosa di più grande della semplice produzione industriale. L’Elea 9003 è il primo calcolatore elettronico commerciale progettato e prodotto interamente in Italia. È una macchina grande, occupa una stanza intera come tutte le macchine della sua generazione, ma dentro quella stanza accade qualcosa che in Europa non era ancora accaduto con questo livello di coerenza tecnica e commerciale. I transistor al germanio che la compongono lavorano a una velocità a cui la meccanica più raffinata non potrebbe nemmeno avvicinarsi. La macchina legge schede perforate, elabora dati, produce risultati con una velocità che cambia fisicamente il rapporto tra chi lavora e la quantità di informazione che riesce a gestire. Ma l’Elea 9003 non è solo tecnologia, è anche design, e questo è il dettaglio che dice tutto su cosa fosse Olivetti in quegli anni. Ettore Sottsass progetta l’involucro esterno della macchina. Sottsass, che diventerà uno dei designer più radicali del secondo Novecento, in quegli anni è già un pensatore visuale di rara originalità. Capisce che una macchina destinata a stare in un ufficio davanti a degli esseri umani che ci lavorano ogni giorno non può essere semplicemente funzionale: deve avere una presenza, deve comunicare qualcosa con la propria forma, con i propri colori, con il modo in cui occupa lo spazio. L’Elea 9003 che Sottsass disegna è una macchina che sembra sapere di essere importante: i pannelli sono puliti, le linee hanno la dignità degli oggetti progettati per durare. Non è la freddezza anonima di un macchinario industriale, è qualcosa che vuole essere guardato, che accetta di stare in un ambiente umano senza trasformarsi in un corpo estraneo. Questa coesistenza di tecnologia avanzata e forma pensata è il marchio di fabbrica di Olivetti in quegli anni ed è anche, in un certo senso, la sua unicità assoluta. Nessun altro produttore di computer al mondo in quel momento si preoccupava del design nel modo in cui se ne preoccupava Olivetti: IBM costruiva macchine potenti, Olivetti costruiva macchine potenti e belle. La differenza sembrava estetica, ma era in realtà filosofica. L’Elea 9003 viene venduto in circa 40 esemplari. Non è un numero enorme, ma nel mercato dei grandi calcolatori degli anni ’50 non è nemmeno trascurabile. Le macchine vanno ad aziende e istituzioni che hanno bisogno di elaborare grandi quantità di dati: enti previdenziali, compagnie di assicurazione, grandi industrie. Ogni installazione è un evento, richiede tecnici specializzati, formazione, manutenzione continuativa. Olivetti deve costruire da zero non solo la macchina, ma l’intero ecosistema di competenze intorno ad essa. In quegli anni la divisione elettronica di Olivetti non è solo un reparto aziendale, è un motore di formazione, un vivaio di competenze tecniche che non esisterebbero altrove in Italia. I giovani ingegneri che passano per i laboratori di Tchou portano con sé, per tutta la loro carriera successiva, una competenza specifica che quell’avventura ha reso possibile. In questo senso, anche se la storia commerciale dell’Elea è limitata, il suo impatto culturale sul tessuto tecnico italiano è molto più profondo di quanto i numeri di vendita rivelino. L’Italia in quel momento è dentro la stanza del futuro, non come spettatrice ma come protagonista.
