È una gelida notte del febbraio 1943 e le sirene dei bombardamenti rieccheggiano per le strade di Herzogenaurach, una piccola cittadina tedesca nel pieno della seconda guerra mondiale. I fratelli Dassler, con le rispettive mogli, corrono a rifugiarsi nel semiinterrato della loro villa per proteggersi dai bombardamenti alleati. Una volta nel rifugio, Adolf Dassler pronuncia una frase che cambierà per sempre il destino di due imperi, dando inizio a una delle rivalità più feroci della storia degli affari. Si tratta di una faida che dividerà non solo una famiglia, ma un’intera cittadina e che darà vita a due dei marchi sportivi più iconici al mondo, Adidas e Puma: due colossi nati dalla stessa radice familiare e trasformati in nemici giurati, pronti a farsi una guerra così atroce da mettere in pericolo la loro stessa sopravvivenza economica e sociale.
Ma come sono arrivati due fratelli a creare due imperi separati come Adidas e Puma? E cosa li ha portati a volersi distruggere a vicenda in modo così sistematico? Questa è la cronaca di una frattura insanabile, una storia che intreccia ambizione, genialità tecnica, intuito commerciale e un risentimento personale che ha superato i confini della vita privata per influenzare il mercato globale.
Tutto ha inizio il 29 marzo del 1898. In una piccola cittadina tedesca chiamata Herzogenaurach nasce Rudolf Dassler, che sarà raggiunto due anni dopo dal suo fratello minore, Adolf Dassler, soprannominato Adi. I giovani Dassler nascono in una famiglia umile, che vive in una Germania ancora segnata dalla depressione economica di fine secolo. Il padre lavora duramente in una delle tante fabbriche di scarpe della zona, ma lo stipendio non basta a mantenere l’intera famiglia. Per questo motivo, la madre avvia un’attività collaterale: una sorta di piccola lavanderia casalinga che promette, per pochi soldi, di lavare i panni e riconsegnarli a domicilio. La consegna viene fatta proprio dai due giovani fratelli, Rudy e Adi, che ottengono ben presto il soprannome locale di “ragazzi della lavanderia”. Per quanto le origini fossero umili, per i due fratelli il destino aveva in serbo altri piani che, a quel tempo, loro non potevano nemmeno immaginare.
Nel frattempo scoppia la prima guerra mondiale e, con questa, entrambi i fratelli sono costretti ad andare al fronte per sostenere gli sforzi dell’esercito tedesco. Finita la guerra, i due tornano a casa, ma trovano una situazione ancora più disperata. La Germania era in ginocchio, l’inflazione era alle stelle e la famiglia Dassler si trovava sull’orlo della fame, visto che la lavanderia della madre aveva perso tutti i suoi clienti abituali. In questa situazione di profonda crisi serviva un’idea audace per sopravvivere; idea che venne ad Adi, il più giovane dei due fratelli. Adi era da sempre stato un appassionato di atletica e, nella sua gioventù, aveva notato come gli atleti dell’epoca gareggiassero tutti con le stesse scarpe generiche, indipendentemente dalla disciplina praticata. Questo accadeva perché non esistevano calzature specializzate per la corsa, per il calcio o per altri sport specifici.
Fu così che Adi ebbe l’intuizione che avrebbe cambiato non solo il destino della sua famiglia, ma l’intero mondo dello sport: creare scarpe con chiodi sulla suola, specifiche per la corsa, che avrebbero dato agli atleti un vantaggio competitivo grazie a una migliore presa sulla pista. Realizzare questa sua visione, però, sembrava un’impresa quasi impossibile nel contesto della Germania post-bellica. La sua famiglia non aveva un centesimo e acquistare i materiali o i macchinari necessari sembrava fuori discussione. Per di più, l’elettricità nella città era intermittente a causa dei gravi danni subiti durante la guerra, motivo per cui ciò che Adi progettava sembrava, all’apparenza, solo un sogno irraggiungibile.
Adi, tuttavia, non demorde e inizia trasformando la piccola lavanderia della madre in un laboratorio improvvisato. Non avendo i mezzi per comprare materiali nuovi, inizia a scavare nei campi di battaglia abbandonati nei dintorni, raccogliendo tutto ciò che potesse essere riutilizzato. Recupera strisce di pelle dagli elmetti militari danneggiati, utilizza corde dai paracaduti abbandonati e qualsiasi altro materiale che potesse servire per costruire le sue calzature. Trovati i materiali, aveva però bisogno di elettricità per lavorarli e, per generarla, fissò un attrezzo per tagliare la pelle alla ruota di una bicicletta e obbligò un suo amico a pedalare costantemente per generare l’energia necessaria a far funzionare il macchinario. Certo, era un sistema rudimentale, ma funzionava, e a lui bastava questo per iniziare a plasmare la sua visione.
Nonostante le condizioni primitive, Adi riesce a costruire delle scarpe sorprendentemente robuste e funzionali che presto attirano l’attenzione degli atleti locali. La piccola attività inizia a crescere e le scarpe di Adi diventano sinonimo di qualità, tanto che suo fratello Rudy, vedendo il potenziale dell’impresa, decide di abbandonare il suo lavoro e unirsi all’attività. L’unione dei due si rivela perfetta: Adi era l’introverso genio del prodotto, quello che migliorava le scarpe e le rendeva tecnicamente superiori; Rudy era quello carismatico, dotato di grandi capacità commerciali e perfetto per vendere ai potenziali clienti. Questa combinazione di talenti si rivela subito vincente, anche grazie alla strategia di vendita di Rudy, che visitava club sportivi e convinceva allenatori e atleti a provare le scarpe Dassler.
Piano piano le vendite aumentano e i fratelli riescono a investire in attrezzature migliori, ampliando progressivamente la produzione. A sigillare la loro partnership ci pensano nel 1924, quando nasce ufficialmente la “Gebrüder Dassler Schuhfabrik”, la fabbrica di scarpe dei fratelli Dassler. Quella che era iniziata come un’impresa disperata nella lavanderia della madre si era trasformata in un’azienda solida che, negli anni a venire, si sarebbe però spaccata in due, dando origine a due dei più grandi imperi di abbigliamento sportivo che il mondo abbia mai visto.
Con l’avvio ufficiale dell’azienda, gli affari iniziano ad andare a gonfie vele. Le scarpe migliorano di qualità e sempre più atleti le richiedono, tanto che in quegli anni i fratelli decidono di espandersi e iniziare a produrre anche scarpini da calcio. La scelta si rivela azzeccata: le nuove calzature, dotate di chiodi intercambiabili per adattarsi a diverse condizioni di campo, diventano un’innovazione vincente e ricercata. Gli ordini crescono in un batter d’occhio e, nonostante le difficoltà dell’economia tedesca, l’azienda continua a espandersi e a prosperare. Tuttavia, la storia stava preparando un nuovo capitolo complesso; all’orizzonte si profilava infatti la svolta politica che avrebbe trascinato il mondo nella seconda guerra mondiale.
Nel 1933 Adolf Hitler sale al potere in Germania e, con la sua ascesa, la situazione cambia radicalmente. Quello che però per molti era un rischio, per i Dassler si trasforma in un’opportunità senza precedenti, visto che il regime inizia a promuovere massicciamente lo sport e l’attività fisica come parte integrante della cultura nazista e del programma di preparazione alla guerra. Questa politica crea una domanda enorme di scarpe sportive, da cui i Dassler traggono enormi benefici economici. Un po’ per convenienza, un po’ per necessità di sopravvivenza e, secondo alcuni, anche per reali simpatie politiche, entrambi si uniscono ufficialmente al Partito Nazista, con Rudy che, in particolare, si mostra piuttosto vocale nelle sue opinioni a favore del regime.
Indipendentemente dalle loro convinzioni personali, l’azienda dei Dassler beneficia enormemente del clima politico, soprattutto in occasione dei Giochi Olimpici di Berlino del 1936. Queste furono infatti le prime Olimpiadi ad essere trasmesse in televisione e i fratelli compresero immediatamente l’enorme potenziale pubblicitario. L’idea era quella di far indossare le loro scarpe agli atleti olimpici e, tra tutti, a Jesse Owens, la star afroamericana dell’atletica mondiale. Per quanto la mossa fosse geniale dal punto di vista imprenditoriale, sponsorizzare Owens era un azzardo politico notevole, poiché Hitler vedeva nelle Olimpiadi l’opportunità di dimostrare al mondo la superiorità della razza ariana, un concetto che collideva nettamente con la scelta dei fratelli di sostenere un atleta nero.