Ma quella stanza ha una porta che continua ad aprirsi dall’esterno, e fuori dalla porta c’è un mondo che cambia più velocemente di quanto qualsiasi singola azienda, per quanto visionaria, possa gestire da sola. Il mercato dei computer negli anni ’50 e nei primissimi anni ’60 è ancora un mercato giovane, fluido, dove le posizioni non sono consolidate e dove chi arriva con la tecnologia giusta nel momento giusto può ancora conquistare spazio, ma è anche un mercato che richiede capitali enormi, continuità di investimento, capacità di costruire infrastrutture commerciali e di assistenza su scala globale. IBM lo sa e lo fa; le grandi aziende americane lo sanno e lo fanno. Olivetti lo sa, Adriano lo sa, ma sa anche che farlo da soli, con le sole risorse di un’azienda italiana, per quanto grande, è una sfida ai limiti del possibile. La competizione con IBM non è solo tecnologica, è di scala: IBM può permettersi di sbagliare un prodotto e sopravvivere all’errore, Olivetti no; IBM può investire per anni in un progetto senza risultati commerciali immediati, Olivetti ha una soglia di resistenza molto più bassa, determinata non dalla sua debolezza intrinseca ma dalla struttura del capitalismo italiano, dalla difficoltà di raccogliere capitali freschi su mercati finanziari ancora poco sviluppati, dalla mancanza di una politica industriale nazionale che considerasse il settore dell’informatica strategico quanto lo era l’acciaio o l’automobile. Adriano lo sa, continua a spingere, continua a investire nella divisione elettronica anche quando i conti sono difficili, anche quando i finanziatori guardano con sospetto un’azienda che, invece di concentrarsi sul suo core business storico (le macchine meccaniche da ufficio), si avventura in un territorio dai costi imprevedibili e dai ritorni lontani. Adriano continua perché ha capito una cosa che pochi altri nel capitalismo italiano di quegli anni avevano capito con la stessa lucidità: che chi non entra nell’elettronica adesso non entrerà più, che il mercato dei calcolatori non è un mercato parallelo a quello delle macchine da scrivere, è il mercato che sostituirà tutto il resto. Ma Adriano ha anche un problema che non riesce a risolvere da solo, un problema di tempo.
Il 27 febbraio del 1960 Adriano Olivetti sale su un treno a Milano diretto a Losanna. Non arriva: muore durante il viaggio, colpito da un ictus, a 58 anni. La notizia raggiunge Ivrea come uno schianto fisico, non come l’annuncio della morte di un direttore generale, ma come la notizia della morte di qualcuno che quella città la teneva insieme non con la forza ma con un’idea. Adriano non era soltanto il capo dell’azienda, era il punto di convergenza di tutto: della visione sociale, della strategia tecnologica, del rapporto con gli architetti e i designer, dell’equilibrio tra la tradizione meccanica e la scommessa elettronica. Era la persona che sapeva tenere in piedi simultaneamente cose che senza di lui tendevano a separarsi. Con la sua morte non crolla subito niente: le fabbriche continuano a lavorare, i prodotti continuano a uscire, la divisione elettronica continua a sviluppare tecnologia, ma qualcosa di invisibile e di decisivo cambia. La direzione strategica perde il suo centro di gravità; le decisioni che prima convergevano in un’unica visione cominciano a disperdersi; le tensioni che Adriano riusciva a mediare tra le famiglie azioniste, tra i diversi rami dell’azienda, tra chi voleva concentrarsi sull’elettronica e chi preferiva la sicurezza della meccanica, vengono allo scoperto. L’azienda entra in una crisi finanziaria che non è immediata ma è reale: i costi della divisione elettronica sono alti, i ricavi della meccanica tengono ancora ma non abbastanza da sostenere entrambi i fronti senza un aumento di capitale che le divisioni interne alla famiglia rendono impossibile da realizzare. I finanziatori esterni cominciano a guardare Olivetti con un occhio diverso, non come un’azienda che cresce ma come un’azienda con un debito di visione da colmare.
E poi, nel novembre del 1961, accade la seconda cosa: Mario Tchou muore in un incidente stradale sull’Autostrada del Sole, a 36 anni. Era alla guida della sua macchina, un impatto, e il cuore tecnico dell’avventura elettronica italiana si ferma nel modo più banale e più crudele che si possa immaginare, su un tratto di asfalto a velocità normale. Per una di quelle coincidenze che la storia non spiega mai abbastanza, due morti in meno di due anni, due pilastri che crollano uno dopo l’altro. Non è una cospirazione, non c’è niente da complottare, niente da orchestrare, niente che possa trasformare una tragedia umana in un disegno: sono due morti e basta, ma il peso di quelle due morti su un’azienda che stava cercando di fare qualcosa che nessuna azienda italiana aveva mai tentato prima è incalcolabile. Adriano portava la visione, Tchou portava la tecnica: senza l’uno la strategia perde il suo interprete più lucido, senza l’altro il laboratorio perde la sua guida più capace. Il laboratorio di ricerche elettroniche di Olivetti non si ferma da un giorno all’altro: gli ingegneri continuano a lavorare, le macchine continuano a essere sviluppate, ma qualcosa nel ritmo interno cambia. Quella tensione creativa, quella capacità di prendere decisioni tecniche audaci e di difenderle davanti alla direzione aziendale con la stessa sicurezza con cui le si difenderebbe davanti a un pubblico scientifico, quella qualità specifica che Tchou portava con sé non si ricrea dall’oggi al domani.