Nonostante il rischio, Adi e Rudy si recano personalmente al villaggio olimpico, incontrano Owens e gli regalano un paio di scarpe da corsa personalizzate. Owens le accetta volentieri e le indossa durante tutte le sue competizioni olimpiche. La scommessa paga: quando Owens vince quattro medaglie d’oro, i fratelli Dassler raccolgono i frutti di quella che passerà alla storia come una delle trovate pubblicitarie più audaci e incredibili di sempre. Dopo che il miglior atleta delle Olimpiadi fu visto indossare le scarpe Dassler, gli ordini iniziarono ad arrivare da tutto il mondo e ormai sembrava che nulla potesse fermare la loro ascesa. Ma proprio quando l’azienda raggiungeva il suo apice, le crepe nella relazione tra i due fratelli iniziano a diventare voragini. Rudy inizia a convincersi sempre di più che l’azienda non sarebbe stata nulla senza le sue capacità di vendita, mentre Adi inizia a credere che, senza i suoi prodotti innovativi, non ci sarebbe stato nulla da vendere.
Anche se gli affari vanno bene, i battibecchi si fanno sempre più frequenti e la tensione latente esplode quando la Germania entra nella Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Con lo scoppio del conflitto, anche la fabbrica Dassler è costretta a convertirsi allo sforzo bellico e la produzione di scarpe viene sostituita da stivali militari e componenti per l’esercito nazista. Questa transizione mette Adi in una posizione di forza perché, tra i due fratelli, l’esperto di produzione era lui; di conseguenza, toccò a lui guidare l’azienda durante la riconversione. Rudy, dal canto suo, iniziò a sentirsi sempre più emarginato e, piano piano, montò in lui la paranoia che il fratello volesse escluderlo completamente dalla gestione e dagli utili.
A complicare ulteriormente le cose c’era la loro situazione abitativa: i due fratelli avevano investito insieme in una grande casa che ospitava entrambe le famiglie. Questa convivenza forzata non fece che portare tra le mura domestiche i conflitti aziendali, che ebbero il loro picco in un episodio specifico durante la guerra. Una notte, infatti, durante un violento bombardamento degli alleati sulla Germania, Adi e sua moglie scesero nel semiinterrato per cercare riparo. Quando Adi vide che suo fratello Rudy e la moglie erano già lì, disse testualmente: “Ecco, di nuovo i maledetti bastardi”. Adi si stava riferendo ai piloti dei bombardieri alleati che stavano colpendo la città, ma Rudy, accecato dal risentimento, si convinse che il commento fosse diretto a lui e a sua moglie. Quella convinzione rappresentò un punto di rottura praticamente definitivo tra i due fratelli.
La tempesta familiare non si placò nemmeno quando, pochi mesi dopo, Rudy fu arruolato nell’esercito. Mentre Rudy veniva mandato a combattere, Adi fu autorizzato a rimanere tra i civili per gestire la fabbrica che ora produceva parti per carri armati. Questo disparità di trattamento peggiorò il rapporto, tanto che dal fronte Rudy divenne sempre più convinto che Adi volesse prendere il controllo totale dell’azienda. Si convinse a tal punto che, dal campo di battaglia, inviò una lettera infuocata ad Adi in cui lo accusava di non avere il carattere necessario per guidare l’azienda, intimandogli di sottostare alla moglie di Rudy, che secondo lui avrebbe rappresentato meglio la volontà del fratello. Adi, ovviamente, non ci sta e ignora le pretese di Rudy, creando un sentimento di odio represso che raggiunge livelli talmente alti da spingere Rudy a denunciare Adi alle autorità naziste, accusandolo di nascondere pelle che avrebbe dovuto essere utilizzata per lo sforzo bellico. Questa denuncia costerà ad Adi una breve detenzione e un interrogatorio che non farà altro che aggravare la frattura, trasformandola in un incubo di tradimenti e accuse reciproche.
Quando la guerra finisce nel 1945, la Germania si trova sotto l’occupazione delle forze alleate e inizia il processo di denazificazione, con cui gli alleati portano in tribunale i cittadini tedeschi per scoprire se avessero commesso crimini durante il regime nazista. Rudy fu una delle persone imprigionate a causa dei sospetti sul suo pesante coinvolgimento con il partito nazista; trascorse un anno in un campo di prigionia, periodo durante il quale rimase sempre più amareggiato dal fatto che suo fratello non stesse facendo nulla per aiutarlo a essere rilasciato. La situazione peggiora quando gli americani rivelano che l’arresto di Rudy era avvenuto in seguito a una soffiata che, nella mente di Rudy, non poteva che essere arrivata da suo fratello Adi.