Nel 1964 il gruppo di intervento assume il controllo di Olivetti. Non è un’acquisizione ostile nel senso convenzionale del termine, è il risultato di una crisi finanziaria che l’azienda non riesce a risolvere dall’interno. Il gruppo è composto da Fiat, Pirelli e la Centrale, i nomi più potenti del capitalismo italiano dell’epoca. Arrivano con i capitali necessari per stabilizzare l’azienda, ma arrivano anche con un’idea molto precisa su cosa Olivetti debba fare e cosa non debba fare. Vittorio Valletta, presidente della Fiat, pronuncia in quei giorni una frase che la storia ha conservato con la precisione delle cose che fanno male anche dopo 60 anni: dice che Olivetti è strutturalmente solida, che potrà superare il momento critico, e poi aggiunge che sul suo futuro pende una minaccia, “un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Un neo. La cosa più ambiziosa che Olivetti stesse facendo in quel momento, l’unica cosa che la collocava davvero in competizione con le grandi aziende tecnologiche del mondo, viene descritta come un difetto da rimuovere, un’imperfezione sul corpo sano di un’azienda altrimenti ben costruita. È difficile, guardando quella frase da oggi, non sentire il peso di ciò che conteneva. Valletta non era uno stupido, era uno degli industriali più acuti e pragmatici che l’Italia abbia mai avuto, ma il pragmatismo che lo guidava era il pragmatismo di chi sa gestire ciò che esiste, non di chi sa investire in ciò che non esiste ancora. E nell’elettronica, nel 1964, non esisteva ancora niente: esisteva soltanto una promessa, una promessa enorme ma ancora una promessa. La divisione elettronica di Olivetti viene venduta alla General Electric. Non è un tradimento, non è un complotto americano, non è la storia del grande paese che schiaccia il piccolo; è qualcosa di più complicato e di più malinconico: è la storia di un sistema che non riesce a sostenere il peso della propria visione migliore. General Electric compra la divisione perché la vuole, perché riconosce in quelle tecnologie, in quei brevetti, in quelle competenze un valore reale. E Olivetti vende perché non ha più i mezzi per tenersela, perché i capitali necessari per competere davvero sul mercato globale dei computer sono al di là di ciò che un’azienda italiana di quelle dimensioni, in quel sistema finanziario, in quella politica industriale, può realisticamente raccogliere. L’Italia in quel momento rinuncia a qualcosa. Non è drammatico nell’immediato: nessun capannone chiude, nessun operaio viene licenziato per questo, la vita a Ivrea continua, ma una direzione viene abbandonata, una strada viene chiusa. E quella strada portava verso un futuro in cui l’Italia avrebbe potuto sedersi al tavolo delle grandi potenze informatiche mondiali non come cliente, ma come costruttore.