Quando Rudy viene finalmente rilasciato dalla prigione, ad andare a processo tocca ad Adi, accusato di aver tratto profitto dalla guerra. Per vendicarsi dei torti subiti, suo fratello Rudy testimonia contro di lui durante il processo, segnando un altro punto di rottura inconciliabile. Adi, alla fine, viene scagionato, ma ormai i due fratelli si erano trasformati in nemici giurati. Questo odio sfocia in mesi di amare negoziazioni che culminano nel 1948 con la definitiva rottura della loro partnership e la separazione in due società distinte.
Nascono così Adidas e Puma. La prima deriva dalle prime sillabe del nome di Adi Dassler; la seconda, inizialmente chiamata Ruda, prende il nome dell’animale che doveva associare alle scarpe l’idea di velocità e potenza. Da quel momento in poi, entrambi i fratelli investono tutte le loro energie per far crescere le rispettive aziende, entrambi alimentati dal desiderio di vendetta e dalla volontà di trovare i modi migliori per sabotare l’attività del fratello. La divisione non riguarda però solo i due titolari: i dipendenti sono costretti a scegliere per quale nuova azienda lavorare, con la maggior parte del personale tecnico che segue Adi in Adidas e la gran parte del personale commerciale che segue Rudy in Puma.
Anche la cittadina di Herzogenaurach viene spaccata in due, con Adidas che si stabilisce da una parte del fiume Aurach e Puma dall’altra. La divisione è così netta che le due aziende sviluppano due comunità semi-isolate: i figli dei dipendenti di Adidas vanno in una scuola e quelli di Puma in un’altra, mentre la faida diventa così sentita da portare alla formazione di bande rivali, al punto che indossare scarpe Puma nelle zone Adidas era percepito come un vero e proprio atto di sfida o un crimine. Nel tempo, addirittura, la città natale dei fratelli diviene nota come la “città dei colli piegati”, perché le persone guardavano sempre in basso per vedere che tipo di scarpe indossassero gli altri prima di decidere se rivolgergli la parola o meno.
In questo clima di rottura, entrambe le aziende cercano di ritagliarsi una fetta di mercato, ma al tempo distinguere le scarpe Adidas da quelle Puma era parecchio difficile. O almeno così è stato fino a quando Adi non ha avuto il colpo di genio di rendere le scarpe da corsa più stabili aggiungendo tre strisce di pelle sui lati, che poi dipinge di bianco, dando vita a quelle iconiche strisce che noi tutti conosciamo bene. Rudy lo segue a ruota, ma la verità è che, grazie a questa mossa di marketing e design, Adidas diventa velocemente più nota e più grande di Puma.
Per entrambe le aziende, però, una grande opportunità si stava avvicinando. Nel 1954 la Germania si preparava a partecipare al suo primo mondiale di calcio dopo la guerra, un evento che rappresentava sia per Adidas che per Puma un’occasione d’oro per mostrare al mondo intero la qualità delle loro calzature. A mettere le sue scarpe al centro della scena ci prova subito Rudy, che conosce personalmente l’allenatore della nazionale tedesca, con cui cerca di stringere un accordo di esclusiva per tutto il torneo. L’accordo, però, non arriva subito, visto che i due non riescono a trovare una quadra sui termini di pagamento. Mentre Rudy temporeggia, Adi si inserisce rapidamente e sigla un accordo con la squadra tedesca che porta i giocatori a indossare scarpe Adidas per tutto il torneo. Questo smacco si rivela pesantissimo.
La nazionale tedesca, infatti, era tutto fuorché favorita, ma contro ogni aspettativa la squadra riesce a qualificarsi per la finale dove si scontra con la strafavorita Ungheria, che non perdeva una partita da quattro anni. Il fato, però, aveva altri piani e, poco prima dell’inizio, cominciò a piovere a dirotto. Questo aspetto, che all’apparenza poteva sembrare irrilevante, in realtà si trasforma in un’ottima notizia per la Germania, visto che Adi aveva progettato scarpini con tacchetti regolabili che potevano essere avvitati sulla suola, capaci di dare ai giocatori una presa migliore quando l’erba era bagnata e fangosa.