E invece? E invece accade qualcosa che la storia industriale conserva come una delle sue ironie più acute, come uno di quei dettagli che sembrano inventati da qualcuno che volesse dimostrare quanto il destino sappia essere preciso nel colpire. Nell’anno in cui la divisione elettronica viene ceduta alla General Electric, nell’anno in cui l’Italia in pratica rinuncia alla propria grande scommessa informatica, dentro i laboratori di Olivetti un gruppo di ingegneri sta lavorando a una macchina che nessuno ha ancora immaginato. Non un grande calcolatore istituzionale, non una macchina per le banche o per gli enti previdenziali: qualcosa di più piccolo, di più personale, di più vicino alla mano di chi la usa. Una macchina da scrivania programmabile, una macchina che un singolo uomo potrebbe possedere, usare, portare con sé; una macchina che anticipa, con una coerenza formale e tecnica sorprendente, l’idea di personal computing che il mondo avrebbe scoperto soltanto un decennio dopo. Pier Giorgio Perotto è l’ingegnere che guida il progetto. Era uno dei collaboratori di Tchou, aveva attraversato gli anni dell’Elea, conosceva dall’interno sia le possibilità che i limiti della tecnologia disponibile e aveva capito una cosa che in pochi avevano ancora elaborato: che il futuro del calcolo non stava solo nelle grandi macchine centralizzate, nelle sale piene di armadi metallici accessibili solo agli specialisti; stava anche, forse soprattutto, nel rendere il calcolo disponibile alla persona singola, al professionista, all’ingegnere che ha bisogno di fare un conto complesso sulla propria scrivania senza prenotare tempo su un mainframe condiviso. Perotto lavora al progetto quasi clandestinamente, almeno nella fase iniziale. Non clandestinamente nel senso che lo nasconde: lavora all’interno dell’azienda con risorse aziendali, ma in un clima in cui la priorità strategica dell’elettronica è appena stata formalmente abbandonata e chi continua a sviluppare tecnologia di calcolo lo fa un po’ controcorrente, sostenuto più dalla forza dell’abitudine e dalla passione tecnica che da un mandato esplicito della direzione. La macchina che viene fuori da quel lavoro si chiama Programma 101. Viene presentata alla Fiera Mondiale di New York nel 1965. Bisogna fermarsi un momento e guardare cosa fosse la Programma 101 nel 1965, non quello che avrebbe significato in retrospettiva (quello viene dopo, viene con la storia che si riscrive sapendo come va a finire). Quello che era nel momento esatto in cui venne presentata a New York, in mezzo agli stand di una fiera internazionale dove le aziende più potenti del mondo mostravano le proprie tecnologie: era una macchina delle dimensioni di una macchina da scrivere, stava su una scrivania, non richiedeva una stanza dedicata, non richiedeva un impianto di condizionamento specializzato, non richiedeva tecnici addestrati per giorni soltanto per accenderla. Chiunque avesse un ufficio poteva averla, chiunque avesse un ufficio poteva usarla. Era programmabile, questo è il dettaglio che cambia tutto. Non era una calcolatrice (quelle esistevano già e Olivetti ne produceva di eccellenti), era una macchina che poteva essere istruita a eseguire una sequenza di operazioni, che poteva memorizzare un programma su una scheda magnetica delle dimensioni di una tessera e rieseguirlo ogni volta che fosse necessario. Un ingegnere poteva programmarla per calcolare la resistenza di una struttura, un chimico poteva usarla per elaborare dati sperimentali, un ingegnere aeronautico poteva affidarle i calcoli di traiettoria. Non erano operazioni semplici, erano operazioni che prima richiedevano ore di lavoro manuale o l’accesso a un grande calcolatore istituzionale, con tutti i costi e le attese che questo comportava. I visitatori della fiera di New York si fermano davanti allo stand Olivetti con un’espressione che le fotografie dell’epoca documentano con una chiarezza involontaria: non è la meraviglia davanti a qualcosa di incomprensibile, è qualcosa di diverso, è il riconoscimento, la sensazione di vedere per la