Nonostante ciò, la finale iniziò male per la Germania, che si trovò subito sotto di due gol. Man mano che il campo diventava sempre più fangoso, però, i giocatori ungheresi iniziavano a scivolare, mentre i tedeschi correvano perfettamente grazie ai loro scarpini Adidas. Ben presto la Germania segna un gol, poi un altro e, nei minuti finali della partita, passa in vantaggio, portando i tedeschi a una vittoria impronosticabile che i tifosi e la stampa descrivono come un miracolo sportivo. Per la prima volta dalla fine della guerra, il popolo tedesco aveva qualcosa di cui essere orgoglioso e quella vittoria al mondiale del 1954 fu uno dei momenti culturali più edificanti della storia del paese, incoronando gli scarpini Adidas come lo strumento fondamentale dietro quel successo. Grazie alla vittoria del mondiale, la domanda di prodotti Adidas esplode, ma con questa cresce anche il risentimento di Rudy e di Puma nei confronti del fratello.
Le cose tra i due continuano a peggiorare negli anni successivi, anche a causa di un incidente verificatosi appena prima delle Olimpiadi di Melbourne. Sia Puma che Adidas avevano infatti accordi con gli atleti olimpici, ma delle due navi che trasportavano i prodotti verso l’Australia, solo quella di Adidas passò i controlli doganali, mentre quella di Puma venne bloccata. Secondo Rudy, si trattò di un palese sabotaggio di Adidas, che avrebbe corrotto i funzionari doganali per non far passare la spedizione concorrente. Rudy era furioso che Adidas ottenesse tutta l’attenzione mediatica e, negli anni successivi, la loro rivalità non fece che peggiorare in un’escalation di odio che porterà entrambe le aziende sull’orlo del fallimento finanziario.
Spinti dalla loro rivalità, alimentata costantemente dalla voglia di vendetta, i fratelli Dassler iniziano ad espandere aggressivamente le loro attività, vendendo le proprie scarpe all’estero, ampliando la gamma prodotti a pantaloncini, calzini e sneaker, e introducendo i rispettivi figli all’interno dei consigli di amministrazione. Il figlio di Adi, Horst, inizia a prendere decisioni per Adidas, mentre il figlio di Rudy, Armin, inizia a fare lo stesso per Puma. E così come i padri prima di loro, anche i figli finiscono ben presto a farsi la guerra. Per loro, il primo campo di battaglia è quello delle sponsorizzazioni sportive, in cui iniziano a stringere accordi costosissimi per accaparrarsi i migliori atleti del pianeta.
Accordi che costano talmente tanti soldi che i profitti sia di Adidas che di Puma vengono decimati e le aziende entrano in seria difficoltà finanziaria. Per questo motivo, Adidas e Puma si mettono al tavolo prima del Mondiale di calcio del 1970 e si promettono a vicenda che nessuna delle due avrebbe fatto follie per firmare il miglior giocatore del mondo: Pelé. Essendo una star di fama mondiale, il calciatore avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta decisivo per Adidas o per Puma. Con questo accordo segreto, Pelé diventa ufficialmente “off limits”, o almeno questo era ciò che Adidas pensava durante i quarti di finale dei mondiali. Infatti, Adidas scopre in mondovisione che Pelé stava indossando un paio di scarpini Puma e che, addirittura, viene inquadrato prima del fischio d’inizio mentre si ferma ad allacciarsi le scarpe, cosa che Puma gli aveva esplicitamente chiesto di fare per massimizzare la visibilità del brand.
Era la pubblicità perfetta che, in un istante, rese gli scarpini Puma l’oggetto più desiderato del mondo, diventando ancora più iconici dopo che il Brasile di Pelé vinse quel mondiale battendo in finale l’Italia per 4-1. Quell’episodio segna un punto di svolta non solo per il mercato di Puma, ma anche per il rapporto tra i figli dei fratelli Dassler che, come i loro padri, iniziano a sviluppare un odio viscerale l’uno nei confronti dell’altro. Odio che i padri non riusciranno a perdonarsi nemmeno sul letto di morte, visto che, quando qualche anno dopo Rudy è vicino alla fine, Adi si rifiuta categoricamente di andare a trovarlo o anche solo di partecipare al suo funerale.
Con la morte dei fondatori, sia Adidas che Puma entrano in una fase di profonda crisi, perché nessuno dei figli riesce a trovare il modo di imporre i propri prodotti in un mercato globale che sta cambiando radicalmente. Sotto la guida di Horst, Adidas si concentra così tanto sugli accordi di sponsorizzazione e sul superare Puma che finisce per spendere quasi tutti i suoi capitali, andando ben presto in una forte difficoltà finanziaria. Nel frattempo, Puma, sotto la guida di Armin, si concentra esclusivamente sull’espansione per raggiungere la scala di Adidas, cosa che però non avviene, con i suoi conti e i suoi prodotti che ne pagano pesantemente le conseguenze.