prima volta una cosa che in qualche modo si aspettava, come se la forma di quella macchina corrispondesse a un’idea che si aveva già, ma vaga, e che improvvisamente diventa concreta. La NASA acquisterà alcune unità della Programma 101 per i propri uffici tecnici. Il dettaglio viene citato spesso con un’enfasi che a volte scivola nel leggendario, ma il fatto in sé è reale e significativo: l’ente spaziale americano, che in quegli anni sta lavorando al programma Apollo con tutto il peso tecnologico che questo implica, trova utile avere sulle proprie scrivanie una macchina italiana programmabile, non come strumento centrale dei propri calcoli di volo (quelli richiedevano macchine di tutt’altra potenza), ma come strumento di supporto, di verifica, di elaborazione rapida dei dati intermedi. È un riconoscimento di credibilità tecnica che non ha bisogno di essere gonfiato per avere un peso. La Programma 101 non è il primo computer della storia, questa è una semplificazione che fa torto sia alla verità sia alla macchina stessa. È qualcosa di più preciso e di più interessante: è una delle primissime macchine da calcolo programmabili pensate per stare su una scrivania, usate da una persona sola, accessibili senza formazione specialistica, anticipazione di quel rapporto personale tra uomo e calcolo che il mondo avrebbe formalizzato con i personal computer degli anni ’70 e ’80. Lo anticipa con un’eleganza formale e una coerenza funzionale che nessun’altra macchina di quegli anni possedeva nella stessa misura ed è disegnata bene, come tutto ciò che usciva da Olivetti in quegli anni: ha una forma che rispetta chi la usa, che non si impone e non si nasconde, che comunica la propria funzione senza manuali e senza spiegazioni. La si guarda e si capisce cosa fa, la si usa e si capisce come funziona. In un’epoca in cui le macchine di calcolo erano ancora oggetti intimidatori riservati agli specialisti, circondati da un’aura di complessità inaccessibile, la Programma 101 aveva la generosità degli oggetti davvero ben progettati: si faceva usare.
Ma il paradosso, e qui sta il punto più doloroso di tutta questa storia, è che la Programma 101 arriva troppo tardi per cambiare la direzione strategica che era già stata presa. Arriva dopo la vendita della divisione elettronica, arriva in un’azienda che ha appena formalizzato la propria uscita dal mercato dei computer istituzionali, arriva come la prova che il talento c’è ancora, che la capacità tecnica non si è esaurita, che gli ingegneri di Ivrea sanno ancora fare cose che il mondo non ha ancora visto, ma arriva senza il sistema intorno che sarebbe necessario per trasformare quella macchina in un dominio industriale. Per costruire un dominio industriale intorno alla Programma 101 ci sarebbe voluto ciò che Olivetti non aveva più: una direzione strategica convinta, capitali da investire nello sviluppo di una famiglia di prodotti, una rete commerciale di assistenza tecnica capace di supportare un mercato di massa e, soprattutto, la protezione e il sostegno di un sistema paese che considerasse l’informatica un settore strategico da presidiare, non come scelta culturale ma come necessità industriale, come l’acciaio, come la chimica, come tutto ciò che i grandi stati industriali del dopoguerra avevano imparato a proteggere perché sapevano che chi controllava le infrastrutture produttive controllava anche il futuro. Quella consapevolezza mancava non solo in Olivetti, mancava in Italia, mancava nel sistema politico, mancava nel sistema finanziario, mancava nella cultura industriale di un paese che stava vivendo il miracolo economico, la crescita tumultuosa degli anni ’50 e ’60, i consumi che esplodono, le auto, gli elettrodomestici, il cemento, ma che in quel miracolo non riusciva a vedere abbastanza chiaramente la differenza tra crescere e costruire qualcosa di duraturo, tra produrre ciò che il mercato vuole oggi e progettare ciò che il mercato vorrà domani. Olivetti aveva capito quella differenza, ma capirla non bastava: bisognava avere intorno un sistema in grado di sostenerla.