La crisi dei due marchi tedeschi prosegue per tutti gli anni ’80 e diventa talmente profonda che, nel 1989, sia Adidas che Puma rischiano la bancarotta. La situazione è tragica e aggravata dalla concorrenza spietata di Nike, che ormai era diventata la regina del settore globale. Per sopravvivere a questa situazione, la famiglia Dassler è costretta ad alzare bandiera bianca: prima Adidas e poi Puma vengono vendute a investitori privati.
Adidas passa prima nelle mani del francese Bernard Tapie nel 1990 e poi in quelle di un gruppo di investitori guidato dallo svizzero Robert Louis-Dreyfus nel 1993, che rilancia il marchio e lo posiziona come brand sportivo per atleti d’élite. Lo fa concentrandosi sulla creazione di prodotti innovativi, come gli iconici scarpini Predator, e su partnership di prestigio, sia con atleti di punta come David Beckham o Kobe Bryant, sia con realtà come la nazionale francese che vinse i mondiali nel 1998. Sotto la guida di Louis-Dreyfus, Adidas torna a splendere, arrivando ad acquistare Reebok nel 2006 per 3,8 miliardi di dollari e lanciando la linea “Yeezy” con Kanye West nel 2013, dando vita a un gruppo che, nel 2024, ha fatturato 24 miliardi di euro.
Quanto a Puma, questa fu acquistata prima nel 1993 dalla società Cosa Liberman e poi nel 2007 da François-Henri Pinault, patron del gruppo Kering. In questi anni Puma si concentra su mercati più di nicchia, sponsorizzando atleti leggendari come Usain Bolt nell’atletica leggera o coprendo sport al tempo meno blasonati del calcio, come la Formula 1. Il tutto cercando di posizionarsi come un brand più audace e creativo, anche grazie a collaborazioni di design come quelle con Alexander McQueen o persino ingaggiando Rihanna come direttrice creativa. Tutte attività che posizionano Puma come il terzo grande brand nel suo settore, con un fatturato di 8 miliardi l’anno, dietro solo al colosso Nike e all’acerrimo nemico Adidas. Tutta questa rinascita segna di fatto la coronazione di due dei brand tedeschi più famosi della storia, che sono ora all’apice del settore sportivo mondiale.
Tornando a noi, oggi Adidas e Puma non si odiano più come un tempo. Con la morte dei fratelli e la vendita ai gruppi privati, entrambe le aziende hanno voltato pagina, tanto che nel 2009 hanno organizzato una partita di calcio simbolica nella città natale di Adi e Rudy per mettere fine alla faida. È stata una partita in cui i dipendenti Adidas e quelli Puma hanno giocato insieme in squadre miste, mentre i due CEO hanno fatto parte della stessa formazione, dimostrando la volontà di chiudere, almeno sulla carta, una delle rivalità aziendali più intense e durature che la storia abbia mai visto.
Certo, oggi Adidas e Puma sono due colossi del settore, ma a guardare bene a questa storia non possiamo che chiederci cosa sarebbe successo se Adi e Rudy avessero continuato a lavorare insieme, se quella notte nel rifugio antiaereo non avessero litigato. E se, invece che farsi la guerra, avessero unito le forze e rivoluzionato il settore l’uno al fianco dell’altro? Forse, insieme, avrebbero costruito l’impero numero uno del settore sportivo mondiale, un colosso che nessuno sarebbe stato capace di contrastare. La storia, però, raramente segue il percorso più logico e, infatti, mentre i due fratelli erano occupati nella loro guerra senza fine, a vincere questa corsa non è stata né Adidas né Puma, ma Nike, che ha saputo approfittare della situazione di stallo e diventare il gigante globale che conosciamo oggi. Perché i due fratelli Dassler hanno sì creato due imperi, ma nel separarsi e nel combattersi hanno permesso a un terzo concorrente di sopraffarli, il tutto senza mai, fino in fondo, superare o perdonarsi i torti che si sono fatti a vicenda nel tempo. E, in fondo, forse è proprio per questo che questa storia è tanto affascinante quanto tragica.