Gli anni che seguono la vendita della divisione elettronica e il successo della Programma 101 sono anni di trasformazione continua, a volte convulsa. Olivetti non sparisce, è importante dirlo perché la storia di questa azienda non è una storia di fallimento in senso stretto: l’azienda continua, il marchio continua, i prodotti continuano a cambiare. Negli anni ’70 Olivetti entra nell’informatica in modo diverso, non più come pioniera della propria tecnologia originale, ma come produttrice di sistemi che integrano componenti e architetture sviluppate altrove, adattate al mercato europeo, impacchettate con la cura formale che rimane il tratto distintivo della tradizione di Ivrea. Escono personal computer (il termine si è ormai diffuso nel mondo, Apple e IBM hanno ridefinito il mercato) e Olivetti prova a stare dentro quel mercato con prodotti propri: l’M20, poi l’M24, macchine competitive, ben costruite, che in certi segmenti del mercato europeo ottengono risultati significativi. Ma il ruolo è cambiato: non è più il ruolo di chi inventa la categoria, è il ruolo di chi compete dentro una categoria inventata da altri. Non è una posizione disperata, non è una sconfitta certa, ma è una posizione diversa, con margini diversi, con una logica diversa. La differenza tra guidare un mercato e inseguirlo non è soltanto commerciale, è una differenza di senso, di identità, di autorevolezza. Negli anni ’80 Olivetti cresce ancora, si espande in settori nuovi, acquista quote di aziende americane, cerca di costruire alleanze che le diano la scala che da sola non riesce ad avere: la joint venture con AT&T, gli accordi con Canon, le partnership internazionali, tutti i tentativi di inserirsi in un mercato globale che si muove sempre più velocemente, che produce standard tecnologici sempre più rapidamente, che premia chi ha la massa critica per imporli e penalizza chi deve accettarli. E nel frattempo Ivrea cambia. Non drammaticamente, non in un giorno, ma cambia. Le fabbriche che Figini e Pollini avevano disegnato per produrre macchine da scrivere vengono adattate, riconvertite, parzialmente svuotate; i ritmi della produzione cambiano; il numero di dipendenti, che aveva toccato punte altissime nei decenni precedenti, comincia a fluttuare. La sirena dei turni continua a suonare, ma non sempre con la stessa regolarità di un tempo, non sempre con la stessa certezza che la mattina dopo avrebbe suonato di nuovo. Gli anni ’90 portano la crisi più profonda. Olivetti si era espansa in settori lontani dalla propria tradizione, le telecomunicazioni soprattutto, e quella espansione aveva richiesto risorse enormi, indebitamento, scelte strategiche che non tutte si rivelano giuste. La scalata a Telecom Italia nel 1999, finanziata con un debito che in pochi anni si rivelerà insostenibile, è l’ultimo atto di una ambizione che ha la stessa intensità di quella di Adriano (proiettarsi verso il futuro, occupare spazi strategici prima che lo facciano altri), ma che manca della stessa base solida su cui quella ambizione poteva reggersi. Il marchio Olivetti, dopo la tempesta del debito e le successive ristrutturazioni, finisce nell’orbita di Telecom Italia, che poi diventa TIM. Oggi Olivetti esiste ancora: ha un sito, ha dipendenti, ha prodotti, soluzioni digitali per l’Internet delle cose, servizi basati su 5G, sistemi per la trasformazione digitale delle imprese. Non è un fantasma, è un’azienda operativa con una storia che continua, ma l’utopia è finita. Non nel senso che le persone che lavorano sotto quel marchio non abbiano valore o non facciano cose utili, nel senso che l’idea che animava Ivrea nei suoi anni migliori, quella tensione unica tra tecnologia, design, cultura, comunità e visione del futuro, non ha più la stessa forma, non potrebbe averla. Era il prodotto di un momento storico irripetibile, di una convergenza di persone e circostanze che non si è potuta ricreare.
Torna a Ivrea, allora. Torna a quella città che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità nel 2018, la prima fabbrica italiana a ricevere questo riconoscimento, il che è già di per sé un paradosso da meditare: si conserva come patrimonio ciò che non si è riusciti a conservare come presente, si tutela come memoria ciò che non si è saputo tutelare come futuro. Cammina lungo i viali dove le case degli operai stanno ancora in piedi, luminose, immerse nel verde come le aveva pensate Adriano. Guardaci le finestre: qualcuno ci vive ancora, la vita va avanti, i bambini crescono, i vecchi siedono fuori nelle sere d’estate, ma quegli edifici adesso sono anche qualcos’altro, sono la prova fisica di un’idea che ha funzionato abbastanza a lungo da lasciare segni permanenti nel paesaggio, e non abbastanza da non diventare un ricordo. Entra nel museo che conserva le macchine: troverai una Lettera 22 con la sua forma compatta, il colore grigio che sembra ancora nuovo dopo 70 anni. Toccala, se puoi: senti il peso del metallo, la solidità di qualcosa costruito per durare, la precisione di ogni parte che si incastra con ogni altra parte senza margini, senza approssimazioni. Quella macchina non era un prodotto di massa nel senso deteriore del termine, era un oggetto che trattava chi lo usava come qualcuno che meritava il meglio. Accanto troverai una Programma 101, più grande della Lettera 22, con il suo pannello di controllo e le sue schede magnetiche. Guardala sapendo che nel 1965 era già, in qualche modo, il futuro, un futuro che il resto del mondo avrebbe inseguito per un decennio prima di raggiungerlo con i personal computer degli anni ’70. Guardala sapendo che chi l’aveva costruita stava lavorando in un’azienda che aveva appena ceduto la propria divisione elettronica. Guardala sapendo che il talento c’era, che la visione c’era, che la capacità tecnica c’era, e che non bastava. E poi esci, vai fino ai capannoni sul fiume, quelli in vetro e acciaio che Figini e Pollini avevano disegnato per una fabbrica che avrebbe dovuto durare per sempre. Stanno ancora in piedi, sono protetti dall’UNESCO, vengono restaurati, vengono visitati da architetti e studenti di design da tutto il mondo che vengono a vedere come si costruiva quando si costruiva pensando. Ma dentro non ronzano più le macchine, non c’è il rumore delle linee di montaggio, non c’è l’odore dell’olio e del metallo lavorato, non c’è la sirena dei turni che scandisce il tempo come un battito cardiaco. C’è silenzio, un silenzio rispettoso, conservato, tutelato; il silenzio di un posto che è diventato importante precisamente nel momento in cui ha smesso di essere vivo nel modo in cui era stato vivo.
Olivetti non è fallita perché non sapeva vedere il futuro, è fallita (o meglio, si è trasformata in qualcosa di meno di ciò che avrebbe potuto essere) per una ragione più sottile e più difficile da accettare: perché vedere il futuro non è abbastanza, bisogna avere intorno il sistema che ti permette di abitarlo. Adriano Olivetti lo aveva capito: aveva capito che un’idea, per quanto potente, ha bisogno di capitali, di politica industriale, di continuità manageriale, di protezione da parte di un paese che la riconosca come propria. Aveva capito che il genio individuale (il genio di Tchou, il genio dei suoi ingegneri, il genio dei suoi designer) non basta a costruire un dominio tecnologico: ci vuole un sistema, e il sistema italiano, nel momento cruciale, non era abbastanza robusto per sostenere il peso di quella visione. Non è una storia di eroi e traditori, non ci sono i cattivi che vendono il futuro agli americani e i buoni che lo difendono invano; è una storia molto più umana, molto più italiana, di un paese che nel pieno del suo miracolo economico non riusciva ancora a distinguere tra crescere e costruire, tra produrre per il mercato di oggi e progettare per quello di domani. Quella differenza la pagano ancora i cancelli di Ivrea, aperti adesso ai turisti e agli storici dell’architettura invece che alle tute blu del primo turno; la pagano gli edifici che un tempo erano officine e adesso sono musei; la pagano le macchine in teca, belle, precise, silenziose, che non battono più nessun tasto, non fanno scorrere nessun carrello, non producono nessuna riga su nessun foglio. Olivetti non è la storia di un’azienda che ha perso, è la storia della differenza che esiste tra immaginare il futuro e avere la forza industriale per trattenerlo. Una differenza di pochi anni, di pochi capitali, di poche scelte in un momento in cui ogni scelta pesava come ferro. Una differenza che Ivrea porta ancora scritta nel paesaggio, nella pietra, nell’acciaio, nel silenzio dei capannoni sul fiume. E in quella differenza sottile ma permanente, invisibile ma reale, c’è tutto ciò che l’Italia avrebbe potuto essere e non è diventata.